Una storia già Letta. Sul discorso del Primo Ministro in occasione del voto di fiducia

Riflessioni a caldo sul discorso del Primo Ministro in occasione del voto di fiducia

Mentre a destra e a manca si continua a discutere dei forconi e delle loro bandiere tricolore, zitto zitto, buono buono (mica tanto) Enrico Letta detta l’agenda che dovrebbe trasformare il volto del nostro paese conducendolo, a tappe forzate, verso la “modernità”.

Proviamo allora a superare la noia che il premier ci trasmette con i suoi completi grigi e i suoi occhialini e leggiamo assieme – a poche ore dal via libera del governo sul piano “Destinazione Italia” e dell’approvazione, sempre del Consiglio dei Ministri, dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti – il discorso pronunciato dal Primo Ministro l’11 dicembre, in occasione del voto di fiducia al suo governo. Eh sì, perché smessi i panni del placido chierichetto, il premier che vanta di avere le “palle d’acciaio” (si tratta evidentemente di un’auto-definizione!) ha voluto mettere i puntini sulle i e non fare generiche dichiarazioni d’intenti, ma disegnare punto per punto, con molta concretezza, una vera e propria strategia militare per far “rialzare il Paese”. Contro chi sia rivolto questa offensiva non è difficile immaginarlo: nel mirino ci siamo, come sempre, noi, i lavoratori e i loro diritti.

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Partiamo dal principio, dopo la solita retorica sui “sacrifici da fare tutti assieme”, già ampiamente usata e abusata dal suo predecessore Monti, Letta mostra immediatamente le ragioni e le fondamenta di un discorso che vuole e può andare subito al punto: le mutate condizioni del panorama politico italiano e la maggiore coesione del Governo rispetto al precedente (tanto che sul finale azzarderà un “chi non vuole sostenerci fino in fondo, non ci voti”, insomma meglio pochi, ma buoni, laddove i buoni sarebbero i fedelissimi alla linea europeista). Due sono i fattori ai quali è possibile ascrivere questa maggiore unità: per un verso la frattura interna al PDL e la fedeltà più volte giurata da Alfano al governo Letta (quindi Berlusconi momentaneamente “all’opposizione”), per l’altro la schiacciante vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Partito Democratico, che mette almeno tra parentesi e fa stare sulle spine il vecchio establishment del centrosinistra. Buone nuove? Non ci sembra proprio. Perché se non c’è da rimpiangere – posto che la loro esperienza politica possa considerarsi archiviata, e non ci sembra affatto – il Berlusconi dei “padroncini”, né i vari Bersani e D’Alema delle riforme capestro del mercato del lavoro, Renzi e Alfano sono pronti a non essere da meno, anzi, tanto per mettere le cose in chiaro, Dario Nardella, renziano di ferro, all’indomani dell’elezione del nuovo segretario PD, ha già dichiarato – a proposito di diritti dei lavoratori – di voler sopprimere i permessi sindacali. Liquidati i “vecchi”, almeno fino al voto (che non sembra prossimo visto che bisognerà aspettare i tempi della riforma elettorale), sembra dire Letta, possiamo andare più spediti.
Come abbiamo già fatto con l’Agenda Monti, della quale il percorso di Letta sembra la naturale prosecuzione (in quanto programma che la borghesia più internazionalizzata del nostro Paese vuole imporre), proveremo ad evidenziare i passaggi salienti del discorso, tenendo ben presente il punto iniziale: se il discorso di Monti era più fumoso e, in un certo senso, più ideologico, quello di Letta, viste le mutate condizioni politiche, è un vero e proprio programma a tappe di messa a punto del processo di trasformazione in senso neocorporativo dell’Italia, naturalmente a scapito del nostro blocco sociale di riferimento, di milioni di lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati.

Che il suo sia un Governo di trasformazione Letta lo ribadisce fin dal principio (“a dispetto di chi dice che non cambia mai niente, la trasformazione politica determinatasi in questi sette mesi è di gran lunga la più radicale di tutta la Seconda Repubblica”), anteponendo, nel suo discorso, al piano strettamente strutturale, economico, quelle delle riforme del sistema costituzionale, travestite da tagli di spesa. Ora, diciamoci la verità, che i politici si taglino lo stipendio, rinuncino alle auto blu (e anche agli “aerei blu”, di servizio, sulla cui parziale vendita il Primo Ministro non esista a soffermarsi) fa piacere un po’ a tutti, poi forse il taglio a questi sprechi non influirà così tanto sul bilancio complessivo, ma parla alla nostra pancia e ci piace, ci dovrebbe però piacere un po’ meno l’altra faccia – solo apparentemente collegata alla prima – di questi provvedimenti: cavalcando la retorica grillina – e renziana – Letta propone (e come abbiamo visto il CDM oggi approva) soppressione del finanziamento pubblico dei partiti. “Che decidano i cittadini” dice il premier seguito da una vasta eco di sostenitori, Quagliariello e Alfano in primis, ma che cosa e in che modo possono decidere realmente i cittadini? Finanziando i partiti che ritengono più meritevoli, sostenendoli anche economicamente, ora, grattando la patina di questa retorica, si vede molto bene che i finanziamenti consistenti, che fanno davvero la differenza non sono certo quelli dei privati cittadini, ma quelli dei grossi imprenditori, dei cartelli che provano ad accaparrarsi un posto al sole nel mercato nazionale ed internazionale. Insomma se ci sembra un sollievo non dover pagare con le nostre tasse i vizi della “casta”, è meno di conforto l’idea che ci stiamo avviando a grandi e rapidi passi verso un sistema apertamente lobbistico – di stampo statunitense – nel quale, in maniera ancor più diretta, sono gli interessi dei grandi capitali a muovere i fili della politica.

