L’Italia ai tempi di Monti. Una nota sulle proteste delle ultime settimane (a proposito di forconi)

Il movimento dei forconi esplose quasi due anni fa a partire dalle proteste degli agricoltori ed autotrasportatori, per lo più del Sud.
Il forte impatto che ebbero i numerosi blocchi lungo le arterie della circolazione di merci e persone, produsse un effetto domino che garantì discreta visibilità e notorietà al movimento. Al punto evidentemente di sedimentare qualcosa pronto a riemergere nonostante il tempo passato.

Di certo le manifestazioni di ieri non hanno avuto l'impatto degli episodi precedenti, né una diffusione realmente di massa. Anzi, possiamo tranquillamente dire che hanno goduto di una visibilità mediatica sproporzionata rispetto a quello che hanno messo concretamente in campo. E anche il carattere in parte spontaneo che aveva alimentato due anni fa il movimento dei forconi ci sembra adesso soppiantato da una manovra più organizzata di tutto il mondo dell’estrema destra.

La cosa non ci stupisce: la crisi morde e ciò che una volta era produttivo si fa insostenibile, piccole e medie imprese vengono liquidate soffocate da costi sempre più alti e profitti sempre più ristretti, e così interessi relativamente omogenei o che si riconoscono ideologicamente come tali, si coordinano per reagire come possono. Magari sfruttando legami con organizzazioni politiche, di categoria o informali (finanche "criminali"), che trovano ragion d'essere nella difesa di uno status quo reso anacronistico dai cicli dell'economia – e quindi oggettivamente reazionarie.

Non ci lascia nemmeno indifferenti: difendere interessi di categoria spesso rappresenta l'unico modo che si riesce ad immaginare per resistere a quella condizione di vulnerabilità e sfruttamento che conosciamo bene, e che magari già si subisce in qualche forma. Inoltre è innegabile la presenza di alcune analogie nella retorica di questo pseudomovimento con i movimenti con cui spesso ci riconosciamo – dall'odio anti-casta a quello antieuropeo, dalla generica esigenza di un "rinnovamento del paese" fino alle forme che avremmo potuto definire "conflittuali" con cui questo si esprime.

Non si tratta quindi né di identificarsi con questo movimento, né di demonizzarlo. Quello che i suoi esponenti e rappresentanti nascondono, lo mostrano in verità chiaramente: quando parlano delle vessazioni che subiscono dalla fiscalità o dalle banche, nascondono quella che operano nei confronti dei propri dipendenti; quando parlano degli interessi economici nazionali, nascondono lo sfruttamento degli immigrati su cui questi si costruiscono. Non c'è quindi bisogno di scoprire  eventuali connivenze con gruppuscoli fascisti per individuarne il carattere intimamente reazionario.

Dall'altra provare ad intercettare questa rabbia facendo occhiolino agli interessi corporativi che questa esprime nel tentativo di portarli su di un altro piano, significa cercare qualcosa che non esiste, che si presenta unitario ma è lacerato da contraddizioni: ad esempio quando celebra l'unità del "popolo italiano" e per questo acclama le forze dell'ordine, esprime involontariamente le divisioni che lacerano i membri del popolo stesso e che obbligano appunto l'intervento delle forze repressive per evitare che si smembri; oppure quando accusa lo stesso Stato, le agenzie di riscossione fiscale, le banche, ecc., senza le cui infrastrutture, commesse, appalti, domanda pagante, questa miriade di piccoli padroncini non potrebbero fare affari.

Più che preoccuparsi allora delle potenzialità e dei limiti di questo movimento, dovremmo assumere questi stessi limiti come nostri. Come nostra incapacità di rendere egemoni e di massa parole che indichino altre linee di divisione, pratiche che sappiano unire interessi autenticamente comuni ed incidere su quelle condizioni materiali che li dividono mettendoci così in guerra gli uni contro gli altri perché sia garantita la pace degli affari. Assumere questa incapacità per darci come compito principale quello di superarla, sviluppando la capacità di parlare alla nostra classe con le parole della nostra classe. Riconsegnandole così il protagonismo che le spetta, magari proprio sfruttando il potenziale imitativo suscitato da proteste come queste.

