Petrolio, trivelle, politicanti, referendum e noi

referendum trivelle

Sono ancora tante le idee confuse che circolano riguardo il referendum di domenica 17 Aprile, e in molti cadiamo nei trabocchetti del premier Renzi che ha esplicitamente invitato a boicottarlo.

Di seguito trovate l’utilissima analisi di una persona che si sporca le mani ogni giorno contribuendo ad organizzare i lavoratori in un sindacato conflittuale, che si è messo a studiare a fondo su cosa andremo a votare domenica, quali e di chi sono realmente gli interessi che il referendum mette in discussione. Si è anche chiesto fino a quale punto lo strumento referendario può essere efficacie in questo momento, quali le sue potenzialità e quali i suoi limiti che richiedono l’intervento di tutti, giorno per giorno.

Un piccolo contributo da parte di un compagno alla discussione sulle trivelle. Per realizzarlo, si è servito delle fonti avute dal Dott. Giuseppe Miserotti (ex presidente dell’Ordine dei Medici di Piacenza), da tutti i compagni dei movimenti NoTriv (in particolare Erika, i cui documenti interessantissimi vanno ben al di là dell’Italia e che qui non potevano essere inseriti per questioni di lunghezza) e da Nicola Armaroli (ricercatore al CNR di Bologna nonché direttore della rivista Sapere, ovvero la massima autorità in fatto di pubblicazioni scientifiche in Italia). Realisticamente, l’affluenza al voto per il referendum sarà uno scoglio difficilmente superabile, quindi una volta di più diventa centrale la lotta che sapremo mettere in campo, non certo la X su un pezzo di carta.

1. Dato che le persone non coinvolte nei movimenti sociali hanno conosciuto la questione Triv in conseguenza al referendum prossimo venturo, credo sia giusto fare chiarezza in merito al quesito referendario. E dunque, su cosa si vota il 17 aprile?

Ci esprimeremo su un unico quesito referendario, promosso da 9 regioni, che chiede questo: vogliamo che siano revocate o mantenute le concessioni per l’estrazione di petrolio o gas naturale in mare – entro le 12 miglia dalla costa – che scadranno tra il 2017 e il 2027? Si tratta di circa 20 concessioni che, in caso di vittoria del “Sì”, continueranno comunque a essere valide sino alla loro scadenza attuale. Il quesito non riguarda le concessioni oltre le 12 miglia marine. Come conseguenza pratica, avremo che in caso di vittoria del SI non vi sarà lo stop automatico, ma la possibilità di funzionare SOLO in regime di proroga, regime che necessita del parere delle Regioni (ora non necessario). Dato che le Regioni non sono di norma enti a guida “blackblocnotavnotriv” molte proroghe saranno comunque concesse a seconda di quanto i Presidenti giudicheranno conveniente o meno (per i loro calcoli politici) dare l’avvallo, ma in ogni caso facendo pesare il proprio parere ai privati estrattori in termini di “compensazioni” (di vario tipo: dalla realizzazione di lavori pubblici o ambientali a quelle economiche…). Non è quindi un caso che il referendum sia proposto dalle regioni!

2. Cosa è esattamente una concessione e quanto dura? È cambiato qualcosa di recente nel regime di queste concessioni?

Le risorse del sottosuolo sono proprietà dello Stato, che però non si dedica direttamente ad attività estrattive ma le affida “in concessione” ad aziende energetiche specializzate. La procedura è complessa: prima lo Stato rilascia “permessi di ricerca” che, in caso di ritrovamento di risorse sfruttabili, possono evolvere in “concessioni di coltivazione”. Sulla base di queste ultime, le aziende realizzano le infrastrutture necessarie alla produzione, tra cui le piattaforme e i pozzi.

Fino allo scorso anno la legge italiana prevedeva che le concessioni di coltivazione (ovvero di estrazione) di idrocarburi durassero 30 anni, prorogabili (ricordate quando al punto 1 parlavo degli effetti pratici e delle proroghe?) per ulteriori 5 o 10 anni. La Legge di Stabilità 2016 stabilisce che tali titoli non abbiano più scadenza e restino in vigore “fino a vita utile del giacimento”.

3. Le concessioni che sarebbero progressivamente revocate nel prossimo decennio, in caso di vittoria del “Sì”, dove sono e a quali aziende appartengono?

Queste concessioni riguardano il mare Adriatico (di fronte alle coste di Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo), il mar Ionio (provincia di Crotone) e il canale di Sicilia (provincia di Ragusa e Caltanissetta). La maggior parte riguarda esclusivamente estrazione di gas, solo 5 riguardano anche petrolio (una di queste unicamente petrolio). Le aziende titolari delle concessioni sono ENI (o sue controllate) e Edison.

