Electrolux, le forme della lotta e la parziale retromarcia della dirigenza

Quasi due settimane fa Electrolux ha esposto il suo piano di dismissione e tagli del salario per migliaia di operai degli stabilimenti situati in Italia: Porcia (Pordenone), Solaro (Milano), Forlì e Susegana (Treviso). Ne abbiamo parlato ampiamente qui e qui cercando di evidenziare anche alcuni scogli che i lavoratori si trovavano ad affrontare.

La risposta operaia all'operazione indubbiamente arrogante intrapresa da Electrolux è stata rapida e sono cominciati in tutti gli stabilimenti, a partire da Porcia, blocchi dei cancelli e scioperi a rotazione. Bisogna però ricordare che le prospettive si erano fatte fosche già alcuni mesi fa quando la dirigenza italiana di Electrolux aveva annunciato una serie di indagini per valutare l'andamento degli stabilimenti Italiani in competizione con i loro gemelli collocati in paesi in cui vigono salari più bassi (Polonia ed Ungheria nello specifico). Da allora, come ci raccontarono alcuni lavoratori e rappresentanti sindacali, era chiara l'intenzione di Electrolux di abbandonare progressivamente la produzione in Italia non prima di aver spremuto il più possibile i lavoratori, con aumento dei ritmi e diminuzione dei salari. Solo da questa settimana si è finalmente ricreato un fattivo coordinamento tra le azioni portate avanti nei quattro stabilimenti del gruppo. In particolare con il blocco delle merci che è stato fatto in forme simili in tutti gli stabilimenti.

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Venerdì mattina siamo stati ai cancelli di Susegana dove da una settimana un presidio permanente sorvegliato giorno e notte con un camper e dei gazebo accoglie i lavoratori e blocca gli ingressi dei camion.

All'interno dello stabilimento di Susegana ci sono 5 linee e altri reparti di produzione a monte delle catene più gli uffici amministrativi e progettazione: i lavoratori stanno scioperando 1 ora e 15 minuti per linea a partire dal primo turno alle 6 e gli impiegati (per ora ancora pochi ma vanno aumentando) durante la mattinata. Gli scioperi sono a rotazione in modo da garantire sia il maggior danno alla produzione (diminuita tra il 15 e il 25% su 4000 pezzi giornalieri) sia la continua presenza al picchetto.

I lavoratori, forti dell'organizzazione che si sono dati, con i controlli incrociati dei carichi e delle bolle dei camion e la conoscenza dell'andamento della produzione, hanno deciso di far uscire solo alcune centinaia di frigoriferi al giorno perché non si riempia il magazzino e la dirigenza non possa ricorrere alla messa in libertà dei lavoratori che significherebbe ritrovarsi con la armi assai spuntate. Quello che non attraversa assolutamente la “Dogana Operaia” sono gli altri prodotti (piani cottura, forni, lavastoviglie, lavatrici) che sono stipati nei magazzini di Susegana ma vengo prodotti altrove e venivano portati qui per realizzare i pacchetti di prodotti finiti misti che richiedono le aziende (Scavolini, IKEA, …) che assemblano cucine e arredamento con gli elettrodomestici da incasso Electrolux.

Questo blocco selettivo, che è in corso anche a Porcia e Forlì, sta dando i sui frutti, producendo difficoltà per la dirigenza a soddisfare gli ordini dei clienti o costringendola a spese più alte per ricomporre il misto fuori dai magazzini. Non per niente venerdì mattina i capireparto convocati a inizio turno dal direttore dello stabilimento Carlo Vanni e altri dirigenti si muovevano nello stabilimento cercando di riportare i lavoratori alla loro “ragione”, minacciando la perdita dei clienti per i blocchi e chiedendo di non fare sciopero per recuperare la produzione. Ma se cercavano di far passare la paura di un fallimento dello stabilimento molti lavoratori con cui abbiamo parlato erano ben decisi a continuare, consci del fatto che accettare questo ricatto significa solo accettare un peggioramento delle condizioni di lavoro (aumento dei ritmi) e sopratutto condizioni salariali al ribasso, senza nessuna garanzia sulla continuità degli investimenti di Electrolux in Italia, con Porcia primo stabilimento candidato alla chiusura dopo quello già chiuso nel 2009 a Scandicci (FI).

