Il vero declassamento italiano: Electrolux e attacco al salario

Il bubbone italiano è scoppiato. Sotto il tallone della socialdemocrazia svedese si profila il vero declassamento italiano. Non si chiama spread, si chiama taglio netto dei salari nominali. Una misura che nel passato era più consona ai regimi dittatoriali che alle democrazie liberali, pronte piuttosto a ridurre il potere d’acquisto dei salari attraverso l’inflazione.

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Il taglio dei salari nominali è una pratica reazionaria. Certo Spagna e Grecia già hanno visto all’opera questa misura, adesso ci provano anche con il boccone più grosso, l’Italia. Grazie a un governo incapace con un ministro dello sviluppo economico adeguato forse per il ruolo di sceriffo contro qualche immigrato e per far girare la ruota dell’edilizia in qualche città di provincia del nordest, meno per affrontare un apparato industriale esangue sul quale i corvi di un capitalismo onnivoro si sono gettati famelici. Una crisi economica che è entrata ufficialmente nel suo sesto anno di vita richiede ben altre risposte che qualche tavolo di trattativa, quando i commensali se ne stanno andando.

La tavola era stata imbandita una settimana fa dall’Unione degli industriali pordenonesi che grazie a un gruppo di lavoro composta da Tiziano Treu, Riccardo Illy e Innocenzo Cippolletta, aveva elaborato (sic) una proposta abbastanza analoga e un po’ più articolata (doppio sic). Pecchiamo di dietrologia se pensiamo che questo schemino di attacco alla condizione operaia sia stato concordato?

In Italia Electrolux, il secondo gruppo di merce bianca al mondo, dopo Whirpool, ha seimila dipendenti diretti e altri 4-5 mila nell’indotto. Whirlpool ha recentemente affermato che chiuderà i suoi stabilimenti in Svezia per spostarsi in provincia di Varese. Electrolux invece afferma che in Italia il costo del lavoro è eccessivo e che occorre abbassarlo ai livelli polacchi. Qualche giovane inesperto forse si sta chiedendo se in tutto ciò vi sia una qualche contraddizione o se si tratti solo di forme diverse per tentare un disciplinamento della classe operaia e un incremento dei profitti. Parafrasando un vecchio detto potremmo dire che il capitale batte là dove la classe operaia (e politica) è più debole. In effetti, la politica italiana con una nutrita parte dei suoi lacchè paiono immersi nella discussione sui meccanismi elettorali, vero ponte verso un governo del principe. E’ un principe però che forse sta pensando più a un modello Prato che al benessere dei suoi sudditi.

D’altra parte le indicazioni dell’Unione Europea sono di garantire l’allegro spostamento delle imprese da un paese all’altro. Una politica industriale che permette il ricatto dei lavoratori ora dell’uno ora dell’altro stato. Italiani, svedesi o polacchi che siano. Un gioco che lascia ampio spazio agli incantatori di destra, di sinistra o di qualche movimento parlamentare schierati contro l’euro e l’Europa e che invocano il ritorno alle piccole patrie o più modestamente qualche barriera protezionistica nazionale.

Ma i sei anni di crisi e di paura accanto ai loro frutti avvelenati iniziano a produrre anche in Italia un po’ di conflitto, nonostante un sindacato che non riesce a tenere insieme i lavoratori di Susegana (Tv) con quelli di Porcia (Pn) che distano 30 chilometri. Il ruolo del sindacato in questa vicenda è centrale per il suo assordante silenzio e dire che Maurizio Landini, la punta di diamante della Cgil, è stato a lungo il responsabile del settore elettrodomestici per conto della Fiom. In questi ultimi dieci anni il coordinamento italiano degli stabilimenti dell’Electrolux è stato sostanzialmente smantellato, mentre il Cae, comitato aziendale europeo, si è rivelato un baraccone nel quale si scambiano qualche informazione. Ogni stabilimento è rimasto così al suo destino, sperando che gli altri siano meno produttivi e di arrivare così fino alla pensione. Intanto in Italia le mansioni in catena stanno sotto il minuto, vale a dire ripetere lo stesso movimento per 450-500 volte al giorno. Per tutti gli anni di fabbrica, giorno dopo giorno. Forse gli esaltatori del postfordismo creativo e cognitario potranno convergere con i sostenitori della decrescita felice, ma per i prossimi anni quello che si prospetta sarà la miseria di Detroit, non certo le luccicanti città globali.

L’attacco diretto al salario operaio è il tentativo di ridurre al silenzio una classe operaia che per quanto intontita non ha certo perso il lume della ragione perché il ribasso delle nostre condizioni di lavoro significa abbassare le condizioni di vita, di civiltà e di democrazia. Per questo senza attendere il risveglio degli intellettuali di sinistra crediamo sia il caso di mettere in campo forme di lotta che portino a più miti consigli un capitalismo che pare insaziabile. A costo di doverli cacciare, in mutande, verso Stoccolma o se preferiscono a Świdnica, in Polonia. Frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici e le altre merci bianche le producevamo prima di loro e, nel caso, si possono continuare a produrre senza di loro. A condizioni di lavoro che ci permettano di vivere dignitosamente.

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