La libertà di dire NO! I 5 licenziati FIAT e la loro vittoria

5 operai fiat reintegrati

A Maria e quanti decidono di sottrarsi alla barbarie imperante…

La storia
Questa è la storia di cinque operai della FIAT di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. La “fabbrica”, dopo che a Bagnoli si spense tutto. Mimmo Mignano, Marco Cusano, Roberto Fabbricatore, Massimo Napolitano, Antonio Montella. Nel giugno 2014, dopo l’ennesimo suicidio di un’operaia FIAT, inscenano il finto suicidio dell’amministratore delegato dell’azienda, Sergio Marchionne. Un’iniziativa satirica, che risponde con amaro sarcasmo al dramma dei troppi lavoratori FIAT che hanno deciso di farla finita perché non sopportano più le condizioni di lavoro (o “non lavoro”, come era il caso dei lavoratori trasferiti nel reparto logistico di Nola, da più parti considerato un vero e proprio reparto confino) cui sono sottoposti.
Per il Lingotto è però troppo: i cinque avrebbero violato “i più elementari doveri discendenti del rapporto di lavoro” e procurato “gravissimo nocumento morale all’azienda e al suo vertice societario.” Così decide di procedere a licenziarli.
Di lì inizia la lotta contro i licenziamenti, che dura più di due anni, tra alti e bassi, iniziative di lotta che irrompono nei circuiti mediatici grazie alla creatività ed all’intuito politico dei cinque, poi solitudini e sonori “no” che risuonano dalle aule del Tribunale del Lavoro di Nola. No al reintegro, la FIAT ha ragione.
I cinque non demordono, non si arrendono, continuano e ieri, 27 settembre, arriva la notizia della loro vittoria: la Corte d’Appello di Napoli “dichiara l’illegittimità dei licenziamenti impugnati, annulla i recessi e condanna la società reclamata alla reintegrazione dei lavoratori reclamanti nel pregresso posto di lavoro, nonché al risarcimento del danno dagli stessi subito”. I cinque devono tornare a lavorare, la FIAT ha perso (almeno per ora, perché pare voglia ricorrere in Cassazione).

Davide contro Golia
La notizia ha suscitato chiaramente la gioia dei diretti interessati e di tutti coloro che li hanno sostenuti in questi anni. I festeggiamenti sono scoppiati in Piazza Municipio, dove i cinque operai sono accampati dallo scorso 4 settembre. È però importante imparare, oltre che festeggiare. E allora proviamo a buttar giù un paio di riflessioni, ancora a caldo.
Innanzitutto, la sentenza della Corte d’Appello aiuta a rompere quel presunto determinismo per cui il forte vince sempre, chi ha i soldi ci batte incessantemente. Perché così va il mondo, perché quelli hanno gli avvocati migliori, agganci, conoscenze. E poi sono la FIAT. E noi non siamo nessuno.
Invece no, Davide può battere Golia. È questa la prima lezione che dovremmo trarre dalla vicenda dei cinque licenziati. Purché, però, Devide non abbandoni la lotta, accetti i rovesci inevitabili che possono esserci, gli inciampi, gli arretramenti. La strada verso la vittoria non è affatto lineare. Né tanto meno prestabilita. C’è bisogno di inventiva, di osare, come hanno fatto i cinque, salendo su una gru e rimanendoci per giorni, arrivando ad un corteo addirittura in limousine, rivendicando il diritto a non dover vivere una vita di stenti e privazioni. Di costruire solidarietà, perché oggi non è per nulla scontata. Di allargare il fronte, individuare con chiarezza i nemici e gli amici. E con questi costruire un fronte, che sappia battersi, perseguendo l’obiettivo, concentrandosi su di esso.

Perché le decisioni che un giudice prende in un’aula di tribunale non nascono semplicemente al loro interno. Conta il clima che esiste e si riesce a creare nel corpo della società, perché le sentenze non sono mai un dispositivo meramente tecnico. Risentono – almeno fino ad un certo punto – di quel che si muove fuori, della battaglia delle idee che è in corso, delle lotte che si sviluppano.


