C’è qualcuno che può rompere il muro del suono…

2014_10_25_editoriale_muro.jpg

Così canta Ligabue nel suo ultimo pezzo, scritto proprio pensando alle tante proteste di questi anni… E così dobbiamo cantare anche noi. Perché in questo paese sta succedendo qualcosa. Qualcosa che, nonostante le televisioni di regime, nonostante non abbia ancora molta presenza mediatica, sta riuscendo a rompere il “muro del suono”.

Quel muro che troppo spesso consegna al silenzio la vita di milioni di persone che soffrono e lottano perché hanno perso un lavoro, perché il lavoro non ce l’hanno, perché lavorano troppo e male…
Sta succedendo qualcosa, dicevamo. Scioperi spontanei e tante vertenze attraversano il paese. A Torino migliaia di operai sono scesi in piazza, a Bergamo hanno contestato Confindustria e Renzi, a Terni hanno fischiato le dirigenze sindacali e bloccato le strade (abbiamo fatto riferimento solo a qualche esempio recente, attraverso il nostro sito raccogliamo ogni giorno testimonianze di centinaia di lotte – piccole o grandi – che fioriscono spontaneamente e che aspettano solo di essere messe in connessione). Per non parlare dei movimenti studenteschi che hanno preso le strade il 10 ottobre, il 16 in occasione dello sciopero della logistica, il 24 per lo sciopero del sindacato di base, o delle contestazioni al Governo che da Palermo a Milano sono arrivate a scontrarsi con le forze dell’ordine.
È evidente ormai a tutti – persino ai prefetti che scrivono a Renzi segnalando il problema – che nelle ultime settimane sta crescendo una mobilitazione sociale nuova. Una mobilitazione al cui centro non ci sono solo quelli che la stampa di solito dipinge come “antagonisti”, ma anche i lavoratori, la “gente normale”, quelli che Renzi pensava di aver calmato con i suoi 80 euro…

Anche se non si può ancora parlare di un vero e proprio movimento, i segnali per un risveglio della nostra classe, dei nostri, ci sono tutti. Di sicuro è stato rotto – ad esempio a Livorno dov’è nato un comitato di lavoratori autorganizzato e intersindacale forte di centinaia di operai, o negli store di Eataly dove per la prima volta siamo riusciti a fare sciopero – quel misto di individualismo e “tirare a campare” che spesso sentiamo. Individualismo che non deriva da un’indifferenza dei lavoratori alle questioni sociali e politiche, ma dalla paura, da un sentimento di poco sostegno da parte delle strutture sindacali, degli altri colleghi… Ma in questi giorni chiunque abbia frequentato le assemblee sindacali della penisola ha potuto vedere facce nuove, ha potuto sentire un’esigenza di confronto, e la volontà di unirsi, una disponibilità all’ascolto che fa sì che i lavoratori si interessino a tutto quello che accade anche dalle parti, dei movimenti sociali, degli studenti e dei cosiddetti precari…

Ma cosa ha determinato questa reazione? Di certo c’è il peso della crisi di questi ultimi sei anni, il fatto che non se ne veda la fine, anzi: che se ne preveda un peggioramento nei prossimi mesi.
Ma c’è qualcosa di più. L’attacco portato dal Governo Renzi e da buona parte della borghesia italiana punta direttamente al cuore della nostra classe. Questo lo capisce chiunque viva i posti di lavoro: l’articolo 18 non è per nulla un feticcio, è un elemento materiale di resistenza che riguarda dieci milioni di lavoratori. Serve a formalizzare dei rapporti di forza fra due classi che sono sempre in contrasto, serve a “coprire” l’azione sindacale dei delegati combattivi, perciò non è barattabile.
Ecco l’elemento scatenante e che deve ancora scatenarci del tutto: l’arroganza dei padroni e di questo Governo. Non vogliono più trattare su nulla. E se la burocrazia sindacale non si era mossa nemmeno per riforme gravi come quelle della Fornero o quella delle pensioni, ora ha dovuto, per quanto tiepidamente, per quanto costretta dalla pressione della base, fare per forza qualcosa: è a rischio la sua stessa esistenza!
Anche per questo sotto un attacco così forte e frontale del Governo Renzi si stanno unendo piano piano settori sociali differenti. Nonostante il Governo continui a fare leva sulla divisione fra giovani e vecchi, fra “non garantiti” e “garantiti”, fra occupati e disoccupati, fra italiani e immigrati, molti stanno capendo che la sua è solo retorica: che gli interessi che abbiamo in comune sono molti di più delle nostre differenze.
Ma cosa produrrà questa situazione? Quale piega può prendere? E quali compiti ci pone? Che dobbiamo fare? Come sempre, il futuro non è scritto, e non è indipendente da quello che decidiamo di fare noi. Quindi qui proviamo a rispondere a queste domande sapendo che in quest’autunno dobbiamo puntare più sull’ottimismo della nostra volontà che sul pessimismo dell’intelligenza.

