Fincantieri, la giornata lavorativa e le forme di organizzazione. Il racconto operaio di una lotta che continua

In questi mesi, la mannaia della privatizzazione è ritornata prepotentemente sulla scena, per quanto ormai il patrimonio pubblico sia già al lumicino. Il paradosso è che anche in questo caso le imprese da privatizzare, come Fincantieri, non sono esattamente in sofferenza. In effetti perfino il giornale del padronato, Il Sole 24 Ore, il 18 ottobre 2013, notava come “il gruppo triestino leader mondiale nella cantieristica con 4 miliardi di ricavi” gode di ottima salute, ed è in fase di “espansione”. L’effervescenza dell’azienda riconosciuta dal padronato è legata soprattutto alle recenti attività di acquisizione di aziende straniere: se nel 2009 erano stati comperati alcuni cantieri nella regione dei Grandi Laghi negli Stati Uniti, nei mesi scorsi, Fincantieri ha acquistato Stx Osv, rinominata oggi Vard, leader mondiale nella costruzione di mezzi di supporto alle attività di estrazione e produzione di petrolio e gas naturale, quotata alla borsa di Singapore.

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Con lo shopping di siti produttivi esteri, sostenuto dal denaro pubblico, l’azienda ha raddoppiato le sue dimensioni, diventando il quarto costruttore navale al mondo, e il primo produttore in tutti i settori ad alto valore aggiunto. Girando lo sguardo all’Italia, la situazione è decisamente meno rosea: la direzione di Fincantieri dichiara infatti che i cantieri italiani sono vittime di “debolezze strutturali”, quali ad esempio le ridotte dimensioni, la mancanza di innovazione tecnologica e di ammodernamento. Nel frattempo, per non sbagliare, la direzione continua cantiere dopo cantiere il tentativo di ridurre il personale e peggiorare le condizioni di quanti ancora lavorano.

Fincantieri, già di proprietà dell'IRI, e oggi controllata da FINTECNA (prima legata al Ministero dell’Economia, poi passata l’anno scorso nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti), all’inizio degli anni Ottanta contava 32 mila lavoratori contro i 10 mila di oggi. Nel bilancio 2012, la voce "relazioni industriali" riporta con una certa soddisfazione come si siano registrate 333 uscite dall'azienda tra mobilità, esodi incentivati, outplacement e uscite volontarie, e 138 trasferimenti , mentre il ricorso alla cassa integrazione guadagni straordinaria ha riguardato mediamente 1463 risorse. Questi accordi secondo la direzione avrebbero dovuto garantire "da un lato gli equilibri degli organici in relazione ai ridotti carichi di lavoro e dall'altro livelli di accresciuta competitività ai fini produttivi, grazie a meccanismi di maggiore flessibilità delle prestazioni". Gli accordi stipulati nel corso del 2013 aggiungono ulteriori “eccedenze” di forza lavoro, corrispondenti a 904 lavoratori da licenziare "con il criterio della non opposizione" e 2.992 destinati alla Cassa Integrazione.
Passando di cantiere in cantiere con la vecchia tattica della divisione, la riorganizzazione della produzione prevede, oltre al ricorso alla cassa integrazione e ai licenziamenti, modalità di erogazione del lavoro che rendono gli operai sempre più flessibili, ovvero controllati a piacere della direzione.

A partire dal deciso attacco alle rigidità operaie, l'estate scorsa, il cantiere navale di Marghera (VE) è stato teatro di una lotta dei lavoratori insolitamente lunga e tenace contro il piano di riorganizzazione presentato dall’azienda. In modo analogo ai cantieri di Castellamare, Sestri Ponente e Ancona, anche a Marghera si chiedevano esodi incentivati, riorganizzazione degli orari e delle funzioni delle RSU. Oltre 50 ore di sciopero del cantiere hanno messo in luce un protagonismo operaio che ha tentato di liberarsi dai lacci e lacciuoli di un sindacalismo concertativo e ormai esangue. Alla retorica della rassegnazione e dell'impotenza, di fronte a una crisi che non sembra voler finire mai, gli operai di Marghera hanno contrapposto delle pratiche di resistenza e di contrattacco collettivi. Sebbene l'intera vicenda sia stata poi riportata nei consueti binari, e la “riorganizzazione” del lavoro voluta da Fincantieri sia stata imposta in alcune parti salienti, crediamo che la lotta abbia mostrato come la normalizzazione delle relazioni industriali sia un processo al quale una parte consistente degli operai non ha alcun desiderio di partecipare.

