Lavorare in Expo ai tempi del Jobs Act

"Il capitalismo moderno necessita di uomini che cooperino in vasto numero … Necessita di uomini che … siano desiderosi di essere comandati, di fare ciò che ci si aspetta da loro, di adattarsi alla moderna macchina priva di frizione; che possano essere guidati senza la forza, guidati senza capi, incitati senza uno scopo, tranne quello di rendere, di essere sulla breccia, di funzionare, di andare avanti …

 Le relazioni umani sono essenzialmente quelle degli automi, ognuno dei quali basa la propria sicurezza tenendosi vicino al gregge e non divergendo nel pensiero, nei sentimenti o nell'azione. Mentre ognuno prova ad essere il più vicino possibile agli altri, ognuno rimane disperatamente solo, pervaso da un profondo senso d'insicurezza, ansia, e colpa ..."
Erich Fromm, L’arte di amare

 

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INDICE

1. COS'E' EXPO?
2. IL LAVORO IN EXPO
3. IL LAVORO NON PAGATO IN EXPO
4. L'ECONOMIA DELLA PROMESSA
5. IL RUOLO DEL SINDACATO
6. C'E' CHI SI OPPONE AL LAVORO NON PAGATO


COS'E' EXPO?
Lavoro in ExpoLe Esposizioni Universali sono spregiudicate operazioni economiche e politiche celate dietro la faccia presentabile di un tema nobile. A Lisbona, nel 1998, il tema era “Gli Oceani. Un’eredità per il futuro”; in Giappone, nel 2005, era la “saggezza della natura”; mentre, nel caso di Milano 2015, si affronterà addirittura il problema di come “nutrire il pianeta”.

Questi rappresentano nei migliori dei casi solo paraventi ideologici. In realtà, dal punto di vista economico, l’Expo, come la maggior parte dei grandi eventi, serve a muovere e accaparrare enormi capitali per lo più pubblici — Expo 2015 Spa è una società partecipata per il 40% dal Ministero dell’Economia, per il 20% da Regione Lombardia, per il 20% dal Comune Milano, per il 10% dalla Provincia di Milano e per il 10% dalla Camera di Commercio Industria Agricoltura e Artigianato. Momenti di accaparramento aggressivo di risorse e beni pubblici, sempre più centrali per il Capitale in tempi di rapido declino del suo saggio di profitto.

Sul versante politico, inoltre, eventi di questo tipo sono utili a sperimentare forme di governo altrimenti difficili da far passare nell’ordinarietà della prassi cosiddetta democratica. L’eccezione, come l’emergenza, giustifica l’ingiustificabile1 permettendo di andare in deroga a leggi e regolamenti attraverso una semplice operazione pubblicitaria. L’assuefazione fa il resto: una volta messe in pratica, queste trasformazioni eccezionali nel governo delle nostre vite, travalicano velocemente i confini del singolo evento, diventando tacitamente norma, consuetudine.

Nel caso di Expo 2015, l’ingiustificabile ha assunto varie forme. L’evento servirà e sta servendo: 1) a riportare l’agricoltura geneticamente modificata in Europa2; 2) a realizzare opere di edilizia e infrastrutturali inutili e dall’impatto ambientale devastante, non solo grazie all’enorme quantità di finanziamenti stanziati a questo proposito, ma anche attraverso, ad esempio, sgravi sui controlli per le costruzioni inizialmente limitati all’area Expo, ma estesi all’intero territorio nazionale nell’ultimo Piano casa; 3) a imporre una “normalizzazione sociale” dello spazio metropolitano attraverso, per esempio, la guerra scatenata contro i writers; 4) a ripulire l’immagine di multinazionali dal profilo a dir poco imbarazzante come CocaCola, Nestlè, McDonald’s, Enel, Telecom, Fiat-Chrysler, Intesa-San Paolo, Samsung, Selex, e ovviamente Coop e Eataly, attraverso operazioni di “social e green washing”;3 5) a legittimare con la loro presenza governi fascisti e razzisti come Turchia e Israele, le loro politiche imperialiste nella regione medio-orientale ai danni del popolo palestinese e kurdo; 6) a legittimare forme di ulteriore precarizzazione del lavoro, fino a regolamentare il lavoro gratuito con il pieno sostegno dei sindacati confederali (fatta eccezione della FIOM), vista l’”eccezionalità dell’evento”,4 principi che grazie alla recente approvazione del Jobs Act sono stati recepiti anche dalla legislazione nazionale sul lavoro.