Avevamo già espresso considerazioni simili ma ben più articolate e sostanziate quando ci fu la prima esplosione del movimento dei forconi, situandolo nel contesto delle trasformazioni figlie del Governo "tecnico" di Monti. Trasformazioni ancora in corso, adesso interpretate dal proseguo naturale del governo precedente, cioè quello delle “larghe intese” di Letta. Riteniamo quindi che quella analisi mantenga intatta la sua validità, e per questo la ripubblichiamo qui di seguito.

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere;
in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.

Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere (Q. 3, paragrafo 34)


Una premessa, banale: i movimenti sociali sono sempre faccende complesse, dalle molte sfaccettature, che non ci consegnano mai una “forma” pura rispetto a cui noi dobbiamo semplicemente schierarci, e che non consentono indebite astrazioni che isolino un aspetto per esaltarlo o demonizzarlo.

Questa complessità non ci deve però mai impedire di pronunciarci e agire, soprattutto se pretendiamo di voler cambiare le cose.

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In questo documento non si tratterà quindi di giudicare le cose in base a presunte affinità o divergenze, ma di provare a capire cosa sta succedendo intorno a noi per cercare magari di formulare e praticare un’azione alternativa, più strutturata, forse più efficace. Invece tutto quello che si è detto sugli avvenimenti delle ultime settimane, dalla mobilitazione dei tassisti a quella dei “forconi”, ha oscillato fra movimentismo ed esaltazione per qualsiasi cosa faccia casino, e un disinteresse che soltanto la caccia (peraltro esclusivamente telematica) al “fascista infiltrato” è sembrata scuotere…

Nelle prossime righe vorremmo provare a smarcarci un po’ da queste posizioni e recuperare qualche categoria che ci permetta di capire in generale che sta succedendo, per poi tentare di contestualizzare questi movimenti, in modo da non scadere nelle pessime abitudini che ormai contraddistinguono l’azione politica dal basso. Infatti questa tende troppo spesso o a scambiare l’estetica del conflitto con il conflitto reale (secondo un attivismo esasperato che conduce nel migliore dei casi a stancarsi, nel peggiore a fare gli utili idioti di qualcun altro), o a diffondere microinchiesta e notizie sballate su chi stia “dietro” certi avvenimenti (secondo una logica del complotto e della cospirazione che va sempre contestata perché intimamente “apolitica” ed anti-materialistica)…

In realtà basterebbe parlare con qualsiasi lavoratore per vedere come un certo istinto di classe legga molto meglio di tante analisi la situazione: dei forconi se ne è discusso, anche perché se ne è avvertito il disagio (aumento dei prezzi sui generi di prima necessità, difficoltà per famiglie con bambini e anziani etc), non li si è biasimati perché si condivide una certa ostilità al governo e una sfiducia nel futuro, ma non li si è appoggiati perché si è sentito che non sono dei “nostri”, che le loro vertenze non parlano a tutti. E forse è proprio questa “intuizione” che dovremmo articolare, facendo un preliminare passo indietro.

Le manovre del governo e la posta in gioco delle liberalizzazioni

Per capire la concitata fase attuale, proponiamo quindi di partire dall’azione di questo governo. In tempi “normali” non sarebbe una buona abitudine, perché ogni governo è sempre espressione di un blocco sociale particolare e di un personale politico specializzato, relativamente indipendente, che – per quanto esprima le esigenze e la visione del mondo della classe dominante – tende a “interpretare” i messaggi che questa classe gli lancia con le sue agenzie, i suoi  centri studio, le sue pressioni. Così, in “tempi normali”, ad analizzare quello che dice il governo ci si perderebbe dietro ad un mucchio di diversioni, falsi problemi, interessi di partito, di correnti e di leader...