Di seguito riassumiamo quanto è accaduto, soffermandoci su alcuni processi generali che travalicano il caso della Fincantieri poiché riguardano le modalità di gestione del lavoro nella crisi e che resteranno di sicuro anche dopo la crisi. In particolare ci riferiamo qui all'allungamento della giornata lavorativa e al ruolo del sindacato, mentre sullo sfondo rimangono i progetti di privatizzazione e il progressivo prosciugamento del welfare.

La giornata lavorativa

Nel dettaglio, il piano di riorganizzazione degli orari presentato dalla direzione della Fincantieri a maggio del 2013 a Marghera prevedeva:

1) il turno di notte (fino alla mezzanotte);
2) l'applicazione su larga scala del 6x6 (sei ore al giorno per sei giorni alla settimana);
3) un orario pluri-settimanale di ampiezza indefinita;
4) lo spostamento della mensa a fine turno;
5) l'estromissione della Rsu dalle funzione di controllo su orari e organizzazione del lavoro.

Per capire il piano di riorganizzazione facciamo un piccolo passo indietro. A partire dagli anni Ottanta avanza un processo di erosione del modello standard di orario di lavoro come ingrediente determinante delle nuove politiche di riaggiustamento industriale avviate per rispondere ad un’acuta fase di crisi economica con pesanti risvolti occupazionali. I regimi di orario introdotti devono rispondere a due requisiti: ampliare il tempo di utilizzo degli impianti e, nel contempo, variare l’utilizzo degli impianti – e della forza lavoro – in relazione alle necessità. Obiettivo costante del padronato è far coincidere il tempo di lavoro pagato con le precise esigenze produttive. Il just-in-time produttivo è in realtà il just-in-time della forza lavoro. E' a partire da questo che prendono corpo orari di lavoro spalmati su più giorni, come il “6x6”, estesi alla notte, al sabato (e talvolta anche alla domenica), orari stagionali flessibili.

Questa pressione sugli orari, solo in alcuni casi monetizzata (fatto salvo il turno notturno), comporta la trasformazione del sabato (e talvolta della domenica) in una normale giornata lavorativa e la riduzione dell’orario di lavoro considerato straordinario. Va da sé che i livelli salariali come per incanto si riducono. La flessibilità degli orari, ormai introiettata come dato ineludibile di fronte alla competizione internazionale, è uno di quegli strumenti utilizzati dal sindacato per “difendere l’occupazione”. Non a caso nella crisi gli accordi registrano spesso una spinta alla flessibilizzazione del tempo di lavoro, compresi molti contratti di solidarietà, a fronte di garanzie occupazionali, o meglio a fronte di poter co-gestire quelli che, con linguaggio mortifero, vengono definiti “esuberi”. Si tratta di una soluzione che i lavoratori sovente respingono perché i cosiddetti orari flessibili destabilizzano i tempi su cui poggia la vita individuale e familiare. D'altronde come aveva sottolineato già Karl Marx nel Capitale “la lunghezza della giornata lavorativa [è] il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno nascosta, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai”.

