Lettera di un chimico coibente dopo l'ennesima morte per amianto

isochimica

Pubblichiamo di seguito la lettera di un lavoratore chimico coibente di un'impresa del napoletano scritta alla luce dell'ennesimo operaio morto per essere stato sottoposto a condizioni di lavoro infami e letali in nome del profitto di pochi.

L’assassino silenzioso, quello che non fa notizia perché non ammazza con spari fragorosi, che non porta con sé pistole o fucili, non smette di mietere lutti. È un vero e proprio serial killer: solo negli ultimi due anni e tra i soli ex operai dell’Isochimica di Avellino, è stato causa della morte di dieci lavoratori. L’ultimo ieri. Un operaio cinquantenne, di cui dalle cronache di giornali non si riesce nemmeno a sapere il nome. Ad ucciderlo non è stato l’amianto. Troppo facile prendersela con un materiale inerte.
Il killer ha carne ossa; quelle di tutti quegli imprenditori, manager, politici, medici, sindacalisti, professionisti, che per anni hanno occultato con piena consapevolezza la pericolosità dell’amianto, sottoponendo gli operai a condizioni di lavoro che li hanno poi condotti ad ammalarsi e a morire.

Sapevano e hanno taciuto perché nel frattempo, mentre gli operai lavoravano e si ammalavano, loro mietevano profitti e spartivano prebende. Continuavano a mieterli anche quando si cominciava a discutere sulla messa al bando dell’amianto. I tempi si protraevano – e si dovevano protrarre – perché loro continuavano a far soldi.
Ora che l’amianto è ‘fuori legge’ loro sono sempre lì fuori. E magari continuano a fare profitti; magari hanno solo sostituito l’amianto con qualche altro materiale che – forse – tra qualche anno o decennio si scoprirà essere portatore di morte.

Oggi, con contratti a tempo determinato, lavoro interinale, stage non retribuiti, un esercito di disoccupati che ti circonda, hanno creato un clima di terrore per cui non solo fa paura denunciare, ma fa paura anche solo domandare, interrogare, cercare di capire. Tanto lo sai che basta una parola sbagliata, un atteggiamento considerato di ‘insubordinazione’ e sei per strada, perché la discrezionalità di chi dirige un’impresa è quasi assoluta.
E così si sta lì e si spera che quelle fibre che vagano nell’aria non siano tossiche, che quella polverina che inali non sia cancerogena, che la mascherina e le misure di sicurezza che ci sono in fabbrica siano sufficienti. Perché altrimenti sei fottuto.
Non ti regalano niente, non ci regalano niente. Né una mascherina, né una tuta. Tutto ciò che abbiamo l’abbiamo perché ‘loro’ hanno avuto paura, paura di ‘noi’, che abbiamo alzato la testa e che quelle cose, anche la più piccola, ce le siamo conquistate. E questo non dobbiamo mai dimenticarlo, perché poi finisce che ci fanno credere che loro sono buoni e ce l’hanno gentilmente concesso perché si preoccupano per noi.

Qualcuno dice che stare zitti e buoni non serve a niente, che verranno a prendere anche noi, che arriverà il nostro turno e saremo cacciati o ci ammaleremo e moriremo anche noi. Giustissimo. Ma qui è l’impotenza a farla da padrone. Ascoltiamo belle parole, e poi? Cosa segue a tutti questi bei discorsi? E noi cosa dovremmo fare? Andare al suicidio?
Rischiare tutto, con la certezza di perderlo e solo perché in questo modo saremmo moralmente a posto? L’avventurismo non paga, anzi. Che non significa che non si possa fare nulla. Però quel ‘qualcosa’ che si può fare lo si deve fare con serietà, umiltà e pazienza. Da subito, perché è anche vero che c’è urgenza di invertire la rotta. Perché qui si soffre, e si muore anche.

Un lavoratore chimico coibente

Rete Camere Popolari del Lavoro