Recensioni e commenti a "Dove sono i nostri"

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Da resistenze.org, di Domenico Moro

"DOVE SONO I NOSTRI, RIFLESSIONI SU CLASSE, COSCIENZA E POLITICA"
Recentemente è uscito nelle librerie "Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della Crisi" (la casa Usher, euro 10), scritto dal collettivo Clash city workers. Si tratta di un libro straordinario, nel senso letterale della parola, cioè di fuori dell'ordinario, sia per i temi che affronta sia per il metodo che adotta.

Oggetto del libro è la composizione di classe, ovvero le caratteristiche e la struttura delle classi sociali in Italia. L'attenzione è rivolta in particolare alla classe dei lavoratori salariati (i nostri del titolo), ma, elemento da non sottovalutare, viene dedicato ampio spazio anche al lavoro autonomo ed ai settori intermedi e piccolo borghesi, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita politica italiana. Sono questi temi quasi del tutto ignorati da decenni sia dalla ricerca universitaria (sociologica, politologica ed economica) sia da sindacati e da partiti di sinistra e persino comunisti.

L'approccio degli autori non è accademico, visto che l'analisi è dichiaratamente funzionale all'azione, cioè alla ripresa e allo sviluppo della lotta di classe in Italia. "Dove sono i nostri è un libro coraggioso perché rimette al centro del dibattito politico le classi e la lotta di classe senza tacere di farlo in un'ottica di trasformazione rivoluzionaria dell'esistente e ponendosi questioni enormi ma ormai ineludibili, come la ricomposizione e l'organizzazione della classe lavoratrice. Del resto, chiunque voglia ricostruire una presenza organizzata sindacale e politica di classe nel nostro Paese non può esimersi dal partire da che cosa sono i salariati qui ed ora. Lavori di questo tipo sono un segnale positivo da valorizzare e sviluppare specie nel momento attuale, quando la sinistra di classe e i comunisti vivono il momento di maggiore arretramento dalla fine della Seconda guerra mondiale.

L'analisi di Clash city workers è importante anche perché ha il merito di partire dai dati empirici e di essere sistematica e tendenzialmente complessiva. Dei "nostri", cioè dei lavoratori salariati ci viene illustrato dove sono, quanti sono e chi sono, se sono donne, immigrati, giovani, se stanno in questo o quell'altro settore dell'economia o in questa o quell'altra area del Paese. Gli autori a questo scopo hanno svolto una certosina ricerca negli archivi soprattutto dell'Istat, compresi i censimenti e le rilevazioni delle forze di lavoro. La descrizione della classe è basata sulla classificazione per attività economiche dell'Istat (Ateco), ma è sempre sviluppata in maniera critica, perché c'è chiara la consapevolezza in chi scrive che le classificazioni statistiche, come tutte le classificazioni delle scienze sociali, implicano una determinata concezione della realtà, influenzata dai rapporti sociali, e quindi non sono mai neutrali. Ma senza il riferimento ai dati dell'Istat (e di Eurostat) non sarebbe possibile avere un quadro dettagliato e complessivo della classe oggi in Italia, per il quale si necessita di risorse e strumenti enormi. Un impegno che oggi è giudicato gravoso persino dagli istituti di statistica nazionali, se è vero che c'è la tendenza a sostituire i censimenti periodici con indagini campionarie e censimenti continui che integrino le rilevazioni con gli archivi dei vari enti statali.

Troppo spesso la sinistra negli ultimi anni si è focalizzata o piuttosto si è limitata a parlare di inchiesta operaia, ispirandosi al famoso questionario di Marx, quando lo stesso Marx vedeva l'inchiesta soprattutto come strumento di lotta per penetrare all'interno della classe operaia, favorendone la presa di coscienza della propria condizione, invece che come strumento di ricerca scientifica. Ad ogni modo, "Dove sono i nostri" non si limita al dato statistico quantitativo, in quanto alla descrizione di ogni settore del lavoro salariato si accompagna sempre un richiamo all'esperienza diretta del collettivo dei Clash city workers con i vari settori del lavoro salariato in anni di lotte e vertenze in alcune delle aree metropolitane principali del nostro Paese. Di ogni settore viene valutato il grado di centralità nella accumulazione capitalistica nonché la capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni, la presenza del sindacato, e le potenzialità di ricomposizione con il resto della classe e di antagonismo nei confronti del capitalismo.

L'impiego del dato quantitativo e statistico, unitamente al recupero delle categorie marxiste di interpretazione dei rapporti di produzione, permette ai Clash city workers di fornire una risposta esplicita alle tendenze culturali che negli ultimi vent'anni hanno determinato una forte confusione teorica. Infatti, le trasformazioni nel processo di accumulazione del capitale svoltesi a partire dagli anni '80 sono state l'occasione per eliminare, insieme alle categorie marxiste, la centralità della classe operaia, ovvero del lavoro salariato e produttivo di plusvalore. La terziarizzazione è stata intesa come il superamento dell'industria e della manifattura a favore della produzione immateriale, il superamento del fordismo come la morte della grande fabbrica, e la rivoluzione informatica e tecnologica come la sostituzione del lavoro subordinato con il cosiddetto lavoro "cognitivo". Infine, l'eliminazione del soggetto di classe del processo di lotta ha condotto a quella che alcuni con compiacimento hanno definito "sinistra senza aggettivi", contribuendo così pesantemente alla decadenza della sinistra politica nel nostro Paese [1].

Dati alla mano, "Dove sono i nostri" ci dice invece che il settore impiegato nell'industria, dopo decenni di trasformazioni e nonostante i devastanti effetti della crisi, è tutt'ora quello largamente più consistente all'interno del lavoro: quasi 4 milioni di addetti nella manifattura che diventano 5,8 milioni nell'industria strettamente intesa (censimento 2011). Inoltre, attraverso un dettagliato lavoro di scomposizione dei settori Ateco, ci dice un'altra cosa importante e cioè che una parte notevole delle unità perse da questo settore e ora classificate nel terziario, sono in realtà composte di lavoratori esternalizzati, che continuano a svolgere il loro lavoro o dentro la fabbrica o all'esterno, ma sempre in relazione diretta o indiretta alla produzione della grande fabbrica, che rimane centrale nella produzione della ricchezza sociale.

A dispetto delle generalizzazioni dei teorici dell'economia della conoscenza, tra i lavoratori dei servizi la maggioranza svolge mansioni operaie e il rimanente, sebbene spesso con alta scolarizzazione, è costituito da lavoratori in buona parte proletarizzati, che più spesso di quanto si pensi svolgono mansioni ripetitive, parcellizzate, esecutive, e la cui subordinazione al capitale è schiacciante, sebbene spesso in forme mascherate come quelle del lavoro parasubordinato e delle false partite Iva. Anche la questione della frammentazione della produzione manifatturiera va ridimensionata, perché molte micro e piccole imprese sono nei fatti articolazioni della grande azienda, rispondendo a esigenze di riduzione dei costi e di neutralizzazione della capacità di mobilitazione dei lavoratori.

Del resto, sebbene non esistano più aggregazioni giganti come Mirafiori con i suoi 50mila operai, è la grande impresa a presentare la quota maggiore di addetti. "Dove sono i nostri" sottolinea la centralità della manifattura nel sistema economico dei Paesi "a capitalismo avanzato", che è confermata dagli sforzi, a partire dall'amministrazione Obama, per reinternalizzare parti di produzione migrate all'estero. Ma insiste anche, ed è la cosa più importante, sulla sua centralità soggettiva: «Contrariamente a quanto comunemente pensano molti attivisti politici, che scontano su questo anche una mancanza complessiva di informazione e di conoscenza del mondo operaio, che si caratterizza per una conflittualità continua anche se non sempre visibile e di "piazza", il proletariato della media-grande fabbrica rimane a tutt'oggi il soggetto più combattivo del mondo del lavoro, anche se spesso è incapace di creare relazioni che vadano oltre il perimetro del proprio stabilimento, pesantemente inquadrato com'è da sindacati che ne limitano l'azione.» (pag. 76).

In queste poche righe c'è un mondo di contenuti e di problematiche. C'è una critica implicita a chi troppo velocemente ha liquidato la centralità operaia e della grande impresa, c'è l'osservazione che la lotta di classe c'è sempre, anche se in forme "invisibili", c'è la frammentazione delle lotte (un tema centrale in Dove sono i nostri), e infine c'è la questione, sempre più centrale, del sindacato. Tuttavia, in "Dove sono i nostri" non siamo davanti al puro e semplice revival della centralità del lavoro produttivo. L'analisi, infatti, ripercorre le trasformazioni subite dalla composizione di classe non solo a seguito dei processi di esternalizzazione, ma anche a seguito delle privatizzazioni del welfare e dello sviluppo di settori legati all'espansione dell'accumulazione capitalistica, sia nuovi che vecchi, ma con una impetuosa espansione recente.

Il lavoro produttivo viene rintracciato nello sviluppo di settori terziari come le comunicazioni, i trasporti e il magazzinaggio, l'informatica, l'istruzione e la sanità privata, ecc. Nessuna categoria del lavoro dipendente viene dimenticata, comprese la grande distribuzione e la Pubblica Amministrazione, alle quali vengono dedicate pagine interessanti. Pagine altrettanto importanti sono dedicate al ceto medio dell'artigianato e della piccola impresa, che, come viene sottolineato, ha svolto e svolge tutt'ora un ruolo importante nella politica di questo Paese, nonostante e forse a causa dei processi di ristrutturazione complessiva a livello europeo.

Alla fine di questa analisi e coerentemente con i fini pratici della loro riflessione, gli autori si pongono la domanda centrale del loro lavoro, che da il titolo al capitolo conclusivo: come organizzare il conflitto? In primo luogo, dicono i Clash city workers, le organizzazioni per essere efficaci devono ricalcare la struttura materiale dell'accumulazione. In caso contrario, gli insuccessi sono inevitabili, come in effetti si è dovuto registrare in Italia. Dunque, visto che la terziarizzazione dell'economia mette in collegamento diretto settori diversi su un piano internazionale, una organizzazione di lotta sindacale articolata per categorie e legata al solo piano nazionale risulta inadatta. L'organizzazione del lavoro salariato dovrebbe invece rispecchiare le filiere in cui è articolata la produzione capitalistica, mettendo in relazione settori economici diversi e individuando i nodi, rappresentati dalla grande imprese, che connettono i vari elementi della filiera e della subfornitura. Contemporaneamente è necessario internazionalizzarsi, cioè creare un network tra lavoratori di Paesi diversi.

Secondo gli autori, è proprio l'integrazione tra primario, secondario e terziario, combinata con la concentrazione dei capitali (dovuta alla finanziarizzazione) che determina l'unificazione oggettiva della classe lavoratrice: «La combinazione di questi due processi, terziarizzazione dell'industria e finanziarizzazione, fa sì che dal punto di vista materiale questi lavoratori siano già uniti. Sono però artificialmente divisi da un punto di vista sindacale e soprattutto politico. Una volta preso atto preso atto di questa trasformazione materiale, qual è il nostro compito? Quello di lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente connesso.» (p. 179) Inoltre, visto che «è in atto una uniformazione al ribasso di tutti i lavoratori, che vedono diventare le loro condizioni di vita e le loro aspettative sempre più simili, la classe è oggi molto più omogenea che in passato e nei prossimi anni lo sarà sempre di più». (p.191)

Queste conclusioni destano, però, qualche perplessità. Sembrerebbe, infatti, che gli autori tengano conto solo di un aspetto di quanto emerge dalla loro stessa analisi. La realtà del lavoro si presenta dialetticamente sotto due aspetti contradditori. Uno effettivamente è quello del peggioramento generalizzato delle condizioni di vita e di lavoro. L'altro è la compresenza sui posti di lavoro di personale con tipologie contrattuali diverse e spesso dipendente da aziende diverse, cui si aggiunge l'articolazione della produzione in base a catene produttive basate su esternalizzazione e subfornitura. È quest'ultima condizione a rendere la classe frammentata e disomogenea, per taluni aspetti, come mai prima d'ora. Il fatto che il capitale sia sempre più interconnesso non implica affatto che lo siano i lavoratori.

Anche affermare che la classe è separata da barriere artificiali può portare a non considerare che la classe è scomposta in primo luogo proprio sul piano materiale, cioè dell'organizzazione della produzione, come conseguenza dei processi oggettivi e "spontanei" dell'accumulazione. E questo è ancora più vero sul piano internazionale, dove i lavoratori periferici si guarderebbero bene dall'intraprendere una rivendicazione salariale che facesse saltare un investimento e quindi importanti posti di lavoro. Naturalmente, questi rilievi non significano che oggi non esistano le basi materiali per la ricomposizione e lo sviluppo della lotta di classe, ma che tale sviluppo deve essere prodotto tenendo conto dei limiti esistenti. Limiti per il cui superamento è necessario sciogliere il nodo dell'organizzazione.

A tale proposito, un'altra questione che richiede un sovrappiù di riflessione è quella della dimensione sindacale e politica, in cui vengono identificate le «barriere artificiali» di cui si diceva. Giustamente gli autori più volte osservano come il sindacato limiti l'azione della classe lavoratrice e assuma un ruolo collaborativo con il capitale in una dimensione neocorporativa, di cui la costituzione degli enti bilaterali è un esempio, e tenda a trasformarsi in agenzia di servizi. Tuttavia, al momento di trarre delle conclusioni, si dice che il problema «non è tanto quello di fondare un "vero" sindacato conflittuale», ma «entrare in contatto con la forza lavoro … se vogliamo costruire una coscienza di classe che si ponga all'altezza delle sfide che ci si parano davanti…Dobbiamo unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi su un piano politico...» (p.199)

A questo punto bisogna distinguere la questione in due aspetti. Il primo è quello del sindacato. Certamente è corretto quanto dicono gli autori che la lotta deve superare la dimensione aziendale, locale e settoriale e va portata sul piano generale. Rimane, però, il fatto che, come dimostrato dai governi degli ultimi anni le cui controriforme pesantissime sul piano del mercato del lavoro e delle pensioni sono passate senza colpo ferire, se il lavoro è ingabbiato in sindacati collaborativi c'è poco da generalizzare. Mi sembra evidente che se non si dispone di una organizzazione sindacale nazionale e autonoma dai partiti di governo non c'è verso che la situazione si sblocchi. In termini pratici, ciò significa fare i conti con quello che oggi è diventata la CGIL e con le potenzialità di sviluppo e coordinamento che hanno le sigle sindacali alla sua sinistra.

La seconda questione riguarda che cosa intendiamo per coscienza di classe e per politica. La coscienza di classe non è soltanto percezione di sé in quanto salariato e in quanto parte di un collettivo con interessi e caratteristiche comuni. Questa è la coscienza "economica", che certamente è un ineludibile e importante primo passo. La coscienza "politica" di classe si sviluppa oltre il campo dei rapporti tra operai e padroni, matura nel campo dei rapporti tra tutte le classi con lo Stato e con il governo, nel campo dei rapporti reciproci fra tutte le classi. È insieme la consapevolezza dell'irriducibile antagonismo fra gli interessi del lavoro salariato e tutto l'ordinamento politico e sociale contemporaneo e la capacità di riorganizzare la totalità della società secondo quegli stessi interessi.

Di conseguenza, estendere la lotta sul piano politico vuol dire non soltanto generalizzare e unificare le lotte immediatamente economiche ma unificare le lotte in tutti i campi della vita sociale in una strategia complessiva per la conquista del potere politico. E, visto che l'espressione concentrata del potere è lo Stato, la lotta politica è in definitiva lotta contro lo Stato del capitale e per la conquista e la trasformazione della macchina statale stessa. La capacità di lottare politicamente, nei termini suddetti, implica ogni volta riuscire a elaborare la tattica giusta, che sia coerente con la strategia di trasformazione della realtà e che nello stesso tempo sia capace di tradurla in azione concreta qui ed ora.

Oggi, ad esempio, bisogna avere la capacità di dare una nostra spiegazione della crisi e una prospettiva generale di superamento della crisi stessa, entrando nelle specificità della fase, dalla questione dell'euro a quella del debito pubblico, alle trasformazioni istituzionali. Mentre nel passato forse era possibile ricomporre la classe anche solo sulla difesa delle proprie condizioni economiche, oggi qualsiasi generalizzazione o ricomposizione delle lotte anche di quelle più limitatamente economiche solleva immediatamente problemi relativi alla organizzazione e all'indirizzo generali della società. È evidente, quindi, che se la politica è tutto questo, allora non possiamo esimerci dall'affrontare la questione dell'organizzazione politica, cioè del partito, che è un po' il convitato di pietra di "Dove sono i nostri". Quello del partito è il nodo intorno al quale si gioca la possibilità di fare il salto, auspicato anche dagli autori di "Dove sono i nostri", dalla dimensione della difesa economica a quella della politica.

La situazione della classe lavoratrice in Europa e in Italia deve confrontarsi con condizioni di lotta molto difficili e livelli organizzativi spesso ridotti al lumicino, all'interno di un crisi epocale del capitale che si manifesta in forme inedite, che richiedono ai lavoratori una notevole capacità di collegare condizioni immediate e visione generale. Di fronte a questa situazione non ci sono scorciatoie. Il processo di ricostruzione di una soggettività di classe antagonista – sindacale e partitica - sarà lungo e difficile, e soprattutto richiederà apporti molteplici, rendendo necessaria una non scontata capacità di confronto e di sintesi fra le esperienze, parziali eppure fondamentali, che sono maturate in Italia negli ultimi anni.

"Dove sono i nostri" è, a pieno diritto, il prodotto di una delle più interessanti di queste esperienze. Il contributo che ci offre è fondamentale, perché, restituendoci il soggetto sociale della trasformazione della società nella sua concretezza e materialità, finanche misurabile statisticamente, ci aiuta a piantare i nostri piedi ben saldi per terra. Avere come punto di riferimento permanente la classe lavoratrice e il radicamento al suo interno rappresenta il necessario antidoto alle derive politiciste e elettoralistiche che hanno caratterizzato gli ultimi decenni.


Da doppiozero.com, di Wu Ming

"Con qualche riserva, ma in buona sostanza sì, i nostri libri sono anche manuali di sopravvivenza. Non potrebbero non esserlo, gli autori stessi sono cresciuti con la piena consapevolezza di vivere in un tempo di controrivoluzione. Eravamo chi adolescente e chi ventenne negli anni Ottanta, il decennio della risacca, durante il quale è iniziata a crescere - e continua a farlo - la disuguaglianza sociale, in Italia e nel mondo. Consigliamo un bel libro del collettivo Clash City Workers, Dove sono i nostri, un'inchiesta a tutto campo, scritta molto bene, su come è composta l'odierna classe lavoratrice italiana e dove siano in corso i conflitti più strategici e significativi. Lì si vede con chiarezza, grafico dopo grafico, parametro per parametro, settore per settore, quello che molti di noi sanno per via empirica ma non ancora scientifica: gli anni Ottanta sono l'inizio della grande vendetta contro i lavoratori che avevano osato alzare la testa e lottare per i propri diritti. Negli anni Ottanta comincia a crescere la forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi, parte un'offensiva su vasta scala contro i salari, si costruisce l'Italia disegualitaria di oggi. Dove sono i nostri lo consigliamo davvero, non tanto per fare. Leggetelo, va oltre il ´manuale di sopravvivenzaª e fa proposte operative su come agire".


Da Pagine Marxiste

"UN LIBRO MAGNIFICO"
Ora questo studio, per quanto riguarda l’Italia, è venuto finalmente fuori: il libro “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi” scritto recentemente dal collettivo Clash City Workers, riesce a dare una risposta a questa esigenza.

Marx, in uno dei suoi testi meno conosciuti, dell’agosto 1866, scriveva, indirizzandosi ai delegati del congresso di Ginevra dell’Associazione Internazionale dei lavoratori: “Proponiamo al congresso, perché l’adotti, come una grande unione di sforzi una ricerca statistica sulle condizioni della classe lavoratrice di tutti i paesi, eseguita dai lavoratori stessi. Per agire con una qualche probabilità di successo, si devono conoscere i materiali sui quali si intende intervenire. In pari tempo i lavoratori, prendendo l’iniziativa di un’opera tanto grande, dimostreranno di essere capaci di assumere i loro destini nelle proprie mani.”
Noi riteniamo ancora oggi fondamentale questo compito. Non abbiamo la pretesa di essere i soli a farlo, tuttavia constatiamo con grande amarezza che nelle “analisi di movimento” nella maggior parte dei casi si trascende dai dati empirici per basarsi su narrazioni predefinite che poi alla verifica concreta non trovano effettivo riscontro. Tanto per non restare sul vago ci riferiamo alla continua rincorsa di sempre nuovi soggetti che dovrebbero sostituire la “sorpassata” classe lavoratrice. Tale rincorsa ha portato alle più cervellotiche elaborazioni sulle “moltitudini”, sulla centralità del “lavoro cognitivo”, etc., che neanche troppo casualmente si accoppiano con il tentativo, in realtà vecchio quanto il capitalismo, anche se presentato sempre in nuove forme, di negare l’antagonismo “di classe”. In questi ultimi anni si sentiva la mancanza di uno studio organico sulla struttura di classe.
Ora questo studio, per quanto riguarda l’Italia, è venuto finalmente fuori: il libro “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi” scritto recentemente dal collettivo Clash City Workers, riesce a dare una risposta a questa esigenza.
Un libro unico nel suo genere, importante per tutti coloro che non si rassegnano a vedere la classe proletaria, che resta sempre e comunque l’unica merce il cui consumo crea valore, continuamente travolta dalla macelleria sociale in atto. (i)
Il collettivo C.C.W. parte dalla sacrosanta constatazione che “abbiamo bisogno di sapere precisamente come siamo fatti e come sono fatti i nostri nemici. Perché anche per noi ne va della nostra stessa vita: perché noi siamo proletari – cioè quella maggioranza che non dispone di rendite o mezzi di produzione, ma che per sopravvivere è costretta a lavorare, ovvero a vendere a qualcuno in cambio di denaro, il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità. Siccome quelli a cui vendiamo tempo e forze ne vogliono sempre di più fino a consumarci, solo se sappiamo bene chi siamo, su chi possiamo contare, come possiamo rimettere insieme ciò che la borghesia continuamente divide, possiamo sperare di non morire di fame e di fatica. Solo allora possiamo individuare i punti critici dei loro progetti e farli saltare.”
Il collettivo C.C.W. è consapevole che lo sfruttamento del lavoro ai fini del profitto determina ogni ambito sociale e che tutte le altre contraddizioni (casa, etc.) derivano da esso.
Non è possibile in queste note, ovviamente, dare conto di tutti i dati riportati dal libro che raccomandiamo di leggere a tutti i militanti proletari, operino essi in una organizzazione politica, sindacale o in un comitato di lotta. Ci sembra invece necessario segnalare qui alcune delle principali risultanze dell’analisi ricavata dai dati da parte degli estensori del libro. Che sono le seguenti:
In Italia il settore lavorativo più numeroso e omogeneo è l’industria in senso stretto.
Il 53,7% degli occupati maschi nell’ambito del lavoro dipendente sono inquadrati come operai.
La forza lavoro straniera si attesta a più del 10% del lavoro dipendente. La crisi, tra gli altri effetti, ha colpito in maniera più accentuata i proletari immigrati.
La sindacalizzazione della classe lavoratrice in Italia non è un dato trascurabile, al contrario di altri paesi industrializzati.
In Italia, a differenza di altri paesi a capitalismo maturo, esiste un panorama aziendale fatto di piccole e piccolissime imprese ma la maggior parte dei lavoratori del manifatturiero lavora in aziende con 20 o più dipendenti. Ciò rende evidente come il campo di applicazione dello Statuto dei Lavoratori riguarda ancora un numero niente affatto trascurabile di lavoratori.
Esiste una grande differenza tra le retribuzioni dei giovani e dei lavoratori più anziani.
Il part-time è uno strumento applicato prevalentemente nei settori a bassa professionalizzazione.
In Italia la condizione della donna lavoratrice è particolarmente penalizzata.
Come si vede il risultato delle analisi dei dati smentisce le varie teorizzazioni relative alla fine della classe operaia e alla centralità del lavoro cognitivo.
D'altronde - ci ricordano gli stessi autori - “se facciamo lo sforzo di conoscere il mondo, e soprattutto il nostro mondo, è per trasformarlo.” (ii). Il libro, pertanto, nel suo capitolo conclusivo si pone il problema di come organizzare il conflitto. Si tratta per gli autori di “lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente è connesso. E questo non lo si deve fare in maniera astratta, scrivendolo in volantini che nessuno leggerà, ma dimostrandolo in concreto, soprattutto quando ci sono occasioni, vertenze, lotte. Lì dobbiamo essere capaci di affiancare il lavoratore in lotta di essergli utile e di costruire un percorso con lui e comunicargli che la sua controparte non è semplicemente l’azienda per cui lavora che magari fa la manutenzione degli impianti, l’assemblaggio dei pezzi, o smista ordinativi, ma tutto il padronato, a qualsiasi livello, che gestisce quella filiera e in particolare la figura padronale egemone.” (iii)
Secondo gli autori del testo bisogna fare politica ovunque sfruttando ogni contraddizione e organizzando qualsiasi comparto di classe con il quale è possibile entrare in relazione o che in un determinato territorio è particolarmente consistente e attivo. Per realizzare ciò i C.C.W. individuano una serie di necessità prima di tutto quella di internazionalizzarsi, non nel senso ideologico, ma nel senso materiale, di una capacità di far emergere, in ogni vertenza o situazione, l’interesse comune proletario e connettere e fare incontrare i lavoratori di diversi paesi facendo campagne comuni, spingendoli verso forme di coordinamento sempre più stabili. Qui emerge, a nostro avviso, anche se in una nota, una formidabile intuizione teorica: riferendosi alla Prima Internazionale, i compagni di C.C.W. scrivono che non a caso essa: “abbia avuto la caratterizzazione di Internazionale, e i primi partiti socialisti si intendevano come sezioni di un progetto comune. Esattamente al contrario di come si pensa oggi, si reputava che la dimensione globale fosse quella fondativa e prioritaria, e quella locale fosse la derivata.” (iv) In questa breve nota si coglie bene come sia una necessità assolutamente imprescindibile la ricostruzione dell’unione politica della classe lavoratrice, non come federazione di partiti nazionali ma come organo unitario di cui le varie “sezioni nazionali” devono essere una derivazione.
Il libro si conclude con l’individuazione di alcune fondamentali contraddizioni che si evidenziano, per le loro caratteristiche, come “strutturali” rispetto ai processi di accumulazione e pertanto da affrontare immediatamente nel lavoro militante:
Questione femminile.
Questione degli immigrati.
Questione meridionale.
Viene, inoltre, posta come centrale la lotta contro il neocorporativismo inteso come attacco all’autonomia di una classe sempre più omogenea. Secondo i compagni di C.C.W. infatti, mentre la crisi rende la classe sempre più omogenea il capitale cerca, attraverso il neocorporativismo, e la cooptazione dei sindacati di smorzare il potenziale di lotta e l’organizzazione proletaria. Gli autori pertanto ritengono essenziale non solo l’opposizione al famigerato accordo sulla rappresentanza finalizzato a incorporare il proletariato nella gabbia degli “interessi nazionali”, ma individuano nella combinazione di intervento sindacale e intervento politico le chiavi per preparare il terreno e accumulare forze. Individuano nella rivendicazione di lavorare tutti, lavorare meno e a salari più alti la parola d’ordine centrale.
Noi condividiamo completamente il tentativo di creare delle condizioni per cui finalmente si possa tornare a incidere nella realtà dello scontro di classe a partire dall’analisi della situazione reale e delle sue trasformazioni.
Sentiamo però il dovere di evidenziare due limiti che si manifestano nella proposta politica che scaturisce dalle conclusioni del libro. Il primo limite è quello che per semplicità potremmo definire “soggettivismo”: nella proposta dei compagni appare preponderante ciò che può essere fatto soggettivamente da parte dei militanti proletari e si dà scarso peso ai fattori “oggettivi” che in determinati frangenti storici costituiscono un muro, se non del tutto invalicabile, comunque limitante rispetto a qualsiasi possibilità effettiva di organizzare particolari settori di classe. Non va dimenticato mai che continuiamo a vivere in un’epoca controrivoluzionaria che dura da lunghi decenni e pertanto l’azione delle forze organizzate di classe, finché perdura la situazione controrivoluzionaria, può aprire dei varchi anche molto importanti, può sedimentare un tessuto organizzativo ampio e stabile, può permettere di ottenere delle singole vittorie. Non può, però da sola far tremare le vene ai polsi ai capitalisti e alle loro marionette. La situazione rivoluzionaria è solo quando le masse si mettono in movimento e i militanti sono capaci di interagirci fornendo strumenti teorici e strategici per rendere efficace il loro movimento. Siamo ancora ben lontani da questa fase e siamo certi che i compagni di C.C.W. ne sono consapevoli. Si tratta, pertanto, di calibrare nella misura adeguata la capacità di intervento e di azione con la necessità di non “bruciare” i militanti proletari, che potrebbero scoraggiarsi in seguito alle difficoltà nel raggiungimento di obiettivi troppo ambiziosi.
Il secondo limite che riscontriamo nelle conclusioni del libro è nella imprecisa definizione di quel “noi collettivo” che dovrebbe avviare questo percorso di intervento a tutto campo politico e sindacale. Noi senz’altro nutriamo la stessa sfiducia dei compagni di C.C.W. nei confronti dei vari aggregati politici residuali che si limitano a declamare frasi rivoluzionarie senza porsi il problema di incidere concretamente nella classe e favorirne l’evoluzione politico-organizzativa. Crediamo pertanto che sia necessario definire con estrema precisione il campo di questo “noi collettivo” per evitare di considerare nostri alleati soggetti politici che ritengono di essere anticapitalisti, appoggiano magari rivendicazioni proletarie contro i padroni, ma poi all’atto concreto e in nome dell’antimperialismo, sostengono - ad esempio - gli islamici reazionari in questo o in quell’angolo di Medioriente o addirittura tifano per il fascista Putin che fomenta la guerra tra proletari in Ucraina. Sono forse nel nostro campo coloro che ritengono la Cina o la Corea del Nord paesi socialisti? Queste problematiche a nostro avviso, non possono assolutamente essere eluse per non correre il rischio di imbattersi in grandi illusioni, in enormi sprechi di preziose energie proletarie e per non trovarsi, ancora una volta nella storia, tanto per citare il cantautore Claudio Lolli con il “nemico che marcia sempre alla tua testa”.
Abbiamo concluso queste note con delle osservazioni critiche non perché vogliamo fare gli spocchiosi o spaccare il capello in quattro. Al contrario! Noi riteniamo “Dove sono i nostri” un libro magnifico e riteniamo altresì che, in una situazione storica in cui la classe lavoratrice da decenni prende sberle (in cui per dirla con Lenin, la pornografia prende il posto della politica)... il fatto che da tale situazione sia venuto fuori un collettivo di giovani compagni in grado di realizzare un lavoro di questa portata ci fa dire col vecchio Marx “ben scavato, vecchia talpa.”


Da paginauno, di Giovanna Cracco

Un'inchiesta rigorosa, che de-costruisce la struttura economica italiana per ri-costruire l'unità di classe.

L'analisi poggia su dati e statistiche ed entra nel dettaglio dei diversi settori economici e della relativa quantità e qualità dell'occupazione, non tralasciando il lavoro "indipendente", i disoccupati, i Neet.

L'intento, dichiarato, è quello di riportare la classe in sé a essere classe per sé, perché non esiste organizzazione senza coscienza, e il primo passo è smontare l'etica ufficiale che afferma che la classe operaia è divenuta marginale, come se il commesso di una catena di distribuzione, l'impiegata di uno studio legale, il precario di una software house o la falsa partita iva di una società di marketing non fossero working class e il loro lavoro non fosse il perno del processo di sfruttamento che genera il profitto del Capitale.

Una poderosa mole di dati sotto la lente di ingrandimento della chiave di lettura marxiana, un'indagine che coniuga teoria e prassi: a ogni settore produttivo è legata un'analisi del possibile intervento politico e soprattutto l'esperienza diretta del collettivo, che negli ultimi anni ha partecipato a diverse lotte sul campo a fianco dei lavoratori.

Assolutamente, da leggere.


Da alfabeta2.it, di Carlo Formenti

"RAGIONANDO DI ELEZIONI"
Personalmente il colpo di grazia a ogni residua intenzione di recarmi al seggio me lo ha dato l'intervista che il candidato Luca Casarini, ex leader dei Disobbedienti, ha rilasciato al Corriere a pochi giorni dal voto. Intervista in cui ha spiegato che, oggi, i "veri" proletari sono artigiani e lavoratori autonomi. Mentre lo ringrazio per avermi aiutato a risparmiare la fatica di votare, lo invito caldamente ad andarsi a leggere Dove sono i nostri, il libro pubblicato dal collettivo Clash City Workers che, forse, lo aiuterà a capire che la composizione di classe in Italia è un po' più complessa e che, per una sinistra radicale degna di questo nome, esistono altri soggetti sociali in cui identificarsi e per cui lottare.

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia "Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee". Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo:

1) perché riproponeva la vecchia logica di un accordo puramente elettorale fra le varie componenti di una sinistra radical-istituzionale (scusate l'ossimoro ma non saprei come altro definirla) priva di identità sociale e progetto politico; 2) perché irritato dall'ipocrisia con cui si spacciavano come "costruite dal basso" liste raffazzonate all'ultimo momento con un occhio all'appeal mediatico dei candidati (molti dei quali "falsi", in quanto dichiaravano a priori la propria intenzione di rinunciare ove eletti) e l'altro agli accordi fra le correnti in campo; 3) perché alimentava illusioni riformiste nei confronti di istituzioni europee palesemente irriformabili e irrimediabilmente oligarchiche; 4) perché ambiva a rappresentare una generica "società civile", priva di ogni caratterizzazione di classe.

Quell'intervento provocò una pioggia di critiche (e qualche insulto) alle quali ho scelto di non replicare perché non volevo venisse interpretato come una "campagna contro", limitandomi a dire che l'avrei votata anch'io, sia pure turandomi il naso, dando la preferenza a qualcuno dei candidati degni di stima (che in effetti non mancavano). A urne chiuse e a esito acquisito, posso confessarlo: alla fine non ho avuto il coraggio di votarla, per la prima volta da trent'anni a questa parte non sono andato a votare, come credo abbia fatto la maggioranza dei compagni impegnati nelle lotte di base contro la disoccupazione e il precariato, per il diritto alla casa e per la difesa di ambiente e territori.

Sul Manifesto Luciana Castellina si è compiaciuta del fatto che i voti raccolti dalla lista abbia superato la somma di quelli che sarebbero andati a Sel e Rifondazione se si fossero presentati separatamente, io credo invece che dovremmo riconoscere che quel "surplus" appare miserabile, ove confrontato alla massa degli elettori che hanno votato PD, Grillo o si sono astenuti. In effetti, perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c'è un partito come SEL, incerto se continuare a fare da mosca cocchiera al PD o confluire direttamente nella sue fila, accogliendo l'invito a dare vita a una "sinistra" unica formulato dalla Camusso in un'intervista al Corriere, un partito i cui rappresentanti non possono presentarsi davanti agli operai dell'Ilva e alla gente di Taranto senza arrossire di vergogna?

Perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c'è Rifondazione, un partito pervaso da pulsioni sucide che lo hanno indotto, dopo avere assicurato nel corso di un recente congresso che mai più lo avrebbe fatto, a immolarsi nel ruolo di garante "antagonista" di una ennesima operazione Arcobaleno, egemonizzata da forze che antagoniste non sono. Perché, infine, avrebbero dovuto votare per la sinistra liberal-chic di ALBA, che antepone il pur nobile impegno per i diritti civili a quello per la difesa degli interessi materiali delle classi subordinate?

Personalmente il colpo di grazia a ogni residua intenzione di recarmi al seggio me lo ha dato l'intervista che il candidato Luca Casarini, ex leader dei Disobbedienti, ha rilasciato al Corriere a pochi giorni dal voto. Intervista in cui ha spiegato che, oggi, i "veri" proletari sono artigiani e lavoratori autonomi. Mentre lo ringrazio per avermi aiutato a risparmiare la fatica di votare, lo invito caldamente ad andarsi a leggere Dove sono i nostri, il libro pubblicato dal collettivo Clash City Workers che, forse, lo aiuterà a capire che la composizione di classe in Italia è un po' più complessa e che, per una sinistra radicale degna di questo nome, esistono altri soggetti sociali in cui identificarsi e per cui lottare.