4. Quanto petrolio e gas possiamo ancora estrarre in Italia, complessivamente?

I dati sono consultabili presso il sito del Ministero. Le risorse sono stimate in 3 categorie:
certe (probabilità > 90% di essere prodotte)
probabili (> 50%)
possibili (> 10%)

Nella improbabile e ultraottimistica ipotesi che le risorse certe e probabili siano interamente estratte e sfruttate, l’Italia coprirebbe meno di 2 anni di domanda di gas e poco più di 3 anni di domanda di petrolio, agli attuali livelli di consumo.

A questo proposito è importante rilevare due dati significativi:
tra il 2005 e il 2014 i consumi di gas in Italia sono calati del 28% e quelli di petrolio del 33%, non siamo un Paese disperatamente alla ricerca di nuovi approvvigionamenti; i costi di estrazione di petrolio in Italia si aggirano attorno ai 50 $/barile. Con i prezzi attuali, attorno ai 40 dollari, la produzione italiana (assieme a quella in molte altre aree geografiche) è fuori mercato. L’Arabia Saudita, abbassando di proposito il prezzo del petrolio, ha raggiunto lo scopo di imporsi, ancora una volta, come regista del mercato mondiale.

In questo scenario l’Italia e l’Europa, con le loro misere riserve residue, non hanno voce in capitolo: è sommo interesse strategico nazionale pianificare l’abbandono progressivo degli idrocarburi. Facciamo girare due rotelline che connettano la questione trivelle alla geopolitica internazionale: se non fosse come abbiamo spiegato, ben difficilmente si capirebbe perché l’Italia e gli altri paesi occidentali abbiano così tanto interesse a mantenere fra i propri alleati economici e politici quell’Arabia Saudita culla del salafismo e armatrice/finanziatrice di ISIS! Perché quelli (e lo stesso ISIS, che vende ad essa e al petroliere Erdogan il cui padre è -sorpresa!- alla guida della nostra alleata Turchia) sono i mercati che determinano prezzi e commercio del petrolio per uso di massa, non certo le piattaforme che abbiamo in Italia e che arricchiscono (a costo di danni irreparabili quotidiani, vedi recenti sversamenti sulle coste siciliane) al massimo dei privati “amici di”! Ciò invalida COMPLETAMENTE l’argomento “da bar” (o da primo anno di facoltà di ingegneria, se preferite) del “e ma allora poi dove lo compriamo il gas e il petrolio?”. Non stiamo vivendo con quello estratto in Italia!

5. Viste le esigue quantità disponibili, perché è appetibile estrarre idrocarburi in Italia?

In Italia vige un regime di concessione estremamente “benevolo”, che aveva ragion d’essere quando ENI era al 100% proprietà dello Stato ed era di fatto l’unica azienda impegnata nello sfruttamento degli idrocarburi nazionali. Oggi ENI è una società per azioni quotata in borsa e opera in competizione con altre aziende private, spesso straniere. Questo vecchio regime di concessione è oggi vantaggioso solo per le aziende energetiche, non per la collettività nazionale.

I canoni per i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione ammontano a poche decine di euro per km2. Altrettanto basse sono le percentuali sugli utili che le aziende energetiche pagano allo Stato (royalties): per il petrolio in mare sono del 7% e per il gas del 10%, ma sono pagate solo oltre una certa quota produttiva (quindi conviene produrre poco…). Tra l’altro, il sistema della royalties è ormai superato in tutti i Paesi più avanzati, tranne appunto l’Italia. Normalmente le aziende versano allo Stato una percentuale dei profitti che, in Norvegia, sfiora l’80%! E no, in Norvegia non comandano i “blackblocanarconotrivautonomi” ma al massimo dei blandi socialdemocratici, solo con una massa di gente un po’ meno sprovveduta alle spalle.

6. A quanto ammontano le royalties pagate dalle aziende che estraggono idrocarburi?

Tutti i dati sono presenti sul sito del Ministero. Nel 2015 lo Stato ha incassato 55 milioni di euro, una cifra irrisoria nel bilancio nazionale. Le Regioni hanno incassato 163 milioni, di cui 143 alla sola Basilicata (16 milioni al Comune di Viggiano, che conta 3200 abitanti). L’Emilia Romagna – che ha 4,5 milioni di abitanti e un bilancio regionale di 12 miliardi – ha incassato 7 milioni. 1,5 euro per abitante: un’elemosina che non compensa neppure i danni ambientali di questo tipo di attività, in primis la subsidenza.