Se il tempo di lavoro è la variabile che tradizionalmente a livello individuale misura l’estensione della subordinazione del lavoratore al padrone e, di conseguenza, il suo salario, allora i mutamenti nella struttura dell’orario si riverberano sull’intera classe lavoratrice. I nuovi regimi orari flessibili invertono una tendenza storica: gli orari medi di lavoro non solo non si riducono, ma cominciano ad allungarsi. La crisi permette un ulteriore affinamento di questo processo con la possibilità di variare gli orari di lavoro in modo enorme. E' questo il “derivato”, atteso e ricercato dalle imprese, della flessibilizzazione degli orari di lavoro: dimensionare l'organico in modo congruente con il livello produttivo corrente, e poi sovraccaricare usando la flessibilità dell'orario di lavoro come una variazione verso l'alto del monte ore, per fronteggiare gli aumenti di domanda o per assorbire le deficienze del sistema produttivo. Ascoltiamo a questo proposito quello che ci ha detto un operaio di Marghera:

“In Fincantieri vi sono poco meno di un migliaio di lavoratori diretti (di questi 680 sono operai con 200 nei cosiddetti servizi, mentre 300 sono gli impiegati, nda.) e circa mille e cinquecento degli appalti. Attualmente stiamo finendo una nave, ma a causa del ritardo rispetto ai tempi di consegna, ogni giorno il numero di operai dentro il cantiere cresce di 30-40 persone, tutti delle ditte di appalto. Lavorare con il 6x6 permette a Fincantieri di tenere aperto regolarmente sei giorni alla settimana. E adesso i lavoratori degli appalti lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno. Sei giorni a settimana”.

Insomma, da almeno vent’anni i lavoratori del subappalto sono un polmone lavorativo fondamentale per Fincantieri, mentre i lavoratori diretti quando possono riescono a contrapporsi a questo ballo degli orari.

Nella riorganizzazione dei tempi di lavoro viene riscoperta una tattica antica quanto il capitalismo stesso: l'allungamento della giornata lavorativa, o comunque la riduzione delle pause, e l'aumento dei giorni di lavoro settimanali. Si tratta di due sistemi che permettono di ottenere maggiori profitti mantenendo il costo del lavoro sostanzialmente invariato. Queste due strategie sono all’opera non solo alla Fincantieri ma, giusto per restare in Veneto, all’ACTV, l’azienda di trasporto pubblica veneziana, e alla Carraro, azienda metalmeccanica di proprietà di un padrone illuminato, che ha fatto parlare di sé nel corso degli ultimi vent’anni schierandosi politicamente nel centro-sinistra, a fianco di Massimo Cacciari. Siamo certi che all’Aprilia di Scorzé (Venezia), nelle mani del “capitano coraggioso” Roberto Colaninno, già fra i fallimentari protagonisti dell’affaire Alitalia e sempre in quota al centro-sinistra, presto si inventeranno qualcosa di analogo. Ma per quanto gli tiri il collo, e siano stati intontiti da vent’anni di ossessione berlusconiana e leghista, anche gli operai veneti sembrano in debito d’ossigeno.

Sindacato e conflitto

La vicenda del cantiere di Marghera illumina anche uno dei nodi fondamentali dell’attuale sistema produttivo italiano e cioè il rapporto tra operai e sindacato. Il cantiere di Marghera ha storicamente una solida presenza del sindacato, in particolare tra i lavoratori diretti dove quasi i due terzi pagano regolarmente la loro quota sindacale. I rapporti di forza tra i sindacati confederali alle votazioni di aprile (2013) per il rinnovo dei delegati erano piuttosto chiari: il 65% dei voti vanno alla Fiom che sostiene la parola d’ordine di “no al 6x6”. Dopo una lunga diatriba con la direzione e con gli altri due sindacati, l’attuale democrazia in vigore all’interno dei posti di lavoro riserva alla Fiom solo 5 delegati sindacali su 12.

La direzione ritiene il momento propizio per tentare anche a Marghera quanto già portato a casa in altri cantieri: riorganizzazione generale degli orari e delle funzioni delle Rsu. Quando gli operai iniziano a organizzarsi ai primi di luglio, azienda e sindacati, Fiom compresa, firmano a livello nazionale un accordo che mira a recuperare la competitività attraverso una riorganizzazione produttiva. Alla fine di luglio dopo ulteriori tentativi di chiudere il cerchio iniziano le mobilitazioni operaie nelle quali i sindacati si segnalano per la loro iniziale assenza, nonostante la forte sollevazione spontanea tra i lavoratori e il blocco della produzione. La lotta in fabbrica si organizza spontaneamente attraverso un'assemblea permanente, come dice un operaio: “per la dignità di non darla vinta all'azienda e per non lavorare anche il sabato”.