Pur nella nostra disillusione e diffidenza verso il sistema di rappresentanza non si può che rilevare un passo indietro: se il voto prima serviva a poco, a pochissimo, ora potrebbe non servire più a nulla. Il restringimento del campo democratico, ridisegnato efficacemente da questo discorso di Letta, non passa solo per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ma anche per la riduzione del numero dei deputati e la proposta di soppressione della Camera Alta, del Senato, attraverso la modifica della Carta Costituzionale tramite referendum (l’implosione di Forza Italia ha determinato la necessità del passaggio referendario, se il partito fosse stato ancora nella maggioranza si sarebbe potuto procedere direttamente col percorso rafforzato di riforma costituzionale, senza alcuna consultazione popolare). Insomma sembra che per ottenere una “democrazia più forte e solida” per permettere “all'Italia di scrollarsi di dosso l'immagine del Paese barocco, instabile, che non riesce mai a decidere” sia necessario eliminare “un eccesso di frazionamento della rappresentanza, che ci condannerebbe all'ingovernabilità”: detto in parole povere è necessario comprimere ancora di più – qualitativamente e quantitativamente – i diritti democratici e la rappresentanza politica.

La parola d’ordine del secondo paragrafo
di questo compendio di lotta di classe – dalla parte dei padroni, of course – è certamente competitività. Dobbiamo essere più competitivi, più agili, appetibili, snelli nel mercato del lavoro, quante volte ci siamo sentiti dire queste parole negli ultimi anni? Ma dietro la retorica della minor “burocrazia” (in particolare Letta parla di semplificazione dei codici del lavoro, che altro non significa che deregolamentazione in materia di diritto e sicurezza sul posto di lavoro) e della maggiore agilità, ormai dovremmo aver iniziato a capirlo, c’è sempre una fregatura, lo smantellamento dei diritti e l’ipersfruttamento di chi lavora. Letta lo dice senza mezzi termini “bisogna ridurre il costo del lavoro”, vendere a minor prezzo la mano d’opera italiana per essere più appetibili per il mercato internazionale.
Bisogna semplificare, ci dice il premier, ma chi ha la vita più semplice grazie alle riforme che ci propone e chi invece la vede ancor più trasformata in un inferno? L’indovinello è semplice, la soluzione scontata, quindi andiamo a vedere nel merito cosa propone Letta riprendendo il suo “decreto del Fare” (non so a voi ma a noi tutte queste maiuscole suonano tanto di ventennio, populismo e brutti tempi tutt’altro che andati). Leggiamo le parole di Letta “chi vuole assumere un giovane disoccupato, può farlo con l'incentivazione straordinaria della decontribuzione totale (…).  Chi vuole dare un impiego a una persona di qualsiasi età, uscita dai cicli produttivi, una persona in difficoltà, può farlo, beneficiando, dal momento dell'assunzione, dell'ammortizzatore sociale residuo”. Anche qui la traduzione è facile a farsi: se assumi un povero disgraziato licenziato da qualcun altro, non solo non paghi le tasse, ma gli ammortizzatori sociali vanno direttamente dalle sue tasche, alle tue.
E a proposito di ammortizzatori sociali Letta propone altre spumeggianti novità, in linea con i paesi europei che tanto ammira, in particolare la riforma degli ammortizzatori sociali, che devono privilegiare “il lavoratore rispetto al posto di lavoro”, insomma sempre meno cassa integrazione,  - che, con tutti i limiti, tiene ancora legati i lavoratori all’azienda madre, agevolando, tanto per dirne una, la loro connessione e la possibilità di lottare assieme per la riassunzione (o nel caso di cessione dell’azienda l’assunzione da parte del nuovo proprietario) – e sempre più sostegni individuali e individualizzanti, che slegano il singolo lavoratore dagli altri, alimentando la concorrenza e la disgregazione di classe.
A proposito di competitività, non manca il riferimento alla scuola, sempre più intesa come azienda. Non solo la scuola “del futuro” dovrà sfornare diplomati con competenze spendibili sul mercato del lavoro (non vorremmo sembrare nostalgici, ma la cultura era proprio questo? A noi sembrava di no…), e dare “maggior orientamento” verso le professioni (altro che modernità: qui si presagisce un vero e proprio ritorno al passato, alla scuola di classe dell’avviamento professionale e di chi invece è destinato ad andare all’università), ma anche addestrare insegnanti anch’essi sempre più standardizzati e disciplinati. Sulla falsa riga delle riforme che hanno scatenato le proteste del personale docente che infiammano negli ultimi mesi Messico e Brasile, probabilmente anche in Italia il destino degli insegnanti sarà scritto su basi drasticamente meritocratiche, senza tener conto in alcun modo le specificità del territorio dove essi operano.
Attenzione signore, ce n’è anche per noi. Letta pensa alle donne, soggetto debole che non va lasciato indietro, immaginando nuove misure per favorire l’occupazione femminile, che consentano di conciliare il lavoro dentro e fuori casa: insomma la ricetta resta sempre quella, maggiore precarietà, instabilità lavorativa, travestita da occasione e flessibilità “virtuosa”. Il 2014 sarà l’anno delle donne, dice il premier, più che come una promessa suona come una minaccia.