Expo dunque è un evento che condensa le maggiori contraddizioni del capitalismo, dalla crisi ambientale alla speculazione finanziaria e immobiliare, dalla privatizzazione di risorse fondamentali alla corruzione, dalla tendenza al monopolio alla degradazione della qualità dei cibi. Tutte tematiche che stanno trovando il doveroso risalto all’interno dell’opposizione a Expo. Come Clash City Workers sentiamo l’esigenza di portare un contributo per approfondire il ruolo di Expo nella precarizzazione del lavoro, in modo che si possa organizzare una resistenza più tenace possibile in questo momento di duro attacco e, nello stesso tempo, preparare un’offensiva capace di modificare i rapporti di forza in campo.

Il nostro metodo è sempre stato quello dell’inchiesta, per capire le condizioni di lavoro, misurare lo spessore delle contraddizioni vissute dai lavoratori e stabilire come fare più male al Capitale. Coerentemente a questo metodo, abbiamo provato nel testo che segue a fare inchiesta sulle condizioni di lavoro, volontario e precario, promosse da Expo. Ma l’inchiesta non è un semplice esercizio intellettuale, ha un senso se è uno strumento che riesce a entrare nel vivo del dibattito e delle pratiche della classe. Dunque deve servire per fortificare legami, per scambiare strumenti di azione, per connettere lavoratori differenti tra loro per mansione e categoria, per concentrare una solidarietà diffusa intorno alle singole vertenze e, in ultima istanza, per favorire il processo di ricomposizione di classe.

Il 1 maggio saremo dunque in piazza contro l’Expo, a stretto contatto con altre realtà di lotta che porteranno in primo piano il tema del lavoro. Concepiamo il nostro metodo come una pratica aperta e orizzontale, che si rivolge alla costituzione di legami organizzativi sempre più forti tra i proletari e che cerca di mettersi a disposizione delle lotte. Expo è parte di un attacco, culminato nel Jobs Act, che oppone Capitale e lavoro e che richiede forme estese di coordinamento tra vertenze e tra lavoratori. Con questo scritto proviamo a portare il nostro contributo in tal senso.

IL LAVORO IN EXPO
Milano si aggiudica Expo 2015 nel 2008 sulla base di un’intesa politica trasversale. Il governo del centro sinistra di Prodi è al governo del paese, la destra di Formigoni in Lombardia, il centrosinistra di Penati alla provincia di Milano, e la destra della Moratti a Palazzo Marino.

Uno dei mantra fin da subito utilizzato per convincere gli scettici delle opportunità fornite dal grande evento, è la creazione di un numero stratosferico di posti di lavoro. Nell’ottobre 2013 viene pubblicato “L'indotto di Expo 2015”, un’analisi dell’impatto economico del grande evento milanese nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020. Lo studio è promosso dalla Camera di Commercio e dalla Società Expo 2015 spa e viene curato da alcuni professori della Bocconi, che semplicemente rispolverano e aggiornano una precedente ricerca (datata 2008) utilizzata durante la gara per l’assegnazione di Expo 2015 vinta sulla città turca di Smirne.5

Nel report del 2013, le cifre sono già state ridimensionate rispetto al precedente rapporto, ma rimangono comunque abnormi rispetto alla realtà. Così scrivono gli autori: “Sotto l’aspetto occupazionale, si stima un volume totale di occupazione attivata pari a 191 mila unità di lavoro annue …”, precisando che per unità di lavoro “si intende l’impiego di un lavoratore a tempo pieno per un anno”6. Fino al 2015, l’occupazione attivata da Expo 2015 dovrebbe riguardare principalmente il settore delle costruzioni e del suo indotto, dell’impiantistica e delle altre produzioni per le infrastrutture, mentre nel corso dell’evento il testimone passerebbe al settore del turismo e a quello dei servizi all’impresa e alla persona. I benefici occupazionali a più lungo termine dovrebbero ricadere invece sull’industria del Made in Italy, i servizi alle imprese e il commercio.