7. Nel caso di vittoria del “Sì”, che senso avrebbe lasciare nel sottosuolo petrolio e gas, dato che le infrastrutture di estrazione sono già in loco?

Ci sono almeno quattro buoni motivi per lasciarli dove sono:
• Non è accettabile che alle compagnie petrolifere debba essere concessa la disponibilità di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. Nei Paesi democratici è regola porre precise scadenze temporali alle concessioni date a società private che sfruttano beni appartenenti allo Stato, cioè a tutti. Le regole dello Stato liberale debbono valere sempre e per tutti.
• Come recita il movimento britannico “Keep it in the ground”, dobbiamo essere consapevoli che il margine per ulteriori aggiunte di CO2 in atmosfera è ormai minimo. Gli idrocarburi vanno lasciati il più possibile dove sono perché la destabilizzazione del clima è una delle più imponenti minacce che grava sul futuro della nostra civiltà. Cominciamo da casa nostra.
• Per disinnescare altri quesiti referendari, il Governo ha vietato per legge nuove concessioni entro le 12 miglia marine, anche perché ritenute potenzialmente dannose per un’attività ben più rilevante per l’economia italiana: il turismo. È ragionevole liberare definitivamente le acque territoriali italiane dai rischi connessi a queste attività.
• Certificato che queste sono le ultime risorse di petrolio e di gas che abbiamo in Italia, abbiamo il dovere morale di lasciare qualche risorsa del sottosuolo anche alle generazioni future. Facciamo finta di rimanere coinvolti in una guerra attiva…o magari che si impongano delle missioni spaziali necessarie alla sopravvivenza della nostra specie che potrebbero giovarsi dei combustibili fossili…Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo consumare tutto noi.

8. Quali tipi di rischi ambientali esistono?

Gli impatti ambientali degli idrocarburi cambiano a seconda che si tratti di ricerca, estrazione o uso.

Nella fase di ricerca dei giacimenti, può essere utilizzata la tecnica di indagine geofisica nota come “Air-gun”, che potrebbe avere un impatto negativo sulla fauna marina (il tema è controverso).

Per quanto riguarda l’estrazione, uno degli impatti più seri – che colpisce in particolare l’Adriatico settentrionale – è la subsidenza, un fenomeno naturale esacerbato dalle attività di estrazione, che ha già causato molti danni. È poi stato rilevato di recente che nei pressi delle piattaforme in mare vi è un aumento della concentrazione di diversi inquinanti. Inoltre, nonostante si tratti di un rischio a bassissima probabilità, un ingente sversamento accidentale di petrolio in mare avrebbe conseguenze ambientali ed economiche catastrofiche. In particolare per l’Adriatico, che è un mare molto chiuso, caratterizzato da una profondità media inferiore a 100 metri nella parte centro-settentrionale.

Infine abbiamo un problema di carattere più generale: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico che contribuisce a causare milioni di morti ogni anno per inquinamento atmosferico e accresce la temperatura del pianeta attraverso gli scarti dei processi di combustione. Con l’Accordo di Parigi (quello stesso contro cui era stato vietato dal Governo Holande di manifestare), il nostro Governo ha dichiarato di voler fare la sua parte per la lotta ai cambiamenti climatici. È ora che l’Italia adotti, nei fatti e non solo a parole, una politica energetica coerente sino in fondo con gli accordi che sottoscrive a livello internazionale.

9. Qualcuno obietta che estrarre idrocarburi in Italia non aumenta il rischio e il danno ambientale globale poiché, in alternativa, si estrarrebbe in Paesi con minori controlli ambientali. Inoltre, transiterebbero più petroliere nei nostri mari.

Rinunciare a meno dell’1% di consumo nazionale di petrolio equivale al carico di tre petroliere di medie dimensioni in un anno. Inoltre, l’ultimo grande incidente petrolifero (Golfo del Messico, 2010) è avvenuto a una piattaforma e non a una petroliera.

A proposito di inquinamento, occorre poi sottolineare che le grandi multinazionali europee, che vorrebbero trivellare i nostri fondali marini vantando grandi performance ambientali, non brillano su questo aspetto nelle aree produttive più povere del mondo, come per esempio il Delta del Niger in Africa. Noi Italiani brava gente. Sapete quanti profughi ci sono in conseguenza alle trivellazioni nel delta? Sapete che i profughi che ne derivano non vengono neanche riconosciuti come profughi? Le pratiche di sostenibilità ambientale non possono valere solo laddove i controlli sono più stretti, ma debbono valere sempre.