Sempre ai compagni di Clash City Workers dobbiamo quella che mi è parsa la più lucida analisi del risultato elettorale che mi sia capitato di leggere: i proletari, scrivono, hanno votato in massa PD perché Renzi ha messo loro in busta paga i famosi 80 euro; il che non significa, aggiungono, che meritino il nostro disprezzo per avere ceduto alla lusinga di un tozzo di pane; significa, piuttosto, che la crisi li morde alla gola al punto da apprezzare anche questa piccola boccata d'ossigeno, e che nessuno gli ha spiegato che quello che Renzi sfilerà dalle loro tasche con aumenti di flessibilità, tagli alla spesa pubblica e al welfare sarà assai più di 80 euro. Significa anche che nessuno ha spiegato loro che il PD di Renzi è qualcosa di più complesso e pericoloso di una socialdemocrazia moderata.

Ci ha provato Luciana Castellina nel già citato articolo sul Manifesto, scrivendo che il PD, più che una nuova DC è una versione italianizzata dei Democratici americani. Non sono d'accordo: il PD è la nuova DC, nel senso che svolge la stessa funzione di corpaccione interclassista in grado di garantire l'egemonia culturale e politica delle classi dominanti - funzione che, essendo cambiati modo di produzione, composizione di classe e tecniche di costruzione del consenso va svolta con metodi aggiornati, effettivamente più simili a quelli made in Usa. Ma è anche molto di più: i peana che gli hanno tributato Merkel, Monti, Obama, Confindustria e sistema dei media è lì a dimostrare che in Italia è in atto un esperimento politico che mira a imporre ai proletari il disciplinamento liberista con metodi più "soft" di quelli adottati nel caso greco, a far digerire i tagli a redditi e welfare spacciandoli come metodi per rilanciare l'occupazione e costruire un welfare "moderno".

Renzi ha detto che la sua è stata la vittoria della speranza sulla rabbia. Ha ragione: così come il Yes We Can di Obama ha sedotto gli elettori americani, l'imbonitore Renzi ha illuso gli elettori italiani, mentre la rabbia di chi non gli ha creduto ha trovato espressione più nell'astensione che nel voto a Grillo, o che in quello ben più deludente alla lista Tsipras. Da qui in avanti il compito della sinistra antagonista sarà spiegare ai proletari italiani quali interessi di classe incarna il PD, per organizzare la lotta contro la sua politica e contro quell'Europa delle lobby finanziarie di cui il PD è espressione locale. Per svolgere tale compito, tuttavia, occorre mettere da parte le illusioni in merito alla possibilità di ricostruire la sinistra attorno a partitini residuali che mirano solo a conservare qualche posticino nelle istituzioni di una "democrazia rappresentativa" che non rappresenta nulla e nessuno.

Occorre prendere atto che viviamo in un regime postdemocratico, per cui non è alle prossime elezioni che dobbiamo guardare bensì a scadenze come quella della manifestazione del prossimo 11 luglio a Torino, per "dare il benvenuto" ai rappresentanti europei che là si riuniranno a discutere di (dis)occupazione giovanile. Certo manifestare non basta, ma queste mobilitazioni servono anche e soprattutto a far maturare le condizioni per l'unificazione dei movimenti antagonisti in un progetto politico comune. Lo si è visto in occasione del 18 e 19 ottobre del 2013 e dello scorso 12 aprile, ma lo si è visto anche in occasione dell'assemblea di massa che si è tenuta a Torino lo scorso 31 maggio per preparare la mobilitazione dell'11 luglio: la via per ricostruire la sinistra passa da qui, non dai seggi elettorali.


Da carmillaonline.org, di Valerio Evangelisti
Un libro unico nel suo genere, che non esito a definire indispensabile per tutti coloro che, in Italia, non si rassegnano a vedere la classe operaia continuamente calpestata e spogliata dei suoi diritti. A partire da uno fondamentale: il diritto all'esistenza, nel senso del riconoscimento del fatto che esiste.

Politici e sociologi si affannano da un pezzo a dire che la classe operaia propriamente detta non c'è più, che è stata assorbita dai ceti medi, che la sua materialità si è stemperata nella centralità del lavoro intellettuale. Salvo scoprire lotte vivaci che hanno a protagonisti facchini, braccianti, portuali, trasportatori e addetti alle pulizie. Oltre a operai di fabbrica "sopravvissuti" al dilagare del cosiddetto lavoro cognitivo.

Harry Bravermann aveva messo in guardia, nel suo classico - ma ahimè dimenticato - Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo (Einaudi, 1978). La classe operaia può essere scomposta, rimodellata, dispersa, trasformata; ma resta sempre lì, unica capace di conferire alle merci il loro valore. Si tratta di scoprirne i nuovi volti, sotto una miriade di maschere cangianti. E, restituendole identità, di indurla a combattere, per la liberazione di tutti, i due meccanismi principali con cui il capitale la rende serva. Una degradazione progressiva del lavoro, che finisce con l'essere anche psichica: chi è maggioranza non deve accorgersi della nozione di forza insita in questo dato. E una gerarchizzazione spinta a livelli assurdi, in cui chi sta alla base di un grattacielo in crescita si convinca di non poter toccare chi abita ai piani sempre più alti.

L'antidoto alla resa senza reazione è contarsi, e analizzare in dettaglio la propria identità. E' ciò che fanno i Clash City Workers, un collettivo di giovani proletari nato a Napoli, ma oggi presente in varie città italiane. Convinto, a ragione, che la ricerca sulla composizione sociale sia preludio necessario al sorgere della coscienza, dunque alla ricomposizione, dunque alla lotta. Di cui, dopo uno studio defatigante, hanno fornito il primo manuale esaustivo, che dovrebbe essere nella tasca della giacca di ogni militante antagonista.

Il metodo? Un uso delle inchieste degli organi preposti, a partire dall'Istat, completamente diverso da quello istituzionale. Ecco i vari settori industriali scomposti e dettagliati, ecco i 23 milioni di lavoratori italiani sezionati per ambito, specializzazione, caratteristiche. Mentre nega ufficialmente l'esistenza di un proletariato, il potere (cioè il capitale, ma io aggiungerei lo Stato, ormai non solo nazionale, che è la sua sintesi operativa) non cessa di monitorarlo a fini di dominio. Stravolte le finalità, deviate in chiave di ricomposizione e di lotta, quelle statistiche diventano preziose.

Una critica al lavoro dei Clash City Workers è giunta, su Senza Soste, dal brillante docente universitario che si firma Nique La Police. In un lungo articolo, che conferma intelligenza e cultura dell'autore, dice che l'affidarsi alle statistiche Istat contrasta con la "conricerca" teorizzata dai "Quaderni Rossi" e da tutta la scuola operaista. I CCW si appiattirebbero inoltre su definizioni di Marx e Lenin, presumibilmente superate. Non comprensive di esperienze di dominio capitalistico come Amazon, Google e altri sottili metodi di comando, in cui anche il lavoro materiale è subordinato in maniera inedita a un cuore "immateriale" estremamente complesso.

D'accordo, ma personalmente sono stanco di analisi delle classi che prescindevano dai numeri, e partorivano definizioni astratte, non collegate all'economia bensì a discipline politologiche. Abbiamo avuto l'operaio massa, e andava bene. Era quantificabile e identificabile sul piano concreto. Abbiamo avuto l'operaio sociale, e andava meno bene. Troppo generico, e capace di comprendere tutto e il contrario di tutto. Però a una qualche realtà aderiva, e la mobilitava. Infine sono arrivate le moltitudini, e l'astrazione è diventata totale. Non corrispondeva più a pratiche di lotta. Cosa vado a dire all'operaio di Pomigliano e dell'Electrolux? Che è moltitudine? E poi?

I Clash City Workers (dimenticavo: il nome deriva da un brano dei Clash, Clash City Rockers) ci riportano al concreto. Fatto di precariato, disoccupazione, lavoro e sudore. E ci suggeriscono, per qualsiasi segmento di una classe operaia multiforme, ma sempre Classe Operaia, possibili modi di approccio, di coinvolgimento, di spinta a riconoscersi e a lottare.

Qui mi fermo per non sprecare elogi. Un libro così lo aspettavo da un ventennio almeno. E chi non lo compra, peste lo colga.


Da anticapitalista.org, di Diego Giachetti

"LAVORO, CLASSE E MOVIMENTI NELL'ITALIA DELLA CRISI"
Clash City Workers, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi (La casa Usher, 2014). Scritto da un collettivo che si occupa di fare lavoro d'inchiesta e di analisi al fine di connettere e organizzare le lotte che sono in corso in Italia, quello che abbiamo tra le mani è un testo controcorrente rispetto allo stato attuale degli studi sulle classi sociali prodotti dal caravanserraglio mediatico della cultura neoliberista vestita di sinistra. Si può concordare con quanto affermano gli autori: da alcuni decenni la sinistra ha rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura di classe del Paese perdendosi dietro a «tatticismi politici, a suggestivi "immaginari", a nuove narrazioni».

Non altrettanto ha fatto la classe dominante la quale ha prodotto ricerche, analisi, sondaggi, dati e ragionamenti sulla struttura e la composizione delle classi subalterne. Essa infatti per governare ha bisogno di conoscere i sottoposti, mentre questi ultimi avrebbero bisogno di riconoscere se stessi per poter cambiare la loro condizione. La borghesia non si pone tormentate domande introspettive circa l'esistenza o meno delle classi sociali, né vaga alla ricerca delle classi perdute. Ha piena coscienza che esse esistono, misura con ricerche e classificazioni il loro peso economico e sociale, per concludere che esse sono qualcosa di naturale, che è sempre esistito. Certo i numeri, le serie statistiche, le quantificazioni sono spesso una delusione per le idee con le quali si ha, a volte, la pretesa di "intuire" il sociale e l'economico. Balza subito agli occhi, ad esempio, che concetti oggi in voga quali deindustrializzazione, residualità operaia, centralità del cognitario siano nei migliori dei casi semplificazioni, oppure proiezioni soggettive di chi scrive.

Nel libro si trattano con dovizia di dati e di articolazione del ragionamento alcune questioni dirimenti. La struttura produttiva italiana è analizzata nella sua evoluzione dal 1971 ad oggi relativamente alla crescita o decrescita dei quattro settori di attività: agricoltura, industria, costruzioni, servizi. Parallelamente si ha una redistribuzione della composizione della forza lavoro relativa ai settori di attività. Si passa poi all'analisi delle principali caratteristiche della forza lavoro: per fasce di reddito, scomposte poi sulla base di altre variabili: settore produttivo, sesso, grado d'istruzione età, tipologia dell'azienda, regione di appartenenza. Con estrema attenzione si quantifica il tasso di sindacalizzazione della forza lavoro e le varie tipologie di contratto del lavoro dipendente. Fatta un'ampia anatomia delle caratteristiche dei lavoratori dipendenti che assommano a 23 milioni circa, si procede con eguale rigore all'anatomia di quello indipendente, dei disoccupati e dei Neet, acronimo questo che identifica quei giovani in età compresa tra i 15 e i 34 anni non occupati e fuori dai processi formativi.

I dati sono implacabili, discutibili certo, a differenza delle opinioni soggettive post-moderne. Non solo la classe subalterna non è cancellata nella società post-fordista né dalla presunta fine della storia ma, poiché si è accentuata la combinazione tra processi di terziarizzazione dell'industria e finanziarizzazione, tra lavoro produttivo e improduttivo, da un punto di vista materiale questi lavoratori sono più uniti che in precedenza. Ad esempio, le retribuzioni sono oggi molto più simili che in passato per un operaio, un impiegato, un facchino, un tecnico, un insegnate. E' una tendenza all'eguaglianza verso il ribasso: blocco dei contratti, degli avanzamenti di carriera, precarizzazione, nuovi contratti di lavoro hanno ridimensionato le differenze fra chi all'inizio degli anni Novanta era all'ultimo gradino della scala sociale e chi si sentiva parte del ceto medio. Il settore pubblico tende a funzionare sempre più come quello privato lasciando cosÏ cadere l'ennesima distinzione interna alla classe. La classe in generale oggi è molto più omogenea che in passato, ma è una omogeneità frutto di perdita di posizione, un'uniformità tendente al ribasso.

La variegata composizione interna della classe lavoratrice è frutto di precise scelte legislative e contrattuali atte a favorire la valorizzazione del capitale a scapito dei salari. Il conflitto generazionale è indotto dalla pletora dei nuovi contratti precari e/o a tempo determinato che dividono nelle condizioni materiali di esistenza i giovani lavoratori dai "vecchi". Ciò vale anche per la condizione delle donne lavoratrici rispetto ai lavoratori di sesso opposto e per i lavoratori immigrati. E' poi la propaganda sfacciata a utilizzare tali contraddizioni per farne motivo di divisione e di scontro identitario generazionale, di genere, etnico. Sorprendenti e interessanti sono anche i dati relativi al tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e la mappatura dei conflitti sociali che caratterizzano il nostro paese. Certo, scrivono, la loro non è la conflittualità spettacolare del riot, ma è una conflittualità temibile perché continua, endemica, diffusa.

Nella parte conclusiva si prova a rispondere a domande importanti: come organizzare il conflitto, come favorire la possibilità di una strategia comune che dia un senso generale al conflitto di classe il quale, spesso, si presenta in forma sparsa, frammentata e isolata. E infine, perché la possibilità di un cambiamento radicale, data dall'oggettiva presenza di una classe sociale che avrebbe interesse a modificare i rapporti di produzione, non si traduce in rivolta? La risposta viene data citando Guy Debord il quale afferma che da tempo esistono tutte le condizioni oggettive per fare la rivoluzione, quindi la base oggettiva per la negazione c'è, ciò che invece manca è la possibilità di pensare politicamente la negatività al fine di definire una strategia per il cambiamento. Un libro da leggere insomma e da tener sempre pronto per la consultazione ogni volta che si vuole discutere di classi sociali e di struttura di classe.


Da sinistrainrete.info, di Dino Erba

"NON BASTA TROVARLI, BISOGNA CAPIRLI"
Leggendo questo libro, sembra di tornare ai primordi del movimento operaio e contadino italiano quando, alla fine dell’Ottocento, gli apostoli del socialismo si prodigavano in inchieste sulla condizione proletaria nelle città e nelle campagne. Gli strumenti di inchiesta erano, allora, apparentemente rudimentali, in realtà erano assai taglienti, poiché si fondavano su quella critica dell’economia politica che, grazie a Marx ed Engels, aveva via via influenzato non solo gli apostoli del socialismo ma pure gli esponenti della cultura economica e giuridica borghese, nonché filosofica.

Anche perché il movimento proletario italiano manifestava giovanili energie, con le quali la rampante classe dirigente italiana era costretta a confrontarsi.
Nel corso del Novecento, questa preziosa eredità di conoscenze è stata prostituita al servizio di pratiche riformiste, fasciste, nazional-comuniste e perfino clericali. Infine, quando il gioco si è fattoduro, al tramonto del Novecento, fu sperperata dai pallidi intellettuali al servizio delle ultime mode. Costoro hanno contribuito ad approfondire il vuotopolitico-intellettuale, favorendo l’approdo alla stanca gestione dell’esistente che oggi caratterizza i governi del Bel Paese. Di destra e di sinistra. Secondo i medesimi criteri che caratterizzano i consigli di amministrazione di una SpA.

Di fronte al disastro prossimo venturo, non poteva mancare la reazione degli sfruttati, prima pratica e poi teorica. Ed ecco l’inchiesta di Clash City Workers che spazza le nebbie calate ad arte sull’attuale struttura socio-economica italiana.

E le corbellerie mostran la corda...
Con pazienza certosina, Clash City Workers ha consultato la vasta documentazione elaborata da vari istituti di ricerca, statali e privati, dall’ISTAT alla CGIA di Mestre, e ci ha ragionato sopra, anche grazie ai contributi e alle esperienze maturate sul campo di molti militanti che, a diretto contatto con la nostra realtà sociale, hanno mantenuta viva una visione classista. Ed ecco allora una panoramicaestremamente dettagliata, in cui le corbellerie diffuse dai maîtres à penser dei padroni si squagliano come neve al sole. Quante volte ci hanno detto che la classe operaia era sparita? E le menate sul lavoro immateriale, il cognitariato, inventato dai vari Marazzi & Fumagalli? Con la benedizione del professor Negri... Sono corbellerie che ripetute con petulante sicumera hanno finito per sembrare vere. E ce le siamo sorbite.
Certamente, molte cose sono mutate in questi ultimi vent’anni, tuttavia le caratteristiche di fondo permangono, anzi, si sono meglio ridefinite per affrontare le attuali, critiche, esigenze del processo di accumulazione del capitale. Ricordo, per inciso, che l’Italia, in netto contrasto con le tendenze prevalenti nei Paesi capitalisti degni di questo nome, si è caratterizzata per la notevole diffusione della piccola imprenditoria, che è un evidente ostacolo alle economie di scala, come ha mostrato l’attuale débâcle del modello veneto, prima esaltato, col concorso dei soliti coglioni di sinistra (piccolo è bello!). Oggi, inevitabilmente, i nodi sono venuti al pettine.

Centralità del lavoro produttivo
La diminuzione, non certo la scomparsa, della classica classe operaia, le tute blu, si spiega con un’accresciuta razionalizzazione produttiva e quindi con l’aumento dello sfruttamento, l’estorsione di plusvalore. Frutto delle varie concertazioni.
Al tempo stesso, la cosiddetta terziarizzazione della società italiana è stata enfatizzata come indice di «modernità». In realtà nasconde la notevole crescita dei cosiddetti servizi all’industria, ossia di tutte quelle attività che prima erano svolte all’interno di un’impresa e che sono state via via esternalizzate (l’outsourcing), favorendo una drastica riduzione dei costi di produzione. Regno, quello dei servizi all’industria, degli appalti e subappalti, delle cooperative, del lavoro precario più o meno nero, con il precipitoso dilagare del plusvalore assoluto.
Ormai, sotto traccia, prevale l’interdipendenza tra i vari settori, rendendone labili i confini.
Ai fianchi, c’è poi la costante erosione del welfare, che riduce il costo generale della forza lavoro.
Nel complesso, nonostante permangano le differenze soprattutto di età, di genere e di nazione –spesso mantenute ad arte –, è in corso una progressiva omogeneizzazione delle attività lavorative, in cui la maggioranza dei lavoratori è sempre più spinta verso il basso, sia sotto il profilo salariale che normativo; mentre cresce, scandalosamente, la distanza con gli strati alti, dirigenziali.
Nel libro, troviamo altre importanti osservazioni sul mondo del lavoro italiano, tutte fondate su una documentazione che è bene conoscere e studiare.
In sintesi, l’aspetto fondamentale che emerge è la netta proletarizzazione della società italiana, con la tendenza verso condizioni di vita e di lavoro generalmente più misere e più difficili, anche rispetto al recente passato. Come affrontare questa prospettiva?
La risposta di Clash City Workers è il punto debole del libro, teoricamente e politicamente. Per esempio, nonostante stronchi vecchie sciocchezze reazionarie di stampo sciovinista, circolate in questi ultimi anni, come gli attacchi alla UE e soprattutto alla Germania, nonché agli USA, cade poi in stridenti ingenuità, immaginando l’esistenza di un presunto polo imperialistico europeo (p. 201 e nota 12)1 . E, soprattutto, quel che è più grave, resta nella logica ottocentesca dello sviluppo delle forze produttive, un «piccolo mondo antico» (p. 201).
Come mai cade in questa impasse?

Quale crisi?
Il libro fa costanti riferimenti alla crisi. A iniziare dal sottotitolo. Ma non specifica quale sia la natura della crisi attuale. Sembra quasi che sia una scelta del padronato italiano e frutto di una sconfitta politica (p. 198). Impressione certo fuorviante ma favorita dal fatto che Clash City Workers riduce l’ambito della crisi alle attività produttive, alla cosiddetta economia reale, senza considerare le implicazioni finanziarie, anzi, evoca queste ultime nei termini di una concezione ormai obsoleta, come quella enunciata da Hilferding e ripresa da Lenin nel suo Imperialismo (p. 180, nota 3).
Cent’anni fa, quando la «banca» era al servizio dell’industria, mentre oggi avviene il contrario.
Certo, l’attuale crisi del processo d’accumulazione ha la sua genesi nell’industria, ma non riuscendo a venirne a capo, i capitali, per valorizzarsi, hanno finito per imboccare la comoda via della speculazione finanziaria che poi ha preso il sopravvento. E oggi, come una metastasi, pervade il corpo del sistema economico fondato sul modo di produzione capitalistico. Non solo, il capitale finanziario, succhiando l’energia dal lavoro produttivo di plusvalore, al tempo stesso lesina all’industria (la cosiddetta economia reale) gli investimenti produttivi, atrofizzando il capitale costante. Contrariamente a quanto dice Clash City Workers (p. 191).
Così come il capitale farebbe volentieri a meno degli operai, farebbe volentieri a meno anche delle fabbriche. Ma non può! Malgrado ci tenti.

Una disperata fame di plusvalore
Le conseguenze di questo salto di qualità della finanza si ripercuotono, inevitabilmente, nell’economia reale, da cui la finanza trae la linfa vitale, esasperando la sua fame di plusvalore, grazie al quale essa può alimentare le spericolate avventure speculative di questi anni. Nonché le grandi opere inutili e dannose, come il TAV, classica forma di intervento keynesiano, che auspicano molti sinistri balordi. È una greppia in cui gli investitori privati (banche e assicurazioni) mangiano alla grande, parandosi il culo grazie allo Stato, che li aiuta, con tutti i suoi ruoli, fiscali e polizieschi.
La crisi alimenta una spirale che si avvita su se stessa, in cui tende a prevalere l’estorsione di plusvalore assoluto: riduzione dei salari e prolungamento dell’orario di lavoro2.
Venendo meno la percezione della reale natura della crisi attuale, Clash City Workers propone soluzioni di retroguardia che rischiano di finire in vicoli ciechi. Nonostante le buone intenzioni. Senza rendersi conto che così come la crisi ha buttato a mare il capitalismo del Welfare State, o fordista che dir si voglia, la crisi ha parimenti buttato a mare la prassi politica che, nella migliore delle ipotesi, gli era consustanziale. La cui alternativaera, allora, una prassi rivoluzionaria che, così come si esplicò, fu assolutamente fallimentare. E non fu colpa di «tradimenti», che pure ci furono.
Ricordiamoci, infine, che quell’eccezionale fa-se di sviluppo, la Golden Age, ha riguardato quasi esclusivamente i Paesi capitalisti degni di questo nome (area OCSE) e peraltro a livelli assai differenti. Motivo per cui, altrettanto differenti, e spes-so contrastanti, furono anche le pratiche politichedei movimenti operai e contadini di quegli anni.

Scurdammoce 'o passato?
No, il passato è bene ricordarlo, per non replicarne gli errori che oggi, in una situazione profondamente mutata, sarebbero assolutamente funesti.
Tra questi errori, è cruciale la divisione (contro natura) tra lotta economica e lotta politica che, pur con qualche aggiustamento, Clash City Workers ci ripropone. Per fortuna, senza riesumare l’estemporaneo sindacato di classe. Certo, se è velleitario forzare i movimenti sociali con aspettative rivoluzionarie ancora in fieri, è decisamente opportunista (se non reazionario) precludere loro questa prospettiva,avanzando un’ipoteca politica che ne ostacolerebbe la possibile radicalizzazione. Vorrebbe dire castrarla in partenza, con schemi ideologici che, per tutto il Novecento, si sono mostrati fallimentari.
Oggi, per forza di cose, l’(auto)organizzazione proletaria deve convivere con una prassi di trasformazione rivoluzionaria della società, che sviluppi le premesse politiche e materiali per superare il modo di produzione capitalistico.

1 Quanto invece la UE sia in realtà una combriccola mal assortita, lo spiega: PAOLO GIUSSANI, L’euro e la crisi dell’eurozona, «Countdown» (Studi sulla crisi),n. 1, luglio 2014, p. 23.
2 Per una messa a punto di questi concetti, vedi: ANTONIO PAGLIARONE, GIUSEPPE SOTTILE (a cura di), Ma il capitalismo si espande ancora?, Asterios Editore, Trieste, 2008.


Da firstlinepress.org, di Andrea Leoni

"SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE..."
Se si parla di lavoro non potevamo far a meno di tirar in ballo il collettivo Clash City Workers, autore del libro che scientificamente, ma anche chiaramente e semplicemente, spiega la composizione della classe oggi, il punto di vista dei lavoratori, dei proletari, di "quella maggioranza che non dispone di rendite o mezzi di produzione, ma che per sopravvivere è costretta a lavorare, ovvero a vendere a qualcuno, in cambio di denaro, il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità". Abbiamo raggiunto telefonicamente un'attivista del collettivo, per rileggere cosa sta accadendo oggi, considerando anche l'affermarsi del governo Renzi.

Com'è nato il libro?
<<Il libro nasce dall'esigenza di andare a vedere, al di là della narrazione e dei racconti, ma anche oltre la percezione soggettiva, che noi ad oggi abbiamo della classe, qual è la composizione del mondo del lavoro in Italia. Quali sono le percentuali degli occupati in Italia, di che cosa si occupano, che tipo di lavoro fanno e quindi sostanzialmente andare a vedere attraverso i dati, non solo osservando attraverso percezioni soggettive individuali (se uno abita in una grande città incontra un certo tipo di lavoratori, chi invece sta nei piccoli centri altri), al fine di valutare com'è composto il lavoro in Italia. La finalità è ovviamente quella di intervenire su questo mondo in un duplice modo. Da una parte fare inchiesta, dall'altra organizzare le lotte. Abbiam cercato di vedere quali sono i settori lavorativi più caldi e quali quelli che potrebbero surriscaldarsi in futuro. Lo scopo del libro non è di tipo speculativo e accademico, ma ha un fine concreto da un punto di vista politico. Riteniamo sia importante perché individuando e comprendendo la composizione di classe in Italia può esser più semplice, almeno si spera, intervenire, coordinare le lotte e cercare di comporre quel tessuto che un po' si è parcellizzato, soprattutto sul piano politico, ma anche su quello della rappresentanza e sul versante sindacale.
Il libro è cosÏ composto: una prima parte metodologica, nella quale noi cerchiamo di individuare la centralità della contraddizione capitale/lavoro, quindi in qualche modo sarebbe la parte in cui cerchiamo di indicare a chi si occupa di politica ed a quelli che si preoccupano di provare a cambiare l'esistente un metodo di lavoro sperimentale, sul quale noi stiamo provando ad interventire. Non offriamo un pacchetto preconfezionato. Quello che però proviamo a dire è che mai come in questo momento in Italia la contraddizione primaria, al di là di tante altre contraddizioni che sono anch'esse certamente fondamentali (penso a quella della casa come a quelle ambientali), secondo noi è quella capitale/lavoro. Cioè sostanzialmente quella che riguarda il processo di maggior precarizzazione del mondo del lavoro e l'ipersfruttamento. Quindi cerchiamo di introdurre questo nella prima parte del libro, perché secondo è la contraddizione con cui dobbiamo necessariamente aver a che fare. Poi nei vari capitoli andiamo a studiare pezzo dopo pezzo la struttura produttiva italiana: nel primo capitolo andiamo a ragionare su un primo "mito", un primo racconto, secondo noi poco fondato per quanto riguarda la struttura produttiva italiana: quello secondo il quale l'Italia vivrebbe un periodo di fortissima deindustrializzazione. E lo andiamo a vedere, confrontandoci con i dati dell'Istat, utilizzati dall'Unione Europea e prodotti dalla controparte, la borghesia>>.

Avete menzionato anche i dati forniti da Intesa San Paolo...
<<Intesa San Paolo è uno dei nostri punti di partenza e lo utilizziamo come tale perchè, come dicevo prima, vorremmo superare l'idea della "narrazione" per produrre una fotografia oggettiva della realtà. Intesa San Paolo, in particolare, da questo punto di vista ci ha involontariamente aiutato perché ha fatto un lavoro che noi probabilmente, anzi sicuramente, con le nostre forze non avremmo potuto fare. Il suo "La terziarizzazione dell'economia europea: è vera industrializzazione?", in cui già dal titolo in qualche modo si desume la domanda che per noi è centrale. In questa inchiesta Intesa San Paolo prende i dati in forma disaggregata, quindi sostanzialmente più nello specifico di quanto noi possiamo fare semplicemente leggendo la percentuale degli occupati nei vari settori, li scompone e lo fa non soltanto per quanto riguarda quelli italiani, ma anche per le altre principali economie europee: Francia, Germania, Inghilterra e Italia. » interessante anche come in questo studio ci sia continuamente un paragone con due anni in particolare (vengono messi in relazione due momenti): nello studio del 2007 si fa un confronto con il 1971, ossia gli anni è70. Anche noi abbiamo provato a fare questo parallelo, utilizzando dati più recenti di Ocse, Istat, Eurostat, che vanno tra il 1971 e il 2011. In qualche modo abbiamo incrociato vari studi e siamo andati a vedere come era composta la forza lavoro in Italia nel 2011 e come lo era nel 1971. In più diciamo che il 1971 per me è stato un anno importante durante il quale c'è stata un'estrema centralità nel dibattito politico di quello che è il comparto del lavoro legato all'industria: si parla della figura dell'operaio, assoluto protagonista da un punto di vista politico. E noi abbiamo provato a capire se oggi questa figura è sostituita da figure differenti o se invece il panorama è più complesso.
Quello che abbiamo messo a verifica è l'idea per cui il settore dei servizi sarebbe in una fase di assoluta crescita (che poi è la base del mito per cui saremmo in un periodo di deindustrializzazione) e quella per cui si parla - e secondo noi a torto - di economia italiana come ormai votata al terziario. Ebbene abbiamo verificato che questa crescita del terziario è effettiva, ma andando ad analizzare i dati disaggregati, forniti da Intesa San Paolo, constatiamo che in realtà il terziario di cui si parla altro non è che quello dei servizi legati all'impresa. Per cui in qualche modo è vero che c'è uno sviluppo del terziario, ma certamente non nella direzione della Svizzera o del Lussemburgo, bensÏ strettamente connesso all'industria. Per fare un esempio, le esternalizzazioni di tanti comparti che prima erano annoverati nel numero dei lavoratori dell'industria (per esempio quelli delle pulizie, quelli che si occupavano della logistica, dello spostamento del prodotto non finito, ecc), quando il processo di esternalizzazione non era ancora maturo, parliamo all'inizio degli anni '70, erano annoverati tra i lavoratori dell'impresa, dell'industria. Oggi diventano lavoratori dei servizi. Lo stesso vale per tanti altri lavoratori che sono strettamente connessi alla produzione materiale: chi si occupa dell'implementazione tecnologica, piuttosto che delle telecomunicazioni. Ciò che andiamo a sostenere nel primo capitolo è che se sono cresciuti dei servizi non sono certo quelli legati al turismo o alla finanza, ma quelli dell'impresa. Ciò secondo noi si combina ad un altro tipo di ragionamento, quello sul quale ci stiamo focalizzando adesso e che riguarda la reinternalizzazione: abbiamo avuto modo di verificare che esiste un tentatativo rilevante di riportare i centri produttivi all'interno dell'Occidente (definizione per altro superata), contrastando un altro mito che è quello per cui tutta la produzione è spostata fuori dagli Stati Uniti dèAmerica, dall'Europa e in generale dalle economie più avanzate).
Quello che leggiamo dai dati è esattamente il contrario: è in corso una reinversione del processo e ci troviamo in un momento di forte reinternalizzazione. Tanto per fare un esempio negli Stati Uniti il cavallo di battaglia dell'amministrazione Obama è stato Select USA. Un piano di reindustrializzazione in cui, carta alla mano, si offre ad investitori la possibilità di "riportare un'impresa a casa". Il discorso proposto è "fate attenzione, è inutile che andiate ad investire in Cina o in India, noi vi offriamo delle condizioni migliori". Ovviamente queste condizioni migliori sono fondate sullo sfruttamento, per molti aspetti un processo simile a quello che sta producendo il Governo Renzi in Italia e che prima di lui hanno prodotto Enrico Letta e Mario Monti. In particolare quest'ultimo, secondo la filosofia del "tornate a investire nel nostro Paese, a produrre in Occidente perché poi, non vi preoccupate, a tener buoni i lavoratori ci pensiamo noi, ad abbassare la pressione fiscale sull'impresa ci pensiamo noi, poi vi agevoliamo, facciamo in modo che per voi imprenditori ed industriali sia più conveniente tornare a casa ad investire">>.

Meccanismo simile a quello che ha portato alla tragedia nella miniera di Soma, come avevate spiegato in un vostro lavoro sulla Turchia, da voi definito come "un caso da manuale dell'applicazione delle "riforme" neoliberiste. Manovrese che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche in Italia. Come si possono rileggere anche le rivolte turche?
<<Il metodo è stato esattamente lo stesso. Abbiamo visto un fenomeno che era quello delle mobilitazioni legate a Gezi Park. Di fronte a quelle manifestazioni ci siamo interrogati e ci siamo detti "com'è possibile produrre quel livello di conflitto? Com'è stata possibile la diffusione di ciò?" Piuttosto che andarci a soffermare sull'intervista al singolo manifestante, sull'impressione che lui aveva avuto sul comportamento della piazza, abbiamo fatto un passo indietro, abbiamo visto qual è stato il processo di trasformazione della Turchia dal 2001 ad oggi. Nel 2001 avevamo una Turchia devastata dal punto di vista economico: un PIL al 9,4%, un'inflazione che viaggiava quasi al 70% (una cifra astronomica se pensiamo che in Italia in quel momento eravamo al 3% e la media europea si aggirava intorno al 2,5%). In altre parole un Paese in ginocchio. Ma cosa succede in Turchia e perché secondo noi la questione è particolarmente interesante per poi capire la situazione italiana di oggi? Succede che Recep Tayyip Erdogan (che è diventato poi il simbolo e l'uomo-motore di questo processo di trasformazione) altro non fa che andare a svendere le condizioni presenti, ma anche quelle future, dei lavoratori turchi per attirare investimenti. Tant'è che oggi ci capita molto più spesso di vedere sull'etichette delle magliette "made in turkey": praticamente dalla compagnia Zara è tutto fatto in Turchia, perché tutto quello che Erdogan ha fatto è stato prima creare un forte consenso politico, mantenendo contemporaneamente un'impostazione neoliberista e un riferimento all'immaginario dell'Islam. A ciò ha poi accompagnato delle riforme molto concrete, aggressive ed impopolari, per cui alla fine degli anni 2000 è riuscito a rispettare punto dopo punto il programma imposto dal Fondo Monetario Internazionale. In particolare quello che lui è andato a disciplinare è stata tutta la normativa in materia di impresa: riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione e privatizzazione di tutta una serie di settori. Questi sono due dei punti più importanti dei primi anni 2000. Vediamo il collegamento con quanto successo a Soma: per quanto possa sembrare un volo pindarico, se si vanno ad analizzare gli appelli dei sindacati che nel dopo tragedia hanno indetto le manifestazioni molto partecipate, le responsabilità sono chiare: il problema è stato il processo di privatizzazione, ma anche l'accelerazione dei tempi di estrazione. Non dimenticando tutto il sistema di corruzione per cui, pur di agevolare queste imprese private, in questo caso proprio la miniera di Soma, non si facevano controlli, non ci si occupava minimamente né delle condizioni dei lavoratori, né tantomento della loro sicurezza. Ciò che dobbiamo dire su Soma è che non si tratta di omicidi bianchi, di morti bianche come le chiamiamo in Italia: il conto dei morti è una sorta di effetto collaterale, è una cosa contenuta nel calcolo, è una cosa che "ci sta". In un conto che è solo di carattere economico. In questo senso il collegamento tra le riforme di Erdogan e quello che è accaduto è abbastanza stretto, perché la deregolamentazione generale del mercato del lavoro sul piano della riforma contrattuale e sul piano della sicurezza ha una ricaduta molto concreta sulla vita dei lavoratori. In Turchia poi l'altro processo che è stato assolutamente portato avanti da Erdogan è quello della riduzione all'impotenza del sindacato, per cui senza neanche troppo pudore, nella stessa propaganda che il governo turco ha fatto per attrarre investimenti, si è parlato anche dell'assenza di problemi dal punto di vista sindacale, promettendo che non ci dovrebbe mai essere una grande contrapposizione con i lavoratori. Questo perlomeno è quello che lui auspica. La cosa inquietante è che evidentemente sul piano degli investimenti questo meccanismo ha funzionato, perché l'economia turca è cresciuta. Quello che noi immaginiamo per l'Italia è che se questo processo non viene ostacolato o invertito succederà qualcosa di simile. Su cosa si va a giocare l'ipotetica uscita dalla crisi dell'Italia? Solo su questo? Sul peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori italiani? E in ciò il piano Marchionne ha a mio avviso la pietra miliare, anzi se volessimoo utilizzare termini forse poco consoni a questa classe, Marchionne è stato avanguardia della borghesia mondiale, visto che ciò su cui ha puntato è stato lo sfruttamento dei lavoratori. » stato colui che ha affermato: "Basta sindacato, al tavolo si siede solo chi firma. Basta scioperi per ciò che attiene alla democrazia in fabbrica ed alle modalità del lavoro, quello di cui possiamo parlare è solo esclusivamente la questione salariale. Ossia ci può essere una variazione sul piano salariale: potete guadagnare un po' di più o un po' di meno, ma in sostanza tutto il resto della vostra vita, come la possibilità di essere rappresentati sindacalmente, lo decido io". E in questo quadro sia il tour mondiale di Monti, sia il Jobs Act di Renzi, sia anche l'accordo sulla rappresentanza del maggio scorso, sono assolutamente in linea. Il cerchio che si chiude: sempre meno democrazia sul posto di lavoro, sempre più sfruttamento. In questo senso quella che offre la crisi non è tanto una prospettiva di desertificazione del tessuto produttivo italiano, teoria per cui si dice spesso: siamo destinati ad esser sempre più disoccupati ed a non avere più lavoro. Piuttosto il futuro e l'intervento politico sulla crisi sembrano rivolti al maggior sfruttamento, unito naturalmente a condizioni sempre peggiori per la rappresentanza sindacale e la democrazia nel posto di lavoro.

