La verità sulla situazione di Villalba, un racconto dei lavoratori

Il 10 gennaio il Denaro ha annunciato la riapertura della clinica Villalba [leggi qui e qui], peccato però che la notizia sia nuova per gli stessi lavoratori che, anzi, raccontano tutt’altro. La storia di Villalba è infatti lunga, travagliata e, almeno al momento, non è certo a lieto fine per chi ci lavorava.

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Nell’aprile del 2009 questa clinica privata convenzionata venne venduta ad un personaggio dal curriculum poco chiaro, su cui nemmeno il sindacato ha saputo o voluto mai dare spiegazioni… Peraltro, dopo soli tre mesi, il nuovo proprietario (o presunto tale), sostenendo di non potersi permettere il pieno pagamento degli stipendi, mise in “contratto di solidarietà” i suoi dipendenti.

All’inizio del 2010, dopo un controllo dell’ASL, la clinica risultò, e risulta tutt’oggi, non a norma per poter effettuare servizi sanitari. Fu chiusa la sala operatoria, cuore della clinica che si reggeva su piccola chirurgia, ginecologia e ostetricia. Fu data però al proprietario la possibilità di mettere a posto la struttura, adeguandosi ai requisiti richiesti dalla Regione. Nei successivi 17 mesi, il personale fu messo in cassa integrazione “speciale”, poiché questo ammortizzatore solitamente non è riservato ai lavoratori della sanità privata.
Nel frattempo il proprietario finse di iniziare i lavori, montando impalcature all’esterno della clinica e rompendo vari muri all’interno, senza mai iniziare realmente un piano di ristrutturazione di cui la clinica necessitava. Così, scaduti i tempi, scaduta la cassa integrazione, il padroncino ha fatto “scadere” anche i contratti di più di 70  lavoratori che si sono trovati da un giorno all’altro senza lavoro, senza certezze sugli stipendi arretrati e senza liquidazione.

Da quel giorno, quindi, i problemi principali si sono rivelati due: riavere la propria liquidazione e i propri stipendi arretrati, ancora nelle mani del padrone, ed essere riassunti. Per quanto riguarda la prima questione, i lavoratori si sono mossi a gruppi con degli avvocati, dividendosi però fra chi ha deciso di accettare un forfait dilazionato in una serie di rate (che dà la certezza di riavere nell’immediato qualcosa di soldi, ma prevede una riduzione della somma totale), e chi ha deciso di pretendere tutto ciò che gli spetta, ma senza nessuna garanzia di riuscire ad ottenerlo.
Per quanto riguarda il futuro lavorativo degli ex dipendenti di Villalba la situazione è altrettanto complessa: la Regione (che però in materia di Sanità è commissariata e quindi risponde direttamente al Ministero dell’Economia e  quello della Salute) ha ritirato le convenzioni che doveva al proprietario della clinica (il quale, lo ripetiamo, non ha mai messo a norma la struttura) e le ha messe all’asta.

Attualmente due imprenditori, proprietari di 3 cliniche, stanno trattando con la Regione, la quale, inizialmente, aveva fatto capire ai dipendenti di Villa Alba che il loro futuro era strettamente legato a quello delle suddette convenzioni. In realtà questo aspetto è tutt’oggi in trattativa, perché c’è il pericolo concreto che le strade dei volumi prestazionali e dei volumi occupazionali si possano dividere, ovvero che questi nuovi imprenditori possano appropriarsi dei soldi senza necessariamente assumere nuovo personale.
Chi paga le conseguenze di queste speculazioni, ritardi e malversazioni sono come al solito i lavoratori, che vivono una situazione drammatica. Quelli che hanno meno di 55 anni hanno visto scadere a novembre scorso la loro indennità di disoccupazione; di qualche altro mese beneficeranno invece quelli più anziani.

Ciononostante i lavoratori hanno recentemente rifiutato la proposta avanzata da Regione, imprenditori e sindacato (CGIL) di ritornare a lavorare a tempo determinato e per soli 11 mesi, perché tale proposta, se accettata, gli avrebbe impedito di risolvere realmente la loro situazione e anche di percepire nuovamente – per lo scarto di un mese! –  l’assegno di disoccupazione una volta scaduto il contratto (infatti anche per l’Aspi creata dalla Riforma Fornero, così come per la vecchia indennità di disoccupazione, uno dei requisiti per ricevere il sussidio è aver lavorato per 52 settimane consecutive).

La storia di Villalba, insomma, è e sarà ancora lunga, a differenza di quello che hanno scritto diversi quotidiani locali. Anche in questo caso quello che si nota chiaramente è che l’assenza di un’organizzazione di classe, realmente dalla parte dei lavoratori, ha contribuito a vanificare ogni loro potere di opporsi. Anche per colpa del sindacato (oltre che per una gestione piuttosto losca da parte di Regione e titolare della clinica, che spesso facevano i loro incontri a porte chiuse) i lavoratori non hanno mai avuto informazioni veritiere. Spesso le notizie si sono accavallate in maniera sempre più contraddittoria, confondendogli le idee. Facendoli spesso cadere in tranelli che hanno successivamente pagato sulla loro pelle, con la divisione l’indebolimento e lo scoramento.

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Intervista a un lavoratore di Villa Alba nell'Aprile 2010

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