Accanto al termine competitività ricorre, nel discorso di Letta, un altro termine non meno inquietante: dismissioni. Attenzione, dice il premier, non vogliamo mica svendere per far cassa, non siamo mica ladroni, arraffoni come quelli di prima! Noi vogliamo dismettere il patrimonio pubblico perché siamo efficienti ed europeisti! Lo Stato non può mica occuparsi di tutto: e allora ben vengano i capitali privati a sopperire alle falle del pubblico (sembra una riproposizione ironica delle parole di Letta ma se andate a leggere il discorso potrete constatarlo voi stessi: è una assolutamente letterale). Ovviamente le prime dismissioni di cui bisogna occuparsi sono quelle delle aziende e degli impianti produttivi (viene citato su tutti l’esempio di Poste Italiane) che dovrebbero essere amministrate, secondo il modello tedesco, attraverso una Mitbestimmung, una cogestione che veda la partecipazione diretta dei sindacati nei CDA delle aziende (di cui il recente accordo sulla rappresentanza è chiaro sintomo), insomma una conciliazione completa – quanto apparente – tra interesse dei lavoratori e dei loro sfruttatori, con la complice mediazione dei sindacati (per un approfondimento su questo passaggio al neocorporativismo in Italia rimandiamo al terzo paragrafo di questo nostro documento su Bankitalia e al primo della nostra analisi sul Governo Monti), finalizzata a soffocare ogni scintilla di conflitto e malessere sociale.
Alle dismissioni sia affianca poi un programma intensivo di liberalizzazioni (che ha avuto l’avvio proprio oggi in materia di assicurazioni e energia) tese a “migliorare il servizio pubblico”.
Nessuno deve restare indietro, dice Letta, ma lo Stato non sembra più essere il soggetto privilegiato al quale fare appello per far sì che questo avvenga, piuttosto bisogna rivolgersi alle associazioni, al volontariato, che sempre più devono sostituire, con un tasso di arbitrarietà e limiti evidenti, il welfare ridotto all’osso.

Infine, a chiusura del discorso, l’Europa. La linea di demarcazione tra europeisti e “euroscettici” non è mai stata così netta, evidenzia Letta, ora compito dell’Italia è collaborare a rifinire il processo di costituzione di un polo europeo forte e competitivo. L’evanescenza di questo compito è tale che nemmeno il premier riesce a segnare nessuna linea guida forte, anzi, come sottolinea egli stesso, se i compiti dei decenni precedenti erano ben chiari e definiti (comunità economica e di scambio, valuta comune, ingresso dei paesi appartenenti all’ex-blocco sovietico) le sfide per il futuro rimangono misteriose e la competizione con i paesi-locomotiva dell’economia mondiale – che è azzardato definire ancora come “emergenti” – Cina e India in primis, si fa sempre più gravosa. Non resta insomma che bere o affogare, farsi più appetibili, più flessibili, meno conflittuali. Ciò che dimentica di dire Letta è che però a bere o affogare siamo sempre noi.
Al premier non resta (dopo l’augurio – stavolta per loro – di perfezionare l’unione bancaria europea) che dare due appuntamenti importanti per l’Italia che avranno luogo nei prossimi mesi: il semestre di presidenza dell’UE (da luglio in poi) e il vertice intergovernativo sul lavoro che si terrà a Roma la prossima primavera.
Bhe, che dire,  Enrico, noi ci saremo, ci saremo di sicuro…

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