A distanza di quasi due anni dalla pubblicazione dello studio della Bocconi la situazione non potrebbe presentarsi più distante da quelle rosee previsioni, costruite attraverso modelli matematici al quanto fantasiosi.

Nel luglio 2014, infatti, Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo spa, si vede costretto a ridurre i numeri a 15/16mila persone impiegate nel sito espositivo tra la costruzione dei padiglioni e i sei mesi espositivi. Come si arriva a questa cifra? Per ora gli assunti regolari da parte di Expo spa sono circa 800 di cui 195 tirocinanti con contratti a termine per la durata della fiera e con salari che viaggiano tra i 400 e i 500 euro al mese. ll 26 gennaio scorso, è stato annunciato dallo stesso AD Sala l’avvio da parte di ManpowerGroup dei procedimenti di selezione di altre 5.000 figure professionali per i padiglioni dei Paesi stranieri. Tra le competenze richieste ai candidati ci sono “dinamismo, iniziativa, capacità di lavorare in gruppo e determinazione, ma anche disponibilità al lavoro su turni (compresi sabato e domenica e festività), conoscenza delle lingue …, ottime capacità relazionali e di gestione dello stress”. Si tratta di lavoro remunerato, sull’ordine dei 700-800 euro mensili con orari flessibili 7 giorni su 7. Inoltre, Expo spa parla di altri 9mila lavoratori impiegati dagli appaltatori nella gestione dell’evento. Il totale si avvicina ai 15/16 mila posti di lavoro annunciati.

Per il momento quelle di Sala rimangono mere previsioni, da trattare con molta cautela, visti i precedenti. Ad oggi gli unici numeri reali di cui disponiamo, sono quelli registrati dalla provincia di Milano, che superano di poco i 4.500 posti di lavoro per circa 1.700 aziende. Nel 45% dei casi si tratta di contratti a tempo determinato, mentre i contratti a tempo indeterminato coprono una fetta del 25 %. Il maggior numero di assunzioni è avvenuto nel settore delle costruzioni (1.143), mentre il numero più alto di imprese coinvolte riguarda il turismo e il settore della ristorazione.

Ma un sistema informativo che indichi con certezza la forza lavoro utilizzata dalle imprese che ruotano intorno a Expo non esiste. Né si può distinguere tra le persone assunte per opere già progettate prima e indipendentemente da Expo e quelle per opere connesse all’esposizione. Se infatti la provincia di Milano si è dotata di un sistema di monitoraggio dei posti di lavoro “creati” dall’esposizione, lo stesso non ha fatto la Regione Lombardia né le altre province lombarde. Così nel calderone del conteggio finale stanno finendo anche posti di lavoro e settori economici che con Expo non c’entrano nulla.7

I movimenti e i collettivi che fin da subito hanno sentito puzza di bruciato e si sono mobilitati contro Expo 2015, hanno sempre denunciato come fantasiose e irrealistiche tanto le iniziali quanto le successive previsioni occupazionali paventate dalle vestali del grande evento milanese, senza che però le loro argomentazioni e denunce trovassero il benché minimo spazio sui media mainstream. Una breccia nel muro dell’informazione totalitaria su Expo, che ha messo in discussione l’impatto occupazionale della mega-kermesse, la ha aperta uno studio di Cavicchi e Lo Verso, pubblicato nel 2014 e riportato – in maniera alquanto paradossale – da un altro professore della Bocconi, Roberto Perrotti, nel “prestigioso” blog liberale, La Voce. Le loro conclusioni, anche se esposte con la consueta “prudenza” accademica, sono perentorie: “… si ravvisano alcuni effetti positivi sul mercato del lavoro locale, anche se di entità inferiore alle aspettative. Appaiono ancora indefinibili gli effetti che Expo potrà produrre sui settori più innovativi, siano essi dei servizi o dell’industria.8

IL LAVORO NON PAGATO IN EXPO
E come non dargli torto! Dopotutto, ad oggi pare che gli unici ad aver trovato in gran numero da lavorare durante l’Expo siano coloro che hanno accettato di farlo gratis. Alle fantasiose statistiche succitate, bisogna infatti aggiungere l’esercito dei volontari Expo.