Quindi arriviamo al Jobs Act di Renzi: cosa sta succedendo?
<<Secondo noi l'operazione di Renzi è votata a questo tipo di obiettivo: da un lato quello di aumentare ulteriormente la precarietà, dall'altro quello di abbassare i salari. Per far ciò Renzi mette in atto un meccanismo piuttosto furbo: il Jobs Act inizialmente sembrava (o perlomeno se ne parlava cosÏ) una riforma complessiva sul mercato e sul mondo del lavoro. Invece Renzi lo ha "spacchettato" in tanti decreti legge: adesso è stata approvata la prima parte D.L. 114. Ciò ha permesso di colpire di volta in volta settori diversi da un punto di vista generazionale e da un punto di vista economico. Per esempio, la prima grande questione della flessibilità in entrata secondo noi è strettamente legata agli 80 euro. Mi spiego meglio: tende a precarizzare il lavoro perché non c'è l'obbligo di assunzione e si allunga il periodo dell'apprendistato. Ciò rappresenta una "mazzata" ai giovani e a chi entra nel mondo del lavoro. Noi pensiamo anche alla questione del tirocinio obbligatorio. La proposta di Renzi, ai fini del curriculum, è di rendere obbligatorio una sorta di nuovo servizio civile, di cui ha parlato molto nell'ultimo periodo>>.

Quella che lo stesso Renzi ha chiamato la "leva per la difesa della patria"
<<Si, dialetticamente è anche tutto sommato bravo: lo propone come sacrificio per la nazione, dicendo:"Noi non impariamo nei banchi di scuola", come sempre ponendosi come uomo del fare. "Che stiamo a fare un anno in più a scuola? Facciamo piuttosto questo tirocinio che ci insegna cose concrete". Ora sappiamo tutti benissimo. » lavoro non retribuito, ma lui te lo propone in questi termini. Questo, la precarizzazione in ingresso, il prolungamento degli anni di precariato, sono tutti elementi per cui si capisce come Renzi attacchi i giovani con il leit motiv:"Meglio fare un lavoro sottopagato o un lavoro anche non retribuito, come il tirocinio obbligatorio, piuttosto che non fare niente. Intanto ti inserisci nel mondo del lavoro, impari a fare delle cose, poi sicuramente troverai un posto migliore". In realtà questa precarizzazione non sembra aver a che fare soltanto con i giovani, perché bisogna affiancarci una precarizzazione anche in uscita dal mondo del lavoro: Renzi è stato il primo ad affermare l'inutilità dell'articolo 18. E prospetta possibilità di licenziamento molto più facili. Ciò che accade è che anche a 50 anni puoi ritrovarti con quelle condizioni di flessibilità dell'entrata nel mondo del lavoro, che nei racconti del premier sembrerebbero riguardare soltanto dei diciottenni neodiplomati. L'idea è quella di una precarizzazione totale che però mediaticamente riesce a tenere molto bene, grazie al contentino degli 80 euro. A chi vanno? Non vanno ai disoccupati e neanche ai pensionati. Servono a compensare una determinata base sociale, ma soprattutto servono alla strategia mediatica più complessiva. Io credo che si possa ancora parlare poco di dove andrà a parare il Jobs Act, perché c'è ancora molto da vedere in questo processo di precarizzazione ed ipersfruttamento. Secondo me siamo solo agli inizi e Renzi sembra aver messo il piede sull'acceleratore anche rispetto ai precedenti governi Letta e Monti: non si taglia più qua e là, ma si fa una riforma strutturale che riguarda la precarizzazione, il lavoro a termine, l'uscita e soprattutto gli ammortizzatori sociali. Infatti, come già annunciato, la riforma della cassa integrazione e l'abolizione della stessa cassa integrazione sembrano essere nell'orizzonte delineato da Renzi>>.


Da ilmanifesto (04.06.2014), di Benedetto Vecchi (anche su euronomade.info)

"FRAMMENTI DI UN LAVORO VIVO".
Tempi presenti. Scioperi, campagne di boicottaggio. Da Apple a Ikea, a Amazon, i templi della nuova economia conoscono la lotta di classe. Un percorso di lettura su continuità e discontinuità della realtà sociale. «Dove sono i nostri», un ambizioso libro del collettivo «Clash City workers» dedicato al mercato del lavoro.

Ma anche il pensiero mainstream denuncia preoccupato il fatto che le diseguaglianza sociali hanno raggiunto il livello di guardia. «Chi ha cambiato il mondo?» e «Filiere produttive e nuova globalizzazione», due volumi per Laterza.
La successione è casuale, ma un dato comunque emerge: nei templi simbolo di una economia easy, veloce, dinamica è accaduto l'imprevisto che la precarietà del rapporto di lavoro non contemplava. Per primi, dall'altra parte dell'Atlantico, sono stati gli addetti alla pulizie; poi, sempre a quelle latitudini, sono stati i corrieri postali. Nella world factory cinese il testimone è stato raccolto inizialmente dai teen ager che dovevano testare, in una condizione quasi schiavistica, i giochi di ruolo; poi è tocccato ai lavoratori di imprese che assemblano manufatti tecnologici con loghi pesanti (Apple, ovviamente, ma non solo). Poi, quasi in un crescendo, Amazon Germania ha visto scioperi per aumentare i salari dei mini-jobs. L'impresa descritta come il «migliore dei mondi» si è rivelata un inferno di bassi salari, di intimidazioni ad opera del personale di vigilanza con passate militanze in gruppi neonazisti per impedire la presenza del sindacato. Ma anche in Amazon, la precarietà e i bassi sono la norma, come documenta il libro di Jean Baptiste Malet En Amazonie (Kogoi edizioni). La logistica italiana è stata invece scossa da scioperi, picchetti che hanno talvolta bloccato gli snodi portanti della distribuzione della merce; infine, c'è da registrare il fatto che anche i colossi delle merci low-cost (Wal Mart negli Stati Uniti, Ikea in Europa) sono stati investiti da scioperi e campagne di boicottaggio. E se per queste imprese, le condizioni pessime e i bassi salari dei dipendenti erano realtà note da anni, la campagna internazionale contro gli store di Apple ha svelato un mondo di sfruttamento, di precarietà e di fedeltà aziendale coatta sulle quali gli estimatori di Steve Jobs hanno sempre chiuso gli occhi, privilegiando l'apologia di un supposto spirito creativo e innovativo della Apple.

CONTRO IL PENSIERO UNICO
Dunque lo sciopero, meglio la lotta di classe ha fatto la ricomparsa nella discussione pubblica. E questa volta non è avvenuto perché il ricco finanziere Warren Buffett ha affermato che i suoi simili stanno conducendo una feroce lotta di classe contro i poveri. Né è dovuto alle esternazioni di studiosi mainstream inorriditi dalle diseguaglianze sociali che hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo venti anni fa. Questa volta a parlare di lotta di classe sono lavoratori e lavoratrici. Sia ben chiaro, negli anni scintillanti del capitalismo neoliberista scioperi ce ne sono sempre stati, ma è indubbio che organizzare un picchetto, un volantinaggio erano diventate operazioni difficili da fare. E chi lo faceva sapeva che il licenziamento era quasi automatico. Oppure, la reazione poteva essere anche soft: le imprese semplicemente non rinnovavano il contratto di lavoro a tempo determinato quando scadeva.
Vicende note, che il collettivo Clash City Workers ricorda in apertura di un libro da poco pubblicato dalla casa editrice fiorentina Casa Usher (Dove sono i nostri, pp. 201, euro 10. Quel che interessa agli autori è di offrire un punto di vista sui rapporti sociali che ha rubricato il conflitto di classe come un residuo di un passato oramai lontano. Gli autori non ci stanno a questa lettura «pacificata» del capitalismo, ma sono consapevoli che molto deve essere fatto per uscire da una condizione di minorità teorica, e dunque politica.
Già questo evidenzia che sono militanti senza il timore a sottolineare che l'anticapitalismo e il superamento del regime del lavoro salariato è il loro programma politico. Sono però consapevoli che la realtà da analizzare è molto articolata: verrebbe da scrivere complessa, se il termine non fosse sinonimo, spesso, di una rinuncia all'esercizio critico che conferma il già noto.
Nel volume non sono presenti racconti di scioperi, di mobilitazioni in questa o quell'impresa, in questa o quella città. Per tale tipo di materiali il rinvio è al sito Internet www.clashcityworkers.org. Nel libro l'attenzione è spostata sulla composizione del mercato del lavoro e sulla realtà produttiva italiana. Il punto di partenza sono i dati di Banca Italia, dell'Istat, di Eurostat, del sindacato, che vengono presi e analizzati: per comprendere la realtà, e trasformarla, bisogna «guardare dentro i dati», decostruendo cioè l'aggregato statistico alla luce di una griglia analitica che può essere cosÏ riassunta: in questi anni abbiamo assistito a una terziarizzazione della produzione, ma anche a una industrializzazione del terziario. Questo significa che la nozione marxiana di lavoro produttivo può essere applicata a lavori fino a pochi decenni fa ritenuti improduttivi. Da qui la prima annotazione polemica verso gli studiosi che hanno declamato la fine della classe operaia e delle classi sociali, invitando a fare proprio lo strumento dell'»inchiesta operaia». Chi ha letto i «Quaderni Rossi» sa che il tempo dell'inchiesta è quello della lunga durata e che la strada dell'organizzazione della classe è tortuosa.

LE FILIERE DEL PROFITTO
Non basta dunque un'ondata di scioperi per decretare un'inversione di tendenza rispetto la situazione data. Gli scioperi, le mobilitazioni, i boicottaggi possono assumere anche radicalità sia nelle rivendicazioni che nelle forme di lotta. Ma è indubbio, tuttavia, che quello che si manifesta tanto in Italia che nel resto d'Europa e negli Stati Uniti restituisce una frammentazione del conflitto di classe e una mancata modifica dei rapporti di forza nella società. E non basta, come affermano invece gli autori, condividere le esperienze di lotta e scoprire «dove sono i nostri» per determinare un'inversione di tendenza. Un dato sul quale riflettere, anche alla luce delle misure prese dal governo italiano che rendono la precarietà una stato d'eccezione permanente. E da tenere in debito conto, anche in vista della giornata europea sull'occupazione giovanile che si terrà il prossimo luglio a Torino.
La prima conclusione presentata nel volume aiuta comunque a gettare luce sul capitalismo italiano. Un tessuto di imprese di medie dimensioni, caratterizzate da un uso intensivo del lavoro e da una fragile e discontinua tensione all'innovazione tecnologica e di prodotto. Questo però non significa che non siano presenti inedite forme di relazioni tra imprese, tese a garantire processi di valorizzazione capitalistica di tutto gli aspetti del processi lavorativo, dalla produzione in senso stretto, alla distribuzione e alla commercializzazione. Non è infatti un caso che una delle parole chiave più ricorrenti è quello di filiera. La rappresentazione del capitalismo made in Italy si colloca dunque al di là delle, queste si, antiche discussioni sull'arretratezza o meno della struttura produttiva del nostro paese. L'Italia è infatti un nodo di un processo produttivo che ha dimensioni globali e inserita in una divisione internazionale del lavoro che le assegna un ruolo marginale e su produzioni a bassa intensità di innovazione. Analisi che trova, ormai, conferme anche in ricerche mainstream, come ad esempio il volume Filiere produttive e nuova globalizzazione (AA.VV., Laterza, pp. 233, euro 22).
Il processo produttivo viene scomposto e ogni suo segmento deve produrre valore e profitti. Sarebbe interessante che intervenisse un'analisi di come il diritto - da quello societario a quello sulla proprietà intellettuale, a quello che regola le migrazioni di uomini e donne - abbia svolto e svolga un ruolo performativo affinché ogni singolo momento della produzione, distribuzione e commercializzazione siano trasformati in momenti produttivi di valore.
Per tornare al volume Dove sono i nostri, il decentramento produttivo, la definizione delle filiere come un unicum capitalistico sono visti anche come un tentativo di rompere o prevenire la formazione di una «soggettività antagonista». Questo, d'altronde, accade ogni qualvolta che il conflitto mette in discussione il processo di valorizzazione. Dietro l'estensione della precarietà, anzi la sua elezione a regime dominante dei rapporti tra capitale e lavoro vivo non c'è però solo un dispositivo politico di prevenzione per quanto concerne la formazione di una «coscienza di classe», ma una norma immanente proprio al funzionamento di quella «totalità». La diversificazione dei regimi contrattuali è infatti propedeutica a intensifi ed estensivi processi di innovazione di prodotto e di processo. Marx avrebbe scritto che la precarietà serve ad ottenere il massimo di plusvalore assoluto e relativo, perché sono messe al lavoro, in tutti i settori economici e produttivo non solo abilità manuali, ma anche cognitive.
Purtroppo, però, nel libro poco spazio è dato al problema della soggettività, spesso rinchiusa dagli autori nella gabbia un po' troppo angusta della falsa coscienza. Per chi ritiene l'inchiesta uno strumento politico è questo un limite che rischia di cancellare il lavoro di elaborazione precedentemente svolto. La precarietà, oltre a forma dominante del governo politico del mercato del lavoro, mette inoltre in evidenza processi di soggettivazione, che non prevedono, fino ad adesso, processi lineari di ricomposizione della classe, per aderire al lessico usato dagli autori.

UN'ASTRAZIONE REALE
Nel libro, prevale infatti l'intento polemico verso chi ha visto nel lavoro autonomo di seconda e terza generazione il «soggetto centrale» della trasformazione. E critiche non sono risparmiate anche a chi parla di quella costellazione di precariato giovanile e lavoratori della conoscenza che andrebbero a costituire un «quinto stato», successivo temporalmente alla classe operaia industriale. Irrilevanti sono infine ritenute le analisi sui cosiddetti Neet, cioè quei giovani espulsi dalla formazione e che non provano neppure a cercare lavoro, che vanno ad ingrossare secondo gli autori l'esercito industriale di riserva. Se però molti lavori «improduttivi» diventano produttivi, se la precarietà diventa la norma dominante del rapporto di lavoro, la proliferazione delle tipologie contrattuali e delle figure produttive è niente altro il modo attraverso il quale si manifestano proprio le specificazioni di quella astrazione reale che è appunto il lavoro sans phrase.
E un limite del volume è anche la delimitazione del campo analitico alla dimensione nazionale. Sia chiaro: che gli autori siano intenzionati a circoscrivere l'analisi alla dimensione nazionale lo dicono subito, perché vogliono comporre una rappresentazione «oggettiva» della realtà capitalistica. Ma è proprio l'uso della categoria della filiera - e sarebbe da aggiungere di rete, in quando modello organizzativo della produzione - che catapulta il capitalismo nazionale in una dimensione globale.

LA GEOMETRIA DEL POTERE
Nel volume, ad esempio, molta attenzione è data ai processi di reshoring, cioè quando le imprese che hanno decentrato tornano nel paese d'origine. Fenomeno che trova conferma nei centri studi mainstream statunitensi, tedeschi e italiani (a questo proposito è interessante l'analisi di Ignazio Masulli Chi ha cambiato il mondo?, Laterza, pp. 230, euro 18). La crisi «scoppiata» nel 2007 non prevede una deglobalizzazione del capitale. Semmai, ne cambia geometrie e rapporti di potere, dove la finanza non svolge solo il ruolo di supplenza alla produzione nel far crescere i profitti, bensÏ un ruolo di governance nella «totalità» tanto evocato del regime di accumulazione capitalistica. Detto altrimenti, il reshoring non è il simbolo di una deglobalizzazione, ma di un mutamento interno alle geometrie dell'attuale globalizzazione capitalistica.
Un libro quindi diverso da tanta produzione teorica proveniente dai movimenti sociali. Vale la pena di considerarlo un tassello di un puzzle del pensiero critico ancora da comporre, evitando però di imboccare la scorciatoia di chi vede la frammentazione del conflitto di classe come un problema di «deviazione» dalla retta via. A mo' di conclusione momentanea, va detto che l'attraversata del deserto della frammentazione del conflitto sociale è iniziata, ma non è scontato che la sua conclusione veda una ricomposizione old style della classe. Occorre, semmai, continuare il lavoro teorico teso a sciogliere il bandolo della matassa del molteplice.


Da inventati.org/cortocircuito, di Redazione Cortocircuito

"I CLASH CITY WORKERS ED IL BALZO DI TIGRE".
Non pensiamo sia eccessivo, riferendosi al testo Dove sono i nostri dei Clash City Workers, parlare del primo, organico, e soprattutto riuscito tentativo di allontanamento dall'auto-inflittosi "Medioevo" politico di quella che un tempo era giornalisticamente considerata la sinistra extra-istituzionale. Per la prima volta infatti, la forza dei numeri si sostituisce al balbettio del senso comune, la consapevolezza di dover giungere ad un'attenta ponderazione su cosa concentrarsi alla tendenza ad aumentare "smaniosamente le iniziative, gettandosi su ogni cosa che si muove" (pag. 10).

Per comprendere però con maggiore chiarezza lo straordinario valore teorico del lavoro dei Clash, permetteteci un lungo salto indietro al 1936, anno di elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Il democratico uscente Franklin Delano Roosevelt venne sfidato dal repubblicano Alfred Landon. Un giovane ricercatore, George Gallup, nei mesi che precedettero le elezioni lanciò un'ambiziosa sfida alla famosa rivista Literary Digest, che da anni conduceva dei sondaggi pre-elettorali tra i suoi lettori. Gallup predisse con largo anticipò che la Literary Digest avrebbe previsto la vittoria del repubblicano Landon, quando in realtà Roosevelt, secondo le sue ricerche, sarebbe stato confermato con circa il 55% delle preferenze. I fatti diedero ragione a Gallup. La domanda che sorge spontanea è quindi la seguente: Gallup era un giovane ricercatore dotato di qualità soprannaturali, oppure aveva compreso qualcosa che la nota rivista ancora non coglieva? Ovviamente la risposta corretta è la seconda. L'errore della rivista era infatti di stampo metodologico. I suoi lettori, per quanto numerosi, non costituivano in alcun modo un campione rappresentativo degli elettori americani, essendo mediamente più istruiti, maggiormente benestanti e generalmente ostili alle riforme introdotte da Roosevelt. Per queste ragioni erano sproporzionalmente inclini a votare per i Repubblicani. Da questa breve nota di colore storico-politico seguono, ed è qui il punto rilevante per i nostri fini, una conclusione ed una considerazione. La conclusione è che dal 1936 la randomizzazione del campione che viene scelto per condurre una survey è divenuta una pietra miliare degli studi demoscopici. La considerazione riguarda invece il perdurare di un atteggiamento che potremmo definire Literary Digest oriented tra le fila di coloro che immaginano la propria azione politica volta ad un radicale mutamento dell'esistente. Non sarà infatti sfuggito ad orecchie ed occhi attenti il costante piacere che si respira in certi ambienti ad auto-confermarsi le proprie granitiche certezze. Come scrivono i nostri amici dei Clash "spesso siamo troppo incastrati nella nostra particolarità, decentrati rispetto al Paese reale. Cerchiamo di erigere a principio generale solo la nostra esperienza diretta, e ci precludiamo cosÏ tante altre esperienze e la possibilità di fare un salto teorico e pratico complessivo" (pag. 16). Su tale punto noi vogliamo essere, se possibile, ancora più chiari: da questo testo non si torna indietro. Ovvero, smaltita la sbornia per il grande successo che la presentazione del libro sta riscuotendo in tutta Italia non è concesso il rientro al comodo ovile del passato, nel quale le certezze si costruivano muovendo dallo stantio confronto con chi la pensa come te, oppure a partire da sporadici incontri con amici, conoscenti o passanti. La scientificità dell'approccio marxiano si esplica nella decriptazione del quotidiano, altrimenti rimane, come vorrebbe far credere la critica liberale e liberista, presunta.

I meriti di questo testo non si fermano però qui. Al contrario, gli spunti di riflessione offerti sono moltissimi. Noi però, per brevità e dovere di sintesi ne scegliamo quattro. Il primo è quello che potremmo definire, capovolgendo una tendenza spesso molto evocata, l'industrializzazione del terziario. Infatti, nonostante qualsiasi ricerca sia in grado di testimoniare come il terziario rappresenti il settore determinante in Italia sia per ricchezza prodotta sia per numero di persone impiegate, la retorica dominante ha spesso celato la vera natura di questa impetuosa crescita. Le tendenze riscontrate qui sono principalmente due. Da un lato, "molte fasi legate al processo di produzione sono state esternalizzate e ora appaiono sotto la voce èservizi'" (pag. 27); sull'altro fronte invece, si riscontra la tendenza ad una crescita di settori non strettamente e direttamente produttivi, ma comunque determinanti per la valorizzazione del capitale. La logistica è forse in tale ambito il più conosciuto e meno compreso esempio. Il secondo elemento di assoluto interesse presente nel testo è la reindustrializzazione dei capitalismi maturi. Come sappiamo, il capitale si muove da una località all'altra come in un immenso gioco dell'oca alla ricerca delle migliori condizioni di profittabilità. Questo lo ha spinto nei decenni passati ad abbandonare, peraltro solamente in parte e con riferimento ad alcune ben precise fasi della produzione, i Paesi di prima industrializzazione alla ricerca di terre vergini. La storia ci ha mostrato che questo eterno movimento reca con sé una buona e una cattiva notizia. Partiamo ovviamente dalle noti dolenti. Quando una combattiva classe lavoratrice riconosce i propri interessi come opposti a quelli del capitale non solamente strappa miglioramenti nelle condizioni salariali e di vita in generale, ma spinge anche il capitale ad emigrare nuovamente. In poche parole, la finestra di opportunità per il rovesciamento dei rapporti sociali di produzione rimane aperta per un lasso temporale breve e soprattutto geograficamente limitato. Tuttavia, quanto recentemente successo in Turchia, Cina, India, Bangladesh e Tunisia, solo per citare alcuni dei casi più noti, ci ricorda che dove va il capitale va la lotta di classe. Mostrando, ancora una volta, come vi sia fra le due entità un costante e non pacificabile conflitto. Cosa poi possa accadere quando molte caselle del tabellone del gioco dell'oca siano state infettate dal virus capitalista è mostrato dai recenti sviluppi: il capitale ricrea nei Paesi di prima industrializzazione le condizioni per la propria profittabilità. Riteniamo quindi che tutta la parte conclusiva del primo capitolo richieda una lettura attenta ed appassionata: a questa vi rimandiamo per un diluvio di interessantissimi dati. Il terzo e quarto elemento che desideriamo sottolineare possono essere trattati congiuntamente, rientrando nel tentativo di inquadrare noti ed annosi problemi dell'Italia in una prospettiva diversa. L'evasione fiscale e la criminalità organizzata non sono infatti intesi come criticità che penalizzano equamente tutta la popolazione residente, ma al contrario mostrano un chiaro connotato di classe. Lasciamo su questi due aspetti la parola ai Clash: "gli evasori si annoverano principalmente fra le file della piccola e media borghesia, mentre (sul) proletariato (Ö) grava la maggior parte della tassazione" (pag. 43-44). Ed ancora: "il mondo del lavoro dipendente è per lo più estraneo all'azione della criminalità organizzata, e ne subisce piuttosto l'azione: non ne è affatto "complice", ma ne è la prima vittima" (pag. 188).

La conclusione scontata a quanto detto fino ad ora sarebbe, anche per non sfidare troppo la passione dei pochi coraggiosi che hanno letto interamente la nostra recensione, consigliare vivamente l'acquisto del testo. Cosa che, ovviamente, facciamo con calore. Prima però vogliamo anche proporre una lettura maggiormente critica dello scritto dei Clash. Questo sia per non far venir mai meno la nostra innata vis polemica sia per aiutare un confronto costruttivo e che abbiamo la presunzione di immaginare interessante.

Muovendo dal titolo della collana all'interno della quale la Casa Usher ha pubblicato il testo dei Clash potremmo dire che il "tentativo di scardinare la ripetizione della storia e tracciare una linea di fuga" sia riuscito solamente in maniera parziale. La collana infatti, diretta da uno strano animale un po' marxiano un po' schmittiano, riprende l'immagine fornita dall'intellettuale tedesco Walter Benjamin del balzo di tigre, proponendola come la potenza di un pensiero capace di trasformare il presente. In questo i Clash ci sembra abbiano svolto solo in minima parte l'ambizioso compito, non riuscendo a proporre una comprensione nuova della realtà, preferendo rifugiarsi piuttosto in un glorioso passato. Questa però, a ben pensarci, non è neanche una colpa interamente ascrivibile ai Nostri. L'arretratezza di analisi ci sembra infatti che renda necessaria una prima accumulazione originaria di conoscenza che possa successivamente portare al famoso balzo di tigre. Rimanendo nel campo metaforico, nessuna tigre può saltare con forza su un terreno instabile. La nostra critica non è quindi volta a mettere i soliti puntini sulle "i", ma al contrario a fornire una possibile linea di fuga per i futuri coraggiosi che vorranno continuare il percorso brillantemente intrapreso dai Clash.

Semplificando e banalizzando molto, tutto il testo ci sembra attraversato da una mai dichiarata, ma pur sempre presente, certezza. Questa si basa sulla presunzione che alcune condizioni strutturali facilitino enormemente, nel confronto con il capitale, i subordinati. Molte di queste condizioni erano inoltre presenti nella lunga fase di centralità operaia che ha attraversato il secondo dopoguerra italiano, databile dalle giornate dei "ragazzi con le magliette a strisce" di Genova nell'estate del 1960, quando l'Msi provò a tenere il proprio congresso nel capoluogo ligure, fino alla cosiddetta marcia dei quarantamila nell'ottobre del 1980 a Torino, che pose fine ad una storica e lacerante vertenza alla Fiat ed aprÏ le porte ad una profonda ristrutturazione industriale in Italia. Questa fase storica è stata caratterizzata dalla centralità della fabbrica fordista, da una bassa specializzazione professionale di chi vi era impiegato, da un alto grado di sindacalizzazione e politicizzazione, e da un elevato livello di omogeneità del lavoro salariato. Condizioni che i Clash sembrano trascendere dalla contingenza storica per assumerle come inerentemente favorevoli. Ragionamento che può apparire logico ad un primo sguardo, ma che sconta un deficit quando il nostro campo di analisi si allarga a considerare quanto successo durante il primo biennio rosso in Italia (1919-20). Qui, il protagonismo operaio risiedeva in gran parte sulla forza contrattuale che operai altamente specializzati, quasi artigiani per certi versi, giocavano all'interno dell'organizzazione capitalista, incapace di procedere senza il loro "contributo". L'impossibilità di sostituirli all'interno del processo produttivo li rendeva quindi depositari di una straordinaria forza contrattuale. Tale situazione sembrò però mutare radicalmente con l'avvento delle catene di montaggio moderne, che si caratterizzarono per la presenza dell'operaio-massa. Non sorprendentemente, l'affermazione di questa nuova figura proletaria fu accompagnata per tutti gli anni cinquanta dalla presunzione che, dato il suo alto grado di ricattabilità per lo svolgere una funzione semplice e fosse quindi facilmente sostituibile, disponesse di una bassissima capacità di conflitto. Poi, un'immagine balenante riuscÏ a scardinare la ripetizione della storia. L'organizzazione del proletariato mosse da una strutturazione territoriale, funzionale alla forte dispersione geografica della manodopera che aveva caratterizzato il capitalismo in Italia nella prima parte del Novecento, ad una di fabbrica, congeniale invece quando grandi masse operaie si concentrano in poderosi agglomerati industriali. L'operaio-massa riuscÏ quindi, grazie ovviamente anche ad altri innumerevoli fattori che non possiamo adesso richiamare in dettaglio, a divenire l'elemento centrale dell'endemica conflittualità che segnò i due gloriosi decenni di centralità operaia in Italia. Questo però ci deve insegnare che a differenti modelli di produzione si risponde con diverse e funzionali organizzazioni del proletariato.

Tornando al testo dei Clash, il loro tentativo di evitare che lo spettro di cui parlavano Karl Marx e Friedrich Engels ne Il Manifesto del Partito Comunista diventi una forza spettrale, ovvero evanescente ed invisibile, si trasforma eccessivamente in un tentativo di mostrare come le condizioni oggi presenti non siano nei fatti cosÏ diverse da quelle presenti una quarantina di anni fa. Tale scopo viene perseguito in due tappe.

Per prima cosa i Nostri propongono una comparazione tra la struttura produttiva in Italia nel 1971 e nel 2011. In questi quarant'anni gli occupati nell'industria in senso stretto sono scesi "solamente" di circa un quarto (dal 28,7 al 20,4 percento). Sommando a questi dati quanto è riportato nelle pagine 27-29 e che precedentemente abbiamo descritto come quel processo di industrializzazione del terziario la sensazione che si ricava è che la situazione sia mutata sostanzialmente poco dal 1971. Cosa vera per quanto riguarda il processo produttivo, ma incorretta, a nostro parere, per quello che concerne la sfera politica, dove gli operai in senso stretto pesano poco, per non dire niente rispetto al 1971, non solamente perché incapaci di auto-rappresentare attraverso strutture organizzate i propri interessi, ma anche perché numericamente calati. La nostra riflessione al riguardo parte dalla nota 6 a pagina 23, primo capitolo. Inizialmente, comparando i dati riportati in questa nota e quelli presenti nella pagina precedente eravamo confusi. Ci chiedevamo infatti come fosse possibile avere una riduzione nell'ordine di circa un quarto degli occupati nell'industria in senso stretto dal 1971 al 2011 quando i dati assoluti sembravano invece far presagire un allargamento maggiore di questa forbice (gli operai in senso stretto erano circa 7 milioni e mezzo su una popolazione di 54 milioni di persone nel 1971, mentre "oggi" si stimano in oltre tre milioni e mezzo su una popolazione di 60 milioni di persone). La nostra prima evidente conclusione era che il numero di coloro che sono impiegati nell'industria in senso stretto sul totale della popolazione era passato dal 13,9% del 1971 al 6,85% del 2011 (ovvero esattamente la metà). In realtà, in un secondo momento ci è sembrato poco corretto considerare l'intera popolazione italiana, dato che la finalità ultima del lavoro dei Clash e della politica in senso lato intesa, riguarda l'importanza numerica e soprattutto la centralità politica delle categorie sociali, o delle classi se preferiamo, all'interno dell'agone pubblico. Questo significa che anche la struttura demografica di un Paese conta. Come possiamo facilmente immaginare, demograficamente parlando, l'Italia era una piramide nel 1971, mentre oggi le coorti intermedie di età sono quelle maggiormente diffuse. Il nostro problema teorico è stato quindi chi considerare come soggetto politicamente attivo, o almeno potenzialmente tale. La soluzione adottata è stata considerare come politicamente attive tutte quelle persone con età superiore a 14 anni. Questo perché: a) i pensionati, come il testo dei Clash spiega bene, contano, e certamente non poco, in Italia (principale categoria nel maggior sindacato italiano, Cgil; alta partecipazione elettorale; atteggiamenti, opinioni e comportamenti conservativi/conservatori); b) si può essere politicamente influenti anche prima dell'ingresso nel circuito rappresentativo-elettorale e questa è la ragione che ci ha portato ad includere anche la piccola coorte 15-18 (d'altro canto questa considerazione ci sembra si applichi meglio al 1971 rispetto al 2011, per ragioni ampiamente note). In conclusione, nel 1971 tra gli 0 ed i 14 anni rientrava il 24,4% dell'intera popolazione, ovvero circa 13 milioni e 200 mila persone. Gli operai in senso stretto erano quindi 7 milioni e mezzo su una popolazione politicamente attiva di quasi 41 milioni. Percentualmente parlando fa il 18,3%. Nel 2011 invece, i giovani tra gli 0 ed i 14 anni erano diminuiti di quasi 5 milioni (nonostante la popolazione totale fosse aumentata di sei milioni). Per questo gli oltre 3 milioni e mezzo di operai in senso stretto (da noi considerati probabilmente con manica larga 3 milioni e 700 mila) su una popolazione politicamente attiva di 51 milioni e 770 mila pesavano appena il 7,15% nel 2011. Per tali ragioni, la diminuzione numerica deve essere considerata attorno al 60%. Non poco, diremmo.

Il secondo elemento sul quale ci vogliamo soffermare riguarda la suddivisione per numero di dipendenti delle imprese. Rendiamo prima con un esempio quello che ci apprestiamo ad esprime a parole. Se in una classe di 15 studenti 5 hanno gli occhi neri, 4 marroni, 3 azzurri, 2 verdi ed 1 grigi, appare evidente come la maggioranza relativa degli studenti abbia occhi neri. Tuttavia se noi suddividiamo chi ha occhi neri in tre diverse tonalità di nero (ed otteniamo, per esempio, 3 occhi nero-scuro; 1 nero-medio; 1 nero-chiaro) concludiamo che i ragazzi con gli occhi marroni sono la maggioranza relativa. Generalmente, la suddivisione classica delle imprese, viene fatta nel seguente modo: micro fino a 10 dipendenti; piccola fino a 50; media fino a 250. Nel libro dei Clash invece, entrambe le categorie micro e piccola vengono ulteriormente suddivise in altre due sub-categorie (rispettivamente, 1 e 2-9 dipendenti; 10-19 e 20-49 dipendenti), concludendo che la maggioranza relativa dei lavoratori nella manifattura lavora in imprese di grandi dimensioni (pag. 74). Utilizzando invece la ripartizione classica delle imprese per numero di addetti, che ci permette di comprendere la particolarità italiana quando questa viene comparata con altri Paesi europei, la conclusione che se ne ricava è che la maggioranza relativa di operai in senso stretto lavora in piccole aziende, mentre la maggioranza assoluta lo fa in aziende piccole o micro. Questo è proprio l'elemento che contraddistingue l'anomalia italiana, ovvero il suo nanismo industriale.

Che dire in conclusione? L'abbiamo fatta lunghissima e ci sembra di aver lasciato fuori molte cose che meritavano attenzione. Insomma, non potete far altro che leggervi questo bellissimo lavoro dei Clash City Workers.


Da sindacalmente.org, di Pier Luigi Paolillo

"DOVE SONO I NOSTRI? E CHI SONO? UN’ANALISI DELLA STRUTTURA PRODUTTIVA PER CAPIRE COM’È FATTO IL PROLETARIATO NELL’ITALIA ODIERNA"
Vi proponiamo questa breve recensione del libro perché condividiamo l’affermazione che "purtroppo a Sinistra, in quella parte politica che una volta era interessata a studiare com’era fatta la società per trasformarla, abbiamo trovato ben poco".