La Fiom, che pure è il sindacato a cui sono iscritti i delegati sindacali più combattivi e che riescono a coagulare l'organizzazione nel cantiere, appoggia la lotta con qualche apprensione. La mobilitazione degli altri cantieri che pure l'azienda usa come ricatto (lo spostamento a Monfalcone della commessa successiva, la Viking Star) pare essere considerata una sorta di strategia estremista da non prendere, ovviamente, in considerazione. D’altra parte, il coordinamento dei delegati FIOM dei diversi cantieri è già stato scientemente dismesso da alcuni anni, all'interno di una gestione al ribasso cantiere per cantiere delle condizioni di lavoro.  La visibilità pubblica che dia un po' di agio e solidarietà esterna alle proprie  rivendicazioni è sostenuta solo dai lavoratori e da un comitato di sostegno nato a Marghera che con volantinaggi pubblici a Mestre, Venezia e Padova e davanti ai cancelli contribuisce al dibattito sulla lotta. La stampa locale per quanto pigra e filo padronale inizia a interessarsi della vicenda, ondeggiando tra un cauto sostegno ai lavoratori e la completa accondiscendenza alle parole di Confindustria.

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L’intelligenza operaia costruisce scioperi a scacchiera al fine di incidere efficacemente sui tempi e ottenere un reale rallentamento della produzione: due ore di sciopero per reparto per diversi giorni e poi sciopero generale del cantiere il 30 e 31 luglio e il 1° agosto, con dimostrazioni e assemblee sia dentro lo stabilimento sia a Mestre, davanti alla Confindustria. Nonostante che negli ultimi anni gli accessi al cantiere siano stati moltiplicati per garantire una diversificazione dell’accesso l’ampia partecipazione operaia permette il blocco dei cancelli anche di notte con picchetti assai partecipati.

È un'autentica prova di forza anche nei confronti della Fiom che, sentendosi sfuggire di mano la conduzione della lotta e volendo dar prova, invece, di "controllarla", decide il 1° agosto di "raffreddare" la tensione dimezzando le ore di sciopero da 8 a 4 senza consultare né i propri delegati né i lavoratori. Un tentativo che non avrà successo e che anzi avrà pesanti conseguenze. Dopo le lotte operaie di luglio e agosto, e le due settimane di ferie, la ripresa dell'attività produttiva non ha portato buone notizie ai lavoratori. I segretari di Fim e Uilm hanno concentrato i loro attacchi in una sola direzione: l'inutilità della lotta, forti di un bieco economicismo: mettendo insieme ciò che si era perso per il mancato premio di produzione e ciò che si era perso per le 54 ore di sciopero, il totale è di circa 1.500 euro in meno per operaio. I professionisti della concertazione e della disfatta dei lavoratori, sempre più asserviti agli imperativi aziendali, invitano quindi i lavoratori al voto favorevole all'accordo. La segreteria della Fiom, lungi dal rivendicare il valore della lotta, trasmette in particolare agli operai più combattivi il medesimo messaggio di smobilitazione. In un clima di intimidazione e con una parte dei lavoratori fuori dalla fabbrica la democrazia referendaria ottiene il suo verdetto. Il risultato produce svilimento e delusione da parte degli operai in particolare nei confronti della Fiom, simboleggiata dallo strappo di alcune tessere sindacali.