Si tratta di decine di migliaia di volontari, divisi in tre gruppi. Il primo gruppo sarà formato da circa 10mila volontari (erano 18.500 nell’accordo con i sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL) del luglio 2013), che saranno rimborsati con un buono pasto al giorno, e che dovranno alternarsi in piccoli gruppi, impiegati per due settimane, cinque ore al giorno, in “attività ausiliare”; in altre parole dovranno ricevere e guidare nella città il flusso di 20 milioni di visitatori attesi, o almeno auspicati. Il secondo gruppo sarà composto dai “volontari per un giorno” del Comune di Milano che dovranno offrire la disponibilità del proprio tempo per un lunedì a scelta durante i sei mesi dell’evento e lavorare con una delle aziende partner dell’esposizione universale e a quelle aderenti alla Fondazione Sodalitas. In questo stesso gruppo saranno inseriti i mille volontari reclutati dal Touring Club attraverso il progetto “aperti al mondo”. L’obiettivo è quello di coinvolgere mille persone per la “valorizzazione del patrimonio culturale” il cui contributo gratuito servirà a rafforzare l’“offerta culturale” di Milano durante l’Expo. L’ultimo gruppo è composto dai 140 ragazzi che verranno selezionati dall’Expo nell’ambito del servizio civile. Assisteranno full time le associazioni e le delegazioni dei paesi che parteciperanno all’esposizione universale; essendo reclutati dal servizio civile, riceveranno 433 euro mensili a testa per 12 mesi.

La caccia ai volontari Expo avviene soprattutto nelle scuole, come denunciato dal CASC Lambretta.9 Secondo il coordinamento nazionale dei centri di servizio per il volontariato (Csv­net), a cui Expo spa ha dato il mandato di individuare i volontari, il 62% ha un’età inferiore ai 24 anni e studia. Il 47% ha dichiarato di essere alla prima esperienza di volontariato e solo il 9% può essere considerato un “volontario seriale”. Tra loro ci sono anche ultra sessantenni e pensionati (il 5%). Il 13% dei candidati dice di essere inattivo, mentre gli altri studiano o già lavorano. Il 20% vive in Lombardia, il 55% in altre regioni. A ogni selezionato è stato impartito un corso on-line necessario per la trasmissione delle competenze e per interagire con milioni di turisti, e un corso di quindici ore per imparare una lingua straniera.

In un commento a un nostro precedente post sul lavoro in Expo, uno di questi volontari descrive in questo modo la procedura di selezione: “sono un inoccupato in attesa di percepire la pensione a fine 2016 (se l'Italia allora sarà ancora in piedi), 62 anni, e per la voglia di parlare le lingue straniere mi sono candidato a fare il volontario … recentemente, dopo l’e-learning fatto al pc (laborioso e piuttosto catechizzante), mi hanno offerto, per l'onore di essere ancora più volontario, di raddoppiare le mie due settimane di prestazione "per l'onore" a quattro ... Pentitissimo! Mi vergogno quasi, avrò rubato il posto – ma non credo – a qualche ragazzo/a10.”

L'ECONOMIA DELLA PROMESSA
A questo punto è necessario interrogarsi, anche se solo per sommi capi, su quali siano le ragioni che spingono migliaia di persone a lavorare gratuitamente per Expo. Perché, se è vero che in un’economia con il 12,7% di disoccupazione totale e il 42,6% di disoccupazione giovanile,11 è possibile aspettarsi la disponibilità ad accettare condizioni di lavoro degradanti e salari da fame, meno scontato è aspettarsi che ci siano migliaia di persone non solo pronte a lavorare gratuitamente, ma pronte a rimetterci pure dei soldi di tasca propria, dovendo farsi carico nella maggior parte dei casi delle spese di vitto e alloggio.