10. Limitando l’industria estrattiva in Italia, ci saranno impatti negativi sull’occupazione?

La maggior parte degli italiani addetti al settore estrattivo lavorano all’estero. Considerando il quadro qui descritto, l’eventuale effetto sull’occupazione in Italia sarebbe ridotto e diluito nel tempo. Occorre poi sottolineare che il numero di posti di lavoro creati dalla filiera rinnovabile, che è il futuro, è almeno quatto volte superiore a quello dell’industria degli idrocarburi, che è il passato. Quest’ultima è per sua natura a bassa intensità di lavoro.

In questi ultimi 3-4 anni sono state perse decine di migliaia di posti di lavoro, a causa delle politiche miopi e vessatorie che hanno tagliato le gambe all’ascesa delle rinnovabili per favorire, ancora una volta, i combustibili fossili. Si tratta per lo più di aziende piccole e piccolissime che spesso non hanno voce, ma è stata una vera e propria ecatombe.
Anche in un Paese poco propenso a progettare il futuro come l’Italia bisognerà farsene una ragione: tutte le transizioni epocali innescano grandi ristrutturazioni industriali e occupazionali. La transizione energetica non farà certo eccezione. Non significa perdere lavoro (che è sempre una merda), ma di organizzarne di nuovo (e più umano), magari all’infuori della logica di rapina.

Fra di noi molti sono impegnati in sindacati, anche particolarmente radicali. Ma, non prendendo mazzette per fare dichiarazioni a favore delle trivellazioni, possiamo dirvi una cosa di cuore? BASTA allo scambio lavoro-salute. L’ILVA non insegna proprio niente?! E poi nelle piattaforme italiane lavorano operai con contratti determinati di pochi mesi (proprio perché gli stessi beneficiari delle concessioni non sanno realisticamente quanto possono fare calcoli su quei sitarelli): puntano a massimizzare il profitto subito, anche a costo di massimizzare i danni (le avete sentite le intercettazioni della renziana ex-ministro Guidi no? Chissenefrega delle malattie professionali e del danno alle falde! Lo dicono esplicitamente, ne ridono!) e ciao-ciao al lavoro, non staranno certo a piangere quando in ogni modo non rinnoveranno i contratti.

11. Il Governo ascolta la comunità scientifica?

Tutti i Governi, di qualsiasi colore, hanno sinora sistematicamente ignorato la voce della comunità scientifica sui temi dell’energia. Nell’ottobre 2014, alcuni docenti di Università e centri di ricerca di Bologna hanno inviato una lettera al Governo, nella quale chiedevano di aprire un confronto sulla Strategia Energetica Nazionale. Nessuno ha avuto il garbo istituzionale di rivolgere loro un cenno. Nella maggior parte dei Paesi avanzati esistono strumenti per far dialogare i diversi attori sociali portatori di conoscenze e interessi diversi (politici, scienziati, tecnici, cittadini). Da compagni, non ci facciamo certo illusioni in merito a tali strumenti di dialogo, ma sappiate che in Italia la lobby pro-Triv è al comando di partiti (PD in primis) che della scienza e di chi studia per un mondo migliore non sembrano proprio interessarsi.

12. Cosa perde e cosa guadagna l’Italia, limitando le estrazioni di idrocarburi?

Numeri alla mano, l’Italia perde davvero poco. D’altro canto, privilegiando lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili – manifatturiero e conoscenza – ne guadagnerebbe enormemente in termini di innovazione e posti di lavoro, di qualità della vita delle persone, di rispetto degli impegni internazionali. Penso poi che la promozione del turismo, del cibo e dell’agricoltura di qualità siano valori inestimabili che non dobbiamo mettere a rischio per nessuna ragione. Tanto meno per estrarre quantità residuali di idrocarburi, sostanzialmente regalate ad alcune grandi aziende energetiche. Tra i numerosi mendaci argomenti messi in circolo dai pro-triv, vi è quello per cui l’Italia non sarebbe messa poi così male dal punto di vista delle rinnovabili: 12esima in Europa. Come sempre, le statistiche sono figlie del diavolo: questo dato non dice che l’uso domestico di rinnovabili (sostanzialmente al solare mi riferisco) in Italia è fermo al 4%, mentre paesi con molto meno sole di noi (Germania, Svezia) oscillano fra il 56 e il 74%. Ci rendiamo conto?

13. È possibile far funzionare la civiltà moderna solo a energia rinnovabile?

