Roma può salvarsi! Riflessioni su una manifestazione riuscita

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A Roma ci sono due anni di buoni motivi per scendere in piazza e pretendere democrazia: è dal 2014, all'epoca del cosiddetto Salva-Roma, che regna un commissariamento di fatto. Da qualche mese è poi seguito un commissariamento di diritto, con l'insediamento del super-prefetto Tronca che riunisce in sé il potere del Sindaco, della Giunta e dell’Assemblea Capitolina.

Ma le buone e sacrosante ragioni spesso non bastano, soprattutto in una fase di tale scoraggiamento e disaffezione verso la politica da parte delle maggior parte dei cittadini. Aver quindi saputo portare 15.000 persone in piazza è un dato tutt'altro che scontato, ed è merito dei movimenti romani aver risposto alle minacce di sgombero che incombono sui loro spazi provando ad allargare il fronte dell'opposizione sociale, piuttosto che arroccandosi a difesa della propria situazione particolare. La svendita del patrimonio pubblico, che mette in discussioni esperienze decennali di occupazioni che hanno spesso trasformato edifici abbandonati in luoghi di socialità e cultura, è infatti solo la scintilla di una rabbia che doveva (deve) prima o poi esplodere e prendere voce. Il Documento Unico di Programmazione varato da Tronca e prima di esso il piano di rientro di Marino, prevedono tanto altro, anche di peggio: continui tagli ai salari dei dipendenti capitolini, la privatizzazione di alcune aziende municipali, l'ulteriore riduzione dei servizi. Tutto questo con la scusa del rientro del debito.

Anche agli enti locali viene imposto infatti di partecipare al cosiddetto “risanamento” delle finanze statali. E molto di più di quanto loro stessi non abbiano contribuito al loro supposto dissesto, così che il risultato reale consiste in un trasferimento netto verso le tasche della finanza internazionale di fondi che potrebbero andare a finanziare i servizi locali. In questo modo viene portato avanti il piano nazionale e internazionale delle istituzione del capitale: scaricare i costi della crisi sul salario diretto e indiretto dei lavoratori. Da una parte si tagliano direttamente gli stipendi e si peggiorano le condizioni di lavoro dei dipendenti pubblici, dall'altra si smantellano i residui di servizi pubblici che ancora garantivano i diritti sociali a migliaia di proletari: dalla casa alla mobilità, dall'acqua all'educazione.
Roma non fa eccezione, e anzi ne è limpida conferma. Il suo debito è cresciuto parecchio negli ultimi anni, fino ad essere scorporato nel 2008 dal bilancio ordinario ed essere indirizzato in un'apposita gestione finanziaria speciale. Si tratta di 7 miliardi di euro, a cui si aggiungono i 600 milioni della gestione ordinaria che si è comunque continuata a indebitare dal 2008 a oggi. Per quanto ingente, rimane però un debito che a livello pro-capite è inferiore a quello di Milano, Torino, Firenze. E soprattutto un debito dovuto quasi per la metà al pagamento degli interessi sullo stesso e che è comunque cresciuto meno di quello nazionale nello stesso periodo di tempo. Alla città si chiede però di rinunciare alla sua dose di democrazia e ai cittadini e i dipendenti i dovuti “sacrifici”.