In altre parole, è necessario interrogarsi su quali siano stati i meccanismi messi in campo dal Capitale ai fini di poter beneficiare di uomini e donne che “siano desiderosi di essere comandati, di fare ciò che ci si aspetta da loro, di adattarsi alla moderna macchina priva di frizione; che possano essere guidati senza la forza, guidati senza capi, incitati senza uno scopo, tranne quello di rendere, di essere sulla breccia, di funzionare, di andare avanti” per riprendere la citazione di Fromm con cui abbiamo aperto l’articolo.

La risposta va rintracciata nella promessa, il vero “salario del lavoro non pagato.” È questo apparente rapporto di “scambio” che distingue nettamente il lavoro gratuito contemporaneo da qualsiasi forma di “servitù volontaria”. Si tratta di una macchina produttiva complessa, un’articolazione di fattori materiali e immateriali, ideologici e organizzativi di diversa natura.”12

L’economia della promessa domina da tempo nei diversi ambiti del lavoro intellettuale. Questa erogazione di lavoro è retribuita con null’altro che la promessa. Come suggerito da Bascetta, quest’ultima può essere suddivisa in promessa diretta e promessa indiretta. La prima lascia intravedere al collaboratore di lungo corso, in premio alla sua dedizione e costanza, la remota possibilità di una qualche contrattualizzazione (quasi sempre a termine). È chi resiste in servizio un minuto di più dei suoi concorrenti a incassare la posta, quando e se mai ve ne sarà una in gioco. È questo il sistema dominante nel mondo dell’università e in quello del giornalismo e dell’editoria.

La promessa indiretta, invece, si gioca tutta intorno a una parola magica: la “visibilità”. Fa dunque leva su una delle paure più diffuse nella nostra società altamente individualizzata e competitiva, quella dell’anonimato. Farsi conoscere, esibirsi, pubblicare, costituiscono la promessa di future occasioni e un certificato di esistenza in vita dei propri legami sociali.

Chi esercita il controllo su un qualsiasi luogo della “visibilità” può disporre di un bacino di lavoro a costo zero dal quale trarre profitto. Questo bacino non rappresenta ormai solo un meccanismo di selezione, un investimento sul futuro, un passaggio transitorio, ma un ingranaggio imprescindibile dell’attuale modo di produzione capitalista e uno strumento decisivo per abbattere i costi e ricattare il lavoro a vario titolo retribuito.

Segno della generalizzazione di questo meccanismo è il fatto che il bisogno di “visibilità” non è più possibile attribuirlo ai soli giovani. Chiunque, nell’assenza e nell’instabilità generale del lavoro, può essere costretto a ricercare nuova “visibilità” reinventandosi in un ambito del tutto diverso da quello in cui aveva costruito il proprio riconoscimento.

Ma il lavoro non pagato non si limita a ventilare occasioni future, ad aumentare l’appeal dei propri curriculum. Risponde anche al bisogno più immediato di poter affrontare la domanda sempre più scomoda: “che cosa fai nella vita?” Un rimedio identitario a una condizione di sostanziale indeterminatezza, di sradicamento e di isolamento.

È proprio sulle opportunità di “visibilità” e di appartenenza ad una grande “comunità” offerte da Expo, che la campagna promozionale per il reclutamento del lavoro non pagato si concentra. “Entra a far parte del vero social network dell’anno!”, “In due settimane potrò stringere amicizia con un milione di persone”, “In un giorno mi troverò in oltre 145 paesi del mondo,” sono gli slogan promozionali usati dalla campagna “Volunteer for Expo”.13

Si aspira a uno status necessario per dimostrare di fare qualcosa, piuttosto che niente. Meglio volontari a termine che poveri senza prospettive. Questa è la logica sociale che i sindacati confederali hanno accettato con l’accordo del 23 luglio 2013 con cui hanno codificato per la prima volta nel diritto italiano il ricorso al lavoro non pagato.