"Ci sono tanti motivi per spiegare i fallimenti, e non è detto che un motivo ne escluda un altro. Ma c’è sempre un motivo che vale più di un altro: noi abbiamo scelto uno che ci sembra molto importante. Secondo noi il problema di fondo è costituito da una generale incomprensione di chi siamo e cosa vogliamo che ci impedisce di ottenere qualcosa… è questa incomprensione che ci impedisce-nonostante la buona volontà- di allargare i percorsi di lotta (…)"
"Ma chi sono i nostri? dove sono? Come possiamo metterci insieme? (…) per capire chi siamo abbiamo dovuto quindi ricorrere agli studi della borghesia perché purtroppo a Sinistra, in quella parte politica che una volta era interessata a studiare com’era fatta la società per trasformarla, abbiamo trovato ben poco. Sono decenni che si è rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura del corpo sociale e ci si è persi dietro a tatticismi politici, a suggestivi immaginari, nuove “narrazioni” … nel frattempo proprio chi ci governa ci studiava attentamente, produceva ricerche, analisi, sondaggi, ragionamenti (…).
Queste frasi sono estratte dall’introduzione al libro “Dove sono i nostri? Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi” a cura del Collettivo Clash City Workers.
Vi proponiamo questa breve recensione del libro perché condividiamo l’affermazione che "purtroppo a Sinistra, in quella parte politica che una volta era interessata a studiare com’era fatta la società per trasformarla, abbiamo trovato ben poco". Sono decenni che si è rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura del corpo sociale e ci si è persi dietro a tatticismi politici, a suggestivi immaginari, nuove “narrazioni”… nel frattempo proprio chi ci governa ci studiava attentamente, produceva ricerche, analisi, sondaggi, ragionamenti (…).
I risultati della ricerca sono basti essenzialmente su dati ISTAT e sono completati da altre fonti nazionali e straniere e le analisi sono completate dalle esperienze di studi e lotta del Collettivo.
L’opera è articolata in 7 sezioni:
1. La struttura produttiva italiana: come essa si è evoluta nel tempo, gli impatti su di essa della crisi economica mondiale e le tendenze che si vanno delineando; ossia che tipo di capitalismo e su cosa si fanno i profitti.
2. La popolazione italiana nel suo complesso: dopo aver compreso come si produce la ricchezza, gli autori analizzano chi la produce.
3. Analisi dei circa 23 milioni di lavoratori in Italia, con un focus sui lavoratori dipendenti.
4. Analisi dei vari settori lavorativi.
5. Analisi del lavoro indipendente con le sue cospicue quote di lavoro para subordinato camuffate dietro finte partite Iva e altre formule.
6. Analisi della disoccupazione
7. Infine, le conclusioni politiche degli Autori.
Riteniamo che la realizzazione e la diffusione di analoghi lavori di ricerca e analisi sono indispensabili per un’azione efficace e scientifica di coloro che, sindacalmente e politicamente scelgono di stare dalla parte dei lavoratori, degli sfruttati, degli emarginati e di tutti coloro che compongono le cosiddette “classi subalterne”.
Pensiamo, però, che non ci si possa limitare all’analisi della composizione della “nostra classe”.
Riteniamo che per “tornare a vincere” ai furibondi attacchi in corso, sia indispensabile completarla con l’analisi delle composizione dell’intero corpo sociale del nostro Paese.
Capire come sono composte le classi sociali, come esse si orientano (o sono orientate) nelle loro scelte politiche economiche e sociali è una condizione inaggirabile per un’efficace azione politica
Perché se capire chi sono “i nostri” è necessario per poter fare i loro interessi è altrettanto vero che bisogna anche capire chi sono “gli altri”. Per poter distinguere tra loro quali sono i nostri avversari ma anche i nostri potenziali alleati, per poterli portare dalla nostra parte ed evitare che passino nel campo avverso.
È probabilmente su questo punto che, pur complimentandoci e ringraziando il Collettivo Clash City Workers per il loro accurato e ingente lavoro di ricerca, non ci sentiamo di condividere le loro conclusioni che ci sembrano sottovalutare l’importanza della questione delle alleanze tra classi sociali.
Su questo punto, sarebbe ora che, le Sinistre italiane comincino a riflette approfonditamente – appunto sulla base di dati scientifici di analisi sociale- per aprire un serio dibattito non solo tra loro ma nella società.


Da citystrike.org, di Genova City Strike

"CHI ORGANIZZA I LAVORATORI"
Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola" questo l'incipit del libro "Dove sono i nostri?", curato dai compagni del collettivo Clash City Workers, i quali prendono alla lettera questo insegnamento, producendo un contributo interessante che consiste prevalentemente in una grande inchiesta sulla composizione odierna del mondo del lavoro in Italia.

Tutta la parte centrale del libro è occupata dai dati raccolti spulciando le inchieste istituzionali sul mondo del lavoro, integrati con una ricerca sul campo condotta dentro alcune lotte messe in atto in questi anni nei vari comparti lavorativi. La struttura dell'inchiesta divide i lavoratori in categorie analizzando la composizione del mondo del lavoro, suddividendolo per mansioni, differenze di genere e per aree geografiche. Questa parte è la più corposa e rappresenta un tentativo di legare dati oggettivi in un discorso di analisi unitario, per sfuggire al rischio di produrre una serie di narrazioni slegate dalla realtà fattuale del mondo del lavoro in Italia.

Si tratta di una risposta a quelle teorie sulla fine del lavoro o sulla preminenza del lavoro cognitivo che hanno riempito le pagine dei giornali e informato le teorie politiche che hanno contraddistinto l'azione di larga parte "della sinistra del disastro" italiana (dalla rifondazione bertinottiana ad una parte corposa del segmento neo operaista).

Per capire come cambiare la società occorre sapere come è fatta, come è costruita. Non che questo sia facile, anche perché l'interpretazione deriva dalla ragione politica di chi fa inchiesta. In questi anni abbiamo ascoltato discorsi che provenivano per lo più dal micro-ceto intellettuale del movimento: abbiamo letto inchieste fatte più su se stessi che su gli altri! Ciò che sostengono, a ragione, i compagni dei CWW in questo loro contributo è la necessità di riprendere in mano l'inchiesta operaia in senso stretto, basandosi su dati reali ed oggettivi. Questo libro è quindi fondamentale per capire se ancora oggi, nel funzionamento del sistema capitalistico, ad essere centrale sia la contraddizione fra il capitale e il lavoro salariato, oppure se la contraddizione si sia spostata sul lato della biopolitica e dello sfruttamento quotidiano di corpi "in lavoro perenne e indistinto". La tesi del libro è che la contraddizione capitale-lavoro salariato, quella su cui Marx costruisce la teoria e la prassi comunista, sia ancora quella decisiva e quella da cui occorre ripartire per porre le basi di una politica rivoluzionaria, tenendo però a mente la caratteristica principale che la riguarda: come efficacemente indicato dallo stesso Marx, il capitalismo e la borghesia modificano e trasformano continuamente se stessi e il mondo in cui agiscono.

Il libro, rispetto all'analisi del modo della produzione, non si sottrae alla sfida di analizzarne le trasformazioni. Esiste una parolina magica usata per descrivere i cambiamenti nel mondo della produzione italiana: "terziarizzazione". Non si tratta di negarla ma di specificarne bene il senso. Il testo non prova a negare i cambiamenti che hanno attraversato la struttura economica italiana (e ovviamente mondiale) negli anni che stiamo tutt'ora vivendo ma prova a spiegarne il senso. Buona parte della terziarizzazione riguarda i servizi forniti alle imprese e quindi non si tratta assolutamente di un fenomeno staccato dalla produzione delle merci. In questo senso, gli elementi statistici presenti nel testo sono emancipati dal loro significato superficiale immediato e ricondotti all'interno di un'analisi più complessa del paradigma produttivo. Per capire questo, occorre studiare attentamente i fenomeni del nuovo modo di produrre che si è sviluppato come tendenza legata all'attuale fase globale del capitalismo e allo sviluppo della finanza, caratteristico della nostra fase politica. Capire come l'economia italiana (riflesso particolare dell'economia europea e mondiale) si sia orientata verso l'export è il primo passo per comprendere le ragioni di una mutata struttura nella produzione cosÏ come anche nel trasporto e nella vendita delle merci.

Certo, fa impressione vedere come all'interno della struttura produttiva del nostro Paese sia diventato via via sempre più ridotto il peso delle grandi concentrazioni operaie e si sia sviluppato un fenomeno massiccio di divisione all'interno delle strutture produttive. Questo è l'effetto dell'esternalizzazione dei servizi che è stato uno degli elementi principali della strategia economica del capitalismo italiano ed europeo negli ultimi anni. Si tratta del fenomeno della creazione di holding economico-finanziarie che mantenendo il cuore della produzione (e dei profitti) al centro, allargano la filiera a piccole strutture di servizio, appaltano parti della produzione (anche all'estero attraverso le delocalizzazioni) ed in questo modo ottengono una serie di risultati a catena, che in ultima istanza consistono nell'abbassare il costo del lavoro vivo, cercando cosÏ di ovviare alla caduta tendenziale del saggio di profitto diventata sempre più vertiginosa con l'incedere della crisi globale del sistema capitalistico.

Nonostante la difficoltà che un'analisi economica dettagliata di questo fenomeno comporta, restando sul piano generale è facile capire come le centralità produttive scarichino su piccole aziende di servizi il peso della composizione organica del capitale e quindi il peso e l'onere di eventuali ristrutturazioni. Questo ovviamente determina che la classe operaia venga disgregata geograficamente e contrattualmente, causando divisioni e rallentando il fenomeno della presa di coscienza delle sue rivendicazioni comuni e della sua identità politica come classe. Questo fenomeno non riguarda solo le nuove strutture produttive ma è presente anche negli ultimi fortini della produzione fordista. In fabbriche storiche, fianco a fianco, spesso con mansioni molto simili, convivono segmenti di classe operaia con contratti e garanzie totalmente diverse. Questo ha effetto anche sulla conflittualità e sullo sviluppo delle lotte al loro interno.

Nel libro dei Clash City Workers ad emergere in quanto prodotto dell'inchiesta, è come le trasformazioni radicali della forma attuale del sistema capitalistico, la cui analisi e comprensione non può essere aggirata per chiunque voglia fare politica in senso rivoluzionario, non comportino la fine della teoria del valore come punto centrale su cui si fonda il sistema capitalista. Siamo d'accordo con gli autori del libro: stabilire i contorni di questa questione, sottraendola alle narrazioni "sulla fine del lavoro", non è questione puramente intellettuale ma il punto di partenza per impostare strategie di intervento politico rivoluzionario. Ossia per svolgere il compito proprio delle avanguardie politiche e sindacali: quello di ricostruire la classe non come entità astratta ma come forza politica in grado di porre concretamente la questione del potere politico.

I nodi dell'organizzazione
La necessità di porre il nodo del potere politico come punto decisivo per le classi subalterne apre su una serie di questioni, secondo noi fondamentali, che il libro a volta accenna soltanto, a volte tralascia. L'analisi delle trasformazioni economiche condotta nel libro, che individua uno schiacciamento e un'omogeneizzazione in basso delle condizioni delle classi lavoratrici, ci trova perfettamente d'accordo. Ciò a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo, dentro l'attuale fase globale del capitalismo, è il venir meno dei confini tra Primo e Terzo mondo. L'internazionalizzazione della produzione e l'apertura globale dei mercati, resa possibile dalla fine della divisione in blocchi del mondo a seguito dell'implosione dell'U.R.S.S., hanno determinato enormi cambiamenti nella sfera economica, con immediate ricadute sul piano sociale e politico. "Primo mondo" e "Terzo mondo", dentro le trasformazioni dovute alla nuova fase del capitalismo globale, acceleratesi con l'acuirsi della sua crisi sistemica, convivono oggi fianco a fianco dentro i medesimi territori. Da questo punto di vista, nell'analisi che facciamo nostra, da cui ha preso le mosse il progetto organizzativo della rete politica Noi Saremo Tutto, l'emarginazione del mondo del lavoro dal discorso politico istituzionale, cosÏ come l'esclusione sociale e politica delle classi lavoratrici e la loro progressiva e sempre più evidente marginalizzazione da parte delle classi dominanti, rappresentano gli effetti sociali delle radicali trasformazioni economiche e politiche dentro cui siamo immessi. Nei confronti delle classi subalterne osserviamo la messa in atto di un processo di esclusione sociale e politica che ci sembra rimandare ad un modello di tipo neocoloniale. Dalla comprensione e dall'analisi di tale scenario, a nostro avviso, è necessario partire per riformulare una teoria e una prassi rivoluzionaria all'altezza delle novità poste dal presente.

Se per una lunga arcata storica le classi dominanti dei paesi imperialisti hanno avuto la necessità, dettata dallo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione di quella determinata fase, di includere dentro i confini statuali le classi subalterne autoctone- e i modelli di rappresentanza democratica borghese che i paesi occidentali hanno conosciuto, cosÏ come i sistemi di welfare ne sono stati le migliori concretizzazioni politiche- oggi tutto questo appare ampiamente finito. I sistemi di rappresentanza propri della democrazie borghesi, il potere esercitato dalle forze socialdemocratiche, gli ambiti di mediazione appositamente costruiti per tenere sotto controllo il conflitto capitale- lavoro salariato sono stati elementi che hanno caratterizzato esclusivamente il mondo occidentale in una determinata fase imperialista. Nei paesi colonizzati tutto questo non è mai esistito. Nei confronti dei popoli colonizzati nessuna mediazione politica è stata mai ricercata dalle potenze imperialiste, nessun processo di inclusione nei confronti dei subalterni bensÏ un'esclusione finalizzata al controllo militare di corpi da rendere docili al lavoro, per garantire quei processi di accumulazione violenta, fondamentali al mantenimento di uno standard di profitto in grado di essere ridistribuito anche tra le classi lavoratrici autoctone. Il patto socialdemocratico dentro i paesi occidentali si è fondato proprio su questo tipo di sistema. Ogni volta che il conflitto capitale-lavoro salariato ha rischiato di esplodere con esiti difficilmente controllabili dalle classi dominanti dei paesi imperialisti, queste sono scese a patti con le classi lavoratrici occidentali, concedendo una serie di benefici economici e materiali, i quali-forse non è insensato ricordarlo-erano resi possibili dallo sfruttamento e dalla rapina imperialista. Ad ogni modo, oggi tutto questo appare decisamente tramontato. Per questo, sebbene concordiamo pienamente con la necessità di ribadire, dati alla mano, la centralità del conflitto tra capitale e lavoro salariato, cosÏ come fatto nel libro dei CWW, pensiamo che questa centralità vada analizzata cogliendo le rotture piuttosto che le continuità rispetto alle fasi passate del sistema capitalistico. Certamente l'analisi quantitativa dei dati statistici ci dice che, nel nostro Paese, dentro il lavoro dipendente sono ancora maggioritari i rapporti di lavoro a tempo indeterminato ma se invece che il puro dato quantitativo osserviamo la tendenza, cosa vediamo? E questa tendenza, che vede quote sempre maggioritarie di classe operaia escluse dai rapporti industriali classici in quanto iscritte dentro una cornice lavorativa assolutamente precaria, mobile e non garantita, insieme alle restanti quote di classe operaia ancora caratterizzate da una certa "rigidità operaia" costantemente sotto attacco e costrette sulla difensiva, che tipo di possibilità politiche e organizzative lascia intravedere? Vi è una parte rilevante della classe che molto difficilmente può esprimersi ed organizzarsi all'interno del posto di lavoro, ma può esprimersi ed essere organizzata territorialmente su questioni che riguardano i suoi bisogni primari, su tutto ciò che permette di recuperare salario indiretto (casa, cibo, trasporti, servizi, in primo luogo sanità, cultura e sport).La sua organizzazione ci sembra assai rilevante anche per quella parte di classe più stabilmente impiegata e collocata in realtà lavorative che permettono ancora di sviluppare il conflitto capitale-lavoro in termini più "tradizionali", perché se l'esercito industriale di riserva non è costretto ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi prezzo, allora la porzione ancora garantita subirà una pressione minore e avrà maggiore agibilità dentro le lotte. Queste due componenti o viaggiano assieme o vengono sconfitte entrambe. Inoltre, proprio il nuovo tipo di rapporti di produzione, le nuove filiere della produzione che tendono ad investire porzioni sempre più ampie di spazi metropolitani e di popolazione coinvolta in diversi modi, facendo della metropoli una fabbrica diffusa, rendono, a nostro avviso, sempre più centrale un'organizzazione della classe diffusa a livello territoriale, in grado di spezzare l'isolamento dovuto alla frantumazione operaia. E questa è una scommessa politica che stiamo provando a sviluppareÖ

In uno degli ultimi paragrafi del libro, lÏ dove vengono tirate le somme dell'inchiesta, si parla di "patto neocorporativo" per definire gli accordi tra le attuali classi dominanti e i sindacati confederali, i quali, perso anche il ruolo concertativo, ne assumono uno palesemente connivente nel gestire le riforme strutturali del mondo del lavoro volte a cancellare qualsiasi diritto precedentemente acquisito dai lavoratori del nostro Paese. Questo processo secondo gli autori aprirebbe uno spazio enorme, una prateria interamente disponibile per il sindacalismo conflittuale e l'autorganizzazione dal basso dei lavoratori. Questo passaggio analitico ci lascia a dir poco dubbiosi. La messa in forma di un patto neo-corporativo, infatti, presupporrebbe, da parte delle classi al potere, una volontà di inclusione delle classi lavoratrici dentro un qualche contenitore politico, attraverso cui organizzare delle forme di mediazione. Alla base dell'istituto della corporazione c'è infatti il legame tra padroni e lavoratori uniti da un presunto comune interesse o collante, quale per esempio la Nazione. Non per nulla il corporativismo è stato uno degli strumenti cardine attraverso cui il fascismo ha nazionalizzato le masse lavoratrici nel nostro Paese. Uno strumento finalizzato al controllo sociale ma fondato su un processo di reale inclusione sociale e politica delle classi lavoratrici. Non a caso correlato da una serie di parole d'ordine, quali "piena occupazione", "garanzie sociali", "autarchia", "orgoglio nazionale". Nulla di più distante dall'attuale modello politico (la sovranità nazionale e le retoriche ad essa legata appaiono decisamente "fuori moda" tra le frazioni di borghesia imperialista che stanno gestendo la costruzione del blocco imperialista europeo) e dal tipo di relazione tra le classi, segnato da un rapporto di crescente asimmetria, piuttosto che da un reciproco riconoscimento. Da questo punto di vista, la centralità che una auto-organizzazione sindacale conflittuale dei lavoratori potrebbe assumere nell'attuale contesto politico ci lascia perplessi.

L'organizzazione della classe sul piano delle rivendicazioni economiche rimane, sicuramente, un momento non aggirabile dentro qualsiasi processo organizzativo di classe; la domanda però è se la sfera sindacale possa avere oggi un carattere universalizzante e essere quindi il momento centrale da cui ripartire nell'organizzazione della classe. Il passaggio dal mero piano economico a quello più propriamente politico è storicamente sempre avvenuto nel momento in cui, attraverso la lotta sindacale si sedimentava tra i proletari una coscienza di classe. Una coscienza che nasceva dall'identificarsi, dentro la lotta comune, delle mille braccia nell'unico possente braccio in grado di spezzare il potere padronale. Due, sintetizzando, le condizioni che hanno permesso al sindacato di essere "la scuola di guerra del proletariato": il legame tra forza lavoro e messa in forma della guerra e la necessità, posta da questo legame, per le classi dominanti di riconoscere la classe operaia dentro una relazione di potere di tipo simmetrico. Queste condizioni oggi, palesemente, hanno cessato di esistere: la frantumazione spaziale, temporale, sociale e politica della classe ne è esattamente l'effetto. Nel libro è posta molta enfasi sul ruolo e le potenzialità della lotta sindacale nella sua forma tradizionale ma ci sembra di poter dire, osservando ciò che si muove dentro i vari comparti lavorativi, che già ora le lotte dei lavoratori stanno ponendo, drammaticamente, la necessità di un superamento della forma-sindacato, in quanto difficilmente adeguata a ricoprire in toto le necessità di una lotta quando questa assume caratteri più complessivi della singola vertenza sindacale e pone una serie di questioni per le quali l'ambito sindacale diviene un piano che non riesce a fornire strumenti risolutivi. Questa "parzialità" sembra essere colta proprio dalle punte più avanzate dei lavoratori. Inoltre il recente accordo sulla rappresentanza costringe fin da ora a dover ripensare le modalità attraverso cui i lavoratori possono organizzarsi sul proprio posto di lavoro, perché, in linea con i processi di esclusione a cui abbiamo fatto riferimento, una serie di prerogative normative residuali sono state definitivamente cancellate. Perciò, più che le opportunità che un fantomatico patto neocorporativo aprirebbe per un'azione sindacale conflittuale e dal basso, ci sembra che ben più concrete possibilità di organizzazione in direzione rivoluzionaria siano offerte dall'omogeneizzazione in basso delle condizioni di vita delle classi subalterne a livello internazionale. Per questo motivo ci sembra di fondamentale importanza l'analisi della "nuova composizione di classe", perché la classe, contraddistinta sempre dal suo dover vendere la propria forza lavoro ai padroni per sopravvivere, a seguito del cambiamento radicale dei rapporti di produzione, ha subito una serie di trasformazioni al suo interno, fondamentali da analizzare e conoscere per potere strutturare un'organizzazione in grado di intercettarla.

D'altra parte l'esclusione sociale del proletariato e il rapporto asimmetrico tra le classi comporta una serie di mutamenti radicali nella messa in forma della lotta di classe stessa. Se la Storia è storia di lotte di classe, cogliere le trasformazioni e le rotture dentro il darsi concreto della lotta di classe significa essere in grado di comprendere l'orizzonte storico in cui si è immessi per poter, anticipando la tendenza dello sviluppo delle sue contraddizioni, giocare in contropiede ribaltando le sorti della partita. E qui, per noi si apre il secondo fronte con l'orizzonte analitico proposto nel libro dei Clash City Workers. La classe in se stessa, nella sua oggettività, non ha nessuna pulsione immediatamente rivoluzionaria. Forse, la miglior prova di questa affermazione è data dallo scarto evidente tra le condizioni oggettive eccellenti per un movimento rivoluzionario create dalla crisi, con il peggioramento drammatico delle condizioni di vita delle classi subalterne da essa comportato, e l'assenza, particolarmente accentuata nel nostro Paese, di qualsiasi movimento di lotta di massa contro l'attuale sistema economico e politico. Certamente, come dicono i compagni dei CWW, gli episodi di lotte e le vertenze sui luoghi di lavoro sono diffusi, molteplici, spesso si tratta di lotte drammatiche e determinate; certamente queste lotte sono volontariamente ignorate dai media asserviti alle classi dominanti ma questo non basta a spiegare come mai un movimento di lotta di classe non si generalizzi dentro l'attacco sempre più violento, lanciato a tutto campo dalle classi al potere contro le classi subalterne. In questi cinque anni e mezzo di crisi non abbiamo assistito né ad una generalizzazione del conflitto, né a un accumulo di forze da parte delle classi lavoratrici. Al contrario, dentro i comparti maggiormente strutturati dei salariati a prevalere sono lotte di retroguardia che nella mancanza di una prospettiva politica capace di indicare possibili ripartenze, si trasformano quasi sempre in rassegnazione e stanchezza di fronte alle inevitabili sconfitte. Nei segmenti non garantiti e precari della classe lavoratrice a prevalere è la rabbia, capace di accendere momenti conflittuali forti e radicali ma privi anch'essi di una tenuta di lungo periodo dentro una prospettiva di offensiva strategica. A mancare in entrambi i segmenti, di fatto sempre più vicini nel livellamento in basso e nel medesimo processo di marginalizzazione subito, è una prospettiva politica capace di porre la questione della lotta per il potere politico. Perché tale prospettiva non solo cominci ad albeggiare ma si strutturi dentro una strategia in grado di condurre i diversi livelli di quella che sempre più appare destinata ad assumere i contorni di una lotta di lunga durata, a nostro parere non basta paragonare la funzione delle soggettività politiche a quella di "un hardware," ossia di "un supporto per il movimento autonomo della classe". Perché il passaggio dalla classe come entità puramente economica alla classe come soggetto politico in grado di agire dentro la storia in maniera rivoluzionaria è un passaggio possibile solo se ad intervenire è il pensiero e la prassi strategica di una forza organizzata.

In questo senso ci pare che una discussione sulla riunificazione, in prima istanza organizzativa, delle forze politiche che si muovono sul terreno del conflitto capitale-lavoro salariato, ritenendolo centrale, è una discussione non più rimandabile. In questo senso, il lavoro che qui recensiamo diventa un punto importante nella discussione che è necessario portare avanti. Ci sembra però fondamentale far seguire, senza soluzione di continuità, alla domanda da cui prende le mosse il libro -dove sono i nostri? - la risposta a quella su: come organizzare, oggi, i nostri.


Da inventati.org/cortocircuito, di Redazione Corto Circuito

"LEZIONI DI STILE E NON SOLO DAI CLASH CITY WORKERS"
L'estate scorsa ho avuto il piacere di partecipare alla prima assemblea nazionale del collettivo Clash city workers, dove si prendeva atto del passaggio dalla dimensione cittadina ad una più estesa sul territorio italiano. Il tema della classe e della produzione di valore furono al centro della discussione; posso quindi ragionevolmente dire di aver visto uno dei momenti in cui è nato il progetto del loro libro, edito da Casa Usher, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi.

Il libro è decisamente all'altezza delle aspettative e conferma l'impressione positiva che mi fece allora questo gruppo di compagni. Apprezzo ora in questo libro, come apprezzai allora nell'assemblea nazionale, la loro serietà, la loro capacità di affrontare i temi con pazienza e costanza, senza cercare scorciatoie o soluzioni di comodo, dogmatiche (o "ideologiche" come direbbero loro); ma soprattutto, le qualità che più mi hanno colpito sono l'umiltà e la sobrietà del loro approccio, il non lasciarsi andare alla retorica o ai modi di esprimersi accattivanti, ammiccanti, che magari fanno anche delle concessioni ai linguagi del mainstream mediatico, a cui si oppongono invece la voglia di fornire uno strumento agli altri compagni e ai lavoratori e quindi il volersi mettere in qualche modo al servizio degli altri.

Il tratto dell'umiltà, forse il più notevole di tutti nel panorama politico antagonista, è presente nella stessa impostazione del collettivo, che si pone l'obiettivo, attraverso l'inchiesta, di essere uno strumento di visibilità delle lotte e di riconoscimento dei vari segmenti del soggetto di riferimento, la classe lavoratrice. Questo spirito di servizio è a mio avviso la cifra di una novità nell'approccio all'attività politica di questo collettivo, è l'inversione dell'atteggimento di superiorità, implicito o esplicito, con cui molti gruppi politici affrontano le tematiche, riscontrabile ad esempio nell'uso di un linguaggio per cosÏ dire esoterico, comprensibile solo a chi frequenta gli ambienti di movimento, una superiorità spesso sconfermata dall'isolamento e dalla scarsità della partecipazione.

Per quanto riguarda invece la sobrietà, in una delle numerose recensioni che stanno uscendo (di cui trovate qui un elenco) si dice che "Öil libro dei CCW rifugge ogni postura apodittica, ogni velleità profetica, forse anche al costo di sacrificare - a questo scopo - la possibilità di una scrittura seduttiva, accattivante, più immediatamente capace di catturare e persuadere il destinatario." Ecco, io credo che questo sia uno dei maggiori elementi di pregio di questo testo, che ne fa non l'ennesima sparata di un gruppetto di militanti su quale sia il modo giusto per fare la rivoluzione, che inevitabilmente precede il ritorno alla propria parrocchietta e alle proprie liturgie antagoniste, bensÏ uno strumento per tutti quelli che intendono seriamente mettersi nell'ottica di un superamento dello stato di cose presente. Tale prospettiva implica necessariamente il conoscere in cosa consiste "lo stato di cose presente".

Il libro dei CCW merita senz'altro di essere considerato un lavoro di carattere scientifico. Che significa? Ho sentito spesso agitare dai militanti dei collettivi la prospettiva marxiana come "scientifica", contro l'approccio "ideologico" degli economisti borghesi etc. Peccato che nella maggior parte dei casi la prestesa di scientificità del marxismo veniva posta in maniera altrettanto ideologica, o, come preferisco esprimermi, dogmatica.

Quindi colgo l'occasione per fare un minimo di chiarezza anche su questo punto. Come sa qualsiasi studente di epistemologia che abbia studiato la crisi dei modelli verificazionisti e falsificazionisti avvenuti fra gli anni '50 e '70 del secolo scorso, non esiste un criterio di demarcazione netto fra scienza e non scienza. Purtroppo questa è una consapevolezza ben poco presente nelle persone in generale e negli scienziati in particolare. Tuttavia ci sono alcuni caratteri notevoli di quel vasto e complesso fenomeno culturale detto "scienza", che dai tempi dei greci ha attraversato in maniera carsica il medioevo per riemergere nella modernità, saldandosi alle mutate condizioni economiche e sociali che venivano a crearsi grazie all'ascesa della borghesia.

Il primo di questi, rilevato in primis da Kuhn nel suo fondamentale La struttura delle rivoluzioni scientifiche, è l'assunzione di un punto di vista, di un paradigma, grazie al quale avere una intelaiatura concettuale di fondo (uno schema concettuale) entro la quale sviluppare le successive ricerche. Solo con un preventivo accordo su determinati presupposti si può costituire una scienza.

Solo grazie all'assunzione di un punto di vista da parte di più soggetti è possibile ad esempio la raccolta di dati, poiché tali soggetti convengono sulle modalità di lettura e di raccolta dei dati stessi senza le quali la natura resta per cosÏ dire muta.

Sulla scia di questo fatto, è nato un uso epistemologico del termine "ideologia", che si riferisce proprio al paradigma accettato da una determinata comunità scientifica. Ciò si riferisce anche al fatto che nella scelta dei paradigmi, per quanto generali essi siano, intervengono sempre, in modo più o meno maggiore, ragioni di tipo politico. L'affermarsi del vasto paradigma che oggi chiamiamo genericamente "scienza moderna", che vede Galieo e Cartesio tra i suoi padri fondatori, e il suo sviluppo, è stato possibile saldandosi al processo di emancipazione della classe borghese e del prevalere del suo sistema politico e ideologico, la democrazia liberale.

Ma ciò non deve far pensare che ogni punto di vista possa essere difeso indefinitamente: in fisica come in politica, l'attrito con l'esperienza, con il corso della storia, può metere in tensione un paradigma affermato, fino a portare a delle vere e proprie crisi di esso. Ad una crisi seguono tipicamente tre tipi di scenario: la restaurazione, la disfatta (e il ritorno alle barbarie in politica o ad una situazione pre-scientifica di scontro di ideologie nella conoscenza), o la rivoluzione.

In epistemologia si parla di esperienze recalcitranti o di anomalie, nel linguaggio politico si parla di contraddizioni, ma sono sostanzialmente la stessa cosa, in quanto una anomalia è un risultato sperimentale che contraddice la globalità della teoria che lo ha reso possibile.

Quindi possiamo dire che, se una scienza ha bisogno necessariamente di una ideologia per esistere, può tuttavia esserci sempre il rischio di un uso dogmatico di quest'ultima, quando essa viene difesa a prescindere dall'esperienza e dagli argomenti messi in campo dalla visone opposta ma su un terreno comune ad entrambi (come una certa misurazione, che sia la posizione di un corpo celeste o la percentuale di lavoratori dipendenti in un paese o la forbice fra ricchi e poveri).

Tornando al libro dei CCW, possiamo dire che esso è almeno implicitamente consapevole che, anche se ci preme difendere un certo punto di vista, non possiamo farlo affidandoci semplicemente alle armi della retorica, soprattutto se vogliamo che la nostra prospettiva incida sulla realtà. Per poter trasformare la realtà, bisogna conoscerla, ma per conoscerla è necessario affidarsi ad una mole significativa di dati. E d'altra parte questi dati devono essere interpretati, soprattutto quando, come in questo caso, essi arrivano dagli organi della controparte.

Proprio tale lavoro critico sui dati ha permesso al collettivo di sfatare alcuni falsi miti che attraversano aree di movimento e mainstream, come la perdita di centralità dell'industria, la terziarizzazione dell'economia, la conseguente "scomparsa degli operai", e di rimettere al centro del discorso politico il lavoro e in particolar modo la produzione. Proprio la distillazione di argomenti in favore di questa tesi apparentemente audace, basati sull'analisi delle statistiche sulla composizione sociale dell'Italia, mette in luce un altro aspetto della scientificità della ricerca svolta: l'andare dietro ai fenomeni senza per questo contraddirli, cercando spiegazioni unitarie per quanto controintuitive possano sembrarci.

In fondo è qualcosa di cui ci rendiamo conto tutte le volte che osserviamo un'alba o un tramonto, fenomeni che sembrano mostrare un moto di rivoluzione del Sole intorno alla Terra, quando invece la spiegazione migliore è la rotazione della Terra attorno al proprio asse, che a sua volta ruota attorno al Sole. Come ebbe a dire Marx, "ogni scienza sarebbe superflua se l'essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero".
Volendo passare ad una critica del testo, non ho alle spalle studi e competenze che mi permettano di fare io stesso una lettura critica dei dati, cosÏ, almeno per adesso li prendo per buoni. Per quanto riguarda invece la visione di fondo, c'è un passo che mi ha messo in allarme e che sottintende, a mio avviso, una pericolosa semplificazione del concetto di storia umana.

Nel capitolo dedicato ai lavoratori indipendenti, c'è un passaggio sui cosiddetti "forconi", la cui prospettiva viene liquidata come reazionaria perché quelle istanze rappresentano un ceto piccolo borghese pesantemente colpito dalla crisi che rimpiange i tempi in cui gli affari andavano bene. In merito a tali proteste si osserva che la loro "connotazione reazionaria non derivava tanto dagli squallidi personaggi che l'hanno capeggiata o dai fascisti che l'hanno sostenuta, ma dalla pretesa stessa di voler far girare all'indietro la ruota della storia." (pag. 159)

Ora, da una parte sono d'accordo sul fatto che il capitalismo muove tendenzialmente verso l'accentramento di capitali, e che quindi i pesci piccoli vengono via via falciati dall'avanzare di questo modo di produzione, e quindi ritengo assurde le pretese di chi vorrebbe una economia di mercato su misura per i padroncini e le fabbrichette cosÏ tipiche di questo paese.

Dall'altra credo anche che la storia non sia una ruota. Mi spiego meglio: io non credo che la storia umana sia una linea, né tanto meno una freccia. Essa non possiede un destino, una fine prestabilita da leggi immutabili, né un andamento di tipo lineare. Essa appare invece come una continua serie di ramificazioni, alcune delle quali si interrompono bruscamente per poi riprendere (come è successo alla scienza) o scomparire per sempre (come è successo ad innumerevoli civiltà), a volte senza quasi lasciare traccia.

Proprio l'esempio della scienza è quello trattato da Lucio Russo, fisico teorico, filologo e storico della scienza, in un articolo sul possibile tracollo della conoscenza scientifica e della conseguente catastrofe culturale:

La paleoantropologia, ad esempio, sembra avere appurato che l'evoluzione degli ominidi non ha seguito un andamento lineare, ma ha avuto una struttura ad albero, con più ominidi presenti contemporaneamente lungo quasi tutta l'evoluzione. L'idea che si potessero ordinare i vari ominidi in un'unica sequenza, classificandoli semplicemente sulla base della loro "distanza" da noi, che è stata cosÏ superata, aveva una chiara, anche se inconsapevole, origine ideologica: era basata sull'assunzione di un'evoluzione teleologica, rivolta verso di noi. Lo stesso pregiudizio ideologico ha giocato probabilmente un ruolo importante nella storia della cultura, facendo ritenere a molti storici che le civiltà del passato fossero classificabili anch'esse de-terminandone la distanza da noi. Uno dei massimi storici delle civiltà classiche del nostro secolo, Finley, ha sostenuto la primitività dell'economia antica e l'assenza di "razionalità economica" nella civiltà classica. Tra i tanti argomenti a sostegno della sua tesi ha portato anche quello che non è posibile tradurre il termine broker in greco antico o in latino. Se si pensa che tutte le civiltà sono incamminate sullo stesso percorso, allora l'effetto delle "catastrofi culturali" non può essere troppo grave: si tratta di rimanere fermi o indietreggiare per qualche secolo, ma poi si ritorna sempre allo stesso punto: si finirà sempre con il riavere i brokers (e i geometri differenziali). Se invece l'idea del percorso prestabilito è solo un nostro pregiudizio ideologico, allora la scomparsa definitiva di conquiste culturali diviene possibile.

Il punto è particolarmente importante quando ci si pone in un'ottica di trasformazione dell'esistente: se infatti la storia fosse una ruota che gira, basterebbe aspettare che facesse il suo corso. Ma ciò è assurdo, come pensare che, poniamo, per preparare un esame all'università o per trovarsi un lavoro basti aspettare. Invece c'è bisogno delle scelte degli uomini, di decisioni consapevoli, sia a livello individuale che collettivo.