Ma questi, appunto, non sono “tempi normali”. La crisi economica impone che si prendano decisioni in tempi rapidi e che le decisioni vadano in un senso solo. Il governo Monti ha dunque una peculiarità rispetto ai precedenti: quella di esprimere direttamente ciò che vuole il grande capitale (i grandi gruppi finanziari, bancari e imprenditoriali), in questo momento egemone nel paese. Così i problemi e le soluzioni che pone sono in una certa misura reali, sono i problemi e le soluzioni posti in tutto il mondo dal capitalismo più “avanzato”. Anche per questo l’ideologia del governo non è la semplice menzogna tipica dell’era Berlusconi, ma si manifesta su tutt’un altro terreno, molto più pericoloso, come vedremo fra poco.

Ora, secondo il governo Monti ed una parte consistente della borghesia, per uscire dalla situazione di crisi in cui l’Italia, dentro la crisi più generale, si è ritrovata, bisogna intervenire su diversi fattori: contrazione della spesa pubblica, recupero dell’evasione fiscale e soprattutto riforma del lavoro. Questo perché per avere credibilità sui mercati bisogna far ripartire la crescita, e la crescita deve essere sempre intesa come crescita dello sfruttamento. Quindi servono sia provvedimenti di “razionalizzazione” e dinamizzazione del sistema (miglioramento delle infrastrutture che servono alla circolazione delle merci, incentivi alle imprese giovani e taglio dei costi inutili rappresentati dalla burocrazia, liberalizzazioni ovvero smantellamento delle corporazioni e del monopolio su certi servizi), sia provvedimenti per far diminuire il costo del lavoro, che è la voce più pesante per il “profitto”. Il quale, come si sa, va tutelato in ogni modo perché è l’unica cosa che spinge i capitalisti ad investire.

Per questi motivi l’azione del governo Monti è a tutto campo: la situazione è tale per cui non basta più, come successo fino a qualche anno fa, mettere in cantiere i soliti tagli al settore pubblico e togliere un po’ di potere d’acquisto ai lavoratori. Stavolta si deve intervenire su diverse voci, e devono pagare tutti qualcosa, anche quelli che in questi ultimi anni non hanno risentito troppo della crisi. Da un lato quindi si continua a tagliare sulla spesa sociale, da un altro lato si prova a recuperare un po’ d’evasione, si “attaccano” gli ordini professionali ed anche altri segmenti che, per quanto si siano impoveriti nel corso degli anni, possono pagare ancora qualcosa.

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Così la posta in gioco delle liberalizzazioni e delle altre manovre del governo è anche quella di uno scontro interno alle varie frazioni della borghesia, la cui parte ora egemone vuole ridimensionare il potere di certi ordini e di certe categorie sociali che contano ancora troppo, soprattutto visto che non “producono”, anzi spesso sono pure parassitarie. È una posta in gioco anche “ideologica”: si vuole dimostrare che il paese si sta “modernizzando”, sta iniziando a pagare le tasse (anche a questo scopo servono i blitz di Cortina e di Milano), sta semplificando i passaggi burocratici… Il senso complessivo di questi interventi non è tanto o solo quello di aprire spazi di investimento al grande capitale, permettendogli di entrare più facilmente in settori in cui fino a poco tempo fa regnava il piccolo padronato, ma anche di ostentare il fatto che sia finita un’epoca.