La libertà di dire “NO”
Ma c’è stato di più in questa lotta. I 5 licenziati hanno avuto l’intelligenza politica di non interpretare il loro caso come strettamente individuale. Non si parlava solo di loro e della FIAT. Rispondere ad una iniziativa satirica con i licenziamenti ed adducendo come motivazione la rottura del rapporto di fiducia tra “datore di lavoro” ed “impiegato” apre a qualcosa di ben più grande. Perché il licenziamento mette in questione la libertà di espressione, di dissentire, di fare satira. In piena estate i cinque si sono così trovati ad incatenarsi al cavallo della RAI a Roma, non per chiedere maggiore visibilità per la loro storia, ma per solidarizzare con Francesca Fornario, vittima della censura di Radio 2. Come a Francesca si voleva impedire di fare satira sul presidente del consiglio Renzi, così a loro, col licenziamento, si voleva impedire di fare satira sull’amministratore delegato della FIAT-FCA Marchionne. La loro lotta ha dunque saputo individuare gli aspetti di interesse immediatamente collettivo e di allargarsi ad un corpo sociale che con la fabbrica di Pomigliano magari aveva poco contatto, fisico ed emotivo. Non però con la libertà di espressione, di dissenso, con la dignità di chi non si rassegna a dover abbassare la testa e dire sempre sì. La loro battaglia è diventata la battaglia di chiunque voglia lottare per avere la libertà di urlare il proprio NO, che sia a Marchionne, al proprio “datore di lavoro”, al sindaco, al ministro, al presidente del Consiglio...
Perché i cinque e la loro storia hanno reso chiaro a tutti che il loro licenziamento simboleggiava lo straripamento del modello Marchionne dalla fabbrica ed il suo ingresso nel resto della società. E modello Marchionne significa che gli operai il cui sindacato (la FIOM è il caso più famoso, ma non dovremmo dimenticare lo SLAI COBAS e, per l’appunto, il S.I. Cobas, cui i 5 sono ora iscritti) dice NO rimangono fuori, che se la tua opinione non è in sintonia con quella del capo devi prepararti a pagarne le conseguenze. Perché la fabbrica si deve “modernizzare”, non ci si può far bloccare, per nessun motivo al mondo. Parole e concetti che suonano sinistramente simili a quelli utilizzati da Renzi per promuovere la riforma costituzionale: bisogna “modernizzare” il paese, uscire dal “pantano”, andare “veloci”, contro i “gufi” di qualsiasi sorta che si presentano sul cammino. Il nostro NO al referendum costituzionale è perciò un NO ai rischi di autoritarismo – per noi più che palesi – che tali discorsi portano con sé, che sia sui posti di lavoro o nel complesso della società.


I 5 licenziati/reintegrati, il Jobs Act ed il referendum costituzionale
Infine, un’ultima riflessione. La condanna alla “reintegrazione”, così come sancito dal giudice della Corte d’Appello, si è resa possibile perché la normativa valida per i cinque licenziati FIAT è quella che esisteva prima degli interventi del duo Renzi-Poletti. Il Jobs Act non si applica perché quel rapporto di lavoro è nato ben prima della sua approvazione in Parlamento. Se Marchionne dovesse invece decidere che uno qualsiasi dei nuovi assunti, in uno qualsiasi degli stabilimenti italiani del gruppo FCA, sta recando “gravissimo nocumento morale” all’azienda, perché sta ad esempio protestando contro l’umiliazione che le operaie devono subire per dover indossare tute bianche anche durante il periodo mestruale, e dovesse dunque procedere al licenziamento, beh, il giudice potrebbe ben poco. Potrebbe sì dichiarare illegittimo il licenziamento ed ingiungere all’azienda di pagare un indennizzo al lavoratore, ma nulla più. Nessuna “reintegrazione”. Con l’effetto che lavoratori scomodi come lo sono stati Mimmo, Marco, Antonio, Massimo e Roberto, avranno molto più filo da torcere, sono più deboli, più ricattabili. Ecco che la battaglia contro il Jobs Act – nell’immediato per la sua disapplicazione, nel medio periodo per la sua eliminazione – diventa una battaglia per garantire che “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” sia effettivamente un diritto, come statuito nella Costituzione, e non un retaggio del passato.
Anche per questo un NO al referendum costituzionale, il NO ad una riforma che rafforza l’esecutivo a detrimento della democrazia, del dibattito, del dissenso, è anche un NO al Jobs Act. Perché questi vanno fermati. Il prima possibile. E il 4 dicembre abbiamo un’ottima occasione. Dopo la vittoria di ieri di Mimmo, Marco, Antonio, Massimo e Roberto, possiamo buttarci con ancor più determinazione. Perché, anche se oggi può sembrarci difficile, quasi impossibile; se non riusciamo ad individuare con chiarezza il percorso che può condurci a raggiungere gli scopi prefissi, la loro vittoria di ieri sta lì a dirci che vincere si può.


P.S.: Oltre alle considerazioni politiche che si possono fare su questa storia, ci piace sottolineare la grande, enorme, umanità dimostrata dai cinque operai. Manifestare contro i suicidi non è solo un fatto politico. È un’azione di grande umanità. I cinque, nel momento del festeggiamento per il reintegro deciso dal giudice, non hanno dimenticato. Hanno versato lacrime non solo di gioia, e dedicato il primo pensiero a Maria Baratto, l’operaia della FIAT che aveva deciso di suicidarsi e la cui decisione era stata alla base dell’iniziativa satirica dei 5 operai. La loro umanità, che è la nostra, è un patrimonio immenso, seme del futuro sol dell’avvenire…

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