Una prospettiva del genere pone sotto la giusta luce lo scarto incredibile fra le condizioni oggettive per una rivoluzione e quelle soggettive discusso nelle conclusioni del libro e ci permette di percepirne la drammaticità. Nel paragrafo dedicato al neocorporativismo si mette in rilievo che la classe è sempre più omogenea, per cui "si pone davanti a noi la possibilità materiale di fare la rivoluzione e instaurare un diverso modo di produzione." (pag. 192) Una tesi giustamente definita scandalosa, incredibile.

E dove si trova la ragione di questo scandalo? Nel fatto che "se dal punto di vista materiale, motivi e risorse per fare la rivoluzione ce ne sarebbero a iosa, la coscienza di classe è ai minimi storici" (pag. 192) La conclusione del ragionamento conferma una cosa che dicevo anche nella già citata assemblea nazionale dei CCW dell'anno scorso: il problema non sono le condizioni materiali, oggettive, bensÏ quelle di natura soggettiva. » un problema di coscienza, un problema eminentemente sovrastrutturale.

E infatti le classi dominanti lavorano incessantemente sul piano sovrastrutturale con la strategia neocorporativa, imponendo un ordine del discorso che si rifà al "superiore interesse nazionale", insomma, "fare i sacrifici per salvare il paese", come se fossimo tutti sulla stessa barca, quando i dati sulla distribuzione della ricchezza dopo la crisi dimostra esattamente il contrario, confermando quella tendenza all'accentramento delle risorse tipica del capitalismo.

Dunque si dà la possibilità concreta di una rivoluzione, ma si tratta appunto di una possibilità, non di una realtà e tantomeno di una necessità.
Affinché una simile possibilità diventi realtà è necessaria una presa di coscienza, non individuale ma collettiva. E non è affatto detto che questa presa di coscienza avvenga. Per propiziarla bisogna che l'azione politica sia efficace nel trasmettere parole d'ordine chiare e dalla prospettiva lungimirante, ovvero che siano veramente generalizzabili e che non siano semplicemente funzionali alla riproduzione di un ceto politico militante. Bisogna insomma alzare lo sguardo, almeno ogni tanto, dal proprio lavoro politico quotidiano per guardare in che direzione stiamo andando, e nel caso, correggere la rotta.

Di questo i Clash City Workers si mostrano perfettamente consapevoli, per questo il loro è un contributo importante, e speriamo decisivo, per fare quel passo in avanti che viene auspicato nelle prime pagine del loro libro.


Da commonware.org, di Matteo Montaguti
"SUPPORTARE LA RESISTENZA, MA PREPARARE L'OFFENSIVA"
Qua lo si dice chiaro e tondo: Dove sono i nostri è un libro che per le questioni che pone (tanta la carne al fuoco) dovrebbe essere come minimo al centro dei dibattiti di movimento; un testo che dovrebbe essere letto, diffuso, discusso e approfondito da tutti quei soggetti - sia individuali che collettivi - la cui volontà è porsi antagonisticamente, sul piano reale della cruda materialità quotidiana, allo stato di cose presenti, con l'obiettivo concreto di abolirle. Un testo nato per supportare la resistenza, preparare il terreno, disporre l'esistente, accumulare le forze e passare all'offensiva.

Innanzitutto di cosa si tratta. Il lavoro dei Clash City Workers, rete di collettivi radicati principalmente tra Napoli, Firenze, Padova e Roma, si pone l'obiettivo di indagare, scomporre e analizzare in modo scientifico e certosino caratteristiche, conformazione e prospettive della nostra classe nel tempo della crisi, la classe dei proletari, quella della «maggioranza che non dispone di rendite o mezzi di produzione, ma che per sopravvivere è costretta a lavorare, ovvero vendere a qualcuno, in cambio di denaro, il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità»; un lavoro di fino compiuto non per soddisfare un'asettica curiosità sociologica, ma per carpire la chiave di volta con cui unire ciò che la controparte divide, per sbrogliare gli intrecci di contraddizioni con cui ogni mobilitazione si scontra, per porre solide basi su cui costruire ogni concreto intervento trasformativo. Un testo quindi pensato come strumento per intensificare, articolare e ampliare l'azione militante, per differenziarla in base alle specificità di ogni settore, che suggerisce quali sensibilità e comportamenti possano essere intercettati ed orientati, partendo dall'evidente presupposto che non tutte le frazioni di proletariato hanno lo stesso peso. Le tesi dei CCW poggiano, oltre che sulla propria preziosa esperienza diretta, sul sapiente contro-utilizzo di ampie banche dati, analisi statistiche e studi specifici commissionati da coloro che sono le classi dominanti (ed elaborati da istituti come Istat o Eurostat, centri studi, banche, società private, ministeri), attraverso i quali il collettivo scardina diversi luoghi comuni, semplificazioni e proiezioni che da diverso tempo pervadono ambienti eterogenei della sinistra di movimento: concetti come la "deindustrializzazione", la "residualità degli operai", la "centralità del cognitariato", messi a confronto con la rilevazione empirica e alla prova dei fatti, non reggono più in modo cosÏ evidente.

In Dove sono i nostri la trama del discorso si snoda attraverso varie tappe: come prima cosa i CCW analizzano la struttura produttiva italiana, ovvero l'apporto con cui i vari settori contribuiscono all'economia nazionale e all'accumulazione di capitale, come essi sono cambiati nel tempo e come la crisi ha impattato su tutto ciò, lasciando intravedere quali linee di tendenza ci aspettano per il prossimo futuro, tra processi di concentrazione in atto e apparente declino della piccola impresa. Fatto ciò, il collettivo scorre la propria lente di ingrandimento sulla popolazione italiana nel suo complesso, esaminandola e scomponendola secondo fasce di reddito e tipo di attività; la griglia analitica si focalizza sui 23 milioni di italiani e italiane che compongono la forza-lavoro dipendente e su tutte le variabili che influiscono sul proprio stato attuale: dimensione delle aziende, struttura delle retribuzioni, tipologie di contratto, tasso di sindacalizzazione, lavoro sommerso e irregolare. A questo punto viene la parte centrale e più corposa del libro, dove si passa in rassegna tutta l'articolazione e l'anatomia del lavoro salariato per ogni specifica categoria (dall'agricoltura all'amministrazione, dall'industria ai servizi, dal terziario avanzato alle costruzioni, dalla logistica alla ristorazione, dall'attività finanziaria all'istruzione e sanità), ovvero dove si guarda da vicino com'è fatto ogni settore lavorativo, di quali contraddizioni è impregnato, quali possono essere i vettori di organizzazione e di intervento politico possibili. L'analisi, soprattutto in questa sezione, si legherà alle inchieste sui luoghi di lavoro e alle esperienze di lotta che direttamente hanno interessato i CCW nella loro attività militante. Successivamente, il discorso passa allo sviscerare dall'interno il lavoro autonomo e indipendente, estremamente composito ed eterogeneo, dentro il quale - a fianco di figure ben poco proletarie - sono ben celate varie forme di lavoro sostanzialmente dipendente attraverso meccanismi di parasubordinazione e false partite Iva, e anche qui sarà l'occasione per definire complessità e possibili terreni di lotta. Da sottolineare è che più volte all'interno del testo si fa perentorio il richiamo alla sinistra antagonista di "pensare ai nostri" e non disperdere fondamentali energie tanto verso opache e poco organizzabili figure cognitive quanto alla rincorsa di velleitarie "ribellioni" di ceti autonomi colpiti dalla crisi e lavoratori in proprio in fase di proletarizzazione.

Apriamo una parentesi. Evidente il preciso riferimento alle mobilitazioni dei cosiddetti "forconi", qui considerati entro il classico schema marxista di piccola borghesia retriva portatrice di istanze reazionarie, che seppur ben ragionato tralascia diverse linee di possibilità e di ipotesi d'intervento emerse da recenti dibattiti (senza però pregiudicare fatalmente la tesi di fondo dell'opera). Si potrebbe tuttavia porre l'interrogativo se la matrice interpretativa impiegata dagli autori non dovrebbe essere messa in tensione e ripensata a partire dalle trasformazioni del lavoro e soprattutto delle molteplici soggettività in questione. In diversi contesti specifici, soprattutto nel Nord-ovest, a fianco di lavoratori indipendenti tradizionalmente considerati "altro" dalla classe - ma comunque in fase di impoverimento o che mischiano forme di vita proletarie - come l'ambulante dei mercati, l'autotrasportatore, il piccolissimo imprenditore, il proprietario agricolo, il commerciante e l'artigiano, è comparsa una componente (giustamente citata nel testo) formata da lavoratori dipendenti mascherati, legati nella buona e cattiva sorte al loro committente: artigiani che lavorano nei cantieri, nei servizi alle imprese, elettricisti, idraulici, e via dicendo. Ma non solo: erano presenti anche autonomi di seconda generazione, lavoratori in nero, disoccupati, proletariato e sotto-proletariato giovanile, senza laurea o senza diploma, inoccupato o precario, proveniente dalle periferie deindustrializzate, dalle curve degli stadi, dai quartieri popolari. Citando Salvatore Cominu (I nodi vengono al pettine: i "Forconi" a Torino), «sono quelli che non hanno credito né crediti, ma spesso tanti debiti, ragionano in soldoni e soprattutto si sentono quotidianamente presi per i fondelli» da una classe politica che ha perso totalmente ogni velleità di rappresentanza. Insomma, un terreno di coltura favorevole alle destre sociali organizzate, a cui non va lasciato nessun spazio di radicamento nei mercati, nelle cinture metropolitane, nelle periferie popolari dove vivono, passano le giornate e tirano a campare i nostri. Solo ponendosi e affrontando questi "frammenti di futuro" - figli diretti della crisi - in modo problematico, standoci dentro, sporcandosi le mani, forse solo cosÏ «si può scoprire che nel rifiuto a pagare l'ennesimo tributo alla crisi c'è anche lo spazio per agire una possibile ricomposizione di segno diverso».

Tornando a questa sezione, un'ultima parte è dedicata alla disoccupazione e alla fascia dei Neet: verso questi è ultimi è da notare che gli autori riservano diversi (argomentati) dubbi sia di natura teorico-pratica che relativi al loro effettivo conteggio; nonostante ciò, anche dentro questi settori lo sforzo è nell'andare a "pescare" la classe ed individuare pratiche e proposte con cui legare il mondo del non-lavoro a quello del lavoro nell'ottica della generale opposizione allo sfruttamento. Infine, dopo aver esaurientemente posto solide e concrete basi, i CCW terminano la propria fatica editoriale riflettendo su come misurarsi collettivamente con la realtà sopra analizzata, contraddistinta da un feroce scontro di classe in atto nel paese, da antiche e nuove contraddizioni esacerbate dalla crisi globale e da una conflittualità montante all'interno dei segreti laboratori della produzione - sempre meno silenziosa, sempre più sul punto di deflagrare - che aspetta solo di essere diffusa e organizzata.

Quello che l'opera vuole mettere bene in chiaro - per chiunque aspiri ad avere un qualche impatto significativo e duraturo sulla realtà, che tenda a scompaginare i rapporti di forza presenti a favore di tutti coloro che oggi sono arroccati in difesa - è la necessità di ritornare a prendere prioritariamente in considerazione la contraddizione capitale/lavoro, considerata la contraddizione più universale e trasversale all'interno del sistema capitalista, in grado di pervadere ogni ambito sociale e di cui, sostengono gli autori, nodi come "casa", "reddito" e "territori" ne sono diretta filiazione: non per questo la questione del lavoro, dopo cinque anni di devastante crisi che ha falcidiato oltre un milione di posti e messo in crisi la stessa sopravvivenza di innumerevoli famiglie proletarie, è la prima preoccupazione degli italiani e il punto centrale su cui si consolida la controffensiva della controparte padronale e politica, ben rappresentata dal Governo Renzi e dal Jobs Act di recente elaborazione. Quest'ultimo, un vero attacco alle condizioni di vita di intere generazioni di lavoratori, si inscrive in quella che gli autori definiscono una fase di transizione per il nostro paese, in cui la classe dominante della penisola sta cercando di ristabilire condizioni di "profittabilità" sul corpo vivo del lavoro, per renderlo ancora più flessibile, docile e a basso prezzo, allo scopo di far ripartire anche qui il ciclo di accumulazione. La tendenza in atto nei maggiori paesi industrializzati, di cui Stati Uniti e Germania sono un fulgido esempio, è infatti quella di avviare un processo di "rilocalizzazione" (reshoring) della produzione entro i propri confini nazionali, un rafforzamento del settore manifatturiero che confligge evidentemente con le visioni di una preponderante centralità del lavoro immateriale e della progressiva scomparsa della classe operaia.

La necessità che si pone, quindi, è «ripartire da un intervento sulla classe e nella classe», in particolare ritornando a scommettere su quel segmento operaio e salariato che Marx definiva lavoratori produttivi, produttori di merci oggi sempre più oggettivamente uniti dalla terziarizzazione dell'industria, dalla progressiva integrazione dei settori produttivi e dalla concentrazione finanziaria, ma artificialmente divisi dal punto di vista sindacale e politico (per non dire internazionale). I CCW dimostrano, dati alla mano, quell'abbaglio che è stato - per diverse sinistre - la perdita di centralità dell'industria, l'ascesa trionfante del terziario e del nuovo soggetto del cognitariato come fulcro del conflitto anticapitalista dopo la fine del ciclo fordista. Il terziario, in verità, dopo gli anni '70 è cresciuto solo perché sono cresciuti i servizi connessi all'industria, risultando sempre più legato, interdipendente e spesso corrispondente alla manifattura. Attraverso l'intersecarsi di processi di esternalizzazione, appalto e subappalto, decentramento, delocalizzazione, informatizzazione e movimentazione merci, «più che a un fenomeno di deindustrializzazione e a una terziarizzazione dell'economia stiamo assistendo a una terziarizzazione del settore manifatturiero, ovvero a una sempre maggiore integrazione tra servizi e industria», di cui la controparte è rimasta ben cosciente: anche "qui da noi", ragiona il collettivo, la produzione di beni è stata e sarà il fulcro dell'economia.

La favola che "gli operai non esistono più" e i luoghi comuni che ne farebbero ormai "soggetti passivi" superati da ben altre figure su cui scommettere politicamente fanno fatica a mantenersi ulteriormente dopo l'esposizione dell'inchiesta militante dei CCW e delle loro esperienze dirette: nel ventre della bestia colpita dalla crisi, lavoratori salariati di tutti i tipi sono invece quotidianamente in fibrillazione, tensioni conflittuali percorrono in lungo e in largo numerose figure sociali, lotte sotterranee e quasi invisibili esplodono anche quando niente sembra muoversi. Una «conflittualità temibile, perché continua, endemica, diffusa», non spettacolare come gli effimeri riot metropolitani, ma frammentata in miriadi di mobilitazioni che a volte non arrivano a manifestarsi nemmeno a livello sindacale, «fatta di piccoli sabotaggi, un no a un capo, di una polemica sul posto di lavoro, di un combattimento per affiggere una locandina, del rifiutarsi a uno straordinario».

I Clash City Workers ci dicono questo. Avere come stella polare la definizione quanto più chiara della parzialità dell'interesse proletario; dare dignità e riconoscimento a questa conflittualità più o meno spontanea, più o meno organizzata: questo, ci suggeriscono, deve essere il compito di chi si prefigge di mutare sostanzialmente lo stato di cose presenti, dimostrandolo in concreto quando ci sono occasioni, vertenze e scontri, affiancando e sostenendo il lavoratore nel proprio percorso di opposizione, soggettivazione e coscienza politica nella pratica molto materiale delle lotte. Lotte che devono avere anche la spregiudicatezza di puntare alla vittoria e avere l'ardire di vincere, come ci hanno mostrato magistralmente i facchini della logistica, in particolare quelli della Granarolo, a fianco di sindacati di base, studenti, precari, solidali. Come intelligentemente dicono i CCW, non si tratta di «mettere su l'ennesimo gruppo politico o intellettuale in contrapposizione ad altri, ma trasformarci in supporto per il movimento autonomo della classe, essere l'hardware e la possibilità di connessione di un programma elaborato dai proletari stessi, a partire dalle necessità che la maggioranza esprime».


Da A-Rivista anarchica, di Laura Gargiulo

"LAVORO E NON LAVORO NELL'ITALIA DI OGGI"
“[...] se tutto ciò è possibile, se anche solo ha un'ombra di possibilità, allora bisogna pure che qualcosa si faccia nel mondo”. La citazione di Rainer Maria Rilke con cui gli autori del libro Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi scelgono di aprire il proprio scritto è la sintesi migliore per capire la finalità di questo interessante testo: cambiare radicalmente la realtà.

Per farlo, gli autori realizzano un'accurata e approfondita analisi del contesto socio-economico dell'Italia di oggi, perché “se avete in mano questo libro, è perché [...] non volete conoscere questa situazione tanto per curiosità: volete conoscerla per cambiarla”. Un intento che accomuna i movimenti e gli individui che, in forma organizzata o meno, si oppongono alla realtà che ci circonda, un intento che tuttavia spesso lascia poco spazio alla riflessione e all'analisi. Ed è questa consapevolezza che rende il libro uno strumento utile a tutti, al di là delle identità e delle appartenenze politiche e che consigliamo ai nostri lettori di prendere tra le mani e leggere con attenzione.

Dove sono i nostri?
Lavoratori dipendenti, parasubordinati, disoccupati, neet e altro. Chi sono i nostri interlocutori di oggi? E come possiamo intrecciare con loro percorsi di lotta? Domande di sempre a cui però è necessario dare nuove risposte sulla base della nuova ricomposizione di classe. Nonostante ci sia una classe che, pur frammentata, senza rappresentanza o con una rappresentanza venduta, cerca di resistere agli attacchi del capitale, non si è ancora riusciti a unificarla e organizzarla, perché, riflettono gli autori, “al di là delle buone intenzioni [...] i nostri tentativi sono stati spesso molto ideologici, incostanti”.
Per comprendere chi oggi produce e chi rimane impigliato nelle maglie fitte dello sfruttamento, gli autori hanno raccolto un'immensa mole di dati e studi realizzati dalle principali istituzioni del capitale, “per cambiarne la destinazione d'uso: non più leve per mantenere l'oppressione ma strumenti per scardinarla”. I dati divengono la base su cui compiere un'analisi e interpretazione che si struttura in cinque capitoli: si parte dall'analisi della struttura produttiva italiana e l'impatto della la crisi mondiale; dopo aver compreso come si produce la ricchezza, si indaga su chi la produca, esaminando la popolazione italiana nel suo complesso; viene analizzato prima il lavoro dipendente, per cercare di comprendere com'è fatto ogni settore lavorativo, quali contraddizioni incontra e come è possibile organizzarlo; si passa poi all'analisi del lavoro indipendente dove troviamo una quota consistente di proletari nascosti dietro rapporti parasubordinati e “finte” partite Iva; a completamento di quest'analisi di classe, segue un capitolo dedicato alla disoccupazione e ai cosiddetti neet, ossia quegli individui che non frequentano alcun percorso di formazione, che non hanno un impiego né sono impegnati in attività assimilabili.
Ne esce un quadro complesso, nel quale una serie di falsi miti sostenuti dall'ideologia dominante vengono smontati, tra cui quello della “deindustrializzazione”: è questo un passaggio importante perché, a partire da uno studio di Intesa Sanpaolo, si evidenzia come negli ultimi anni ciò che è passato come processo di ridimensionamento dell'industria, in realtà sia stato solo una modificazione del rapporto fra industria e servizi; in poche parole, si sono usate sempre più attività classificate come servizi, ma intimamente connesse nel processo produttivo dell'industria. Il terziario che è cresciuto, dunque, non è tanto quello del turismo, della distribuzione o del commercio, ma il terziario legato all'industria. Dietro il mito, dunque, si nasconde un più reale processo di terziarizzazione del settore manifatturiero. Sempre dati alla mano, segue l'analisi dei diversi settori lavorativi, con un'attenzione particolare alla questione femminile, degli immigrati e a quella meridionale, dove si concentrano le maggiori forme di sfruttamento.
L'obiettivo, sintetizzato nel capitolo finale, dedicato ad alcune conclusioni politiche, è quello di “pescare” in ogni settore “i nostri referenti di classe e comprendere intorno a quale proposta o pratica sia possibile organizzarla”, a partire dalla necessità di ricomporre quella coscienza di sé che il capitale ha frammentato, di internazionalizzarci, ossia creare connessioni politiche tra i lavoratori già connessi dagli interessi del capitale, e di combattere il neocorporativismo tra associazioni padronali e rappresentanze dei lavoratori. In una parola “tentare di organizzare i nostri”.
Buona lettura.


Da Numero 15 di Historia Magistra, di Antonia Lo Vecchio

Che l’originalità rappresenti il tratto distintivo del libro è chiaro fin dall’indicazione di responsabilità: Clash City Workers, nome del giovane collettivo militante – mutuato da Clash City Rockers, pezzo del gruppo punk The Clash – operativo tra Napoli, Roma, Firenze e Padova; con una scelta non comune, presa in spregio delle regole imposte dal mondo della ricerca ai tempi dell’accumulazione dei titoli, gli aa. restano rigorosamente nell’anonimato.

Nondimeno è degno di nota il titolo interlocutorio e “parlante”: illustrare «dove» siano «i nostri», ossia l’odierno proletariato nel suo eterogeneo complesso è segnatamente quanto ccw fa, individuando al contempo le strategie più efficaci per intercettare le potenzialità conflittuali di ciascun comparto dei lavoratori, dipendenti e indipendenti, ma altresì del «mondo del non-lavoro», in crescita esponenziale. Lo studio è condotto sulla base di fonti “formalmente corrette”, prodotte cioè da organismi istituzionali, di cui si muta la “destinazione d’uso”: da strumenti del potere, capace di adattarsi alle mutevoli esigenze dell’economia capitalistica consapevole della necessità di conoscere la controparte per continuare a esercitare il proprio controllo, assurgono a leve di cui quest’ultima si dota per prendere coscienza di sé. È un susseguirsi di diagrammi, istogrammi, tabelle, grafici, sviscerati con rigore e con piglio a tratti didascalico, per renderli intellegibili anche a chi con statistiche e calcoli non ha consuetudine.

Ma la principale abilità di ccw risiede nel guardare nei numeri, di leggere tra le righe delle analisi, mai prese acriticamente per buone (come nel caso delle pagine dedicate al settore primario, ove la rilevanza dei lavoratori in nero non permette di considerare attendibili i dati ufficiali). Il redattore collettivo inserisce quindi il discorso quantitativo in una riflessione più ampia, che esamina la composizione sociale della classe lavoratrice «nell’Italia della crisi» e indaga le condizioni di vita in cui essa si vede costretta nell’epoca della «sussunzione reale del lavoro al capitale», per dirla con Marx.

Esplicito è il richiamo a una ben definita tradizione filosofica: la premessa da cui si parte è la constatazione che la «contraddizione capitale/lavoro» resti «quella più universale», all’origine di «tutte le altre» coagulatesi attorno al reddito universale, al diritto all’abitare e alla difesa dei territori: nodi oggi al centro delle tante lotte della sinistra antagonista, che, benché in potenza eversive, non riescono quasi mai a generalizzarsi, a costruire un orizzonte condiviso. La restituzione al lavoro della sua centralità è letta come uno strumento per la ricomposizione dell’atomizzato universo militante e al contempo come una risposta alla espunzione della tematica lavorista operata dal discorso politico istituzionale, che fa il paio con i cliché della «deindustrializzazione» e della «residualità degli operai».

Intensità e coralità del dibattito suscitato dalla pubblicazione danno motivo di credere che le aspettative di Clash non resteranno deluse.


Da pane-rose.it, di Silvio Antonini

Dove sono i nostri. A pronunciarlo, il titolo, suona più come una domanda. In questi anni, decenni ormai, con la scomparsa della figura dell’operaio-massa, la tuta blu, così come tradizionalmente concepita, tutti i movimenti antagonisti che si sono prefissati di mutare la realtà si sono posti soprattutto questo quesito.

Soprattutto in Italia, dove il movimento operaio è stato indiscusso protagonista politico per tutta la Prima repubblica, ci si è chiesti quale fosse la classe, il settore sociale, su cui puntare per trasformare l’esistente. Le risposte, ad oggi, sono sembrate più che altro palliativi, tra le moltitudini, i ritorni di corporativismo e l’elusione della questione sociale, con l’approdo, magari, alla rivendicazione dei soli diritti civili. Nessuna di queste elaborazioni teoriche, ad oggi, ha però retto il confronto con la realtà, rimanendo infruttuosamente sulla carta; nessuna è stata all’altezza delle pulsioni ideali e concrete di cui è stato capace il comunismo con la centralità del conflitto capitale/lavoro.
È così che, di recente, la domanda è diventata affermazione, in un volume di discreta diffusione, già elogiato da buone recensioni e apprezzamenti. Una particolarità, pressoché inedita in saggi di questo tipo - salvo non si faccia riferimento alla “conricerca” degli anni Settanta del Novecento - , è data dal fatto che la redazione non sia spettata a tecnici, accademici o politici addetti ai lavori ma a persone che vivono nel quotidiano la realtà analizzata. Autore è, difatti, il Collettivo di area antagonista dei Clash city workers, oggi presente in diversi contesti metropolitani, venuto in essere sul finire del 2009, e formato da giovani e quindi, oggi per antonomasia, precari, attivi nelle battaglie sindacali, abitative, ambientali e antifasciste. L’esigenza era quella di fare il punto e fornire un concreto strumento d’analisi per comprendere il mondo del lavoro odierno e quindi operarvi. Ne è sortita una pubblicazione a cavallo tra la ricerca, poggiata anche sulla documentazione Istat e su altra di tenore istituzionale, e l’inchiesta. E certo che non poteva mancare l’affermazione perentoria di Mao: “Senza inchiesta non si ha il diritto di parlare”. Il mondo del lavoro è, infatti, scandagliato su tutte le sue sfaccettature, e per ognuna di esse è analizzata la struttura, la diffusione sul territorio, le divisioni di genere, le mutazioni in atto e il livello di conflittualità, con alcuni esempi concreti. Si va dalle professioni produttive, tradizionali, a quelle “improduttive”, intellettive (“Cognitariato diffuso”) o quanto altro che, si vagheggiava un tempo, avrebbero liberato l’uomo dalle fatiche dello sfruttamento e dall’alienazione del lavoro dipendente e perciò fatto venir meno la linfa vitale della lotta di classe. Il quadro che emerge dice tutt’altro, soprattutto a seguito della crisi globale. Settori di lavoro dipendente un tempo, ad esempio, ritenuti aristocratici e garanti della stabilità sociale si sono dovuti scontrare con la precarizzazione mobilitandosi, anche con una certa combattività. Una condizione di insicurezza e incertezza che accomuna ampi spezzoni lavorativi che in tempi passati non avevano tra loro sostanziali relazioni ma che oggi possono, o potrebbero, condividere rivendicazioni e battaglie.
C’è, infine, un fenomeno di cui si fa cenno in alcune parti del testo, caratteristico dell’Italia del Governo Renzi, con l’impetuosa crescita di un’industria che si vuole modello e fiore all’occhiello del Made in Italy, per il suo afflato neocorporativo e aconflittuale, legata in special modo alla gastronomia. È il caso di Eataly, ove proprio il Collettivo ha avviato un lavoro di denuncia delle condizioni di sfruttamento che vi si verificano, ormai assurte alle cronache, come il limite d’una bottiglietta d’acqua al giorno per lavoratori che stanno costantemente accanto a forni e fornelli. Insomma, oggi come ieri, Signor padrone non s’arrabbi.
Dove sono i nostri si avvale, ovviamente, di numeri assoluti e di grafici che però non debbono scoraggiare il lettore. Nello sfogliare queste pagine, almeno che non si sia milionari, in €uro, non si può non riconoscersi quantomeno in una delle condizioni di lavoro, e di vita, prese in esame. In esse ci sono i nostri, ci siamo noi.


Da partito-lavoro.it, di Gian Marco Martignoni

"DOVE SONO I NOSTRI? Alla ricerca dei lavoratori"
Era da tempo immemorabile che non si vedeva in circolazione uno studio analitico e comparato sul proletariato italiano e la struttura produttiva del nostro capitalismo quale quello assemblato con estrema cura dal collettivo Clash City Workers nel volume «Dove sono i nostri» (pagg. 202, € 10) pubblicato recentemente per la Casa Usher.

Uno studio che sgomberando il campo dai discorsi fuorvianti a proposito del lavoro autonomo di seconda generazione e di quello cognitivo, ha il pregio di mettere a fuoco, con un meticoloso lavoro di inchiesta, la composizione di classe del nostro Paese, scomponendo i 23 milioni di occupati censiti dall’Istat (tramite il codice Ateco) per settori produttivi e improduttivi, al fine di «capire come vivono materialmente i lavoratori, qual è il livello della coscienza di classe e quindi della conflittualità, il tasso di sindacalizzazione, ecc».
Infatti, se il nostro “nano-capitalismo” è caratterizzato da una dimensione aziendale ove a ogni impresa corrispondono di media 3,9 addetti, si comprende come per la ricattabilità della forza lavoro in molti settori – non vigendo in essi la legge 300 del 1970 (Statuto dei Lavoratori) bensì la legge 108 del 1990 (che prevede il risarcimento monetario nel caso di licenziamento ingiustificato) – sia quasi impossibile aggregare e organizzare sindacalmente un’area vasta del proletariato.
Mentre al di là del dibattito sulla de-industrializzazione e la graduale esternalizzazione dei servizi connessi all’industria, la manifattura rimane il settore centrale delle attività produttive e conseguentemente «il proletariato della media-grande fabbrica rimane il più combattivo», seppur, come insegnano le vicende Fiat, l’autoritarismo padronale esercitato da Marchionne mira alla totale negazione del ruolo autonomo delle organizzazioni sindacali non subalternamente collaborative.
Inoltre, stante che storicamente i comparti della pubblica amministrazione e della scuola soffrono di una mancata vocazione al conflitto sindacale, lo stato complessivo dei rapporti di forza è tutt’altro che favorevole per il movimento operaio, anche perché il Pd, dopo aver teorizzato l’equidistanza fra capitale e lavoro, ha oggi deciso con il nuovo corso di renziano di sostenere, senza alcuna remora, le ragioni del capitale e dell’impresa.
Non a caso Renzi riceve il plauso dell’ineffabile Marchionne, per cui dopo la Fiom tocca ora alla Cgil il compito di rispondere con la mobilitazione all’ennesima offensiva contro alcuni caposaldi dello Statuto dei Lavoratori (il divieto dei controlli a distanza e della possibilità di demansionamento dei lavoratori e delle lavoratrici) oltre a quanto resta sul piano della reintegra prevista dall’articolo 18, dopo il depotenziamento effettuato dalla controriforma Fornero nel 2012 con la legge 92 del 28 giugno. Mentre nel quadro della deflazione europea provocata dalle politiche recessive dell’austerità decise dalla “Troika” e di una disoccupazione crescente a due cifre, la concertazione viene brutalmente cancellata da destra.
Mai come oggi l’assenza in parlamento di una sinistra degna di tale appellativo ci indica a quali livelli di involuzione politica siamo pervenuti, e quindi «Dove sono i nostri» si rivela un ancor più potente strumento di conoscenza e di lavoro che ogni militante di base dovrebbe leggere e approfondire, se si intende recuperare sia a livello politico che a livello sindacale la mai tramontata centralità della contraddizione capitale-lavoro. Soprattutto in un’epoca ove, per dirla con le parole di Luciano Gallino, la lotta di classe è condotta dalla classe dominante con l’obiettivo dichiarato di uniformare al ribasso le condizioni di lavoro, salariali e normative di quanti per riprodursi e sopravvivere devono vendere, marxianamente, la loro forza lavoro.


Da stultiferablog.blogspot.it, di Anselmo Cioffi

Nonostante il numero di pagine non affatto elevato, per portare a termine la lettura di "Dove sono i nostri", mi è servito più tempo del solito e non certo per una questione di noia o per un senso di estraneità, anzi, tutt'altro, ma perché il libro necessita di particolare attenzione, considerata l’incredibile mole di dati in esso contenuta, e considerata anche la non semplice elaborazione teorica. Un’opera che va letta, riletta e studiata e che costituisce una sorta di vademecum da consultare continuamente.

Spesso, si usa dire di un libro caratterizzato da particolari meriti sociali, che dovrebbe essere adottato dalle scuole. Di “dove sono i nostri” invece si può dire che dovrebbe essere adottato da tutti i componenti delle classi subalterne: operai, impiegati, disoccupati, precari, neet, pensionati e chi più ne ha più ne metta, oltre ovviamente ad essere adottato appunto dalle scuole.
Più che un saggio, è un vero e proprio manuale di sopravvivenza, di resistenza e di riscatto al servizo del proletariato contro l'attacco che oggi, come ieri, viene portato avanti dal padronato, un’opera che fa in sostanza giustizia di alcune suggestioni che avevano fatto presa anche sul sottoscritto, quali quella sulle cosiddette "moltitudini" o altre simili.
Insomma, un libro che, in un certo senso, "suona la sveglia", e che ruota attorno al concetto sacrosanto che il conflitto principale attorno al quale rilanciare il movimento rivoluzionario anticapitalista è quello relativo alla contraddizione capitale-lavoro. Il nemico, infatti, lo sa benissimo e vede le lotte all'interno dei luoghi di lavoro come l'espressione più pericolosa: quella capace di mettere maggiormente in discussione i rapporti di produzione esistenti.
Qui, si potrebbe obiettare (già immagino le argomentazioni) chiamando in causa anche la contraddizione capitale-ambiente, che nello specifico andrebbe indagata con analoga impostazione, soprattutto riguardo ai limiti della soggettività antagonista espressa dai movimenti impegnati nelle lotte territoriali contro le devastazioni. Ma giustamente in "Dove sono i nostri" non viene trattata una materia così vasta e complessa che rischierebbe di far perdere il senso della materia oggetto del libro. Ritengo sia comunque importante affrontare la cosa e individuare anche qui le interconnessioni possibili con la contraddizione capitale-lavoro e quanto le lotte a salvaguardia dell'ambiente per avere una connotazione autenticamente anticapitalista, debbano avere una decisa impronta di classe. Ma ci tornerò…
Il collettivo dei Clash City Workers, attraverso la raccolta di dati statistici, l’inchiesta e la puntigliosa rielaborazione di questi elementi, realizza un’operazione che ha del miracoloso.
Infatti, ci troviamo di fronte ad un lavoro di ricerca immane, ma assolutamente snello ed esaustivo, che non ha precedenti nella storia attuale delle organizzazioni o dei gruppi a cui fanno di solito riferimento i proletari Italiani. Uno strumento di lotta, pronto per l’uso e per l’autorganizzazione dei lavoratori e “non lavoratori” sfruttati dal modo di produzione capitalista.
Parole e cifre importanti ed essenziali per un’epoca infame.
Gli autori ci tengono inoltre a precisare che i dati, relativi alla situazione del lavoro e del “non lavoro” nel nostro Paese, sono stati dedotti da istituti di ricerca in mano alla borghesia, ma nonostante questo, il panorama dello sfruttamento è impressionante.
Come è impressionante il fatto, per fare solo un esempio, che la classe operaia manifatturiera, che si dava per scomparsa o quasi, è ancora lì. In termini di numeri asettici, subisce una flessione, ma se poi si vanno a guardare i dati relativi al cosiddetto terziario, e nella fattispecie ai servizi all’impresa, troviamo molti operai della manifattura, mascherati da terziario. Questo a livello nazionale, figurarsi a livello internazionale, dove è in aumento in modo esponenziale. E questo è solo uno dei dati della ricerca che smentiscono i facili luoghi comuni dei media al servizio del capitale e non solo di quelli, purtroppo.
Numeri che è impossibile contestare e smontare e che assumono una particolare rilevanza, grazie all’analisi militante del collettivo, che non si limita alla semplice, classica sequenza di informazioni, ma che cerca anche di stimolare con entusiasmo il rilancio della lotta di classe. Lotta di classe che non può esistere solo confinata nel territorio nazionale, ma che deve essere inserita nel più ampio ambito di un rinnovato internazionalismo proletario.
La ristrutturazione capitalista, dopo la fine del modello fordista, ha gradatamente riorganizzato le filiere produttive, mettendo in connessione figure assai diverse che operano all'interno del mercato globalizzato, quindi non solo più nei consueti confini della fabbrica o del singolo ufficio. Tali figure hanno, però, come comune denominatore l'appartenenza alla classe subalterna. Nel contempo, il capitale ha perseguito la strategia del divide et impera, innescando una falsa contrapposizione tra sfruttati, mettendo categorie lavorative l'una contro l'altra, lavoratori a tempo determinato contro lavoratori a tempo indeterminato, salariati contro disoccupati e via dicendo. Buon ultimo, per quanto riguarda l’Italia, l'utilizzo del Jobs Act di Matteo Renzi.
Toccherebbe ora a “noi” mettere in connessione le stesse figure per contrastare l’opera del dominio capitalista e creare filiere di solidarietà antagonista tra sfruttati, considerato anche il progressivo appiattimento verso il basso delle condizioni economiche di tutte le classi subalterne.
I sindacati confederali e i partiti della cosiddetta "sinistra" non sono assolutamente più adeguati, i primi ormai persi nella logica della cogestione e del corporativismo, i secondi in quella della compatibilità col sistema politico ed economico egemone e nel "poltronismo". Da una parte, prigionieri entrambi di una visione essenzialmente “nazionalista”, dall'altra, al contempo, subalterni nella sostanza al sistema di mercato dettato dalla troika, questo anche in presenza di un’edulcorata forma di dissenso.
Purtroppo, anche nei movimenti e nelle organizzazioni antagoniste, spesso è egemone la cultura borghese: sono a volte caratterizzati da un vuoto ideologismo di maniera e dalla rendita di posizione testimoniale. Figurarsi poi i movimenti in cui il trasversalismo opportunista e ipocrita viene mistificato alla stregua di grande novità “rivoluzionaria”!
L’unico “trasversalismo” che ha una certa dignità è quello finalizzato alla ricomposizione sociale dei soggetti più deboli, provenienti anche da esperienze culturali le più disparate, privi o quasi del tutto privi di coscienza di classe. Senza dimenticare però mai che l’acquisizione della coscienza di classe riguarda tutti ed è un percorso in progress anche per i soggetti più consapevoli, da compiere nel corso delle esperienze di lotta allo sfruttamento, pure laddove pare sia impossibile, saldando grandi e piccoli conflitti di tutte le categorie e di tutti i soggetti coinvolti.
Lotte, in sostanza, finalizzate alla genuina azione rivoluzionaria per tentare di capovolgere i rapporti di forza. Questa concezione rivoluzionaria del "trasversalismo" non si trova per fortuna solo nelle lotte per il lavoro, ma è anche propria di una parte di comitati e movimenti che costituiscono l'avanguardia delle battaglie territoriali in senso generale (conflitti sull'abittare, sull'ambiente, sulla salute ecc.).
I Clash City Workers, con elevata consapevolezza, sanno benissimo a cosa ci troviamo di fronte e cercano di rivitalizzare e suscitare nuove forme di mobilitazione, attraverso l'uso inscindibile di teoria e prassi.Un pregevole lavoro di raccordo e di coordinamento che i membri del collettivo vanno facendo ormai da anni, tramite il loro sito o con la presenza militante sul campo, partecipando attivamente alle lotte, esenti da qualsivoglia comportamento da ceto accademico, come purtroppo accade sovente nel mondo intellettuale italiano, perfino in quello più radicale.
Ammirevole e, oserei dire, perfino commovente, è lo sforzo di elaborazione nel capitolo conclusivo sul "che fare", che è forse la parte più "debole" di questo imperdibile libro, anche se parlare di debolezza in questo caso è assolutamente improprio. Con tutti i limiti, che anche essi si riconoscono, tentano di dare un contributo teorico all’organizzazione della soggettività proletaria, cercando di indicare strade e percorsi, che hanno il pregio di essere aperti e non dogmatici. L’importante non è la formula data per tutte le lotte, ma iniziare a sperimentare, affrontando con determinazione e senza più timore, il nodo dell’autorganizzazione di tutti i proletari contro il dominio capitalista, senza affezionarsi a particolari slogan, ma avendo anche la capacità di riappropriarsi di parole d’ordine che sembravano tramontate, ma che conservano invece tutto il loro potenziale antagonista, in un’ottica culturale e politica di massima adattabilità.
In questo senso mi pare molto interessante la proposta di creazione di coordinamenti territoriali di lavoratori e non lavoratori, che sappiano esprimere un'autentica autonomia di classe, e che, attraverso le lotte, facciano circolare informazioni e solidarietà, amplificando le varie vertenze e collegandole territorialmente, a prescindere o meno dall'appartenenza a specifiche filiere produttive.
Lavoriamo per cercare di spezzare le catene. Questo è il compito che ci presenta oggi e che non è più possibile rinviare.