Nel complesso il governo Monti sta provando quest’operazione: scaricare quei gruppi di potere e quei ceti che avevano sostenuto nei decenni passati il sistema italiano, perché non ci si può più permettere di negoziare con loro e garantirgli l’esistenza ad ogni costo, e cooptarne di nuovi per garantirsi quel consenso necessario a portare avanti un programma di riforme radicali. Da qui l’ossessione per i “giovani”, a cui si vuole far passare il messaggio: datevi da fare, noi vi sosterremo, chiunque può riuscire, basta avere il talento, lo spirito d’impresa. Il messaggio è dunque duplice: ai “vecchi” si dice che non mangeranno a sbafo come prima, ai giovani che si stanno aprendo grandi possibilità, che lavorando duro si può migliorare la propria posizione – ovviamente come individui e non membri di una classe. Da questo punto di vista le leve ideologiche sono già state individuate: le più evidenti sono il contratto unico ed il tempo indeterminato che porrebbe fine alla “precarietà”, o a come è stata fin’ora intesa (non saremo più ostaggio di una selva di contratti e saremo assunti stabilmente, anche se questo comporterà rinunciare all’articolo 18 e dare il via ai licenziamenti facili), l’indennità di disoccupazione (la retorica utilizzata è quello dello scontro generazionale: perché noi che siamo giovani e forti e perdiamo il lavoro dobbiamo restare a secco mentre ci sono lavoratori vecchi ed iper tutelati che stanno anni in cassaintegrazione e magari dopo prendono una bella pensione?), l’enfasi sulla facilità d’impresa e sulle start up (apri un’azienda, progetta, vendi le tue idee, fatti acquistare da qualche grossa multinazionale)…

Le mobilitazioni delle ultime settimane

Certo, queste manovre del governo Monti trovano un limite nella tendenza quasi “naturale” delle classi dominanti italiane alla conservazione, per cui le riforme si stemperano ben presto in una serie di compromessi. Così, se è notevole il fatto che il numero dei notai sia raddoppiato di un colpo, è certo che il settore non è stato completamente liberalizzato come negli altri paesi europei, e l’accesso resta limitato (considerati anche i tempi dei concorsi, che rendono ancora possibili passi indietro etc). Stessa cosa si potrebbe dire per la questione farmacisti: anche lì si rende più facile aprire nuovi esercizi, ma alle farmacie resta il controllo dei farmaci di fascia C. L’attacco a questa borghesia – che non detiene certo i mezzi di produzione, ma che è discretamente influente nel paese, potendo contare su forti associazioni di categoria, “intellettuali organici” ed esponenti politici, presenza sui media etc – è dunque limitato.

Totalmente diversa è la situazione per altre le altre categorie colpite dai recenti provvedimenti del governo.
Si tratta di una piccola borghesia che ha già visto negli ultimi anni erodersi i propri margini di guadagno e vede ora messa a repentaglio addirittura la propria esistenza come categoria. Una piccola borghesia che è proprietaria dei mezzi di lavoro ma che è anche fortemente indebitata, e fatica duramente (aumentando i tempi di lavoro e diminuendo le tutele per sé e per i propri salariati); spesso "dipendente" di grandi imprese che subappaltano il lavoro sul territorio, come nel caso degli autotrasportatori. Un tessuto sociale di piccoli padroni o di padroni di se stessi, spesso evasori, spesso sfruttatori a nero di forza-lavoro immigrata.

Su queste fasce sociali – agricoltori e piccoli proprietari terrieri, imprenditori del trasporto su gomma, tassisti etc – pesa innanzitutto l’aumento del carburante (una delle loro voci dirette di spesa), i maggiori controlli dell’agenzia delle entrate, i provvedimenti che vanno nel senso della concentrazione e della federazione delle ditte.
Con questa piccola borghesia il governo è meno disposto a scendere a patti, anche perché sa che queste sono categorie destinate in qualche modo all’estinzione, almeno come strutture di potere organizzato. La radicalità delle proteste di queste settimane, per alcuni inaspettata, si spiega in realtà proprio con questi motivi:

liberalizzazioni_taxi_manovra.jpga) si tratta di ceti sostanzialmente popolari, nei costumi, nei modi di sentire, che non hanno molti canali per esprimersi fuori di quelli della protesta diretta;
b) sono piccoli imprenditori che ricordano bene i margini di profitto che fino a qualche anno fa riuscivano a fare, e sentono chiaramente – purtroppo molto di più dei lavoratori, reduci da ormai trent’anni di botte – la perdita di ogni privilegio e lo scarto con un passato anche recente;
c) gli si sta chiedendo di rinunciare praticamente a tutto quello che hanno, quando sono già fortemente indebitati (si pensi al costo delle licenze dei taxi, ai pagamenti in sospeso nel settore degli autotrasporti etc);
d) sentono di stare scivolando verso il proletariato, perdendo anche quell’estrema forma di garanzia che era l’assicurazione del lavoro ai propri figli (se infatti diventano salariati assunti da imprese più grandi, non potranno “piazzare” più nessuno).