Non solo è possibile, ma è anche un’opzione senza alternative. I combustibili fossili inquinano e compromettono il clima. L’unica possibilità di sopravvivenza per la nostra civiltà è passare nel più breve tempo possibile all’uso dell’unica fonte energetica illimitata di cui disponiamo, il Sole. Senza però dimenticare che solo utilizzando in modo oculato le (limitate) risorse naturali a nostra disposizione (metalli, acqua dolce, biomasse, ecc.) saremo in grado di fabbricare i convertitori e gli accumulatori di energia solare che ci servono.

Sarà una sfida molto complessa, ma non impossibile.

14. Veniamo all’ aspetto politico. Qual è la vera posta in palio con questo referendum?

Il significato di questo referendum va al di là del suo quesito specifico, che riguarda una questione quantitativamente minimale. Del resto è sempre stato così, sin dal referendum sul nucleare del 1987, dove non fu chiesto esplicitamente agli italiani se volessero o meno centrali in Italia. La vittoria del “Sì”, però, bloccò lo sviluppo del nucleare per 30 anni. Il referendum del 2011, cancellò poi per sempre questa opzione.

Il referendum del 17 aprile ha assunto un cruciale significato politico: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica legata al passato o se vogliamo che l’Italia s’incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle fonti e tecnologie rinnovabili. È una questione su cui si gioca il futuro economico, ambientale e occupazionale dell’Italia, perché l’energia è il motore di tutto.

15. Da tutto questo si dovrebbe desumere che serve andare a votare, e di corsa, per il “sì”…ma?

Ma non posiamo liquidare con facilità questa questione. Certo, sbugiardare le ragioni del “no” è doveroso, dato che appunto il referendum ha assunto una rilevanza politica. Dobbiamo dire sicuramente di votare “sì”.

Ma fra compagni sappiamo bene, fin troppo bene, come il referendum e la favoletta della “democrazia diretta” siano un’arma di svuotamento delle lotte sociali ed eco-sociali. Il principio è semplice: “vai a votare, avrai fatto il tuo dovere e dopo non dovrai più preoccuparti della questione!”. Sappiamo bene che questo è il primo passo per permettere che tutto prosegua come prima se non peggio senza nemmeno il rischio che la gente scenda in piazza o ostacoli le trivellazioni. Ciò è precisamente la cosa da evitare. Questo referendum non incrocia se non in minima parte la lotta NoTriv. Tutti dovrebbero conoscere e seguire il movimento NoTriv, partecipare alle sue scadenze, alle sue manifestazioni, ai suoi -si spera- sabotaggi che inevitabilmente si renderanno necessari. In Val Susa il Tav porta 25 anni di ritardo non per qualche referendicchio in valle, ma per la tenace opposizione di una dimensione popolare che legittima e riconosce le azioni di contrasto e sabotaggio ai lavori (“si parte si torna insieme Chiomonte come Atene siam tutti black bloc lo sbirro nel cantiere dovrà tremare se arrivano i NoTav!” cantano gli anziani…).
In Basilicata e in Irpinia, le zone che fino ad ora hanno subito di più le politiche di sfruttamento dei giacimenti fossili in Italia, purtroppo possiamo già toccare con mano i primi effetti negativi di un eccesso di fiducia in uno strumento che in realtà può offrire poco. Quell’attivazione e mobilitazione di massa, che fino ad uno o due anni fa il movimento No Triv riusciva anche se solo in modo parziale ad esprimere, si è arrestata; sopita in un’ingenua e fiduciosa attesa degli esiti del referendum: non si lavora più per la costruzione di una partecipazione di massa, ma per l’affluenza alle urne.

Il rischio è che passato il 17 aprile la sbornia dell’ “effetto referendum” si volatilizzi, lasciandoci in mano soltanto una vittoria di “principio” senza nessuno in grado di far rispettare quella volontà.

Mettiamola così: adoperiamoci per la vittoria del “sì”, ma a patto che il giorno dopo le persone andate ai seggi diano retta a quelle che fanno lotta politica quotidiana su quel tema. Fa sicuramente bollire il sangue nelle vene vedere i faccioni dei politicanti sinistrati mettere il cappello e incassare un po’ di ritorno da una vittoria, per poi magari sparire di nuovo e anzi condannare quei “pochi violenti” che mettono in campo pratiche di contrasto reale. Ma è un problema che riguarda gli attivisti e che non inficia la possibilità di infierire un colpo alle lobby pro-triv.

Rete Camere Popolari del Lavoro