IL RUOLO DEL SINDACATO
A quell’accordo si è giunti gradualmente. Dal 2007 al 2014 sono stati necessari più di 30 interventi normativi tra leggi e decreti per creare una legislazione ad hoc destinata alla gestione del lavoro nell’esposizione universale di Milano. A partire dal memorandum del luglio 2007, i sindacati confederali hanno sottoscritto accordi, protocolli e avvisi comuni in deroga rispetto alle leggi vigenti, fino a stabilire il ricorso al lavoro non pagato e l’abbandono definitivo dello sciopero come arma a cui ricorrere nella contrattazione tra interessi dei lavoratori e interessi del Capitale.

Se le condizioni del lavoro non pagato sono state stabilite nell’accordo del luglio 2013, i termini della non belligeranza con i datori di lavoro si trovano nell’accordo quadro del maggio 2014. Dal 2010 i sindacati hanno costituito un Osservatorio Partecipanti come luogo unico delle relazioni sindacali tra i datori di lavoro e le organizzazioni sindacali nei mesi di Expo. L’Osservatorio, si legge nel testo dell’accordo, è la sede unica dove le organizzazioni sindacali “si impegnano ad affrontare le relazioni sindacali e qualunque controversia con gli appaltatori e i prestatori d’opera”.

L’accordo prevede che davanti a “qualunque conflitto, individuale o collettivo, dovesse sorgere … con riferimento all’esecuzione delle attività lavorative all’interno del sito espositivo in relazione a qualunque istituto (ivi inclusi a titolo esemplificativo condizioni di lavoro, pause, orari ecc.)”, i sindacati si impegnano ad adottare una “procedura di conciliazione obbligatoria, preventiva a qualunque dichiarazione o azione unilaterale”. In base alla procedura prevista, va inviata all’Osservatorio una comunicazione scritta con un preavviso di minimo dieci giorni indicando la problematica da affrontare. Entro tre giorni viene avviata la conciliazione da parte dell’azienda interpellata, che si impegna a concludere la conciliazione nel giro di cinque giorni. In altre parole, in Expo non si sciopera.

Infine, il 5 giugno 2014 è stato firmato l’“Avviso comune” tra le parti sociali e la Regione che definisce una serie numerosa di deroghe ai contratti di lavoro, trasformando il sito Expo in un luogo in cui l’unica regola è diventata la corsa contro il tempo e il tentativo costante di ridurre il costo del lavoro, senza offrire uno straccio di prospettiva al di là dell’Expo. La filosofia del documento, infatti, punta tutto sui contratti “a tempo determinato o di somministrazione” (gli interinali) e su tutte le “soluzioni di flessibilità mansionaria e organizzativa” in grado di rispondere “al meglio alle esigenze che si presenteranno”.

I contratti a tempo determinato prevedono la completa deroga rispetto ai limiti di utilizzo in rapporto ai dipendenti complessivi e al numero di deroghe. Una tendenza che Expo ha solamente accelerato ed estremizzato, ma che è presente fin dall’inizio nell’agenda del governo Renzi.

La legge Poletti, infatti, prevedeva una percentuale del 20 per cento di lavoratori a tempo determinato e la possibilità massima di cinque deroghe. Con il Jobs Act si mantiene in piedi il vincolo del 20%, ma questo è facilmente aggirabile grazie alle ampie eccezioni previste nell’art. 10 del DL 368/01. Ciò che cambia, è il limite di rinnovi che viene esteso da cinque a otto.

Un ulteriore esempio di iper-flessibilità contenuto nell’“Avviso comune” è “l’apprendistato in somministrazione”. Il contratto in somministrazione è quello in cui un lavoratore viene assunto da un’agenzia interinale che, a sua volta, lo “affitta” a un terzo, “l’utilizzatore”. Questa triangolazione, nei cantieri dell’Expo, potrà avvenire anche in forma di apprendistato.