Prima considerazione: ci dobbiamo credere. Nessuna squadra vince se non crede in se stessa, nelle sue potenzialità, nei motivi che la spingono a giocare davvero. È del tutto evidente che le cose possono cambiare, che di fatto cambiano sempre. L’articolo 18 non c’è sempre stato, lo Statuto dei Lavoratori non c’è sempre stato, lo hanno conquistato. Anche oggi la partita è aperta, e c’è un mare di diritti e di ricchezza da andarci a prendere da chi ce la leva.
Certo, molti pessimisti diranno: la riforma del lavoro è già passata. Inutile fare troppe storie. Ma, c’è da rispondergli, noi cosa abbiamo da perdere a lottare? Cosa possiamo sperare di conservare in questa situazione che ormai vira al peggio? La miseria della nostra vita? La guerra fra poveri a cui ci costringono? E comunque nella storia del movimento operaio non ha mai contato troppo come andasse alla fine la lotta. Si può vincere o si può perdere, quello che però conta è l’organizzazione e la consapevolezza che maturano nella nostra classe, organizzazione e consapevolezza che ci faranno vincere al prossimo giro… Quale occasione migliore di una mobilitazione come questa per conoscerci, discutere, metterci stabilmente in contatto?
E comunque, deve essere chiaro che si può vincere anche perché il fronte padronale non è così coeso. In questo momento c’è una lotta intestina alla borghesia italiana, e noi dobbiamo approfittarne. Se il Governo Renzi può contare sul sostegno di De Benedetti, degli Agnelli, e della saldatura con il blocco berlusconiano, altri agenti importanti del capitale come Della Valle e Montezemolo o testate rappresentative come il Corriere della Sera hanno attaccato frontalmente Renzi. Altro che “partito della nazione”: la borghesia italiana in questo momento non ha alcun progetto complessivo in testa, riesce solo a fare quello che ha sempre fatto – ovvero spremerci di più – e mangiarsi il mangiabile. Di fronte alla nuova crisi che arriva la borghesia reagisce con un grande “si salvi chi può”. Ecco perché tornano le grandi opere, le privatizzazioni di quello che resta di imprese pubbliche, i tagli agli enti locali. Solo che Renzi da questa abbuffata ha tagliato fuori qualcuno, che ora potrebbe strumentalmente rallentarlo. Dobbiamo sapere inserirci nelle loro contraddizioni.

Ovviamente, e qui arriviamo alla seconda considerazione, per vincere ci dobbiamo attrezzare, dobbiamo prepararci. Che vuol dire? Che dobbiamo collegare il nostro ristretto gruppo, di fabbrica, di azienda o territoriale, con gli altri gruppi, collegare la conflittualità latente all’interno delle aziende con tutto quello che sta fuori, legarci con le lotte degli studenti e degli altri soggetti sociali, mettendo al centro le esigenze comuni. Utilizzare tutte le reti esistenti per sferrare un attacco unitario contro un obbiettivo chiaro e a portata di mano: il Governo Renzi e i nostri padroni, che sono gli artefici materiali delle politiche che stiamo subendo. Come Clash City Workers abbiamo provato a incentivare questa messa in relazione dei lavoratori e delle vertenze tra di loro, ma anche del mondo del lavoro con il cosiddetto “movimento”, con gli studenti, con chiunque lotti per una maggiore giustizia sociale. Non ci interessa l’area di appartenenza e nemmeno la tessera sindacale, attraverso pratiche concrete vogliamo ricostruire quel tessuto che i padroni tentano ogni giorno di smembrare. È quello che abbiamo provato a fare con la vertenza di Eataly e con tante altre lotte che quotidianamente portiamo avanti al fianco dei lavoratori: laddove i vertici latitano o esitano, ripartiamo dal basso, per conoscerci e riconoscerci in una causa comune. Attraverso un lavoro di inchiesta, di mappatura e di organizzazione delle lotte vogliamo tornare non solo ad essere, ma a sentirci classe.

Ultima considerazione. Nonostante i dirigenti sindacali – che dicono che il corteo “non è contro il Governo”, che vedono ancora una sponda nella minoranza del PD, che premerebbero subito sul freno della protesta in cambio di una legge sulla rappresentanza che gli garantisse magari la sopravvivenza – questa non è una lotta vertenziale, ma propriamente politica, attiene ai rapporti di forza complessivi fra le classi. Questo implica che non combattiamo contro il singolo provvedimento, ma contro un provvedimento che è fatto da un Governo e inquadrato in una visione politica. Verso un intero modello sociale che ci viene proposto. Quel modello Renzi-Marchionne-Farinetti, che vuole lavoratori disciplinati, competitivi fra loro, fregati e magari anche contenti… Quando Squinzi, presidente di Confindustria, dice alla stampa che “si sta avverando il mio sogno”, sta ammettendo senza più pudore di chi Renzi sta facendo gli interessi. Così, se la borghesia arriva a porre la questione di tutto un modello sociale, non possiamo accettare quel modello per moderarlo un po’, ma dobbiamo invertire complessivamente il segno. Rilanciare ed estendere i diritti, dire che bisogna lavorare meno e lavorare tutti a parità di salario.

Oggi siamo centinaia di migliaia in piazza, ma domani che si fa? Si fa che da domani dobbiamo costruire un movimento autonomo dei proletari, che ecceda le strutture sindacali esistenti, che metta insieme tutte le vertenze e le lotte, che abbia la capacità di trovare una base comune, una piattaforma rivendicativa che non si ponga solo nell’ottica del rifiuto del Jobs Act, ma inizi a prefigurare nelle sue “richieste” l’insostenibilità di tutto questo sistema, che inizi a costruire una vera rappresentanza dei nostri interessi…
Per quanto ottimisti, sappiamo bene che questa cosa non si fa dall’oggi al domani. È un percorso lungo, di cui quest’autunno sarà solo una tappa, ma è un lavoro che va necessariamente iniziato. E comunque, anche quest’autunno, abbiamo già altre giornate di mobilitazione da riempire, finché non ci sentiranno, finché non saranno costretti ad arretrare…

Strappiamo alle dirigenze confederali lo sciopero generale, partecipiamo alla data di mobilitazione nazionale già indetta dai movimenti sociali per il 14 novembre!

Se Ligabue cantava che “chi doveva pagare non ha mai pagato”, noi diciamo che è tempo di fargliela pagare. Supportiamo la resistenza, prepariamo l’offensiva!

Renzi   Jobs Act