Da communianet.org, di Communia Network

"ARRIVERANNO I NOSTRI?"
Non capita spesso di avere tra le mani un libro che tenta, facendo uso dei dati ufficiali, di ricostruire il reale peso e la reale consistenza della forza-lavoro in Italia nelle sue varie articolazioni. Questo è certamente uno dei meriti di Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi a cura dei Clash City Workers, edito da Usher (2014).

Dopo anni di confinamento nell'invisibilità mediatica, nella svalorizzazione sociale riportare nelle giuste dimensioni, anche solo quantitative, i lavoratori e le lavoratrici nei vari settori produttivi, nelle tipologie contrattuali e nelle fasce d'età è quanto meno utile per avere un supporto alle analisi politiche che poi si fanno. Quindi è sicuramente da seguire l'avvertenza dei CCW che bisogna leggere i dati ma soprattutto leggere nei dati. Le fonti ufficiali - Istat (censimenti e rapporti), Eurostat, Isfol ecc.- nella raccolta e nella pubblicazione dei dati spesso nascondono delle insidie perché la statistica non è una "scienza" neutrale e i metodi adottati nella classificazione permettono alcune estrapolazioni e correlazioni e non altre. Di questo i CCW sembrano consapevoli, provando anche a scongiurare il rischio di scattare solo un'immagine statica del moderno proletariato.

Il punto di partenza sono 17 milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti censiti - a cui se ne debbono aggiungere alcuni milioni tra lavoratori in nero, finte partite Iva e una serie di tipologie di parasubordinati che sono solo formalmente indipendenti - di questo paese che costituiscono quelli che più partecipano al processo di valorizzazione del capitale. Si passa poi a scomporre gli occupati nei vari settori, facendo un'anatomia del lavoro dipendente, fornendo anche una serie di indicazioni per l'intervento politico. Un lavoro di ricerca da prendere sul serio riflettendo soprattutto sui suoi limiti e le sue contraddizioni. Un modo questo anche per misurarsi con i propri limiti e contraddizioni.
Diciamo subito che la questione, che attraversa tutto il libro, che convince di meno è una certa idea "idraulica" della coscienza di classe. Il ragionamento è più o meno questo: gli attacchi alle condizioni di vita dei "nostri" in questi decenni li hanno "svuotati" della coscienza necessaria per lottare e organizzarsi, si tratta ora di "riempire" un soggetto che non è venuto meno, che esiste in quanto tale anche solo per la consistenza numerica. Un ragionamento, a nostro parere, piuttosto "idealista" che sottovaluta l'intreccio profondo tra sfruttamento, dominio e alienazione presente nei "laboratori segreti" del modo di produzione capitalistico. Modo di produzione che non si lascia imbrigliare nei canonici settori produttivi individuati dalla statistica. Li travalica sistematicamente nella produzione di valore e nell'incessante riproduzione sociale, uguale e diversa al tempo stesso, delle condizioni della sua esistenza. Siamo più propensi a pensare che coscienza di classe e formazione delle soggettività facciano parte di un unico processo con tutte le sue accelerazioni, le sue interruzioni e fratture. Disporre soggetti e coscienza sulla scala temporale del "prima l'uno e poi l'altra" si rischia di cadere in una concezione "aritmetica" della lotta di classe. E cioè che la sommatoria dei singoli fattori generi di per sé una trasformazione qualitativa di entrambi. Nella sostanza, detto in altri termini, gli istituti di statistica censiscono la forza-lavoro occupata, disoccupata, precaria non il proletariato e tanto meno la classe operaia.

Dire che la contraddizione tra capitale e lavoro è centrale nel capitalismo, se non si vuol fare solo polemica con i teorici delle moltitudini, significa impostare il problema, non risolverlo. Il capitale e il lavoro contemporanei non sono l'evoluzione lineare di quelli di 30 anni fa e nemmeno lo sono processi di soggettivazione. Se lo si pensa ci si infila in una interpretazione meccanicista che vede solo l'inevitabilità necessaria della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e mantenimento dei rapporti di produzione capitalistici. Da questo punto di vista, forse, le ripetute oscillazioni presenti nel libro sul ruolo e la natura delle organizzazioni sindacali confederali, quelle conflittuali o di base richiederebbero un discorso troppo lungo da affrontare qui, possono essere fatte risalire a questa idea di necessaria inevitabilità. Infatti, se si guardano due esempi riportati, quello del pubblico impiego in cui si rileva - a ragione - che i sindacati confederali sono ormai diventati elementi strutturali nella gestione della forza-lavoro insieme allo Stato, e dall'altra parte la situazione settore industriale propriamente detto in cui si imputa il freno sindacale alle lotte soprattutto all'incompetenza dei sindacalisti o al "tradimento" delle organizzazioni sindacali si tende a sottovalutarne la trasformazione in strutture di servizio fortemente gerarchizzate finalizzate in primo luogo alla propria riproduzione. Senza arrivare a classificarle tout court come delle specie di ONG nazionali ma alcune similitudini iniziano ad essere riconoscibili.

Infine sull'organizzazione. Sembra piuttosto semplificante e semplificatorio porre la questione dell'organizzazione politica della classe come una questione di " divisione funzionale del lavoro" adeguata alla struttura del capitale partendo dal presupposto che la "classe oggi è molto più omogenea che in passato, e nei prossimi anni lo sarà sempre di più". Qui, più che su tutto il resto, dopo la catastrofe della cosiddetta sinistra radicale o antagonista di questo paese, nessuno ha delle ricette. Tuttavia la domanda che continuiamo a porci è la seguente: che tipo di organizzazione politica è in grado di svolgere un ruolo attivo nella formazione di una soggettività e di protagonismo di classe e al tempo stesso esserne costantemente attraversata ? In questo caso la pedagogia sociale e la propaganda non ci aiutano molto. Sono questi alcuni temi e problemi che il libro dei CCW contribuisce a sollevare e che interpellano tutti coloro che continuano a interrogarsi sulla classe e il capitale.


Da proletaricomunisti.blogspot.it, di Proletari Comunisti

"UN PRIMO COMMENTO A UN LIBRO INTERESSANTE "DOVE SONO I NOSTRI""
I compagni hanno il merito di aver fatto questo tipo di libro. La prima cosa da sottolineare in positivo è che questo libro è frutto di un lavoro dei compagni, non solo di ricerca, di un lavoro complesso e dettagliato sui dati, ma pure di attività militante verso alcune realtà di lavoratori, in alcune lotte/vertenze in corso, dove sono andati anche con lo spirito di capire, e con un giusto rapporto che vi deve essere tra giovani intellettuali e operai, in cui – come noi abbiamo spesso detto – il giovane intellettuale non va dagli operai, dai lavoratori né per essere “uguale” e farsi “più lavoratore dei lavoratori”, né per “dargli la linea” dall'”alto” della sua “scienza”, ma va per imparare, fare inchiesta; in questo utilizza anche le fonti borghesi, per restituire ai lavoratori, affinchè questi ne facciano strumenti al servizio della battaglia politica. Vedremo in seguito come la seconda parte di questo “rapporto” non venga e non possa essere invece fatto dal CCW.

Quindi va molto apprezzata l'intenzione e sottolineato lo spirito di lavoro di questi compagni.
Il libro ha il merito di mettere insieme una mole di dati statistici sulla condizione dei lavoratori, e di darne una lettura; e quindi già questo fatto è un esplicito messaggio politico e anche ideologico per rimettere al centro la questione dei lavoratori, della centralità sempre attuale nella lotta di classe, nella battaglia politica rivoluzionaria, del rapporto capitale/lavoro.
Nel movimento generale, nelle aree dei compagni impegnati nelle varie lotte, già questo agisce da controcorrente, richiamo a mettere i piedi per terra. In questo senso si può capire la buona accoglienza che ha questo testo nelle aree di movimento o genericamente impegnate, più attente alla condizione proletaria. Mentre, al di là anche della stessa intenzione del CCW, questo testo agisce invece oggettivamente in critica verso le aree di compagni, le forze di movimento che non pongono, o dicono che non è più attuale o sono contro la centralità del rapporto capitale/lavoro.
In questo senso, invitiamo i compagni del CCW a considerare il loro lavoro anche come un'arma di lotta, critica verso le altre posizioni.

Noi, comunisti mlm, che, appunto come mlm riteniamo costitutiva la questione della centralità della classe, che la “classe operaia deve dirigere tutto”, che ci basiamo sull'analisi marxista del capitale e dei rapporti di produzione, sulla costruzione in senso leninista del partito comunista come reparto d'avanguardia della classe operaia, sulla, diremmo, “filosofia” maoista del ruolo della classe operaia e del rapporto operai/masse popolari; noi che portiamo avanti il lavoro di costruzione del partito nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse, siamo contenti che sia stato fatto questo lavoro. Per noi quei dati e analisi della condizione dei lavoratori non sono una novità, per non parlare della “lettura” ed esperienze dirette delle varie vertenze e lotte dei lavoratori fatte o in corso, dove in varie realtà siamo non solo presenti, ma organizzatori, tramite l'organizzazione di base sindacale slai cobas per il sindacato di classe.

Potremmo dire, utilizzando il titolo del libro, “Dove sono i nostri”... ditelo ai “Vostri”.
Perchè questo libro, nel bene e nel male, di fatto ha i suoi effettivi interlocutori nella realtà di compagni, movimenti, in cui grande è la confusione sotto il cielo, in cui i “movimenti” hanno sostituito le classi.
Ma in questa realtà, la battaglia principale non è per “l'unità” - altra cosa chiaramente è l'unità dei lavoratori, il coordinamento delle lotte, la socializzazione delle esperienze più avanzate – ma per la chiarezza in teoria e in pratica; su questo non si tratta di “dispute accademiche” ma di applicare ciò che Lenin scrive nel “Che fare”: per unirsi occorre delimitarsi; definirsi, lottare contro le posizioni opportuniste o anarco movimentiste.
Diversamente, il libro del CCW mostra il suo lato debole, per cui può essere assunto indifferentemente da realtà classiste, come da realtà opportuniste del movimento per cui l'apparire è il tutto e il fine è nullo – come per esempio i 'Disobbedienti' che usano gli stessi dati del libro – che si estendono a tutte le categorie del lavoro dipendente e indipendente - per avvalorare le loro tesi sulla inesistenza della centralità operaia.

I compagni del CCW, quindi, hanno il merito di aver messo insieme tutti questi dati e di aver fornito un quadro completo, statistico, del mondo del lavoro, ma, diremmo, eccessivamente “orizzontale”, in cui le gerarchie e differenze di classe rischiano di sparire.

Sulla lettura delle lotte il testo sconta una superficialità e visione particolare frutto del fatto che si basa sull'esperienza diretta, e ristretta, che i compagni del CCW hanno potuto avere delle lotte dei lavoratori o delle realtà dei lavoratori. Se questo da un lato sarebbe un merito perchè non si fa i “ciucci e presuntuosi” e ci si basa su ciò che si conosce; dall'altra è un limite, perchè non si può parlare di “intervento politico” sulla base di questo ristretta esperienza.
A volte, i compagni del CCW sembrano dei neofiti che da poco si sono approcciati al mondo del lavoro e si accorgono ora di questioni su cui vi sono chili di materiali, di denuncia, come delle stesse esperienze di lotte sindacali di base che sono molto più ricche, che sono avvenute e sono presenti tutt'ora anche in alcune importanti fabbriche, che hanno una storia a volte anche di anni, e che sicuramente non sono avvenute da quando se ne sono accorti questi compagni.
Così vi è sostanzialmente un azzeramento della storia e che lo si voglia o no si esprime una concezione anti materialistica storico dialettica, per cui la realtà esiste da quando io né ho conoscenza.
Nelle conclusioni i compagni del CCW, nel sintetizzare cosa hanno fatto: “descrivere la struttura sociale italiana, osservare la realtà da un punto di vista di classe, scendere fin nei dettagli della vita proletaria...”, fanno riferimento all'inchiesta maoista. Ma l'inchiesta maoista è altro dal mettere insieme e leggere dati statistici o dal basarsi sulla conoscenza diretta di alcune realtà di lavoratori o di lotte. In realtà il CCW chiama “inchiesta” la propria, oggettivamente ristretta, esperienza, quindi l'inchiesta diventa un partire da sé per tornare a sé. Riproponendo l'idea per cui “ciò che io conosco è quello che c'è”.
Questa concezione è presente anche sulla questione dei sindacati confederali, rispetto a cui il movimento d'avanguardia dei lavoratori ha già segnato una critica di non ritorno – da cui chi vuole guardare ai lavoratori deve partire.

Tornando all'analisi e alle conseguenze che i compagni traggono dai dati delle varie realtà dei lavoratori, il lavoro fatto in “Dove sono i nostri”, il mettere insieme di fatto tutte le figure del mondo del lavoro dipendente e indipendente, è fatto alla luce di una lettura quantomeno confusa di processi di terziarizzazione dell'industria che esternalizzando una serie di servizi prima interni alla fabbrica, con un'integrazione tra settori produttivi e terziario, porterebbe ad una estensione al massimo della figura del lavoratore produttivo – per i compagni, vi sono i lavoratori che ufficialmente sono produttivi e quelli che lo sono sostanzialmente.
Questi processi che avvengono su scala non solo nazionale ma a livello internazionale da un lato non sono affatto nuovi, ma hanno le loro radici nell'analisi dell'imperialismo già fatta da Lenin e tuttora attuale (e qui gli stessi compagni la ricordano, ma per poi allontanarsene), dall'altra sono frutto della nuova gerarchia economica frutto della crisi che ha visto e vede l'Italia scendere, con un ridimensionamento della sua potenza industriale e relativamente, ma solo relativamente, un aumento del terziario.
Ma tutto questo non porta al fatto che farebbero parte di un unica classe proletaria sia gli operai dell'industria che producono la merce sia le figure lavorative del terziario che commercializzano la merce, i lavoratori addetti ai vari servizi di cui si avvale il capitale (vedi per es. call center, l'ampliamento dei settori della pubblicità dei prodotti, ecc). Così di fatto si oscura chi produce il plusvalore; si annullano le differenze di classe. E si confonde il processo del capitale di usare ogni figura per sé, e di imporre le leggi dell'organizzazione del lavoro industriale anche ai servizi, che comporta anche l'impoverimento, la proletarizzazione di settori lavorativi non proletari, con il fatto che “siamo tutti operai”.
E' con il pluslavoro operaio che il capitalista paga tutte le figure che operano nei servizi connessi all'industria (comunicazioni, ricerca e sviluppo, informatica, trasporti, ecc.).
I compagni del CCW, invece, rovesciano il discorso: siccome oggi il capitale per fare una merce utilizza tante figure, se dentro la merce prodotta è cristallizzato il lavoro di una pluralità di soggetti, il valore di quella merce è il prodotto del lavoro non solo di “quelli che hanno la tuta blu”, ma di tutti i soggetti che vi hanno contribuito, fino a quelli che hanno progettato la merce, a chi ha prodotto il software su cui “gira il robot azionato dall'operaio”, a quello che trasporta la merce, ecc.
Ma una cosa è utilizzare il concetto di “proletarizzazione” di settori non operai legato al peggioramento delle loro condizioni di lavoro e salariale, all'immiserimento di settori lavorativi prima privilegiati, che porta materialmente questi strati di lavoratori ad avvicinarsi alla condizione di vita degli operai e anche a modificare le loro concezioni; altra cosa è assimilarli tout court ai lavoratori produttivi, dire che la “classe oggi è molto più omogenea che in passato”; fino ad applicare l'analisi marxista del capitale costante e capitale variabile anche a settori come l'Unipol...

Da questa analisi del CCW la questione quindi diventa di “lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente è connesso”, sia dal processo di terziarizzazione dell'industria che dal processo di finanziarizzazione (“capitali che via via si concentrano o diventando un'unica entità, o delineando grossi blocchi di interesse che attraversano il mondo produttivo e quello improduttivo”).
Da questo i compagni ne fanno scaturire la “possibilità materiale di fare la rivoluzione e instaurare un diverso modo di produzione”.
Ma, questo è il classico economismo! E che tale sia è poi confermato dal fatto che i compagni del CCW aggiungono che poiché non si tratta di aspettare l'occasione, ora dobbiamo preparare il terreno, accumulare le forze. Come? Prendendoci le case, le merci, i trasporti e tutto ciò che noi abbiamo prodotto, e portare avanti “la rivendicazione più forte e più centrale: lavorare tutti, lavorare meno e a salari più alti”.

Sul che fare per ricomporre i diversi fronti dei lavoratori, sul piano nazionale e internazionale, la risposta che i compagni danno nel libro è quella di “cercare di creare dei network che facciano girare informazioni sulle lotte, sui metodi utilizzati, sugli obiettivi perseguiti, network che funzionino non solo come scambio di esperienze e di sostegno ma come centri di elaborazione”.
“...trasformarci in supporto per il movimento autonomo della classe, essere l'hardware e la possibilità di connessione di un programma elaborato dai proletari stessi, a partire dalle necessità che la maggioranza esprime” (dall'introduzione).
Non si parla di organizzazioni rivoluzionarie, di partito. L'internazionalismo è ridotto a legami degli operai dei vari paesi per elevare le stesse lotte economiche, arretrando a pre movimento comunista.
Di fatto il CCW descrive ed esalta il movimento reale, non lavora per trasformarlo.

E si potrebbe anche accettare che i compagni parlino di “trasformarsi in supporto per il movimento autonomo della classe”, se non guardassero in maniera basista questo “movimento autonomo”, quindi solo economicista e il loro “supporto” limitato al sostegno, elaborazione delle stesse lotte economiche, chiamando questo lavoro politico.
Gli operai, i lavoratori non hanno bisogno di intellettuali che li aiutino a fare meglio la lotta sindacale o a portare meglio avanti rivendicazioni sociali – a questo gli operai ci arrivano da “soli” attraverso le organizzazioni sindacali che si danno; così come, soprattutto oggi nell'epoca di facebook, blog (se vogliamo, eccessivamente usati dagli operai), non hanno bisogno del “supporto esterno” solo per un'attività di connessione, generalizzazione di piattaforme, lotte, ecc.
Ciò che gli operai hanno bisogno e che non possono trarre dalla loro esperienza di lotta economica, è la lotta politica, è la conoscenza di quello che avviene nelle altre classi, del ruolo dello Stato, dei governi e del loro ruolo per porre fine alla condizione di lavoro salariato, e di un sistema, in tutte le sue articolazioni al servizio del capitale.
Ci viene in mente quello che scriveva Lenin nel Che fare? quando descrive gli operai che rivolgendosi agli intellettuali che vogliono “aiutarli” nella lotta economica, gli dicono: non ci venite a parlare di ciò che sappiamo già o possiamo sapere da noi, parlateci di quello che non possiamo sapere attraverso solo la nostra esperienza... “vogliamo conoscere particolareggiatamente tutti gli aspetti della vita politica e partecipare attivamente ad ogni avvenimento politico. Bisogna quindi che gli intellettuali ci ripetano un po' meno ciò che sappiamo già e ci diano un po' più di ciò che ignoriamo ancora, di ciò che la nostra vita di fabbrica e la nostra esperienza “economica” non ci permettono mai di imparare, le “cognizioni politiche”.

E qui si pone il problema che in ultima analisi è la questione negativa delle conseguenze che dal lavoro di “Dove sono i nostri” traggono i compagni del CCW: agire per “elevare” la lotta economica. Si teorizza il passaggio dalla pratica ad una pratica più vasta, restando, quindi, sempre nell'economismo. Questo non aiuterà certo i proletari a costruire un'organizzazione e una lotta che vada effettivamente oltre una difesa migliore della loro condizione.
Lo “spettro”, anche per compagni che hanno una concezione marxista, uno spirito classista, una pratica che vuole mettere al centro il lavoro verso la classe, è sempre il partito.
E loro sono la dimostrazione che non mettendo al centro la costruzione del partito comunista, come reparto d'avanguardia della classe operaia, che deve dirigere il processo rivoluzionario, succede:
che pur dichiarandosi marxisti, si contrappone di fatto Marx a Lenin e Mao;
che pur basandosi sull'analisi marxista delle classi, la si abbandona, abbracciando altre teorie interclassiste;
che ci si lascia scivolare inevitabilmente nel movimentismo ideologico, nell'economicismo, nell'”innovazione”; mentre su altri campi, conosciuti poco, si riprendono superficiali analisi e luoghi comuni.
Si esprime una incomprensione del concetto di “politico” di Marx, Lenin, Mao.

Infine, alcune altre questioni, sicuramente importanti e da approfondire.
Nell'affrontare i nodi presenti nella classe operaia, si dà una centralità a settori su cui puntare “come condizione più universale”, quali donne e immigrati. Il CCW coglie nodi reali ma dà una risposta sbagliata, che comunque resta sempre sul terreno sempre dell'economicismo.
Per es. sulla contraddizione di “genere” la evidenziano, ma non vanno alle sue conseguenze. Noi diamo a questa contraddizione una risposta tattica – lo sciopero delle donne – e una risposta strategica – la rivoluzione nella rivoluzione. Su questo i compagni e le compagne del CCW, invece di guardare alla nostra esperienza avanzata, si comportano da “ciucci e presuntuosi”.
Su donne, immigrati svolgono un ruolo di sopprimere le contraddizioni per realizzare l'unità; lì dove invece l'unità deve essere frutto dell'evidenziare le contraddizioni e della lotta all'interno della classe stesse (vedi la contraddizione di genere all'interno della contraddizione di classe che deve eccome prevedere ed essere portata avanti come lotta)
Sulla questione meridionale, i compagni sembrano scoprire ora questioni vecchie, e restano su una visione cristallizzata. A livello dei processi di industrializzazione, poi, non si tiene conto che oggi vi sono realtà del meridione che sono molto più industrializzate di realtà del nord, che vi è una nuova geografia industriale che cambia le gerarchie (la Sata di Melfi è oggi più importante della Fiat di Torino). L'analisi e la risposta in termini sindacali/politici è quindi vecchia.


Da chitroppochiniente.it, di Maziyar Ghiabi

"DOVE SONO I NOSTRI: COSA SUCCEDE SE IL CONCETTO DI CLASSE » VIVO E VEGETO"
Dove sono i nostri (Collettivo Clash City Workers, La Casa Usher, 2014) pone con forza e raziocinio quello che la classe politica e la gran parte dei commentatori e, malauguratamente, intellettuali italiani ed europei non hanno colto, o forse non hanno avuto il coraggio e la (im)pazienza di vedere. Tuttavia, l'analisi del collettivo Clash City Workers va ben oltre la semplice, per quanto dimenticata, identificazione delle ragioni della crisi e della forma di governo che essa ha concatenato. Il libro è un libro del proletariato per il proletariato.

Dal 2008 ad oggi, la parola "crisi" si è tramutata in una forma omnicomprensiva di descrizione delle problematiche sociali ed economiche dell'Italia e, in generale, dell'Europa. La crisi è divenuta ordinaria e quotidiana, ma l'orizzonte di soluzione viene inesorabilmente rimandato ad un futuro prossimo e inspiegato. Nel parlare di cause, la classe dirigente italiana (ed europea) ha indirizzato l'opinione pubblica verso le carenze del sistema economico italiano, identificate per lo più nella debole competitività della "fabbrica" italiana, nelle diffuse inefficienze e irregolarità dell'amministrazione pubblica, della mala gestione e del malaffare. Il discorso egemonico è stato ulteriormente rafforzato dal discorso prettamente politico nei confronti dell'eccezione italiana, esemplificata dalla constante corruzione istituzionale (sprechi, favoritismi, etc.) combinata alla perdurante evasione fiscale. Due ragioni che se fossero eliminate porterebbero l'Italia al benessere economico e fuori dalla crisi, a detta di tutte le forze politiche.

In ciò, la crisi finanziaria invece di rappresentare un momento di esposizione delle incoerenze e ingiustizie strutturali dell'economia politica capitalistica ha generato un paradigma di governo, elucidato anche dalla teoria di Giorgio Agamben, fondato sulla capacità di governare l'instabilità, sul gestire la crisi inevitabilmente in favore della classe dominante e del capitale. L'analisi che fino ad ora è mancata nel capire, discernere e dissezionare la crisi è stata questa, ovvero che la crisi economica scoppiata nel 2008 è stata strumentale ai fini del ègrande capitale' il quale ha potuto cosÏ ricalibrare il sistema produttivo a proprio vantaggio.

Dove sono i nostri (Collettivo Clash City Workerses, La Casa Usher, 2014) pone con forza e raziocinio quello che la classe politica e la gran parte dei commentatori e, malauguratamente, intellettuali italiani ed europei non hanno colto, o forse non hanno avuto il coraggio e la (im)pazienza di vedere. Tuttavia, l'analisi del collettivo Clash City Workers va ben oltre la semplice, per quanto dimenticata, identificazione delle ragioni della crisi e della forma di governo che essa ha concatenato. Il libro è un libro del proletariato per il proletariato.

» scritto con lucida coscienza "dal basso" per la comprensione, prima, della struttura produttiva dell'economia italiana e quindi dello sfruttamento che essa perpetua, e nel contempo è un libro strategico per l'azione. In verità, si capisce come il primo punto, la comprensione della sistema lavoro/produzione italiano, sia requisito essenziale per l'azione, azione che per essere incisiva e capace di coinvolgere deve avere coscienza di sé, e organizzazione. L'overdose berlusconiana che negli ultimi vent'anni si è progressivamente trasformata in una forma mentis per la comprensione delle problematiche politico-economiche odierne è del tutto assente dal contenuto del libro. Non ci sono? riferimenti agli scandali sessuali, giudiziari e finanziari dell'ex Cavaliere e non ci sono digressioni sulla decadenza culturale che il Berlusconismo ha rappresentato per l'Italia.

Invece, il libro ha il pregio di sintetizzare il fenomeno politico sotto nome di Berlusconi nella struttura che ha lo ha reso possibile e, a tratti, materialmente egemonico. Infatti la prima parte del libro si concentra nell'illustrare - attraverso un accurato e sistematico utilizzo di statistiche ufficiali - il sistema produttivo italiano nei suoi diversi ecosistemi lavorativi, ovvero industriale, agricolo e servizi. Non c'è superficialità nella lettura dei dati, che sono sempre e comunque contestualizzati e letti sulla superficie reale del lavoro.

Aspetto chiave di questa analisi è l'intuizione che "più che a un fenomeno di deindustrializzazione e a una terziarizzazione dell'economia stiamo assistendo a una terziarizzazione del settore manifatturiero, ovvero una sempre maggiore integrazione tra servizi e industria", da cui, si comprende perché la classe lavoratrice, il proletariato, non è una nostalgia del passato, ma una realtà presente il cui ruolo è potenziale e di essenziale riferimento per comprendere le dinamiche sociali e di lotta in Italia.

Se negli ultimi anni si è parlato sempre con maggiore enfasi di rilocalizzazione della fase produttiva, di off-shoring dell'azienda italiana, l'analisi proposta dal libro dimostra come questo fenomeno è in realtà apparente e che la produzione è e sarà "fulcro dell'economia" e che di conseguenza la classe operaia, ovvero la classe che produce e maggiormente partecipa alla creazione di valore, è sezione essenziale e ugualmente presente sia nell'industria in senso stretto che nei servizi. La chiusura delle industrie in tempo di crisi, si argomenta nel libro, non è un fenomeno unilaterale ma una ritirata strategica del capitale in attesa di condizioni di maggiore profittabilità, che in altre parole significa un costo del lavoro più basso, minori diritti per i lavoratori e condizioni di produzione favorevoli (al padronato). Il caso FIAT è esemplare e se ne fa riferimento in più occasioni nel testo.

Ciò che attribuisce più valore all'approccio di questo libro non è solo la capacità di veduta della struttura produttiva capitalista, ma l'abilità - rara nel campo intellettuale italiano - di fare cardine sull'esperienza ordinaria della classe lavoratrice italiana. C'è una grande mole di lavoro dietro questo libro e lo si nota. Clash City Workers partecipa attivamente alle lotte operaie nella penisola, contrappone la propria teoria di analisi in concreto nelle fabbriche e radica la propria strategia nella partecipazione attiva alla lotta, piuttosto che all'interpretazione intellettuale esclusiva. Queste priorità rendono il libro accessibile al pubblico e, come scritto nell'introduzione, soprattutto a quelle categorie che hanno vissuto in maniera più drammatica il fenomeno crisi. Studenti e studentesse ora faccia a faccia con la realtà disincantata del presente, disoccupati, impiegati, operai e pensionati hanno la possibilità di reinterpretare la crisi come una condizione collettiva di subalternità agli interessi del capitale italiano.

Attraverso la dissezione dei meccanismi reali di sfruttamento del lavoro si evince un aspetto di grande rilevanza. Il fine è di formulare una nuova strategia per il cambiamento. Se negli ultimi decenni si è ripetuto che il concetto di classe è ormai desueto in favore di altri paradigmi definitivi, quali genere, razza, religione, etc., con Dove sono i nostri la classe lavoratrice, il nuovo proletariato, appare come un gruppo accumunato da simili meccanismi gestionali (dall'alto), simili sfruttamenti e comuni obiettivi (dal basso).

Il proletariato include cosÏ operai dell'industria, impiegati nel settore vasto e indefinito dei servizi, immigrati nel settore agricolo (che sempre più acquisisce forme industriali) e lavoratori autonomi che, come nel caso degli addetti ai call centres, hanno un'autonomia nominale e tutta tesa allo svantaggio del lavoratore.

C'è molta critica in Dove sono i nostri e non potrebbe essere altrimenti. La critica è diretta, in primis, alle forze che hanno progressivamente abbandonato il discorso sul lavoro e i lavoratori, omologandosi con il discorso neoliberista internazionale, il cui cardine rimane il profitto a discapito dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. I sindacati confederali e la sinistra istituzionale con la loro tenue opposizione contro, o spesso con la loro attiva collaborazione con, le forze del capitale e le grandi multinazionali, vengono cosÏ messi a scrutinio. Allo stesso modo, l'analisi del libro aiuta a comprendere come il vaffanculismo di Beppe Grillo non sia altro che un sotto prodotto dell'antipolitica e della mancanza di visione sociale che ha caratterizzato l'Italia a partire degli anni novanta. Eppure, qui, la critica non è mai fine a se stessa; è sostanziale e strategica, di modo che contribuisca alla smascherare falsi alleati del proletariato e falsi miti di benessere, o nel dire ormai comune, il mito della crescita. Il quesito di fondo è pertanto quello posto dal titolo: in che condizione e in quale stato si trova la classe lavoratrice, il proletariato di oggi, in Italia?

Quali forze e secondo quali meccanismi essa viene condizionata e materialmente soggiogata? Ciò che più preme agli autori di questo testo è, ripercorrendo Debord, che nonostante "motivi e risorse per fare una rivoluzione ce ne sarebbero a iosa, la coscienza di classe è ai minimi storici, la soggettività rivoluzionaria è dispersa; quando pure esiste non ha consapevolezza di sé, non sa che fare. Questo è il vero scandalo!(192)".

E in questo scandalo del nostro tempo di crisi che il potenziale rivoluzionario, o per lo di rivolta, viene maledettamente incanalato nella fretta turbolenta e, per molti versi reazionaria, dell'opposizione grillina e delle forze pseudo-fasciste e populiste. Un'impazienza che invece di diventare visione e proposizione, rimane simile nella struttura e nell'impostazione al sistema socio-economico vigente.

Come cita Salvatore Prinzi in Sul buon uso dell'impazienza, "Facile che, per mancanza di progetti, l'impazienza si accontenti di spasimare per qualche misero desiderio: qualcosa che già c'è, che è in vendita, che appartiene ad altri. Qui «il cambiamento è limitato alla superficie delle cose: non può né deve investire la loro organizzazione fondamentale, né in particolare la struttura della società. Il mondo del desiderio aspira a cambiamenti minori, ma è sostanzialmente conservatore [...] Questo conservatorismo è però impaziente: non vuole assolutamente rassegnarsi a comprendere e ad accettare le cose come sono".