Il nodo riassuntivo della vicenda è l’atteggiamento sindacale concertativo prono agli interessi di una competitività sfrenata, che contribuisce all'assenza di strumenti organizzativi indispensabili per gli operai che perdono dunque oltre a un punto di riferimento collettivo, anche l’idea di un potere organizzativo. D’altra parte, durante gli scioperi e i picchetti sia i sindacalisti sia gli operai si sono resi conto rapidamente di come le forme di espressione collettiva possano produrre una politicizzazione difficile da controllare. Come ci racconta un operaio, “i lavoratori durante quei giorni venivano in fabbrica non tanto per lavorare quanto per fare politica. Si parlava tanto di quello che succedeva e di quanto dovevamo fare, mentre il lavoro rallentava”.

La possibilità di esprimersi fuori dal rapporto di subordinazione permette la crescita di soggettività antagoniste in grado di mescolarsi e di comprendersi facilmente. La vivacità si espande in tutto il cantiere che capisce il momento di tensione: “Quello che mi ha sorpreso è stata la tenuta, le capacità organizzative e la gioia che proveniva da questi lavoratori che pensavano che si potesse vincere”.  Ma la lotta ha visto i lavoratori dei subappalti come quasi semplici spettatori per quanto questa lotta riguardasse in parte anche loro. L’estensione del lavoro al sabato per i lavoratori diretti, significa infatti la possibilità per i dipendenti degli appalti avere il cantiere in funzione completa. Come in altre occasioni, le connessioni tra lavoratori diretti e degli appalti sono così rimaste fondamentalmente assenti. Il problema sindacale, vale a dire delle forme di organizzazione operaia, rimane così al centro di questo periodo di crisi.  

In questi giorni riparte l'attacco di Fincantieri verso i lavoratori, con l’estensione del 6x6 alla lavorazione successiva e poi a tutto il cantiere, mascherato con un premio produzione in realtà dimezzato, ma soprattutto riparte la corsa per la privatizzazione e la quotazione alla Borsa di Milano. La riduzione del costo del lavoro, la flessibilità del lavoro, la struttura produttiva snella, l’efficienza produttiva e altre amene descrizioni dell'aumento dello sfruttamento fanno sempre far bella figura nella casa del capitale e spesso fanno anche incrementare il valore delle azioni.
Ciò non toglie che superando la divisione tra lavoratori diretti e degli appalti e cercando un’unità tra i vari cantieri, la ripresa della lotta può acquistare forza e impedire il peggioramento progressivo delle condizioni di vita e lavoro. Gli obbiettivi non sono semplici e i ritmi delle ristrutturazioni globali del capitale sono martellanti, ma i lavoratori hanno pur sempre nelle proprie mani il potere di mandare all'aria ogni sogno di profitto dei capitalisti privati o di stato. Prima lo capiamo, prima ci organizziamo, meglio sarà per le nostre vite!

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- Il volantino distribuito nei giorni scorsi  dal comitato di sostegno alla lotta FINCANTIERI
La nostra video-inchiesta del giugno 2011, in cui si evinceva già quale sarebbe stata la “strategia” aziendale…
- Fincantieri: in rotta verso la privatizzazione? - 26/06/2011

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Di seguito una bibliografia minima per seguire la lotta FINCANTIERI fra il 2011 e il 2013 in tutti i cantieri:
- Il ricatto di Fincantieri continua, la lotta dei lavoratori anche - 05/07/2013
- Referendum Fincantieri: i No al 32%, la logica del ricatto non sfonda - 12/02/2013
- [Castellammare di Stabia - NA] L'accordo-ricatto Fincantieri verso il referendum - 09/02/2013
- Commesse per Fincantieri - 02/08/2012
- Da Fintecna alla Cassa Depositi e Prestiti: Fincantieri cambia proprietà, e adesso? - 02/07/2012
- Il periodo natalizio non porta tregue. Comincia la lotta contro l'accordo tra azienda e sindacato “giallo” - 25/12/2011
- Fincantieri: cassa integrazione per tutti - 07/12/2011
- I lavoratori di Fincantieri di Sestri Ponente bloccano la città - 04/10/2011
- Fincantieri: la lotta paga, ma non finisce qui - 04/06/2011
- Intervista ai lavoratori di Fincantieri - 29/05/2011




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