Non tutti chiaramente hanno accettato passivamente questo piano. A partire dai 23.000 dipendenti capitolini, che dopo anni di blocco degli stipendi dovuto al ben noto (e incostituzionale!) congelamento dei rinnovi contrattuali del settore pubblico, si sono visti attaccare la contrattazione di secondo livello. Un taglio del salario accessorio che implica una riduzione del 20-30% di stipendi già al limite della dignità (si parla di 1200-1300 euro), mascherata con la solita retorica della meritocrazia. I lavoratori non hanno abboccato e nonostante la criminalizzazione mediatica, il terrorismo del comune e l'opportunismo delle maggiori sigle sindacali, hanno rifiutato con un Referendum l'accordo capestro. La partita è ancora aperta. Tra i dipendenti capitolini ci sono poi le maestre degli asili nido comunali. Lavoratrici che hanno rappresentato un esempio nella lotta per il salario accessorio e che stanno portando avanti una mobilitazione fortissima contro l'insostenibile situazione di precarietà che condanna molte di loro a lavorare a chiamata da anni e anni.
C'è anche tutto il mondo delle aziende municipalizzate, a partire dagli autisti dell'ATAC che nel Gennaio 2014 prima e nell'estate 2015 poi, si sono mobilitati contro i piani di un'azienda che vorrebbe mettere toppe al proprio dissesto spremendo ancor di più i propri dipendenti già vessati. Ma ci sono state anche le mobilitazioni dei lavoratori AMA contro gli spettri della privatizzazione e quelle dei dipendenti della Multiservizi fatti fuori per via di appalti al ribasso. E poi c'è tutto il mondo delle aziende esternalizzate e delle catene di subappalti, a partire dalle mobilitazioni dei lavoratori delle cooperative dell'accoglienza. Cooperative nell'occhio del ciclone per Mafia Capitale, che hanno paradossalmente approfittato più volte degli scandali dovuti all'inchiesta per sostenere di non ricevere più trasferimenti dalle istituzioni e non poter pagare i lavoratori. Di fronte a quest'ennesima presa in giro e a condizioni di lavoro che si vanno via via deteriorando, i lavoratori si sono costituiti in un'assemblea autorganizzata che da più di un anno porta avanti iniziative. E sempre in tema di esternalizzazioni ci sono stati i durissimi scioperi spontanei degli autisti della Roma TPL, la linea privata che copre il 20% del servizio di autobus, che lavorano in condizioni peggiori dei loro colleghi di ATAC e si sono ritrovati spesso senza stipendio per mesi.

In tutti questi casi i lavoratori hanno dovuto scontrarsi non solo con i piani delle istituzioni, ma anche con delle pesantissime campagne di criminalizzazione da parte dei giornali e con l'ostilità generalizzata dell'opinione pubblica. Non solo quella borghese, ma anche quella di centinaia di migliaia di cittadini lavoratori a cui le carenze qualitative e quantitative dei servizi sembrano colpa di chi li porta avanti ogni giorno tra le mille difficoltà. E di tutti quelli a cui ormai i residui diritti sul lavoro appaiono intollerabili privilegi da cui è escluso. Un clima di guerra sotterraneo alimentato ad arte da politici e giornali: dalle campagne de Il Messaggero alle dichiarazioni dell'ex-sindaco Marino, un'unica voce tesa a isolare e avvilire i lavoratori, spesso e volentieri attraverso deliberate bugie. Poco importa che nello stesso DUP si rilevi come i dipendenti comunali siano 8000 in meno del dovuto (si, ottomila, più del 30% di quelli che sono attualmente!); poco importa, ad esempio, che il 20% del servizio dell'ATAC si regga sugli straordinari del personale viaggiante, che lavora su dei mezzi che hanno l'età media tra le più alte d'Europa. Si tratta sempre e comunque di “fannulloni” da colpire. Magari attraverso le privatizzazioni, che possono pure peggiorare il servizio, come nel caso della Roma TPL. Anche in questo caso, non importa: il punto non è rimediare a un problema bensì punire i supposti colpevoli.

