Le lotte in Cina, il Manifesto di Confindustria. La mobilità del capitale e quella del conflitto

Ieri è arrivata dalla Cina la notizia che migliaia di lavoratori di una delle più grande fabbriche di scarpe sono in sciopero dal giorno prima, nel Sud del paese, per il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ben 60 mila operai della Yue Yuen (gruppo che produce scarpe per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma, Timberland), fra cui molti immigrati da altre regioni della Cina, lottano da due settimane per ottenere il riconoscimento della previdenza sociale. La polizia è intervenuta più volte quando i manifestanti hanno cercato di assaltare le vetture dei dirigenti, mentre le grandi multinazionali sono molto preoccupate che lo sciopero possa bloccare l’arrivo delle merci sui mercati occidentali.

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Ora, quello che è interessante di questa notizia non è solo che gli operai esistono (anzi: che a livello mondiale gli operai siano la maggioranza dei lavoratori ormai lo dicono anche quei teorici che fino a qualche anno fa li volevano scomparsi e marginali). E non è nemmeno una sorpresa che lottino: come ha dimostrato ad esempio Beverly Silver studiando proprio il caso cinese, “laddove va il capitale segue il conflitto”. Nemmeno la forma di lotta ci colpisce: lo sciopero, condito da assalto al nemico di classe e picchetto alla fabbrica, è ancora un’arma utilissima nelle mani dei lavoratori.

Dov’è che allora la notizia diventa particolarmente interessante per noi? E che c’entra la nostrana Confindustria?

Prendiamola alla lontano. Per circa trent’anni molte delle attività produttive dei paesi industrializzati venivano portate nei paesi emergenti, e in particolare nell’Est asiatico: è il noto (anche se in realtà molto enfatizzato e mal compreso) processo di delocalizzazione. Le fabbriche chiudevano qui (anche se non tante come si pensa di solito, visto che il nostro paese resta uno dei più industrializzati al mondo) e riaprivano lì.
Questo processo ha fatto sì che i paesi “emergenti”, dove le condizioni salariali e di lavoro erano più appetibili per i capitalisti, attirassero molti investimenti, e quindi crescessero molto. Anche durante e subito dopo la crisi del 2007. Questa crescita ha avuto ovviamente delle ripercussioni significative anche nei nostri mondi: la possibilità per il padrone di delocalizzare è stato uno dei motivi che ha fatto sì che il potere contrattuale dei lavoratori si ridimensionasse. Il caso recente dell’Electrolux ce lo insegna: o prendi gli 800 euro, o ce ne andiamo più a Est. A dimostrazione che la vecchia strategia del capitale “pagare di meno e far lavorare di più” è sempre in vigore, e che nella sua essenza – nel suo essere rapporto sociale di sfruttamento delle energie e del tempo dei lavoratori – il capitalismo non è affatto cambiato.

Fin qui quello che tutti sanno. Ma cosa è successo negli ultimi anni?

Dopo il 2007 la Cina ha risentito del crollo dei consumi nei mercati dove esportava. Certo, è riuscita a mantenere il suo tasso di crescita grazie agli investimenti domestici, soprattutto in infrastrutture ed edilizia, con programmi statali finanziati con il risparmio accumulato negli anni precedenti e con lo sviluppo di un mercato interno, ma l’impatto della crisi dell’Eurozona alla fine si è fatto sentire anche lì. E non solo: la grande domanda di lavoro di questi anni ha fatto sì che i lavoratori avessero più spazi di manovra nel rivendicare salari più alti e migliori condizioni. Secondo i dati riportati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, infatti, in Cina gli operai di fabbrica hanno conquistato una crescita di salario e “benefit” del 10% all’anno tra il 2000 e il 2005 e addirittura del 19% all’anno tra il 2005 e il 2009. Per contro, nelle economie occidentali, i salari reali sono “cresciuti” solo dello 0,5-0,9% tra il 2000 e il 2008 e addirittura l’industria manifatturiera ha fatto registrare una loro caduta (negli USA del 2,2% dal 2005 ad oggi, vedi qui).
Dunque in Cina si è creato un mix sociale esplosivo di cui in “Occidente” sappiamo poco, ma che ogni giorno porta in piazza migliaia di persone. Concentrazioni grandissime di lavoratori che hanno visto negli ultimi anni gli imprenditori arricchirsi mentre loro sgobbavano, hanno cominciato a organizzarsi e a vincere, e impattano oggi contro i provvedimenti che i capitalisti prendono di fronte alla contrazione dei loro profitti e al calo degli Investimenti Diretti all’Estero: chiusura degli stabilimenti, spostamento delle fabbriche ancora più a Sud o a Est etc.