L’utilizzo spregiudicato degli apprendistato è diventato norma di legge nel Jobs Act. Per questa figura contrattuale vengono, infatti, eliminati i “vincoli” previsti offrendo la possibilità di disporre di “apprendisti usa e getta”, poiché viene cancellato l’obbligo di confermarne almeno il 50% prima di formalizzare nuove assunzioni. Viene contestualmente eliminato anche l’obbligo di mantenere un rapporto di 3 a 2 “rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro”.14

C'E' CHI SI OPPONE AL LAVORO NON PAGATO
Migliaia di lavoratori assunti con contratti precari, senza alcuna prospettiva, una volta concluso il grande evento, o mal pagati o non pagati affatto, però sorridenti, preparati, pronti a condividere la “mission” dell’azienda per cui prestano servizio, felici di avere l’opportunità di “impreziosire” il proprio curriculum partecipando al “social network più importante dell’anno” (!), e soprattutto disposti a non protestare, a non scioperare, a non lottare per migliorare le proprie esistenze.

Questo è cosa significa lavorare in Expo ai tempi del Jobs Act. O almeno questo è quello che si augurano i firmatari dei numerosi accordi con cui si è data legittimità giuridica alle condizioni lavorative che abbiamo illustrato fin qui.

Ma a non starci siamo in tanti.

La campagna #iononlavorogratisperexpo lanciata da “Attitudine NoExpo”, la rete di movimenti, organizzazioni e collettivi che sta coordinando la lotta contro Expo, attraverso numerose iniziative e una efficacia azione di subverting nel web, è riuscita a informare e mobilitare parte dell’opinione pubblica sulle condizioni di lavoro e in particolare sul lavoro non pagato in Expo, tanto che l’organizzazione del grande evento è stata costretta a difendersi pubblicamente dalle accuse rivoltegli. Inoltre, molte giornate di reclutamento di volontari all’interno delle scuole sono state boicottate dagli studenti milanesi e della provincia con buoni risultati.

Artisti come Frankie Hi-Nrg e Wu Ming hanno pubblicamente o rinunciato a prestare la loro immagine per Expo (nel primo caso), o ammonito pubblicamente chiunque volesse associare il loro nome a Expo per finalità promozionali (nel secondo caso). Le ragioni sono espresse da Wu Ming in un loro post: “Riteniamo Expo 2015 – ‘Nutrire il pianeta. Energie per la vita’ – un Grande Evento Deturpante, Insensato e Indecente, preceduto e accompagnato da Grandi Opere Dannose, Inutili e Imposte … In estrema sintesi: Expo 2015 lascerà in eredità una montagna di debiti, cemento e nuovi elementi di ‘stato d’eccezione’”.

Allo stesso tempo, un’azione legale dai risvolti deflagranti è stata intentata da un gruppo di lavoratori non pagati affiancati da alcuni giuslavoristi attivi all’interno dell’associazione Forum Diritti-Lavoro. L’esposto denuncia la violazione da parte di Expo spa della legge quadro del 1991 sul volontariato e quella che vieta l’interposizione illecita di manodopera. Secondo questa normative, per volontariato s’intende un’attività “prestata in modo personale, spontanea e gratuita” per un’organizzazione “senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”, ma come abbiamo visto Expo è un evento interamente finalizzato alla creazione di profitto, per quanto mascherato dietro un tema nobile come “Nutrire il mondo”.

Inoltre, come illustrato in precedenza, i “volontari” verranno utilizzati per accogliere i visitatori all’ingresso, indirizzare verso le biglietterie e le aree di prenotazione, dare informazioni e distribuire materiali, attività che rientrino a pieno titolo nelle mansioni tradizionalmente assegnate all’”assistente fieristico”. Su queste basi i lavoratori sperano di provare l’irregolarità dell’accordo firmato nel luglio 2013, perché come sostenuto dai loro avvocati: “Non è sufficiente il ‘nomen iuris’ di volontario per escludere la sussistenza di un rapporto di lavoro.”

II rifiuto dei lavoratori della Scala di presentarsi a lavoro il primo maggio, dal 1886 giorno dei lavoratori ma che, in tempi di Expo, diventa la giornata inaugurale in cui la Turandot deve andare in scena per allietare la serata esclusiva dell’alta borghesia che dai quattro continenti per l’occasione si ritroverà a Milano, sta ponendo più di un problema all’organizzazione del grande evento. Tanto che sono dovuti intervenire nomi “grossi” come Pisapia, Camusso e Renzi nel tentativo di far desistere e isolare i lavoratori determinati a non presentarsi al lavoro quel giorno.