Incredibile ma vero, nella Roma di Mafia Capitale, le esternalizzazioni vengono infatti spacciate ancora come possibili rimedi ai dissesti del servizio pubblico. Dall'inchiesta emerge chiaramente il genere di appetiti rapaci che si scatenano nel mondo degli appalti, che con una forza irresistibile sono in grado di corrompere funzionari e dirigenti ed eludere con facilità le leggi. I giornali hanno però preferito concentrarsi sugli aspetti più spettacolari della vicenda, restituendo l'immagine di una Capitale degradata comandata da una supposta cupola mafiosa rosso-nera. Si crea così da una parte la sensazione di un malaffare generico in cui sarebbero coinvolti tutti i dipendenti indistintamente; dall'altra l'idea che eliminata la testa dell'organizzazione criminale i problemi siano risolti. Così si nascondono le responsabilità specifiche, che riguardano una serie di dirigenti e funzionari (e un solo impiegato tra tutti i dipendenti capitolini!) e alcune componenti politiche, e sopratutto si dimenticano i problemi strutturali: quelli per cui la logica del profitto corrompe ogni luogo dove ha la possibilità di insinuarsi, rendendo servizi essenziali oggetto di affari e materia di scambio. Una logica corruttiva che si scarica innanzitutto sulle condizioni dei lavoratori coinvolti e che va ben al di là delle eventuali responsabilità penali e dei tentacoli dell'organizzazione di Buzzi e Carminati. Per capire questo basta vedere la condizione dei lavoratori della coop Edera, diretta concorrente della cooperativa 29 Giugno di Buzzi nei subappalti di AMA, assolutamente analoga a quella dell'azienda inquisita per mafia e penalizzante rispetto ai colleghi della municipalizzata che eseguono le stesse identiche mansioni di raccolta rifiuti. Oppure i casi della cooperativa Eta Beta del mondo dell'accoglienza profughi, i cui lavoratori non ricevono lo stipendio da mesi. Oppure quelli della cooperativa la Cascina, del mondo di Comunione e Liberazione, o quello della Metronotte, in cui le inchieste giudiziarie hanno rivelato altri affari e collusioni non legati alla famigerata cupola, ma altrettanto odiosi. E abbiamo citato solo alcuni casi tra quelli che abbiamo toccato direttamente con mano!

Di fronte a questo quadro pesantissimo, i sindacati maggioritari hanno rinunciato a qualsiasi tentativo di unire il fronte dei dipendenti comunali e anzi perseguono deliberatamente una strategia tesa a isolare le vertenze trattando ogni problema indipendentemente dall'altro. La speranza sembra come al solito quella di ricavarsi una riconoscibilità di fronte alla controparte (comune, aziende, cooperative) e spartirsi le poche briciole che vengono concesse: sono riusciti a spacciare come vittoria l'atto dovuto dello sblocco del fondo del salario accessorio, tessendo le lodi di Tronca e dimenticandosi le mobilitazioni che hanno visto protagonisti migliaia di lavoratori – e non sembrano volerne minimamente mettere in discussione le modalità di erogazione; hanno accettato un accordo pessimo dentro ATAC che taglia le indennità minime a migliaia di dipendenti e ostacolano la campagna referendaria organizzata dai sindacati di base e dall'opposizione della CGIL per abrogarlo; nel settore dell'accoglienza minacciano i propri iscritti che si coordinano con i loro colleghi per organizzare le lotte. E questi sono solo alcuni tra gli esempi che conosciamo meglio.
Hanno stufato, e il malcontento dei lavoratori cresce. Per questo si registra una crescita notevole dell'USB, per questo si moltiplicano esperimenti di reti autorganizzate fuori e dentro i sindacati: dal Coordinamento contro la Precarieta delle maestre degli asili nido alla Rete “Lotta in Comune”, tutti presenti al corteo. Per questo l'assemblea inter-sindacale del 14 Marzo, organizzata proprio dalla Rete, ha riscosso un successo inaspettato, con circa 300 lavoratori coinvolti nonostante il minimo preavviso. Ancora poco rispetto ai più di ventimila colleghi da coinvolgere, pochissimi dei quali hanno poi raccolto effettivamente l'invito alla partecipazione al corteo.

Ma non bisogna demordere, perché è proprio questo il ruolo delle avanguardie: far valere le ottime ragioni oggettive, che da sole non bastano se qualcuno non se ne fa interprete. Abbiamo dalla nostra parte anche l'altra grande vertenza che tra mille difficoltà attraversa questa città: quella per il diritto all'abitare, in cui i movimenti hanno appena strappato un'importante delibera che prevede la costruzione di 1200 alloggi per far fronte all'emergenza abitativa. Movimenti con un grosso seguito che ha segnato un'importante presenza anche nella manifestazione del 19 e che già partecipò alle mobilitazioni contro la privatizzazione dei servizi e in sostegno ai lavoratori comunali.
Per questo bisogna continuare a ispirare, a connettere, a organizzare e proporre sbocchi pratici, anche semplici, al malcontento. Riconquistandosi il consenso giorno per giorno, anche nelle piccole, innumerevoli, vertenze che continuano ad andare avanti, fiduciosi di essere nel giusto potremo trovare un seguito anche tra chi ci è al momento ostile. La riuscita della manifestazione del 19 può darci una mano.

Rete Camere Popolari del Lavoro