D’altronde questa dinamica di arricchimento e conflittualità, pur nelle specificità locali, è un problema comune a tutti i paesi emergenti. Abbiamo visto qualcosa di analogo accadere in Turchia, dove proprio l’attacco decennale alle condizioni dei lavoratori ha prodotto uno scontro sociale enorme e diffuso, e abbiamo visto cosa è successo l’estate scorsa in Brasile. È vero che la crescita dei paesi emergenti, complessivamente considerati, è ancora significativa, ma è poca cosa se si pensa che pochi anni prima gli stessi paesi crescevano anche a due cifre (ancora nel 2010 la Cina si attestava intorno al +10,3%, l’India intorno al +10,4%!). Inoltre le politiche monetarie espansive degli USA e dell’UE hanno abbassato il valore del dollaro e dell’euro e fatto apprezzare invece il valore delle valute dei paesi emergenti. Cosa che interviene direttamente sia nella scelta del capitale di dove effettuare investimenti produttivi, sia nella circolazione internazionale delle merci prodotte…

Così, oggi investire in Cina potrebbe non essere così conveniente. Come abbiamo sottolineato nel nostro libro, Dove sono i nostri. Classe, lavoro e movimenti nell’Italia della crisi, nei paesi a capitalismo avanzato (dagli USA alla Germania, passando per l’Italia), assistiamo a fenomeni di reshoring, di rilocalizzazione. In altre parole, l’industria “ritorna” anche da noi2.

D’altronde c’è un solo “principio” che regola da sempre il modo di produzione capitalista: il capitale si muove dove gli investimenti sono più profittevoli. Se questo vuol dire andare in Cina, come negli anni ’90, si va, se vuol dire reimpiantare le fabbriche nel cuore dell’Europa, lo si fa, se vuol dire orientare il proprio apparato industriale verso la green economy, anche... Per stare all’altezza delle sue sfide, alla mobilità del capitale bisogna rispondere con una nostra mobilità (almeno) mentale, e non fissarci su visioni ideologiche di almeno venti anni fa o su una fotografia di un paese “deindustrializzato”.

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E qui arriva Confindustria. L’organizzazione del capitale italiano il 2 aprile ha lanciato la “sua” campagna elettorale per le europee del 2014, attraverso un illuminante Manifesto (scaricabile qui). Confindustria è esplicita: si propone di presentarlo “nei prossimi giorni ai partiti politici del nostro Paese come contributo ai programmi elettorali”. Insomma, detta direttamente l’agenda alle marionette politiche (alla faccia di chi dice che il nostro problema sia la “casta”).  

Cosa dice, in estrema sintesi, il Manifesto di Confindustria? Che l’Unione Europea deve puntare sul rafforzamento dell’industria, che entro il 2020 dovrà valere il 20% del PIL dell'Unione. La tesi non è nuova, l’ha già formulata l’anno scorso la Commissione Europea, ovvero il luogo di sintesi dei capitali a livello continentale. Confindustria ritiene così che sia necessario “integrare le politiche del rigore messe in campo finora con una agenda incisiva e concreta volta al rilancio della crescita e della competitività delle imprese europee”.
Come farlo? Dando centralità alla produzione materiale di merci: serve “un Patto europeo per l’industria, un vero e proprio Industrial Compact, che individui gli elementi di una politica industriale europea forte, ambiziosa ed efficace, in grado di sostenere il rilancio dell’economia e di puntare all’obiettivo del 20% del PIL come quota dell’industria entro il 2020″. Un salto significativo, considerato che oggi il manifatturiero contribuisce al prodotto interno europeo per circa il 15%.
Anche la ricerca e l’innovazione, e dunque tutta la filiera universitaria da cui nasce, deve diventare “il pilastro della politica economica e industriale, sia a livello dell’Ue sia degli Stati membri” (come dire: la contraddizione capitale/lavoro ingloba pienamente anche il mondo universitario!). Ancora, siccome il modello produttivo italiano è incentrato sulle piccole e medie imprese, bisogna trovare il modo di consorziarle e internazionalizzarle il più possibile. Ancora bisogna “riportare il manifatturiero al centro della programmazione dei Fondi strutturali” e rafforzare il mercato unico “per competere a livello globale” – cioè attraverso la produzione e l’esportazione di merci.

