[Milano] È stato veramente un Sì? Analisi del risultato referendario su Milano e città metropolitana

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voto milano

Milano è stata definita, alla luce del voto del referendum, come uno dei baluardi del PD in Italia. L'analisi dei dati rivela, invece, una realtà molto più complessa e interessante. Il maquillage del governo – e ciò la dice lunga, tra l’altro, sullo spauracchio che le sue sirene avevano propagato ovunque i giorni precedenti al voto referendario –, è stato giustificato anche con l’affermazione che il PD, pur avendo perso, ha di fatto ottenuto il 40% dei voti e questa sarebbe una forte legittimazione.

Non è qui il luogo per smontare questa dietrologia da bar, è però significativo che i politici al governo debbano per forza cercare di trarre qualche elemento positivo da questa sonora sconfitta. Tra questi elementi uno è stato a lungo sbandierato: la vittoria del sì a Milano. “La città del fare”, del “lavoro ma anche della solidarietà” (ve la ricordate la panzana strappalacrime che andava raccontando Berlusconi a suo tempo?) sarebbe stata una delle poche ad aver capito la bontà della riforma. Insieme a ciò, il voto milanese sarebbe anche il riconoscimento della fiducia nel nuovo sindaco Sala, che dopo aver fatto tanto “bene” con Expo (ha lasciato un conto in rosso che, tutto compreso, si aggira su oltre 230 milioni di euro; ed è notizia di oggi che è stato indagato per gli appalti assegnati nel grande evento), adesso “meritatamente” gestisce il comune.

Ma è proprio così? Vediamo insieme come non sono autentiche le conclusioni a cui sono arrivati gli stessi che, con la propaganda per il sì, volevano farci credere che la riforma avrebbe migliorato le nostre vite. I dati bisogna leggerli e cercare di darne un’interpretazione senza voli pindarici o giudizi faziosi, soprattutto rimanendo ancorati ai fatti materiali. Così abbiamo già visto che, per il caso analogo della città di Bergamo, il Sì del territorio urbano è stato in realtà un No delle zone popolari e della provincia intera. Per quanto riguarda le provincie, possiamo già anticipare che non ce n’è stata nemmeno una, in Lombardia, in cui ha vinto il Sì, dunque nemmeno in quella milanese.

Ma ci arriveremo. Soffermiamoci prima su Milano. Per analizzare il voto dobbiamo prendere in considerazione le varie zone della città. Qui ci si pone però un problema. Fino al 1999, la città era suddivisa in 20 zone che a spirale andavano dal centro verso i margini. Questa organizzazione amministrativa del territorio avrebbe consentito una certa precisione nella valutazione del voto. Adesso la superficie urbana è suddivisa in soli 9 municipi a fronte degli 88 cosiddetti Nuclei di Identità Locale, più o meno quel che la gente comune conosce come “quartieri”, che, su previsione esplicita del decreto ministeriale, hanno forma di spicchi che prendono una parte del semicentro e le aree più esterne con differenze sostanziali in fatto di numero di abitanti (il municipio 1, il centro storico, l’unico rimasto quasi invariato, ha 96.000 abitanti, mentre il m. 9 arriva a 184.000)[1] e di superficie (sempre il m. 1 ha una superficie di 9,67 km2 mentre per il m. 7 sono 31,34 km2). Tale organizzazione amministrativa richiederebbe una riflessione politica, tanto più che sono aumentate le funzioni dei municipi nella gestione del territorio, ma non è questo il luogo. Cerchiamo invece di capirci qualcosa nelle cifre del voto referendario.

Intanto, un primo dato generale. L’affluenza in città è stata ben maggiore delle votazioni amministrative più recenti. Allora era andato a votare il 54,65% della popolazione, oggi è stato il 71,73% degli aventi diritto, un dato di tre punti superiore alla media nazionale (68,48%), che ci conferma l’interesse, il desiderio di partecipare direttamente alle decisioni politiche collettive. A livello di città metropolitana, cioè tenendo conto dei 133 comuni intorno a Milano (dove Sesto San Giovanni rappresenta di gran lunga il più popoloso con 80.000 abitanti), la percentuale di chi ha votato sale al 73,19%!