A complicare ulteriormente i piani di Expo Spa, ci si sono messi anche i lavoratori del trasporto pubblico milanese (ATM) che si rifiutano di accettare i cambiamenti normativi “temporanei” relativi all’organizzazione del lavoro durante il periodo di Expo. I cambiamenti si concentrano principalmente su ferie, prestazioni straordinarie e lavoro notturno. Attualmente sono ancora in corso trattative tra le parti, rese ancora più complicate dall’incertezza che ruota attorno ai fondi disponibili per il servizio straordinario.

A portare alla ribalta l’opposizione sociale al modello di “sviluppo” rappresentato da Expo saranno le giornate del 30 aprile e del 1 e 2 maggio, in cui migliaia di persone si ritroveranno a Milano a rappresentare le ragioni NoExpo. Il lavoro sarà ovviamente il tema centrale della giornata del primo maggio ed in rete è già possibile trovare diversi appelli di lavoratori che invitano ad una partecipazione organizzata alla giornata del primo maggio.

Noi, insieme ad altre realtà, pensiamo sia importante che quel giorno scendano in piazza i lavoratori con le loro rivendicazioni per condizioni di lavoro migliori, per un salario più dignitoso e perché tutti possano lavorare e lavorare meno. Perché il 1° maggio segna, quest’anno in maniera più evidente di altre volte, un momento in cui è necessario che i lavoratori rivendichino quel lavoro che le riforme di questi anni e la passerella del grande evento Expo vorrebbero gratuito o quasi e senza più regole se non quelle dettate dal profitto.

Le tre giornate NoExpo ci auguriamo possano essere un momento di crescita verso un’unità e una solidarietà di classe.

Per tutti coloro che fossero interessati a partecipare e costruire insieme la partecipazione al corteo del primo maggio, un primo momento di confronto sarà organizzato domenica 19 aprile ore 14,00 c/o il CSA Vittoria, via Friuli angolo via Muratori Milano.

1. Klein, Naomi. The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. London: Allen Lane, 2007.
2. Farro&Fuoco. “Nessuna faccia buona, pulita e giusta a EXPO 2015,” May 2014.
3. Wu Ming. “Come Difenderci Dai Tentacoli Di Expo 2015? Dateci Una Mano!” Giap, September 18, 2014.
4. Ciccarelli, Roberto. “Giuliano Pisapia: «Chi non lavora alla Scala il primo maggio è un po’ ideologico».” Il Manifesto, Febbraio 6, 2015.
5. Dell’Acqua, Alberto, and L.L. Etro. “Expo Milano 2015. Un’analisi di impatto economico per il Sistema Paese ed i settori industriali italiani.” SDA Bocconi School of Management, Milan, 2008.
6. Dell’Acqua, Alberto, Giacomo Morri, and Enrico Quaini. “L’indotto di Expo 2015. Un’analisi di impatto economico,” October 2013, p. 21.
7. Baratta, Lidia. “Il balletto dei numeri sull’occupazione creata da Expo.” Linkiesta.it, Marzo 20, 2015.
8. Cavicchini, Ermes, and Livio Lo Verso. “Le ricadute di Expo sul mercato del lavoro: primi indicatori di lettura.” Ambrosianeum, 2014.
9. Casc Lambrate. “#Nofreejobforexpo. Dossier scuola e lavoro in Expo.” No Expo, 2014.
10. http://www.agoravox.it/Lavorare-per-EXPO-lavorare-gratis.html#forum76825
11. http://www.istat.it/it/archivio/154260
12. Bascetta, Marco. “L’economia Politica Della Promessa.” Il Manifesto. Accessed March 25, 2015.
13. http://volunteer.expo2015.org/it/
14. http://clashcityworkers.org/documenti/analisi/1333-jobs-act-1.html

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