Electrolux però è in difficoltà e dalla spavalderia iniziale, oltre ai ricatti, nel pomeriggio di venerdì ha fatto arrivare ai rappresentanti sindacali e al governo una lettera con alcune fumose aperture. Nella lettera si può leggere che l'azienda presenterà ai tavoli istituzionali un piano industriale per Porcia, ovvero tornerebbe indietro sulla decisione di chiudere lo stabilimento, e che è disponibile a discutere altre forme (detassazione) per ridurre il costo orario del lavoro che non siano la riduzione netta dei salari, passando per una riduzione dell'orario a 6 ore non strutturale ma con ammortizzatori sociali.

Nel finale della lettera l'azienda vorrebbe imporre come contropartita l'eliminazione dei blocchi da lunedì 10. La sospensione della Dogana Operaia era stata preventivata dai lavoratori nel caso in cui Electrolux fosse stata disponibile a rivedere le proprie decisioni e a sedersi al tavolo delle trattative con delle proposte alternative, ma fino a quando l'azienda non presenterà effettivamente un piano B e lo discuterà con i lavoratori i blocchi e i presidi continueranno. Perché se siamo difronte ad un primo parziale successo della strategia operaia, Electrolux ha sicuramente in mente di usare questa apertura per indebolire la lotta e ripartire all'attacco in breve tempo. I lavoratori e RSU hanno ben presente le strategie aziendali e sanno che è ora il momento di tenere alta la lotta.

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Le “difficoltà” che hanno portato a questo, millantato, marcia-indietro di Electrolux derivano esclusivamente dall'azione diretta dei lavoratori, che rimane un motore centrale inaggirabile. Ma Electrolux ha anche sopravvalutato le proprie capacità di leadership tra la borghesia italiana e ha creduto troppo in un appoggio incondizionato delle istituzioni e in un passaggio sottotono tra la cosiddetta opinione pubblica. Sia il numero di lavoratori in gioco, sia il ruolo economico che questi stabilimenti giocano nel tessuto frammentato e duramente colpito da questi anni di sofferenza del modello Nord-Est, sia l'approccio sprezzante (che ha superato la proposta del 20% di riduzione degli industriali Pordenonesi) hanno portato sulla vicenda un attenzione mediatica che sicuramente non era attesa da Electrolux, che ha costretto infine (dopo mesi di attendismo) anche il governo a chiedere di rivedere il piano. Ci sono poi le istituzioni locali che in questa vertenza, in cui l'attacco viene da padroni stranieri e multinazionali, hanno visto l'occasione di recuperare un po' di credibilità fra i lavoratori, oltre al fatto d essersi trovati costretti quanto meno a tuonare parole pro-lavoratori vista la dimensione del problema sociale che ne deriverebbe, ben oltre la loro capacità di gestione. In altre situazioni l'atteggiamento è stato ben diverso: dalle recenti interrogazioni parlamentari perché si faccia più violento l'intervento delle forze dell'ordine nella rimozione dei picchetti e presidi alla Granarolo fino a quella del licenziamento delle lavoratrici della Fondazione Santa Tecla di Este, in cui per difendere gli interessi economici della curia le istituzioni non hanno esitato a mandare i carabinieri in assetto antissommossa perché venisse rimosso il picchetto.

In ogni caso, quale che sia l'approccio delle istituzioni, e quale che sia la modifica parziale delle posizioni delle aziende in seguito alla forza di contrasto dimostrata dai lavoratori in lotta, in periodi di spending review a fare le spese di queste strategie di riorganizzazione industriale sarebbero comunque i lavoratori, i disoccupati e i pensionati, che vedono diminuire i servizi, dalla sanità all'istruzione, per garantire la ripresa a più alti livelli dei profitti per i padroni delle grandi aziende come Electrolux. Da qui, la necessità di saldare il fronte dei lavoratori negli scontri e nelle vertenze che attraversano massicciamente - sebbene in modo poco visibile - le aree industriali delle città italiane ed europee si fa pressante affinché la vittoria di qualcuno non risulti una peggioramento per altri.

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