Invece, questo libro pone le basi affinché la forza impaziente delle classi subalterne incontri un metodo, una strategia di comprensione e quindi di azione, affinché l'impazienza sia forza positiva, assiduità costruttiva e minaccia reale al capitale, e non valvola di sfogo del popolo. CosÏ, bisogna trovare "un modo per far sÏ che il rimando della pazienza non sia banale accettazione, e che d'altra parte questa guerra della crisi non si risolva nell'assalto, ma trovi una sua calma, una sua costanza, una qualche assiduità. Questo modo non può che essere politico: frutto del dialogo, del conflitto, della forza, dell'incontro, di una strategia. E non può che essere preso dentro le forme di produzione dei beni e delle conoscenze, delle relazioni sociali, dello spazio reale e virtuale che queste creano".
Dove sono i nostri è il frutto di questa visione impaziente sostenuta da questa ragione politica, un manuale che non si prefigge l'obiettivo di essere esaustivo nel contenuto e nelle aspirazioni, ma che sembra tracciare la strada che verrà, un'agambiana annunciazione della comunità che viene con i mezzi e per i fini.


Da leftcom.org, di CB

"I NOSTRI CI SONO. MANCA QUALCOSA D'ALTRO"
Nello scorso numero di Prometeo avevamo accennato a un libro, uscito nella primavera, che ha suscitato grande interesse, tanto che nel giro di pochi mesi si è arrivati alla terza edizione, mentre quasi non si contano le recensioni, in genere positive, se non entusiastiche, pubblicate in rete o sulla carta stampata.

L'intento, lodevole, non è quello di fare della semplice sociologia, men che meno dell'accademia, ma di fornire uno strumento militante, cioè che possa contribuire alla lotta contro il sistema capitalistico. Per questo, viene riportata una massa notevole di dati sui vari comparti in cui si colloca il lavoro dipendente, indipendente – compreso quello formalmente autonomo - e sulla disoccupazione. Sono numeri di per sé non nuovi, ma il libro ha il pregio di riunirli in un unico contenitore, pronti all'uso di chi, appunto, se ne voglia servire per la sua battaglia anticapitalistica, comunque venga intesa.
Non è il solo aspetto pregevole della ricerca: un altro, non secondario, è che i compagni e le compagne del collettivo intendono mettere al centro del discorso (e della prassi) il rapporto capitale-forza lavoro, in quanto punto di partenza obbligato per chiunque si ponga in maniera antagonistica nei confronti di questa società. La polemica, esplicita, è contro quelle teorie che, considerando superata la legge del valore marxianamente intesa, credono di aver individuato in nuove figure sociali dai contorni quanto meno confusi – le moltitudini, il lavoro autonomo di seconda generazione, il cognitariato ecc. - il soggetto portatore di un nuovo modo di vivere, oltre il capitalismo classicamente inteso, che invece sarebbe scomparso. Per capirci, l'area di quelli che una volta si chiamavano Disobbedienti e circonvicini, figli legittimi dei contorcimenti teorici di Toni Negri e di altri accademici di matrice operaista. Bene fa CCW a sottolineare, cifre alla mano, la scarsa legittimità – per non dire inconsistenza – delle teorizzazioni secondo le quali il mondo del lavoro autonomo (e precario) sarebbe popolato maggioritariamente da professionisti dello high tech, dell'informazione, della “creatività” in generale, quando, invece, i lavori a bassa o nulla qualificazione, “brutti, sporchi e cattivi” pullulano anche nel terziario detto avanzato. Non è poco, per un collettivo che, se abbiamo capito bene, almeno in parte proviene dall'ambiente universitario, territorio molto insidioso, percorso in lungo e in largo dalle teorizzazioni più disparate, spesso all'apparenza interessanti, persino affascinanti ma, in genere, variazioni più o meno originali di un unico spartito, quello dell'ideologia borghese.
Non è poco, ma, dal nostro punto di vista, ancora largamente insufficiente, se si vuole costruire un percorso coerentemente anticapitalistico. Proprio perché riconosciamo il valore dello sforzo compiuto da CCW, di più, la sincerità del loro intento, di cui condividiamo il fine, non possiamo unirci acriticamente all'entusiasmo che quei compagni/e hanno suscitato con la loro pubblicazione. Infatti, in essa emergono delle debolezze politiche di fondo che rischiano di “declassare” il libro a mera sociologia – proprio ciò che CCW vuole evitare – di renderlo inutilizzabile, se non peggio, come supporto per la liberazione dalle catene della borghesia. Si tratta di limiti teorico-politici oggi, purtroppo, molto diffusi, anzi, imperanti quasi senza contrasti nell'area della sinistra extra-istituzionale, e non solo. Limiti espressione dell'arretramento che, per usare la felice espressione del titolo del libro, i “Nostri” hanno subito e stanno subendo da molti decenni a questa parte, espressione di sconfitte storiche, che hanno inevitabilmente segnato in profondità la vita politica della classe e di chi aspira a esserne l'avanguardia cosciente.

Mettere a fuoco la fotografia della classe: d'accordo, ma con le lenti giuste

L'impressione generale che si riceve dalla lettura è che, dal punto di vista teorico-politico, il libro sia un condensato delle eredità che la controrivoluzione staliniana e la socialdemocrazia storicamente intesa hanno depositato nel movimento operaio, tanto che di fronte ad alcune affermazioni si potrebbe sentire il retrogusto di quell'economicismo contro cui l'ala rivoluzionaria della classe operaia russa, il bolscevismo, aveva lottato oltre cent'anni fa. Benché questo accostamento ci possa esporre alla facile, quanto inconsistente, accusa di “talmudismo leninista”, per così dire, non esitiamo a farlo, anche e non da ultimo perché gli autori sembrano alludere, tra le righe, al “Che fare?” di Lenin, sebbene, a nostro avviso, più nella sua volgarizzazione (“talmudica”) effettuata da un certo terzinternazionalismo decadente, che dallo “spirito”, cioè dalla sostanza reale della battaglia di Lenin contro l'economicismo del suo tempo, o di ogni tempo. Non solo, ma come avevamo già osservato (Prometeo n.11). L'analisi della “classe operaia” italiana (immigrati compresi, va da sé) non prende in considerazione le tendenze generali della forza lavoro in rapporto all'accumulazione del capitale e, nello specifico, della crisi, che sta colpendo il sistema economico mondiale. A nostro parere, è una mancanza grave, che CCW condivide con pressoché tutta l'area della “sinistra antagonista”, anzi, per certi aspetti, anche con la sinistra istituzionale. E' grave perché, non riconoscendo le tendenze di fondo del capitalismo, viene meno quella base oggettiva sulla quale costruire strategia e tattica anticapitalistiche o, per meglio dire, rivoluzionarie. Si apre in tal modo la strada al soggettivismo, che facilmente può diventare velleitarismo: tradotto, nella credenza – per noi illusione - che bastino volontà (generosa) o organizzazione (di che tipo?) per contrastare il sistema. Volontà e organizzazione sono indubbiamente elementi indispensabili, ma se non fanno i conti con le condizioni in cui agiscono si rischia fortemente di pestare acqua nel mortaio, spalancando le porte a scoraggiamento e rassegnazione, sgraditi ma inevitabili compagni di ogni sconfitta, soprattutto se conseguenza di presupposti viziati alla radice. L'assenza di una presentazione complessiva dello stato odierno dell'economia (se non per rapidi cenni qui e là) e delle leggi generali dell'accumulazione colpisce tanto più perché “Dove sono i nostri” non vuole basarsi su vuote declamazioni, bensì su dati oggettivi: ma cosa c'è di più oggettivo delle strutture portanti di una determinata formazione sociale? E' un modo di porsi non nuovo, nella storia del movimento operaio, che ha attraversato trasversalmente frange della sua ala rivoluzionaria – oltre che e soprattutto riformista – le quali, non cogliendo le implicazioni dialettiche crisi-rivoluzione, accusavano di determinismo economico deteriore chi, invece, riteneva che le possibilità di una trasformazione radicale dell'esistente non potessero (e non possono) prescindere da un inceppamento generalizzato del ciclo di accumulazione. Senza dilungarci su quelle posizioni, è significativo che CCW apra il suo lavoro con una considerazione che la dice lunga sulle basi teoriche da cui muove:

«Ci sembra di averle provate tutte in questi anni di crisi […] Scioperi, volantinaggi, picchetti, occupazioni. Abbiamo tirato su comitati e coordinamenti... Qualcosa ha funzionato – siamo riusciti a impedire qualche licenziamento, ad avere la cassa integrazione, a rallentare i processi di “riforma” - ma complessivamente non siamo riusciti a invertire il segno di questa crisi: la stiamo ancora continuando a pagare».

Ora, prescindendo dalla valutazione della cassa integrazione, quella riflessione tradisce, dal nostro punto di vista, un disorientamento, prodotto inevitabilmente dall'inadeguata strumentazione analitica con cui si guarda la crisi, le sue ricadute sulla classe e sullo “stato dell'arte politico” della classe stessa. Non è mai accaduto, mai, in due secoli abbondanti di capitalismo, che il proletariato sia riuscito a invertire il corso della crisi e a farla pagare alla borghesia, anche quando disponeva di organizzazioni e di “istituzioni” (Case del Popolo, Camere del Lavoro, circoli, ecc.) incomparabilmente più forti di oggi. Per definizione, il capitale fa pagare la crisi al proletariato e i conti sono tanto più salati quanto più la crisi è profonda. Chi ha cercato di farla pagare al capitalismo stesso, non mettendo radicalmente in discussione la sua esistenza, ben che vada ha ottenuto successi, magari appariscenti ma passeggeri, scontati poi con interessi da usura subito dopo. Non c'è un solo esempio storico che dica il contrario e chi, per esempio, tira in ballo esperienze quali il New Deal rooseveltiano, non sa di cosa sta parlando: a parte il diverso contesto storico, a parte i limitati, benché reali, miglioramenti economici per un'area consistente della forza lavoro, nel “pacchetto welfare” e nel riassorbimento parziale della disoccupazione era compreso un biglietto per la guerra mondiale, con tutto quello che ciò ha voluto dire (spargimento di sangue al fronte, sfruttamento intensificato in patria). L'unico modo per far pagare il conto ai padroni è farla finita col loro sistema, non ci sono santi: pensare altrimenti è segno di ingenuità politica disarmante.
Chiunque abbia letto qualcosa del nostro materiale e non giudichi con malevolenza preconcetta sa bene che non lo riteniamo un percorso facile, che abbia l'arrivo a portata di vista, né che possa saltare le “tappe di avvicinamento” politico al traguardo, vale a dire le necessarie lotte di difesa (e poi d'attacco) sul posto di lavoro e nel territorio. No, diciamo che fuori da quella strada ci si illude e illude di aver trovato una scorciatoia, una concretezza che invece portano al niente, neanche ai risultati immediati che i cosiddetti pratici e concreti inseguono. Noi non sosteniamo affatto che non valga la pena di lottare per obiettivi immediati, persino minimali, chi lo dice è in malafede o non ci conosce, ma che l'esprimersi della classe, a ogni livello, deve essere indirizzato coerentemente verso la prospettiva della rottamazione del capitalismo. Non altro. Lasciata momentaneamente in sospeso la questione di chi o che cosa debba dare quell'indirizzo, è forse utile ribadire, a costo di annoiare, che se il quadro teorico da cui si procede è confuso o parziale, poi risulta facile perdersi o finire fuori strada.
Rientra in quest'ultima ipotesi la valutazione complessiva sullo stato della lotta di classe di parte proletaria, che lascia quanto meno perplessi, per non dire disorientati. A più riprese, infatti, si afferma che, in Italia, sui posti di lavoro ci sarebbe una «conflittualità enorme, non solo latente, ma ormai manifesta» e il concetto viene ribadito a più riprese, sottolineato con aggettivi quali “terribile”, “endemica”, “diffusa”, riferiti alla suddetta conflittualità. Ora, chiunque abbia o abbia avuto esperienze da lavoratore (lavoratrice) salariato-subordinato, sa che sul posto di lavoro spesso c'è una “guerriglia” continua con l'impresa e con i suoi capi per strappare un minuto di riposo qui, una pausa di pochi secondi là, per schivare incarichi sgraditi e così via. Si tratta di comportamenti diffusi, anche tra i ruffiani del padrone, ma una cosa è registrare questo atteggiamento, un altro scambiarlo per conflittualità “enorme” e “terribile”. Indubbiamente, ci sono diversi episodi che vedono i lavoratori lottare – guidati dal sindacato – per opporsi a licenziamenti, chiusure o delocalizzazioni aziendali (come rileva lo stesso CCW), ma da lì a dire che queste lotte difensive siano in grado di impensierire, per la loro “terribilità”, la borghesia, ce ne corre parecchio. Forse non è un caso che in un libro così ricco di dati, manchino proprio quelli sull'andamento degli scioperi negli ultimi decenni, per altro facilmente reperibili in “rete”. Si vedrebbe immediatamente che gli scioperi, dopo il picco di fine anni '60-primi '70 del secolo scorso, cominciano una curva discendente per poi precipitare letteralmente dagli anni '80. Da notare che non è un fenomeno solo italiano, ma almeno “occidentale”. E' vero che a pagina 169 si accenna a un «generale affievolimento del movimento operaio avuto negli ultimi decenni», ma si tratta appunto di un rapido accenno, che non viene approfondito come meriterebbe, anzi, di fatto negato, prima e dopo. Per noi, più che di “affievolimento”, si dovrebbe parlare, purtroppo, di mutismo quasi totale della classe, annichilita dal suo avversario.
Se le cose, dunque, stanno così, perché presentare un quadro della situazione opposto a quello reale? Non ci sfiora nemmeno l'idea che gli autori siano stati spinti a un simile falso dalla disonestà intellettuale, no: il punto è che essi utilizzano uno strumentario ideologico in senso marxiano, vale a dire che dà una rappresentazione rovesciata del mondo. E' un lascito dell'ideologia operaista, secondo la quale la classe operaia assumerebbe una “postura” permanentemente e, soprattutto, attivamente antagonista al capitale, tanto da provocarne la crisi, salvo poi l'incapacità di spiegare come la classe stessa non sappia, appunto, rispondere in maniera adeguata all'offensiva borghese, quale risposta alle difficoltà di accumulazione, subendo rovesci drammatici.
In questo quadro teorico-analitico non è quindi sorprendente che i compagni e le compagne di CCW cadano pesantemente nel riformismo più tradizionale, senza accorgersi delle contraddizioni in cui s'impiglia il loro discorso. Per esempio, anche sulla base di un malinteso rapporto – su cui ritorneremo – tra forza lavoro e avanguardie politiche, affermano che queste ultime devono sostenere la richiesta di un piano di edilizia pubblica avanzata, dicono, dagli operai edili, per riassorbire la disoccupazione che si è abbattuta sulla categoria dal 2008, o, per quanto riguarda i lavoratori delle telecomunicazioni, appoggiare la ri-pubblicizzazione della Telecom, per lo stesso motivo. Siamo sempre lì: la tendenza generale del capitalismo di questi anni è stata quella di cementificare in maniera sfrenata, ma a scopo per lo più speculativo, una tendenza assecondata in maniera decisiva dagli Stati, in cui si è ridotto ai minimi termini il ruolo di imprenditore edile, a differenza dell'epoca del “Piano Casa” di Fanfani (1949-63), tanto per citare un intervento riformista concreto da parte della borghesia. Erano altri tempi, non per niente, quando il capitale si poteva permettere e incoraggiava il riformismo, almeno fino a un certo punto, perché funzionale per diversi motivi al ciclo di accumulazione ascendente allora in corso. CCW, invece e in numerosa compagnia, ritiene possibile imporre allo Stato una politica economica riformista (perfettamente borghese, per altro) che va in direzione contraria a quella da esso imboccata, senza indicare con quali mezzi, per quali vie il proletariato edile potrebbe conseguire un risultato di tale portata. La borghesia dovrebbe avere, metaforicamente parlando, il coltello puntato alla gola per invertire le sue priorità: ma se il proletariato avesse une simile forza, varrebbe la pena di farla finita con il modo di produzione capitalistico, invece di accontentarsi delle briciole. A volte, CCW sembra avvicinarsi all'individuazione dei meccanismi del capitale, ma quando pare cogliere il senso delle tendenze alla base della fase storica presente, invece di compiere il salto teorico-politico ricade nel keynesismo, come s'è visto, e nel soggettivismo più vieti. Giustamente, riferendosi al declino della tanto decantata economia dei distretti, del “piccolo è bello”, dei padroncini e alle difficoltà crescenti del movimento dei disoccupati organizzati, dice che «Sono le stesse dinamiche dell'accumulazione capitalista a a mettere in crisi questo blocco sociale [i padroncini, ndr]», che hanno tolto ossigeno in particolare alla piccola impresa e, contemporaneamente, ristretto le possibilità di soddisfare in qualche modo le rivendicazioni dei senza lavoro. Vero, ma allora perché quei compagni credono che il riformismo sia praticabile per il lavoro dipendente? Per quale motivo, sulla base di cosa la borghesia dovrebbe prendere in considerazione un «generale ripensamento e incremento dell'intervento pubblico»? Di abbagli simili ce ne sono altri nel libro, abbagli che nascono, secondo noi, da una comprensione parziale e non conseguente della natura dello Stato borghese, nonché, ancora una volta, della fase storica in cui viviamo. Per esempio, quasi tutte le considerazioni sul lavoro nero sono ovviamente condivisibili, ma molto “quasi”:

«Attaccare collettivamente il lavoro nero non vuol solo dire liberare lavoratori da regimi spesso di vera e propria schiavitù, ma recuperare, attraverso la tassazione, profitti che possono essere messi a disposizione della classe nel suo complesso sotto forma di abbassamento del carico fiscale o di implementazione dei servizi sociali».

Davvero i compagni di CCW ritengono possibile che la borghesia italiana (così dipendente da lavoro nero ed evasione fiscale, come giustamente sottolineano) possa accettare di amputare una parte consistente del proprio corpo per beneficiare il proletariato? Certo, in assoluto non si può escludere che di fronte a sommovimenti sociali profondi, di portata ben più vasta delle “lotte” di cui si parla, che rischiano di mettere in pericolo il sistema nel suo complesso, la borghesia possa prendere misure di quel tipo, ma, a parte che all'orizzonte non c'è niente di tutto questo, vale lo stesso discorso fatto per l'ipotetico piano di edilizia popolare.

I soliti scogli: sindacato e partito

Ma le debolezze più vistose, dal nostro punto di vista, del discorso di CCW riguardano due questioni fondamentali della lotta di classe proletaria, vale a dire quella del sindacato e del partito. Qui emergono contraddizioni e persino reticenze che spiegano perché le indicazioni politiche del collettivo rimangano nell'indeterminatezza.
Intanto, gli autori ripropongono lo schema classico fatto proprio, con rare eccezioni, dalla totalità della sinistra extra e anti-istituzionale, il quale prevede la separazione tra lotta sindacale e lotta politica, intese come momenti cooperanti ma distinti del movimento operaio. Tale impostazione, però, pone diversi problemi, anche perché le cose sono molto cambiate dall'epoca in cui quella formula era stata elaborata nonché praticata, indipendentemente dalla sua validità politica e dal suo effettivo funzionamento. Non c'è un'analisi del sindacato che ne spieghi la natura e, dunque, il suo agire nella pratica. Così, si critica il sindacalismo “ufficiale” (quello numericamente maggioritario), se ne denuncia correttamente il ruolo di controllore ed estintore della conflittualità operaia (sempre intesa in senso lato), di cogestore della forza lavoro con il padronato, ma contemporaneamente si parla della sua «incapacità di condurre lotte e ottenere vittorie». Lasciando da parte la faccenda delle mancate vittorie (perfettamente coerente con le debolezze teoriche), l'incapacità è cosa diversa dalla volontà di circoscrivere prima e soffocare poi il muoversi potenzialmente antagonistico della classe – per quanto solo sul piano economico – dietro i reticolati delle compatibilità capitalistiche. Chi legge fatica a capire, allora, che cosa determini la prassi del sindacalismo confederale, dunque, quale atteggiamento assumere nei suoi confronti e diventa quindi ancor meno chiaro, secondo noi, come sia possibile «“recuperare” un'azione sindacale soddisfacente contro i processi di ristrutturazione e contro la flessibilità» nonché contro l'attacco complessivo del capitale, aggiungiamo. L'eclettismo degli autori li porta a considerare possibile una specie di “uso operaio del sindacato”, non solo di quello “di base”, giudicato in blocco positivamente, ma anche di quello confederale e autonomo (vogliono alludere a quello apertamente corporativo?). E' un eclettismo, se così si può chiamare, che nasce però da una valutazione precisa del ruolo del sindacato, valutazione che, per noi, si fonda su di un equivoco radicale:

«il ruolo del sindacato è fondamentale per la forza lavoro, in quanto esso va a incidere direttamente e sin da subito nella contraddizione capitale/forza lavoro».

Non è il ruolo del sindacato a essere fondamentale, ma la contraddizione capitale-forza lavoro: il sindacato, coerentemente con la sua propria natura, non solo l'accetta, ma non può fare a meno di preservarla - la contraddizione - perché se essa venisse cancellata, verrebbe meno la sua funzione di mediatore nella compravendita della forza lavoro (funzione riconosciuta dal collettivo stesso), verrebbe meno la sua esistenza. Come tutti o quasi, CCW ripropone l'equazione sbagliata lotta economica=sindacato, non facendosi sfiorare dall'idea che la lotta economica – questa sì fondamentale – possa esprimersi in altre forme che quelle sindacali. L'esperienza storica ha dimostrato abbondantemente che, in determinate circostanze, la lotta sindacale (e ancor più il sindacalismo), senza implicazioni politiche anticapitalistiche, può essere non solo tollerata, ma addirittura incoraggiata, se non dai singoli capitalisti, dal capitalista collettivo ossia dallo Stato. Che la lotta sindacale (cioè economica) di per sé non abbia necessariamente un significato anticapitalista, che per assumere tale significato occorre che qualcuno glielo dia, facendole fare il salto politico, è patrimonio consolidato del movimento comunista, oggi, però, largamente dimenticato, assieme all'identità dell'operatore di quel salto, cioè il partito rivoluzionario. Questo vale anche per CCW e l'assenza di un discorso chiaro sul partito e sul fine cui devono tendere, a nostro parere, le tanto evocate lotte sul terreno economico, è forse l'elemento più debole dell'analisi. Infatti, come abbiamo detto più indietro, nel libro viene applicato, in qualche maniera, lo schema storico che prevedeva la separazione dei due ambiti di azione, la cui implicazione, valida tanto per la II che per la III Internazionale, prevedeva che il sindacato facesse da cinghia di trasmissione da e per il partito, al quale spettava il compito di inquadrare la lotta economica nella prospettiva del socialismo. Ma se il partito non c'è, se di quest'ultimo non si parla – se non in forme elusive e sfuggenti – a che cosa si agganciano i conflitti “del lavoro” per elevarsi dal contingente, dall'azienda alle prospettive generali di superamento del capitalismo? CCW gira attorno alla questione senza mai affrontarla di petto, forse per non compromettere il proprio “ecumenismo” o forse perché non ha chiaro il rapporto che intercorre tra partito e classe. Nel libro ne parla, sempre di corsa, una o due volte e in termini, a nostro giudizio, sbagliati. Così come non compare mai un accenno a che cosa debba tendere l'antagonismo proletario, quale senso abbia il passaggio, per il collettivo necessario, dal piano sindacale a quello politico, che cosa voglia significare con la parola “politico”. C'è un solo accenno esplicito al percorso rivoluzionario che la classe deve intraprendere, percorso ritenuto maturo già adesso, per quanto riguarda i presupposti oggettivi, enormemente in ritardo, invece, per ciò che concerne la soggettività, la coscienza di classe, ritenute dai compagni, e giustamente, i presupposti, le dotazioni preliminari di cui la classe oggi è sprovvista:

«la coscienza di classe è ai minimi storici, la soggettività rivoluzionaria è dispersa; quando esiste non ha consapevolezza di sé, non sa che fare. Questo è il vero scandalo».

Sulla prima parte della considerazione niente da dire, sulla seconda parecchio. Così come abbiamo parecchio da eccepire sul modo in cui CCW pensa di andare eventualmente a dare corpo (sempre che ne abbia l'intenzione) al fantasma-partito che aleggia tra le pagine del libro. Perché i compagni del collettivo non hanno affrontato la questione? Per i motivi già accennati e per altri ancora. Uno è che, contrariamente a quanto detto su di una conflittualità diffusa e terribile, la classe sarebbe muta:

«D'altronde, per poter rappresentare qualcosa, bisogna che questa si presenti, che compaia sulla scena pubblica, ci dica il suo nome, cosa fa e cosa intende fare».

A parte il fatto che il partito, più che rappresentante è strumento politico della lotta di classe proletaria, formato dagli elementi più avanzati del proletariato e dai transfughi delle altre classi, si equivoca, a causa di un'impostazione teorica codista e allo stesso tempo meccanicista-idealista. La classe, anche quando parla poco e male, ci dice sempre qualcosa, perché è espressione materiale di un rapporto sociale antagonistico ininterrotto (finché dura questa società), dunque di uno stato di lotta di classe permanente, solo che in questi decenni “i nostri” le stanno prendendo, senza avere la forza di reagire o di reagire a un livello adeguato alla violenza dell'avversario. Inoltre, il partito non vuole “rappresentare” solo questo o quel segmento di classe, i suoi interessi contingenti, ma quelli generali, dà loro un fine politico proiettato oltre gli aspetti settoriali, diretto al superamento rivoluzionario della presente formazione sociale. Per questo, diciamo che così come la lotta di classe esiste sempre, allo stesso modo deve esistere il partito, indipendentemente dagli alti e bassi della lotta medesima. Se mai, questo condiziona la consistenza numerica dell'avanguardia organizzata, le sue possibilità di intervento, ma è un'altra cosa, sebbene, va da sé, di importanza primaria. Non solo. E' scontato che il partito sia espressione del proletariato, delle sue aspirazioni, di “cosa intende fare”, ma non immediatamente. Il partito, che non è un corpo estraneo alla classe, né il burattinaio politico di una marionetta sociale (il proletariato), da essa è alimentato, ma in maniera dialettica ossia rende cosciente in senso coerentemente anticapitalistico ciò che in essa vive e si agita sul piano materiale e ideologico. Credere che i rivoluzionari siano semplicemente i notai di ciò che pensa (e agisce) il proletariato è un errore grave, che ci riporta agli albori del movimento operaio:

«Se l'azione deve ispirarsi a ciò che nel momento attuale è al massimo grado accessibile alle masse più larghe, allora dobbiamo predicare l'antisemitismo».

Allo stesso modo, per fare breccia tra le “masse più larghe”, dovremmo adottare, per esempio, il linguaggio del Front National francese o di formazioni simili, che, purtroppo, raccolgono consensi in settori consistenti del proletariato. La classe, attraverso il voto alla destra estrema, ci dice che è molto arrabbiata col sistema, ma ci dice anche che non sa dove sbattere la testa e la sbatte contro un muro, saltando dalla padella alla brace: sta al partito farle fare un salto diverso. Deve però esistere, il partito, deve essere materialmente un punto di riferimento della classe, a cominciare dai suoi elementi più sensibili, che possono essere sensibilizzati solo se si parla loro in modo chiaro immediatamente, senza adottare una “politica dei due tempi”, alla lunga (ma anche alla corta) disastrosa. E' vero che la coscienza è a livelli rasoterra, ma questo non significa che si debba separare artificialmente il piano “economico-sindacale” da quello politico, perché altrimenti gli operai non capirebbero: chi la pensa così, vale a dire la stragrande maggioranza della sinistra extra-istituzionale, in fondo considera gli operai degli eterni minorenni, incapaci di diventare “grandi”, dei “bamboccioni”, insomma. Un conto è la necessità-capacità di tradurre in maniera comprensibile i concetti, un altro la chiarezza politica dei concetti medesimi. A questo proposito, fa una certa impressione ritrovare tra “vecchie carte”, ritenute dai più “talmudiche”, analogie con un atteggiamento oggi molto diffuso, assunto, quando è assunto consapevolmente, proprio in considerazione del basso livello politico del proletariato:

«l'estendersi dell'agitazione ha portato i socialdemocratici a contatto con gli strati più bassi, meno evoluti del proletariato; per attivare questi strati l'agitatore doveva sapersi adeguare al più basso livello ideologico, e ci si è abituati a porre in primo piano “rivendicazioni e interessi contingenti”, accantonando i grandi ideali del socialismo e della lotta politica».

Con questo atteggiamento, CCW e “l'antagonismo” in generale ripescano la vecchia teoria-prassi del riformismo della II Internazionale, per il quale si doveva innanzi tutto parlare (e praticare) del “programma minimo”, relegando quello “massimo” - la rivoluzione, il socialismo – a un futuro non meglio precisato. Nel frattempo, per la vecchia (?) socialdemocrazia, bisognava accumulare forze, occupando posizioni di potere dentro la società borghese, in attesa della “grande giornata” sovvertitrice. Ancora una volta, registriamo somiglianze “inquietanti” con quanto si teorizza in “Dove sono i nostri”.. A pagina 201, infatti, si afferma che non bisogna star fermi aspettando la occasione rivoluzionaria, ma che occorre

«preparare il terreno, disporci e disporre le forze. Questo accumulo può avvenire in tanti modi: prendendoci le case, le merci, i trasporti, il denaro e tutto ciò che abbiamo prodotto e di cui la borghesia si appropria».

Sorvolando sul senso criptico di certe affermazioni, una volta di più si deve prendere atto che per CCW l'accumulo di forze, così come la ricomposizione (o composizione) della classe avviene di fatto solo sul terreno economicistico, su obiettivi di carattere economico, il cui conseguimento generalizzato richiederebbe, per altro, una dotazione di forze prossima o pari a quella dell'assalto rivoluzionario. Anche per noi è scontato che ci debba essere un accumulo di forze - che non si possa arrivare dall'oggi al domani a porre la prospettiva “qui e ora” della rivoluzione - ma sul terreno politico. In altre parole, è ovvio che la classe debba fare una serie crescente di esperienze di lotta – sul piano economico, certo, ma non solo – però quelle esperienze devono essere metabolizzate, sedimentate e rielaborate criticamente dal punto di vista politico dall'avanguardia comunista, il partito, per dare fiato e gambe al partito stesso. Questi deve poter diventare una presenza reale nel corpo proletario, un punto di riferimento che orienti, diriga politicamente il conflitto sociale e gli organismi di massa di cui si doterà la classe nello scontro generalizzato con la borghesia e sui quali baserà il proprio potere. In questa fase, anche quelle forme di riappropriazione della ricchezza estorta al proletariato potranno, certo, avere un ruolo, ma se non verranno organizzate e convogliate nella lotta per l'alternativa sociale, saranno necessariamente destinate a essere soffocate in breve tempo.
Infine, c'è un altro aspetto ricorrente nel libro, che spiega implicitamente (ma non tanto) perché non venga presa per le corna la questione-partito, cioè, a dire degli autori, il rifiuto di ogni ideologismo e «rifugio identitario». Se questo significa il rifiuto delle liti da pollaio, così frequenti nella “sinistra”, della chiusura settaria e autoconsolatoria, è un dato positivo. Non lo è se questo equivale, come di fatto quasi sempre avviene, all'imposizione di una ben precisa ideologia, quella di chi avanza il discorso “anti-ideologico”. Non lo è nemmeno se si tratta di un modo – anche involontario: ammettiamo la buona fede – per evitare di prendere posizione su problematiche fondamentali per il “movimento operaio”. Si tratta di nodi teorico-politici che abbiamo sciolto da gran tempo, ma nei quali si trovano ancora impigliati tantissimi compagni/e, tra costoro quelli di CCW, che definiscono socialisti (pagina 126) i regimi del fu blocco sovietico e la Cina di Mao, dove di socialismo non c'era nemmeno l'ombra, bensì capitalismo di stato. Questioni sorpassate? Mica tanto, se vogliamo dire ai “nostri” per che cosa lottiamo, in quale mondo speriamo, se non vogliamo limitarci, beninteso, alla difesa dei “diritti” o al “lavorare meno, lavorare tutti a salario aumentato”. Se non vogliamo, cioè, rimanere imprigionati dentro l'orizzonte borghese, sia pure deformato dall'acido lisergico del radical-riformismo, dove, per esempio, le “primavere arabe” diventano rivoluzioni, benché mai – purtroppo ma inevitabilmente – sia stata posta dalle masse e alle masse proletarie la prospettiva della dismissione del capitalismo.
Si potrebbe continuare a esaminare altri punti politicamente deboli, molto deboli del libro, ma preferiamo fermarci qui. Benché la lettura integrale del libro abbia confermato le prime impressioni ricevute, siamo disponibili, come sempre, al confronto con chi, veramente libero da ideologismi e interessi di bottega, abbia a cuore gli interessi immediati e storici dei “Nostri” (per le note andare al link della recensione su leftcom.org).
CB


Da anarkismo.net, di Donato Romito

Numeri. Assoluti ed in percentuale. E poi grafici. Istogrammi. E le "torte". In bianco e nero.
Sono la prima cosa che lo sguardo coglie al solo sfogliare questo volume di 200 pagine circa. Beh, di questi tempi è una caratteristica sorprendente che, sÏ, colpisce. Setacciate le fonti Istat (classificazione Ateco delle attività economiche appunto), fonti INPS, ministeriali, Eurostat, OCSE, ABI, sindacali... Riprese fonti classiche: insostituibile Marx soprattutto. E un pizzico di Debord. Per costruire un duplice telaio.

Quello tematico: ri-trovare oggi nella materialità dei numeri e nella loro interpretazione i nostri: il proletariato, gli sfruttati, i non-possessori dei mezzi di produzione, la classe, i subordinati, i dipendenti salariati, le trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro.

Quello politico: smontare alcuni miti costruiti negli ultimi 20 anni (deindustrializzazione, scomparsa della classe, fine del proletariato, era della moltitudine, del precariato cognitivo, delle lotte madri di tutte le altre, delle disobbedienze di turno) per riposizionarsi nell'unica centralità che conta (quella proletaria), e ri-costruire sulla base della materialità dei dati una precisa prassi di lotta: "supportare la resistenza" vertenziale, "ma preparare l'offensiva" politica.

Sullo studio di questa impressionante mole di dati si fonda dunque questa presa di posizione netta che caratterizza l'attività di ricerca e di lotta del collettivo Clash City Workers, al momento attivo - si apprende dalla quarta di copertina - a Napoli, Roma, Firenze, Padova.

Dati pubblici, già disponibili ed usati anche in maniera superficiale in precedenza. Ma qui diventano dati economicamente intellegibili, politicamente significativi per un uso collettivo anticapitalista. Non si può dunque che salutare con piacere questo ritorno ad un'analisi strutturale classica.

Ma, per ogni settore lavorativo, dopo aver dato conto della sua materialità, il collettivo CCW prova a dare anche indicazioni di intervento, senza nascondersi difficoltà e con opportuna prudenza. Con un obiettivo che però attraversa la lotta sindacale e che è quello di acquisire la "coscienza di sé, la coscienza di classe" (pag.197). Ma come?

Vediamo. Nel capitolo finale, gli autori - senza presumere di inventare nulla di nuovo - si preoccupano di dare delle opportune indicazioni pratiche che qui scorriamo velocemente. La prima è "ricostruire la filiera [di un settore produttivo] agendo su ogni punto per creare l'alleanza più vasta possibile fra i lavoratori coinvolti nella produzione estesa" (pag.180). Ma farlo anche ad un livello internazionale, creando network internazionali di filiera. Agire sulle contraddizioni della questione femminile e degli immigrati (pag.183-186). Saper collocare la questione meridionale nella questione sociale nazionale e viceversa (pag.186-190). Lotta al neocorporativismo (pag.190-197). Qui un'analisi non ideologica del ruolo del sindacalismo confederale dal 1992 in poi. "Evitare un errore che è stato fatto e rifatto dalla sinistra negli ultimi venti anni. Quello di pensare che ci siano scorciatoie che ci permettano di rappresentare la classe, attraverso parole d'ordine o cartelli elettorali" (pag.197)

A pag. 198, gli autori sembrano dichiarare a quale livello intendono fissare il loro compito: "(...) ogni forma sindacale (dall'autorganizzazione dei lavoratori, al sindacato di base, fino a quello confederale e autonomo) può e deve essere impiegata per entrare in contatto con quanti più lavoratori è possibile". E fin qui siamo nella prima parte dell'indicazione strategico-tattica "supportare la resistenza, ma preparare l'offensiva" (pag. 200). Per preparare l'offensiva politica occorre che ogni opzione, ogni formula, ogni pratica va valutata in base alla "definizione quanto più chiara possibile dell'interesse proletario" (pag. 200). "Parliamo dei rapporti di produzione!" (pag. 200). "Siamo per il massimo sviluppo delle forze produttive, per l'organizzazione del lavoro e per le innovazioni tecnologiche che liberano il tempo e alleggeriscono il lavoro, per l'utilizzo a nostro vantaggio di tutto ciò che il capitale unisce" (pag. 200). "(...) accumulare le forze ... prendendoci le case, le merci, i trasporti, il denaro e tutto ciò che abbiamo prodotto e di cui la borghesia si è appropriata" (pag. 200). Infine "(...) lavorare tutti, lavorare meno e a salari più alti" (pag. 202) è la rivendicazione che deriva dal fatto che "l'indice più chiaro per misurare i rapporti di forza tra le classi è la quota di plusvalore che viene estratto dal proletariato (...)" (pag. 201-202).