Certo, anche in questi casi il governo ha provato a trattare: ci sono stati incontri con i rappresentanti dei tassisti, alcuni dei quali erano anche parzialmente d’accordo ad accettare le misure del governo, ci sono stati accordi con i rappresentanti (peraltro maggioritari) degli autotrasportatori. Ma rispetto a queste azioni del governo si è scatenata comunque la reazione di queste categorie, anche a causa di alcune loro specificità.

Nel caso degli autotrasportatori, settore che soprattutto al sud è, in gran parte, nelle mani di ditte mafiose o camorristiche, la protesta è stata innescata e fortemente voluta da gruppi di potere regionali – come quello siciliano – che in combutta con la malavita pretendono di rinegoziare con il nuovo governo il loro ruolo. Il momento in cui la rivolta è scoppiata, i tempi della sua diffusione, le tecniche messe in campo non lasciano spazio a dubbi. I territori maggiormente investiti sono stati non a caso i territori provinciali, in cui vigono dinamiche di appartenenza forti e di legame ad una sola “sciopero_camionisti.jpgspecializzazione” imprenditoriale (le costruzioni, il trasporto, l’agricoltura, la pesca etc), e non le aree metropolitane. Quanto ai tassisti, nella radicalità della loro mobilitazione è entrato anche un fattore ideologico pregresso e la consapevolezza di poter contare su qualche appoggio nel vecchio centrodestra in Parlamento.

Non c’è comunque da soffermarsi più di tanto sulle presunte “infiltrazioni” della malavita o dei fascisti in queste mobilitazioni, proprio perché la connotazione di fondo della mobilitazione è in un certo qual modo di “destra”, riflettendo gli assetti di potere dominanti sui territori, essendo unicamente interessata alla salvaguardia della propria rendita di posizione corporativa etc. Ovviamente generalizzare è sbagliato: su alcuni territori, soprattutto quando sono entrati in campo i lavoratori, si sono determinate interessanti convergenze (come a Caserta o in Sardegna), ma il senso di fondo delle mobilitazioni è abbastanza chiaro, egoistico ed escludente, ed è anche per questo motivo che tali settori non sono riusciti a fare rete fra loro, pur condividendo lo stesso tempo e spesso anche lo stesso spazio di mobilitazione.


Per una lettura marxista della fase

In realtà, se si prendesse in considerazione un arco di tempo più lungo e uno spazio geografico più esteso, vedremmo che bisogna sorprendersi per quello che sta succedendo in queste settimane. Le crisi economiche hanno sempre posto la necessità di una rapida riconfigurazione degli assetti di potere, hanno sempre spinto verso processi di concentrazione che mettevano in crisi i piccoli produttori ed i padroncini, a cui venivano lasciate semmai nicchie – per quanto funzionali sempre più dipendenti da commesse esterne – di mercato. 

D’altronde la proletarizzazione, cioè la trasformazione di quote di popolazioni in salariati, non più padroni dei propri mezzi di produzione, ma sempre più necessitati a “vendere” la propria forza lavoro – che sia letteralmente il braccio o la mano, o le conoscenze intellettuali necessarie per guidare un camion, rispondere ad un telefono, gestire siti, svolgere lavori di cura etc – è una tendenza di lungo periodo del capitalismo. Cioè nonostante fattori di controtendenza, come la redistribuzione della ricchezza attraverso il settore pubblico possibile sino a qualche decennio fa, le società capitalistiche dimostrano una tendenza sia alla polarizzazione sociale (maggiore distanza fra ricchi e poveri, con pochi ricchi e tanti poveri) sia all’espropriazione dei singoli produttori indipendenti. Per questo Marx dice chiaramente nel Manifesto del Partito Comunista (capitolo Borghesi e Proletari): “Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l'artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di far girare all'indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per mettersi da quello del proletariato”.

