Vertenza Indesit: l’accordo passa, l’incertezza resta

Le assemblee dei lavoratori Indesit hanno approvato con il 79,3% di voti favorevoli l’accordo siglato da azienda e sindacati, ad esclusione della Cgil, il 3 dicembre scorso. L’intesa raggiunta una settimana fa aveva guadagnato le prime pagine di tutti i giornali con titoli come “Salvi i posti di lavoro” o “L’Indesit resta in Italia”.

striscione indesit

In pochi, nei mass-media, hanno segnalato il fatto che i metalmeccanici della Cgil non avessero firmato e nessuno si è premurato di spiegare il perché di tale scelta. Effettivamente se ci dovessimo attenere a quanto scritto dai giornalisti, ovvero niente licenziamenti e niente delocalizzazione, quella della Fiom appare come una scelta incomprensibile.


È bastato parlare con qualche operaio e leggere il testo dell’accordo per capire perché una parte consistente dei rappresentanti dei lavoratori ha bocciato questa ipotesi. L’accordo, infatti, conferma in pieno il piano industriale presentato dall’Ad Milani nei mesi scorsi e quindi passa la linea della cosiddetta “razionalizzazione dei 3 poli industriali” che, tradotto, significa chiusura di stabilimenti, delocalizzazioni ed esuberi.

L’unico impegno preso dall’azienda è quello di non ricorrere all’utilizzo di procedure di mobilità unilaterali fino al 2018 e di avanzare richiesta al Ministero del Lavoro del riconoscimento degli ammortizzatori sociali necessari. In pratica il nodo degli esuberi rimane irrisolto e semplicemente Indesit non licenzierà nessuno per i prossimi 4 anni purché lo Stato garantisca la cassa integrazione e si riescano ad applicare i contratti di solidarietà. Una dilazione nel tempo che, se rapportata ai piani di riorganizzazione degli stabilimenti, non fa presagire niente di buono.

L’intesa conferma poi le delocalizzazioni pianificate da tempo come ad esempio quella della produzione di lavatrici fino a 7 Kg che da Caserta passa definitivamente a Manisa in Turchia. In pratica in Italia restano solo i forni da incasso (Fabriano), le lavabiancheria a carica frontale sopra i 9 Kg (Comunanza), piani cottura a gas e frigoriferi da incasso (Caserta). Basta vedere un qualsiasi studio sull’andamento del mercato degli elettrodomestici “bianchi” per capire come il management abbia scientemente allocato tutte le produzioni strategiche fuori dai confini nazionali per lasciare in Italia solo quelle marginali e con poche prospettive. Una situazione particolarmente difficile per il polo campano che perde un segmento centrale come quello delle lavatrici e viene invece destinato alla fabbricazione dei piani cottura, un prodotto a basso valore aggiunto, e dell’incasso del freddo che da anni è in continua diminuzione  a differenza di quello dei frigoriferi a libera installazione.

La politica industriale adottata dall’azienda chiaramente non punta a mantenere gli attuali livelli occupazionali ma come già fatto in passato a dilatare i tempi nel tentativo di fiaccare la resistenza degli operai. Proprio a questo proposito segnaliamo che a margine della stipula del già citato accordo l’azienda ha formalizzato alle delegazioni sindacali la decisione di licenziare i 120 lavoratori attualmente in cassa integrazione in deroga dopo la chiusura degli stabilimenti di Brembate (Bergamo) e Refrontolo (Treviso) realizzata con il piano industriale 2010.
Purtroppo ancora una volta il ricatto del padrone ha avuto la meglio e la paura di rimanere in mezzo ad una strada da un giorno all’altro ha indotto i lavoratori ad accettare l’ennesimo accordo capestro che non fornisce alcuna garanzia per il futuro.
Quello che si chiude però è solo il primo tempo di una partita che resta aperta e che, quando i nodi verranno al pettine, gli operai, grazie all’esperienza maturata in questi mesi di lotta, affronteranno con ancora maggiore consapevolezza e determinazione rispetto al passato.

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