Confindustria indica poi altri punti essenziali: investire nelle reti “per collegare merci, dati e consumatori”, mettere in campo una “politica commerciale a sostegno del tessuto industriale europeo” e sostenere lo “sviluppo di un modello sociale moderno” attraverso “un’organizzazione del lavoro più flessibile e dinamica, sistemi di formazione che accompagnino gli individui lungo tutto l’arco della vita lavorativa, servizi per l’impiego orientati all’occupabilità e un welfare equo, attivo e sostenibile”.

Queste ultime frasi del Manifesto sono estremamente eloquenti. In pratica Confindustria sta dicendo ai partiti italiani che bisogna rendere l’investimento in Italia più facile e conveniente che in Cina. E se alla fine, con molto bastone e un po’ di carota (gli 80 euro ai “garantiti” e il famoso reddito per i giovani precari!), ci riuscissero, giungerebbe la tanta agognata “crescita”: sì, quella dei loro profitti! E poi -forse!- quella del “sistema-paese”, cioè dell'apparato legale, repressivo ed amministrativo che garantisce che il nostro tempo e la nostra vita sia a disposizione dei padroni. Fino a che questi, magari stanchi dei famosi “lacci e lacciuoli”, non decidono di sparire col bottino ed andare a spadroneggiare da qualche altra parte, lasciandoci in balìa della disoccupazione.

Dobbiamo allora prendere coscienza di questa tendenza del capitale per prepararci al livello dello scontro che ci impongono:   

1. stanno provando e proveranno sempre di più a rendere più attrattivo il paese, a spingere ancora più in basso i salari per attrarre investimenti, a rendere più precario l’ingresso nel mondo del lavoro e più facili i licenziamenti (questo è il senso del Jobs Act);
2. renderanno più difficile l’organizzazione collettiva sui posti di lavoro, attaccheranno il sindacato conflittuale e trasformeranno i confederali in agenzie di servizio (questo è il senso dell’Accordo sulla Rappresentanza e di un complesso passaggio al neocorporativismo).

Se questo aumento del tasso di sfruttamento è quanto ci consegna il Manifesto di Confindustria e l’operato del Governo Renzi, allora vuol dire che intervenire sui nodi della contraddizione capitale/lavoro, fare agitazione nelle scuole e nelle università dove si addestra la forza-lavoro e nelle fabbriche, nei call center e nelle aziende, opporsi al Jobs Act, all’Accordo di Rappresentanza, all’abolizione dell’articolo 18, non sono niente affatto battaglie residuali, compiti “sindacali”, problemi che riguardano una minoranza di “garantiti”.

Al contrario, oggi le politiche del lavoro segnano il punto di attacco più alto del capitale, e dunque rappresentano i veri nodi dello scontro politico, relativo cioè a come si disegna e si governa una società. Cominciare seriamente ad affrontarli, a metterli al centro dei movimenti sociali e delle nostre manifestazioni, e costruire su questo un’opposizione di massa ai Governi e all’Unione Europea è il compito dei mesi a venire. In questo modo la forza dimostrata dai lavoratori e dalle lavoratrici cinesi diventerebbe anche la nostra forza.

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note
1 Si vedano i materiali che abbiamo raccolto sul conflitto di classe in Cina in occasione della presentazione del libro “iSlaves”.
2 Si veda anche questo recentissimo articolo di Repubblica, che cita i risultati di un gruppo di ricerca italiano che sta studiando a fondo il fenomeno.

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