In questo senso, anche se a dirlo così può sembrare un po’ meccanico, quelle dei tassisti e degli autotrasportatori sono forme di resistenza, peraltro già destinate alla sconfitta. Il che ci spiega la loro connotazione risentita e la facilità dell’estrema destra a infiltrarvisi: il problema non è tanto quel singolo esponente di simpatie fasciste che riuscirebbe ad egemonizzare il movimento, è che il movimento nel suo complesso lotta per conservare un ordine che è antistorico. Anche per questo non possiamo pensare di inseguire questi movimenti sul loro terreno e dovremmo avere piuttosto il coraggio di dire: è il capitalismo, baby!

D’altronde non ci comporteremmo così se a mobilitarsi fossero componenti meno popolari nei modi, i piccoli commercianti, i piccoli imprenditori? D’altronde queste mobilitazioni vanno forse nel senso di tutelare i salariati delle piccole ditte di autotrasporto o i lavoratori presi a giornata per la raccolta nella frutta, dipendenti di quei padroncini che ora si mobilitano?

È a questo punto che vale la pena riprendere la nota riflessione di Gramsci posta in apertura. La crisi – che non è mai solo economica, ma che diventa subito anche politica, istituzionale, civile, persino morale e culturale – “consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, cioè nel fatto che il vecchio ordine è ormai putrefatto e incapace di funzionare, mentre all’ordine nuovo viene impedito di affermarsi, di mettere su una nuova società, nuove regole, nuovi rapporti di produzione etc. “In questo interregno”, ovvero in questo periodo in cui nessuno governa per davvero, perché il vecchio ordine non ha più credibilità e capacità di direzione, ma gli resta soltanto il dominio, “si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Ecco, anche noi siamo in una fase in cui il governo non ha ancora fabbricato l’egemonia, ma ha certo la forza della coercizione, mentre sembrano mancare all’orizzonte progetti di alternativa convincenti: le mobilitazioni a cui stiamo assistendo sono un aspetto di questa “morbosità”. Ma questa considerazione potrebbe valere per tutta la fase di transizione che caratterizza e caratterizzerà questi anni, potrebbe valere per quello che si è verificato il 14 dicembre, per i riot di Londra, per certe convulsioni leghiste e neofasciste. Infatti, il governo Monti, come governo che prova a rendere l’Italia un paese capitalisticamente più “avanzato”, ci avvicina, più rapidamente dei precedenti, al bivio fra socialismo e barbarie. E non è assolutamente detto che nei prossimi anni la soluzione sia il socialismo, ovvero una risposta strutturata ed una forma di organizzazione sociale nuova; l’esito al momento più probabile potrebbe anche essere la pura e semplice disgregazione sociale, che periodicamente esploderebbe in forme di conflittualità, soprattutto urbana o periferica, che non troverebbero il modo di ricomporsi in un progetto universale. La barbarie infatti non è mai tale in senso assoluto: esiste sempre una barbarie per noi. Ed il mondo che ci profilano da qui a trent’anni è decisamente barbaro per gli standard a cui siamo stati abituati: ridimensionamento drastico delle aspettative di vita, precarietà spalmata su tutto l’arco dell’esistenza, ricattabilità totale sui posti di lavoro e impossibilità di organizzarsi, sistemi di controllo, istruzione di classe, assenza di coperture sanitarie e di trattamento pensionistico…

6796882563_4bfd4b6ac3_o.jpgCosa fare nel breve periodo?