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Non dobbiamo però illuderci, l’alta partecipazione al voto non ha un solo “colore”. Così, è importante notare che la consapevolezza che nel voto referendario era in gioco la vita quotidiana è stata sicuramente ben presente in chi appartiene o si riconosce nella classe dominante. Lo mostra il dato per cui l’affluenza più alta, all’interno delle “mura” cittadine è stata proprio nel m. 1 – 75,5% –, quello in cui, unico, è stata espressa un’alta percentuale per il Sì: il 64,79%! Un fenomeno perfettamente analogo a quello bergamasco con il quartiere centrale di Colle Aperto. E questo voto supera ampiamente la misura delle preferenze accordate al PD alle elezioni municipali (29,57%). Come dire, appunto, che gli interessi di classe vanno al di là dei simboli di partito.

milano votoCome si evince dal grafico, nelle altre zone, invece, il voto è stato molto più equilibrato, giocandosi per lo più sui decimi di punto. Dei 9 municipi il Sì ne ha riportati 5, mentre i restanti 4 sono andati al No. Come abbiamo detto all’inizio, la raccolta dati (complice anche strane scelte statistiche del comune, qual è per esempio quella di parametrare la fascia dei giovani tra i 15 e i 19 anni di età) non ci consente di penetrare oltre nell’analisi sul territorio cittadino. Però, i dati del territorio metropolitano ci aiutano nel ragionamento. Infatti, se al posto del comune i politici del PD avessero preso l’area metropolitana non avrebbero certo potuto cantare vittoria. Il No qui ha vinto con il 52,62% dei voti! Certo, un valore più basso rispetto alla media nazionale, ma rafforzato dal fatto che solo in 5 comuni ha vinto il Sì (Arese, Basiglio, Cernusco sul naviglio, San Donato Milanese e Segrate); nei restanti 128 comuni il No è risuonato forte e chiaro, con punte fino al 66%. Se pensiamo che la metropoli lombarda è uno dei territori in cui maggiormente si è fatta e si fa tuttora sentire la gentrificazione, con pendolari che arrivano quotidianamente in città anche da zone lontane della regione, possiamo genericamente affermare, senza tema di smentita, che chi ha subito maggiormente le riforme del lavoro e della scuola, i tagli alla sanità e il peggioramento generale del welfare ha avuto ben chiaro cosa votare.

milano voto

Qualcuno ci dirà che in questa nostra analisi non abbiamo tenuto in considerazione le indicazioni di voto partitiche. Non l’abbiamo fatto perché non ci sembra che siano state significative, sicuramente non quanto la carovana mediatica ha voluto far credere. È un punto importante che serve a smontare l’idea, purtroppo ancora diffusa, che il voto sia semplice espressione dell’adesione a un ordine di partito e che quindi la gente non rifletta su quanto avviene sulla propria pelle. Serve anche a confutare quelle idee semplicistiche e di comodo, che il voto per il No sia stato un voto populista. Se è vero che, nello scenario che vi stiamo presentando, la sinistra (cioè qualsiasi soggetto elettorale che attualmente stia a sinistra del PD, ormai partito di centro-destra a tutti gli effetti) è il grande assente, date le ripetute débâcles nelle tornate elettorali di questi anni, è però vero che grillini, forzitalioti, leghisti, e fascistamme vario – che hanno fatto capolino qua e là timidamente e senza convinzione in mezzo al popolo durante la campagna referendaria – non possono dire di aver pesato molto. Confrontando i dati elettorali delle ultime comunali (il dato più recente a disposizione) con quelli referendari, risulta che non ci sono significative correlazioni (il PD ha preso la percentuale di voti maggiore – il 30,86% - nel m. 5 dove ha vinto il No; le varie forze di destra e il movimento cinque stelle hanno una percentuale di voti abbastanza uniforme su tutti i m.). Lo stesso si può osservare per quanto riguarda la città metropolitana. Se è vero che in quattro dei cinque comuni in cui ha vinto il Sì governa il PD, è anche vero che il partito di Renzi ha molti dei comuni in cui ha vinto il No. Altri di questi sono in mano a liste civiche o ai partiti di centro-destra e destra, mentre nulla è la presenza del m5s.

Che cosa ci dice quest’ultimo dato generale, insieme ai precedenti? Che a Milano come nei comuni della cinta metropolitana è stato espresso un voto di forte malcontento ed è stata manifestata una grande voglia di protagonismo. Che queste spinte dal basso non trovano espressione nel populismo o nella politica di destra e che al contempo manca un soggetto capace di rappresentare le istanze popolari.

A livello generale abbiamo individuato la via che riteniamo sia necessario percorrere per rispondere a queste istanze di chi come noi ha finora subito tutte le riforme impopolari di questi ultimi anni vedendo da lontano, da lontanissimo, i padroni arricchirsi. Sul territorio metropolitano, intendiamo sviluppare, dopo il sostegno al No per il pessimo contratto CCNL metalmeccanici firmato dai sindacati confederali, che vedrà il voto dei lavoratori tra pochi giorni, una campagna contro il Jobs Act e contro tutti gli arretramenti che i lavoratori hanno dovuto subire in questi anni da un punto di vista tanto salariale che di condizioni di vita, lavorando per far sì che quando si andrà a votare in primavera (probabilmente) il voto sia coscientemente un voto di classe!     

[1] Fonti: Comune di Milano, dati al 31.12.2015. http://www.comune.milano.it/wps/portal/ist/it/amministrazione/datistatistici/popolazione_residente_a_milano

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