Bisogna evidentemente cercare di organizzare quanto prima una risposta al governo Monti. Ma questa risposta non può andare nel senso di inseguire categorie sociali corporative e minoritarie… È chiaro che nei posti maggiormente investiti dalla protesta, in certe aree provinciali, non si può non avere a che fare con queste mobilitazioni. In qualche modo bisogna farci i conti, pena la perdita di riconoscibilità nel territorio. Ma farci conti non vuol dire solo assecondarli, semmai coinvolgere le loro punte più avanzate in lotte e vertenze complessive, e questo è possibile solo se si dispone di qualche forma minima di rappresentatività fra i lavoratori e di organizzazione. In ogni caso il movimento dei forconi verrà presto riassorbito, così come l’agitazione dei tassisti. In Grecia si sono trovati di fronte a casi simili, ed hanno finito con il pubblicare i nomi degli evasori sui giornale, attizzando l’odio sociale pur di mettere fine alle vecchie corporazioni. Quando in gioco è la sopravvivenza di uno stato si è disposti a tutto…

Ci sono però alcuni elementi positivi nel movimento dei forconi, così come nella mobilitazione dei tassisti, che vanno valorizzati. Il caso dei forconi, ad esempio, è la dimostrazione che si può bloccare tutto e fare un bel po’ di danni con “poco”, individuando qualche nodo principale, qualche arteria, anche se non si è in tanti. È la dimostrazione che il capitalismo si regge ancora su circuiti di produzione e smistamento di materiali/merci, e che bloccarli – lavorando per esempio sulle contraddizioni della grande distribuzione – non è affatto impossibile. Il caso dei tassisti ci dice invece che l’unità e la rabbia possono fare tanto, possono portare (a fronte di numeri sostanzialmente ridotti della categoria, per di più isolata) comunque a delle trattative e ad una presenza consistente sulla scena pubblica. Ed entrambi i casi suonano così all’orecchio operaio: quando toccano i loro interessi questi qui si mobilitano e fanno i pazzi, perché noi no? È questa antifona che dobbiamo propagandare. C’è un potenziale imitativo latente in queste proteste, ed importa poco da dove arrivi la scintilla perché tutto prenda fuoco.

Anche perché c’è un altro punto che bisogna sempre ribadire: a differenza di queste categorie i lavoratori, quando pensano a loro, non pensano solo a loro. Le loro rivendicazioni sono sempre universalizzabili, definiscono una linea di diritti più ampia e comprensiva della loro categoria. Per questo secondo Marx sono la classe universale, quella che emancipandosi emancipa tutta la società. Il problema è semmai che il proletariato in questi anni è stato così scamazzato, subendo senza un lamento anche cose gravi come l’ultima riforma delle pensioni, che non è detto riesca a insorgere contro le ingiustizie che si preparano.

Per questo dobbiamo pensare ai nostri: ecco il nostro compito di fronte questi sommovimenti. Concentrarci sulle vertenze operaie, che difendendo la propria condizione difendono quella di tutti. Lavorare instancabilmente per suscitare la mobilitazione dei lavoratori.

Anche perché proprio in queste settimane arriveranno le vere batoste. Monti lo sa: il grosso del profitto lo si fa sul lavoro, l’estrazione della ricchezza passa ancora per l’aumento dei tempi di lavoro, per la flessibilità e la docilità della forza lavoro. Per questo stanno parlando di togliere la cassaintegrazione, rivedere gli ammortizzatori sociali, togliere l’articolo 18. È dunque su questo terreno che dobbiamo prioritariamente intervenire, organizzando i lavoratori al di là delle appartenenze di categoria o di tessera, contestando in ogni luogo, e soprattutto nelle scuole o nelle università, la strategia ideologica del governo, cercando di coagulare abbastanza forze da portare un punto di vista di classe nel dibattito pubblico.
Non sarà affatto facile, ma non c’è al momento altra strada per evitare la barbarie. Ce la faremo?

Eat the Rich – Magnammece o’ padrone!
Lavoratori della metropoli in lotta CLASH CITY WORKERS
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