Non è esattamente il linguaggio che si era soliti ascoltare negli ambienti di movimento fino a pochi anni fa. Rimane però non esplicitata fino in fondo qual è la funzione politica a cui gli autori pensano.

Se il contatto con la classe può e deve avvenire per via vertenziale/rivendicativa nonché organizzata sindacalmente, vi è una sola strada: far parte di quella filiera produttiva in quanto lavoratore o lavoratrice ed organizzare il conflitto insieme agli/alle altri/e, contribuendo a far crescere la coscienza di classe nella lotta sul posto di lavoro. Oppure incontrare i/le lavoratori/lavoratrici nel territorio sulla faglia di altre contraddizioni sociali costruendo organismi di base con cui sollevare vertenzialità e conflitto (abitare, servizi, ambiente...) e di cui si è membri naturali, perché residenti nel medesimo quartiere o nel medesimo territorio.

Nella prassi del "dualismo organizzativo" di cultura comunista-anarchica, la funzione espressa dall'organizzazione politica è del tutto dialettica e dinamica rispetto all'organizzazione di massa (sindacato, comitato di lotta, di quartiere, ecc.); i militanti dell'organizzazione politica sono parte della classe, in cui vi svolgono un ruolo interno di orientamento delle idee e non di direzione esterna. Stare col proletariato vuol dire porsi inizialmente al livello di coscienza di classe che esso esprime in un dato momento storico. Partecipare con tutti/e alla crescita della coscienza di sé e della coscienza del proprio ruolo come classe.

Le esperienze storico-politiche sostitutive della classe (quella leninista in generale) oppure quale organo della classe (quelle bordighiste in generale) hanno - su questo versante - dimostrato ampiamente i loro limiti ed errori, alimentando un processo di cessione di coscienza di sé e di titolarità decisionale alle strutture esterne del partito. Con conseguente deleteri meccanismi di delega, di deresponsabilizzazione, di inutilità degli organismi di base.

Oggi quel poco che si muove sul piano delle lotte sociali e proletarie "del grigio lavoro quotidiano" (pag.197), cerca di farlo su basi completamente diverse: lo fa su basi di prassi libertaria.

Ma questo gli autori di questo straordinario contributo all'analisi ed alle sorti della lotta di classe lo sanno benissimo.


Da pane-rose.it, di Stefano Macera

"ITALIA (EUROPA) 2014: POLITICHE INDUSTRIALI DI SINISTRA O LOTTA DI CLASSE?"
Non dovrebbero sorprendere i consensi sin qui ricevuti dal libro Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi (La Casa Usher, Lucca, 2014). E' infatti positivo che qualcuno si ponga l'obiettivo di affrontare seriamente la "questione delle questioni", ossia com'è formato, oggi, il proletariato italiano.
Non si usa qui a caso l'avverbio seriamente. Troppo spesso tale nodo decisivo viene risolto aprioristicamente...

... ad esempio definendo la nostra classe di riferimento sulla base dell'intuizione, più o meno fondata, di alcune tendenze della realtà sociale e produttiva, senza successive verifiche di alcun tipo.
Di contro, vi è anche chi si basa esclusivamente sulla prassi quotidiana, per cui i soggetti raggiunti dal proprio intervento (che siano i disoccupati organizzati nelle liste o, poniamo, chi lavora nelle cooperative sociali) diventano automaticamente quelli centrali, le cui caratteristiche sarebbero rivelatrici della generale condizione degli sfruttati.

In Dove sono i nostri, invece, ci si confronta con statistiche che riguardano l'intero mondo del lavoro in Italia. Si tratta di elementi di conoscenza forniti dagli istituti di ricerca di quella controparte che, rispetto a noi, ha ben altra intelligenza dell'attuale situazione delle classi sociali.
Tale approccio, mirante ad avere lo stesso sguardo globale del padronato, per meglio perseguire obiettivi ad esso contrapposti, è già una novità dirompente rispetto alla canonica filosofia dell'antagonismo sociale.
Tanto da produrre immediatamente un effetto: che "i nostri" - intesi nella loro totalità - tornano a riprendersi la scena, ad essere di nuovo i protagonisti di una discussione in cui, per molto tempo, sono stati presenti in modo frammentario.
Il fatto è che alla logica, appena accennata, per cui si tende ad assolutizzare l'importanza dell'unico segmento di classe con cui si ha una relazione stabile si assomma, spesso, la subalternità ai messaggi veicolati dai media ufficiali. Tanto che ci sono interi pezzi del movimento italiano che si occupano solo delle lotte tra capitale e lavoro che "bucano lo schermo".
CosÏ, dall'Innse di Milano agli autoferrotranvieri di Genova, abbiamo avuto tutta una serie di episodi conflittuali che, pur suscitando entusiasmo, sono stati perlopiù considerati isolatamente. Oggi, sulla base del contributo fornito da Clash City Workers con questo libro, si può finalmente tentare di inserirli in un contesto più ampio, cominciando a definire come i soggetti sociali che li hanno animati si collocano all'interno di quello che è il proletariato italiano odierno.

Limiti del dibattito a sinistra
Qualcuno, per giustificare almeno parzialmente tali limiti "di visione" del ceto militante, dirà che la frammentarietà si lega anche al modo in cui ci si è presentata la "classe" nell'ultimo ventennio, in seguito alle trasformazioni della sfera produttiva e del mercato del lavoro.
In effetti, da tempo, ciò che risulta immediatamente visibile è la sua dispersione in una miriade di figure sociali diverse, subordinate al padronato tramite le forme contrattuali più variegate e sparpagliate in unità produttive spesso molto piccole.
Ma siamo propri sicuri che questa sia la realtà oggettiva e non piuttosto un'apparenza, in cui elementi concreti si fondono con rappresentazioni?
Purtroppo alcuni, per schivare certe difficoltà di lettura, sono fuggiti anche concettualmente dai posti di lavoro, sviluppando la convinzione che sia possibile raggiungere "i nostri" solo nella dimensione territoriale, cercando di organizzarli in lotte come quelle per la casa, i trasporti gratuiti, i servizi sociali.
Ma dando per scontata l'impossibilità di intervenire con continuità nei luoghi di lavoro, sono state rese più deboli le stesse, importanti battaglie portate avanti nello spazio metropolitano. Che essendo, in sostanza, lotte per il "salario indiretto", possono trarre più d'un beneficio dal legame stabile con le resistenze in atto nei posti di lavoro in varie parti della penisola.

A questo, complessivo atteggiamento d'una parte cospicua dell'antagonismo sociale, va aggiunta la spinta legata ad alcuni dei più noti "economisti di sinistra". I quali, in questi anni, hanno avuto il merito di rompere con il pensiero unico liberista, con il riformismo delle continue ridefinizioni del mercato del lavoro a vantaggio della Confindustria, offrendo un altro, stimolante punto di vista.
Ma anche il loro discorso ha dimostrato delle falle, forse generate dalla tendenza a fare i consiglieri del principe.
In sostanza, l'assenza di organizzazioni politiche e sindacali capaci di collocarne il contributo in quello che una volta si sarebbe definito progetto proletario, ha spinto studiosi che pur si rifanno alla lectio marxiana a rivolgersi, idealmente, al sistema paese nel suo complesso (implicitamente, anche a chi lo amministra).
Con l'idea di suggerire i termini di una politica industriale capace di evitare all'Italia un declino rovinoso, coincidente addirittura con la perdita totale del suo apparato produttivo.
Tale approccio si è purtroppo saldato con quello di una parte della sinistra di classe, contribuendo a rendere meno visibili "i nostri".
Il punto è che concentrandosi troppo sulle oscillazioni mensili delle tabelle dell'import/export, si sono persi di vista i dati concernenti quel che avviene realmente nel laboratorio della produzione.

Se ne fosse maggiormente tenuto conto, l'evidente calo di posizioni dell'Italia nella competizione globale sarebbe stato diversamente collocato. Evitando di dare per scontato un futuro prossimo basato sulla centralità esclusiva dei servizi e del turismo. E ponendosi qualche problema prima di definire periferia1 il belpaese. Non suona forse strana l'evocazione di un passaggio repentino dal rango di potenza industriale di prim'ordine a quello di paese in via di sottosviluppo?
Certe forzature sembrano attenere al ruolo che, in qualche modo, si è assunto. E' come se questi economisti ritenessero che - estremizzando alcuni aspetti della realtà - la loro voce possa avere maggiori possibilità d'ascolto.
Ma non dilunghiamoci troppo. Quel che va segnalato è che nel testo realizzato da Clash City Workers si superano brillantemente alcune delle contraddizioni insite negli angoli visuali sin qui delineati.

Se il proletariato è sempre più omogeneo
In tre capitoli (dal II al IV) si svolge un'analisi dettagliata delle diverse articolazioni della forza-lavoro, che ad esempio restituisce quante "situazioni di subordinazione e sfruttamento" si nascondano dietro la definizione in sé problematica di lavoro indipendente. Sulla scorta di quanto acquisito in questo cammino analitico, si approda, nelle Conclusioni, alla constatazione di un fenomeno che contraddice il pessimismo diffusosi, negli anni scorsi, nelle aree antagoniste: la tendenziale omogeneizzazione delle condizioni fra i diversi comparti della classe, "che vedono diventare le loro condizioni di vita e le loro aspettative sempre più simili". Si tratta, ovviamente, di un dato tendenziale, che è però favorito dalla crescente finanziarizzazione che investe l'intera economia italiana. Il fatto "che tutte le aziende (Ö) possano essere quotate in Borsa", infatti, produce fra di loro una sempre più aspra "competizione per attrarre capitali. Ma per attrarre capitali bisogna garantire agli investitori una remunerazione maggiore rispetto a quella dei propri concorrenti. Non potendo (Ö) agire sul capitale costante" occorre "attaccare (Ö) le condizioni di lavoro". Questo passaggio ci pare assai significativo. Confermando che, nel libro, si va oltre quella fotografia dell'esistente che potrebbe risultare da una trattazione dei dati scissa dalla comprensione degli effetti nel tempo degli aspetti più significativi del capitalismo attuale.

Naturalmente, stiamo parlando di un fatto oggettivo, ben lungi dall'essere consapevolmente assunto dai "nostri". Ma è compreso, in tutta la sua portata, dalla controparte, impegnata - come giustamente si asserisce nel testo - nello sforzo di imbrigliare ogni potenziale spinta conflittuale dentro la rete del neocorporativismo, cioè dell'insieme di pratiche e ideologie che legano i settori proletari al cosiddetto superiore interesse nazionale.
A fronte di tale situazione, e dell'atteggiamento del padronato, dei media e del sindacalismo di stato, risulta davvero inadeguato e fuori tempo massimo il discorso per cui, data la difficoltà di organizzare i proletari nei posti di lavoro, li si può raggiungere solo nei territori.
Assai più proficuo, in questo senso, è il modus operandi di Clash City Workers. Che quotidianamente si confronta con i conflitti in varie parti d'Italia, facendoci ascoltare la voce delle persone che li pongono in essere. Le quali, consultando il sito del collettivo, si accorgono che la loro situazione non è speciale, ma comune ai più.
Una goccia nell'Oceano? Forse no. Se un'attività simile venisse portata avanti da altri pezzi del composito, ma non sparuto antagonismo italiano, qualcosa si potrebbe spostare nel paese. Nel senso che segmenti sempre più larghi del proletariato italiano potrebbe pervenire a una diversa coscienza (e rappresentazione) di sé.

Un'Italia senza industrie?
Ma nel libro vi sono anche elementi utili a chi voglia contrastare l'idea che l'Italia sia destinata a perdere persino la parvenza di un tessuto industriale. Invero, di questa profezia esistono due versioni. La prima, con cui si interloquisce nel testo, colloca tale apocalittico scenario in una ipotetica spinta di tutte le economie avanzate a trasferire completamente nelle periferie ogni attività produttiva. La seconda è quella con cui abbiamo polemizzato prima e rimanda all'impulso dato al dibattito dagli economisti alternativi, che a ogni stabilimento chiuso fanno seguire una recriminazione circa la specificità del caso italiano rispetto al resto delle grandi nazioni europee, invocando serie politiche industriali per salvare il paese dal rischio di scivolare nel "terzo mondo".
Entrambi i discorsi vengono, a mio avviso, smentiti nel Capitolo I (La Struttura Produttiva Italiana), anzitutto facendo riferimento a una ricerca svolta dal Servizio Studi di Intesa Sanpaolo, ove si disvela la sostanza del fenomeno che normalmente viene rappresentato come espansione irrefrenabile del settore dei servizi. In realtà, "sono cresciuti i servizi connessi all'industria", in linea con quanto accaduto negli altri paesi a capitalismo avanzato, dove il terziario dominante è quello "più legato - anzi interdipendente e spesso corrispondente - alla manifattura".

Si tratta del frutto di trasformazioni avvenute dagli anni '70 in poi, con quei complessi processi di informatizzazione e di esternalizzazione di interi rami della produzione che hanno fatto sÏ che sotto la denominazione di servizi si svolgano attività necessarie alla valorizzazione del capitale, spesso svolte da operai.
Ma negli ultimi anni, alla tendenza suddetta si deve aggiungere una spinta alla "rilocalizzazione", cioè al ritorno nei paesi del centro dei capitali già investiti nelle periferie. Un processo che potrebbe riguardare pure questo paese. In cui, a dire il vero, attraverso le politiche di azzeramento dei diritti dei lavoratori, si sono create condizioni favorevoli non solo al rientro dei capitali delocalizzati. E' di questi giorni, infatti, la notizia del rinnovato interesse per la penisola degli investitori esteri, attratti dalla possibilità di sfruttare una manodopera con sempre minori tutele. Dunque, la pur claudicante Italia pare destinata a rimanere un polo industriale, replicando in forme proprie dinamiche tipiche degli altri paesi a capitalismo avanzato. Alla luce di ciò, quello lanciato da alcuni pur volenterosi economisti può quindi esser considerato un allarme male indirizzato: la situazione è di sicuro preoccupante, ma in un senso diverso da quanto da loro profetizzato. Ora che lo sappiamo, possiamo mandare in soffitta i vari appelli volti alla salvezza del paese, concentrandoci sul sostegno al conflitto che si dispiega nei settori produttivi.

Per uno sguardo oltre i confini
Certo, dirà qualcuno, poiché, come s'è accennato qui, il cammino dell'Italia coincide fortemente con quello degli altri capitalismi maggiori, nel libro si poteva fare un passo ulteriore, allargando lo sguardo oltre il proletariato italiano. Tanto più che, ormai, è impossibile concepire la lotta di classe in termini esclusivamente nazionali.
Chi scrive ritiene molto semplicemente che circoscrivere il campo d'indagine fosse inevitabile, volendo fare un discorso scientificamente fondato. E' piuttosto difficile aggredire in una sola pubblicazione l'intero sistema produttivo a livello continentale.
Col tempo, si può però superare quest'ottica parziale. Come? A nostro avviso, sarebbe necessario creare gruppi e luoghi di studio sui singoli settori del capitalismo, cosÏ da evidenziarne le caratteristiche non solo in senso generale.
Per dire, poniamo che da domani ci mettiamo ad analizzare quella logistica che è "formalmente ascritta ai servizi" pur essendo, come il libro puntualizza, "una fase necessaria alla valorizzazione della merce". Bene, poiché lo sviluppo di questo comparto economico è connesso all'export e all'organizzazione della produzione in uno spazio non solo nazionale, il nostro studio potrà essere concepito in termini almeno europei.

Certo, poi si porrà il problema di confrontare questo contributo specifico con altri, connessi ad ulteriori sfere economico-produttive.
Però, avremmo evitato quelle rappresentazioni "a volo d'uccello", che rischiano di perdere per strada qualcosa di più che questo o quel dettaglio.
Non solo. Si guadagnerebbe pure in concretezza, quando si sviluppano i consueti - e legittimi - discorsi sull'unificazione delle lotte su scala continentale per sconfiggere il nemico comune: la borghesia imperialista europea.
Perché restituendo le specifiche modalità attraverso cui le economie europee sono fra loro interrelate, cogliendo realmente i nessi fra le lotte che si svolgono nei diversi stati, l'invocazione d'una opposizione di classe su scala continentale comincerebbe a essere qualcosa di più d'una mera petizione di principio.



1
Si pensi a come si esprime Riccardo Realfonzo in una intervista rilasciata a controlacrisi.org il 12 ottobre 2013: "(...)aumenta sempre più la divergenza tra le aree centrali dell'eurozona, che comunque riescono a crescere, e le sue periferie - come la Grecia, la Spagna, la stessa Italia - nelle quali il Pil continua la sua caduta e la disoccupazione sale vertiginosamente". A nostro avviso, il concetto di periferia rischia di diventare generico, se viene usato per accomunare paesi cui la divisione internazionale del lavoro continua ad assegnare assai diverse specializzazioni.


Da csavittoria.org, di Centro Sociale Autogestito Vittoria (Mi)
La neutralità non esiste. Ogni cosa vive nella contraddizione. Questo vale soprattutto quando si parla di analisi e lotta. E in questo il tutto si schiera: la teoria, la pratica, la scienza, l'arte, il linguaggio, l'idealità/l'ideologia. Di chi e per chi. Per questo reputiamo che il libro "Dove sono i nostri" sia un nostro libro.

E' nostro perché, chi l'ha scritto, lo ha scritto per un "noi" classe e militante. Perché usa i nostri riferimenti mettendoli alla prova e ritrovandoli in pieno. Parliamo dei rapporti di produzione. Parliamo di lotta di classe e di rapporti sociali. Parliamo della centralità del conflitto capitale/lavoro.

Il metodo di approccio è quello scientifico: prassi/teoria/prassi. E' il metodo che mette a dura prova il tutto senza scorciatoie. Bisogna imparare passo passo partendo dalla situazione concreta per arrivare a una analisi concreta e tornare ad agire nella realtà. Su questo non ci sono sofismi che tengano: moltitudini, fine del lavoro, cognitariato, beni comuniÖ
No compagni e compagne: la sfida è un'altra. L'idea di una società interclassista non regge e l'idea di una "coscienza critica" non è capace e ha le armi spuntate per affrontare la realtà. Quello che serve è lo sviluppo della coscienza di classe. Una classe che agisca per sé.

Ma per fare questo serve sporcarsi le mani. Andare ed entrare in contatto con la classe. Procedere in dialettica con il metodo dell'inchiesta e con la partecipazione diretta e indiretta nella lotta. Senza andare a portare il verbo, ma parlando e partecipando ai picchetti, facendo controinformazione e sperimentando strumenti. Come nel caso Ikea e l'attacco portato all'immagine della multinazionale svedese colpendone il portale aziendale. O sostenendo lavoratori nelle vertenze in ogni modo: dalla cassa di resistenza alla creazione di solidarietà con altri lavoratori in altri luoghi e/o altri settori.

Questo è il primo passo: esserci. E quindi riportare il tutto in un'analisi che sappia ragionare su un livello superiore. Riportando il vertenziale specifico verso il politico. Senza la presunzione di aver raggiunto il compiuto, ma sapendo che quanto detto e fatto va riportato nella pratica e riverificato. Senza mai sovradeterminazioni di alcun tipo. Studiando strumenti nuovi. Come nel caso dei facchini che partendo dalla piccola lotta contro la propria cooperativa hanno identificato nella pratica che il nemico vero è chi comanda la filiera.

Questo è il libro. Un'analisi delle classi. Una fotografia ben curata che non fissa il momento ma la tendenza. Che ci dice parecchie cose. In primis che la deindustrializzazione non è un fatto netto come molti ci han raccontato in questi anni. La manifatturiera, in Italia, non è infatti sparita e quindi neanche l'operaio. Si è creata invece una nuova forma che ha superato il fordismo classico dove tutto partiva e finiva nello stabilimento. Si è passati a forme di esternalizzazione della produzione con meccanismi a filiera nazionale e internazionale. Si è ridefinito statisticamente e giuridicamente il mondo del lavoro con una rappresentazione (sovraesposta) dei servizi. Ma anche, aggiungiamo noi, un mondo dove le merci non sono prodotte e consumate in prevalenza nel luogo di partenza, ma si assiste a un mondo di servizi per la gestione di merci in transito. Magari proprio dei pezzi, in arrivo da lontano, che poi saranno assemblati nei vecchi stabilimenti. Una diversa divisione internazionale del lavoro che vede la classe operaia aumentare esponenzialmente nel mondo e ridefinirsi nel locale (stato imperialista) non dimenticando il ritorno degli strumenti per l'incentivazione degli investimenti a scopo industriale nei paesi avanzati (Usa, Francia, Gb, Germania). L'Italia è in ritardo ma non è detto che non ci arrivi.

Sfruttamento quindi ripartendo dalla fatica del lavoro dato dal proletario (finalmente tornano i nostri termini) che indossa anche altri indumenti oltre alla tuta blu. Dall'estrazione vera di plusvalore a quello al lavoro del cosiddetto "improduttivo" finalizzato però e comunque alla merce vera. Dal libro si riportano elaborati Istat, Intesa San Paolo e altri dati analizzati dal mondo padronale che confermano che una società di soli servizi è perdente nella competizione internazionale.
Allora si evidenzia la strategia del capitale dalla crisi (che arriva da lontano): compressione dei salari e dei diritti. La finanziarizzazione quella vera (capitale industriale + bancario) e quella fittizia (la speculazione con moneta e profitti di carta che bruciano periodicamente) in un ambito di crisi (e tendenza alla guerra) di sovrapproduzione di capitali, merce e lavoro deve ribadire che il comando è prerogativa di un'unica classe (che restringe spazi politici e diritti dei lavoratori) e che i salari devono essere ridimensionati su livelli di giusta valorizzazione. In ciò abbassando i salari nei paesi avanzati sapendo che quelli dei paesi emergenti sono in crescita. Il livellamento ( in termini relativi e non assoluti) deve essere sufficientemente vantaggioso per riportare i capitali in terra d'occidente. E quindi jobs act, che si affianca ai tanti attacchi di questi decenni, ma che porta il colpo definitivo o quasi a questo livellamento al ribasso.

E in ciò c'è altro. Oltre la frammentazione della classe, anche la creazione di marginalità. Di genere: l'espulsione parziale delle donne o, quantomeno, nella sostanza dei loro diritti e dei loro salari. Dell'uso ricattatorio e volutamente provvisorio dei migranti. E la creazione o il mantenimento dell'esercito industriale di riserva (questione meridionale).

Ma tutto è parte di una classe da ricomporre. Cadere nella genericità dei ceti fa perdere l'orientamento. Ed è quello che vuole il capitale. E comunque bisogna saper agire nelle sfumature. La classe è una ma le parzialità possono avere caratteristiche appunto parzialmente proprie. La battaglia politica è unica. Ma la vertenza può subire attacchi specifici: si pensi alle lotte nella logistica e in particolare alla Granarolo con il ricatto della revoca del permesso di soggiorno nei confronti dei facchini in lotta e sotto denuncia.

Ma il proletariato è la maggioranza. E il capitale (la minoranza) lo sa.
A pagina 15 del libro c'è la sintesi: il punto che dobbiamo ritenere è che, se guardiamo alle grandi trasformazione storiche, notiamo che non è tanto la grandezza della piazza o la violenza dello scontro, ma l'incidenza nella sfera di produzione della ricchezza ad aver dato a chi si mobilità una potenza enorme, ad aver "regolato" i rapporti fra le classi.

Ed ecco quindi il punto. Gli interessi di classe, i nostri diritti non sono compatibili con il profitto. Oggi più che mai con la crisi e il livellamento al ribasso. Sono finiti quaranta anni (ma forse prima) fa i punti di mediazione che in occidente si identificavano con il compromesso sociale. La caduta tendenziale del saggio di profitto ha il punto di rottura in quel periodo. Da allora subiamo l'attacco padronale progressivo mosso dalla crisi e dalla nostra sconfitta. Un attacco che cavalca la situazione e non per forza del tutto calcolato o prevedibile. Il capitale non si muove come corpo unico e non ha capacità di visione a lungo termine. Le contraddizioni intercapitalistiche e l'anarchia del mercato lo investono e lo attraversano. Ma la sconfitta gli ha dato campo libero: nel corso del tempo il capitalismo ha riconosciuto le tendenze strutturali e ha agito riconquistando spazi sovrastrutturali. Non si parla tanto dello stato (strumento repressivo e di contenimento del conflitto con polizia, politica e ambito normativo) che comunque ha sempre condotto in quanto suo strumento di intervento. Ma si parla del conflitto sociale in se (p.e. fabbrica e salario indiretto) ove l'incidenza "nostra" è stata sempre più inadeguata anche per colpe e sconfitte "nostre". I militanti non hanno saputo muoversi nel contesto e, soprattutto, non hanno saputo parlare alla classe e di classe.

Caduti nei sofismi (come detto all'inizio) o non mettendo in discussione fino in fondo l'egemonia (soprattutto organizzativa) dei sindacati concertativi ( passati nel campo avverso già ai tempi del "salario variabile dipendente") e dei partiti di sinistra borghese, compresi anche quelli di mediazione istituzionale oggi ex parlamentari (oggi marginali e inutili al comitato d'affari).

Non esiste quindi neutralità. Non esistono mediazioni possibili se non ulteriormente peggiorative. La struttura (modo di produzione capitalistico) non è la nostra. La sovrastruttura non è la nostra. Il neocorporativismo è il primo problema e il primo rifiuto da porre. Non esistono mediazioni. La tendenza è la messa in discussione generale dello stato di cose presenti. E l'unico soggetto che lo può portare è chi ha l'incidenza nella sfera di produzione della ricchezza: i lavoratori.

Il testo suggerisce poi che l'oggettività dei processi di crisi del modo di produzione capitalistico non è di per sé elemento sufficiente al definirsi di una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria in assenza di una soggettività in grado di coglierne le complessità. Individua inoltre nel neo corporativismo interclassista uno dei nodi da affrontare con la comprensione precisa di cosa ciò comporti. Propone un superamento della marginalità genetica dei movimenti che si occupano astrattamente "del tutto e del niente" senza misurarsi con i parametri veri e strutturali del conflitto.

Questo libro, in sintesi, non è un'operazione nostalgica, al contrario vuole essere strumento vivo per rimettere al centro dell'agenda politica il conflitto nella sua essenziale cruda verità di incompatibilità di interessi tra classi contrapposte.
In maniera divulgativa, chiara e sostanziata ma senza nulla concedere a "modernismi" che nel tempo hanno contribuito a modificare al ribasso gli obiettivi.

I compagni e le compagne del Csa Vittoria

www.csavittoria.org
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Da contropiano.org, di Francesco Piccioni

"CHE FANNO "I NOSTRI"? LAVORANO..."
» da molto tempo che non si vedeva un libro di analisi economica e delle classi in Italia scritto da un gruppo di giovani militanti. "Dove sono i nostri", fatica dei ClashCityWorkers dato alle stampe da LaCasaUscher, meriterebbe già solo per questo d'essere presentato. Ma c'è decisamente di più...

Si parte però anche dalla presa di coscienza, quasi improvvisa, di un gruppo di attivisti politici addensatosi a partire dalle lotte universitarie di Napoli e "cresciuto"- anche anagraficamente - fino a scoprirsi parte di un mondo del lavoro con cui "il movimento" non aveva rapporti, né conoscenza, né proposte credibili di interazione conflittuale. Situazione apparentemente paradossale, perché tutti i giovani universitari - da che mondo è mondo - frequentano il circuito dei "lavoretti" precari. Il dato nuovo, esploso con evidenza soltanto all'alba del nuovo millennio, è che questa condizione lavorativa precaria è diventata la normalità di lunga durata, una irridente "stabilità precaria" che accomuna già ora generazioni diverse.

Per i compagni del Ccw è stato dunque stupefacente e inaccettabile che tutta la problematica legata al lavoro e ai suoi conflitti fosse vissuta come estranea o "aliena" nella "discussione di movimento". Non che mancassero i riferimenti a come "il capitalismo" conquista e gestisce sia le nostre forze che le nostre vite; ma tra quelle discussioni e la vita reale di chi lavora non poteva essere riscontrata alcuna corrispondenza utile. Un deficit di concretezza e conoscenza. Insomma: per tanti compagni di questa generazione, spesso sul lavoro si è una cosa (un precario, subordinato, malpagato, individualizzato, senza organizzazione né rappresentanza collettiva), nel movimento un'altra ("attivista politico", agente collettivo, antagonista, dentro una logica o - meglio - una pulsione di rovesciamento dell'esistente). Esistenza e coscienza separate. C'è qualcosa che non quadra, lo si sente a pelle...

Non sarebbe però bastata questa nuova consapevolezza per raggiungere i risultati analitici, teorici, programmatici esposti in 200 pagine mai "noiose". Gli studi universitari erano evidentemente stati condotti con una certa cura, se il redattore collettivo ha potuto individuare fin da subito la centralità della contraddizione tra capitale e lavoro nel vivo della materia economica e sociale in cui siamo tutti immersi. L'affermazione sembra rimandare semplicemente a una tradizione filosofica precisa, ma è in realtà la chiave di volta per rovesciare la massa dei luoghi comuni - fasulli, incoerenti, questi sÏ "ideologici" - che ottundono da oltre un ventennio sia la "sinistra radicale senza radici sociali" sia l'"antagonismo comportamentale", costringendole all'assenza di un qualsiasi progetto politico. A meno di non voler considerare tale la coazione a ripetere i "cartelli elettorali" o le "scadenze a raffica".

Il rovesciamento è euristico, in primo luogo: "per capire com'è fatto il proletariato in Italia, dobbiamo spiegare com'è fatta la struttura produttiva italiana". Niente "desideri", nessuna autodefinizione soggettiva del "soggetto del cambiamento", nessuna utopia fluttuante nel chiacchiericcio su "un altro mondo possibile". » l'"essere sociale" che determina la coscienza, non viceversa. Questo è il mondo che c'è, questa la realtà che va cambiata. E la si può cambiare solo se la si è capita nei fondamentali.

C'è dunque la manifestazione di un sano metodo epistemologico per distinguere le "idee giuste" da quelle "sbagliate": la corrispondenza delle idee all'"oggetto", alla realtà concreta. Sembra una banalità, ma assumere questo atteggiamento scientificamente inappuntabile significa tagliare i ponti - senza rimorsi e con immense prospettive davanti - con una cultura politica (diciamo cosÏ...) per cui il "che fare" nasce come media delle opinioni espresse.

» dalla caduta del Muro, in pratica, che si "fa politica a sinistra" procedendo come un branco di cani che si annusano, si aggregano e - molto più spesso - si dividono cercando il baricentro al proprio interno, invece che nel rapporto materialistico con il reale; senza minimamente curarsi di verificare se la "posizione risultante dalla media delle opinioni" sia o no all'altezza del conflitto politico reale.

In molti casi viene chiamato anche "metodo della condivisione", per il quale l'atto del "condividere" prevale appunto su ogni considerazione di "efficacia"; la quale ha l'indubbio pregio di mirare alla "risoluzione dei problemi", scegliendo "la soluzione giusta", ma anche il duro inconveniente di scontentare molti. Volendo scherzarci sopra, torna alla mente "La caffettiera" di Corrado Sannucci, scomparso pochi anni fa. Una canzone fulminante, in cui una coppia "politicamente corretta" dei primi anni '70 risolve l'eterno dilemma tra efficacia e condivisione nel modo che segue:

"Siamo andati in corteo / verso la caffettiera / al sole inneggiando / della rossa primavera / in cucina dallo scaffale / la macchinetta ho preso / mentre lei lacerava / la busta del caffè sfuso / scucchiaia il macinato / mentre io l'acqua metto / quel tanto che non venga / né lungo né ristretto / quindi avvito i due pezzi / e vado al cucinino / quand'ecco lei mi porge / affabile, un cerino / insieme sulla fiammella / del gas, ancora fioca / noi, mano nella mano / mettiamo su la moka / e quando l'acqua ribolle / e fuori il caffè zampilla / nei cuori innamorati / s'accende una scintilla / il nostro rapporto è bello / teoricamente è giusto / e se il caffé è una schifezza / teoricamente è giusto".

(http://www.youtube.com/watch?v=-yUs68DD-Wk)

Torniamo alle cose serie. I compagni di Ccw prendono i dati da dove sono, peraltro accessibili a tutti. Istat, indagini empiriche di grandi banche, istituzioni nazionali e organismi internazionali. E studiano, interrogano, elaborano. Con cautela, certo. Ma alcuni dati sono incontrovertibili. Per esempio: non c'è alcuna "deindustrializzazione" deducibile dalla diminuzione della quota di Pil accreditata all'"industria in senso stretto", mentre cresce la quota ascritta ai "servizi". Perché? Per un motivo banalmente concreto, mal tradotto in termini statistici: gran parte dell'aumento dei "servizi" è rappresentato dai "servizi all'industria". Le aziende manifatturiere, specie le più grandi, delocalizzano, esternalizzano, "affidano" a terzi interi pezzi di ciclo produttivo. In molti casi senza spostare un bullone da dove è sempre stato. Ma una nuova società incaricata della "movimentazione" interna a uno stabilimento industriale - un'operazione indispensabile, parte integrante del ciclo - quasi sempre assorbe il personale che prima era calcolato in conto all'azienda, ma nel passaggio di consegne "svanisce" come "industria in senso stretto" per ricomparire magicamente sotto la voce "servizi all'industria". Nella realtà di tutti i giorni non è cambiato nulla, nelle statistiche nazionali moltissimo.

Eppure stiamo parlando di un "luogo comune" condiviso da un Giavazzi come da un Toni Negri, da Rifondazione come dai "rivoluzionari cognitivi". Un'ideologia vera, una "falsa coscienza" su cui non ci si interroga neppure più.

Ci sono certamente anche le chiusure vere e proprie, di stabilimenti grandi e piccoli, le fughe di intere linee di montaggio verso paesi dal costo del lavoro più basso, ecc. Ma è vero anche che sono in atto da qualche anno a questa parte, nei paesi "a capitalismo maturo", processi di "rilocalizzazione industriale"; una reimportazione della produzione che era stata mandata via. L'esempio più noto è la vicenda Chrysler-Fiat, in cui l'America di Obama "incentiva" un'investimento "estero" per mantenere negli Usa una produzione definitivamente chiusa per fallimento.

C'è un prezzo da pagare, ovviamente. Ed è rappresentato dal dimezzamento netto dei livelli salariali. Vale per Chrysler nel Michigan, vale per Electrolux a Susegana e Porcia; varrà probabilmente per il "jobs act" renziano, cui Ricolfi su La Stampa ha offerto un "progetto chiavi in mano" per portare i salari italiani a 800 euro. A tempo pieno, otto ore al giorno, senza troppi "diritti".

Non starò qui a darvi conto di tutti gli elementi d'analisi assolutamente decisivi "scoperti" dai compagni del Ccw. Potete leggere da soli il libro, vi sarà d'aiuto.

A me sembra però decisiva l'intenzione politica espressa senza riserve fin dall'introduzione:

una volta capita la centralità della contraddizione capitale/lavoro e l'importanza di ragionare in termini di classe, [Ö] bisogna capire come articolarla, differenziando il nostro intervento in base alle specificità di ogni settore, dando il giusto peso a ogni frazione del proletariato,[...] concentrandosi su alcuni punti politici accomunanti i diversi segmenti della forza-lavoro e stringendo cosÏ in un'unico fronte ciò che la borghesia ha scomposto".

Viviamo in un'epoca di crisi globale, con venti di guerra altrettanto globali, con soggetti statuali o quasi-statuali (l'Unione Europea, per quel che tocca a noi) di dimensioni continentali. Lo spettacolo penoso che offre la "sinistra antagonista" - le soggettività che operano nella realtà pensando a un superamento del modo di produzione capitalistico, comunque inteso - è un reperto non glorioso di un'epoca ignobile. Da cancellare ieri, non "al più presto".

Ma non c'è alcun appello possibile all'"unità" a prescindere. Nessuna mozione degli affetti che rinvii a un "dopo" imprecisabile il che fare ora. L'unità si costruisce nel conflitto, cercando insieme le "soluzioni efficaci", progettando con gli occhi infissi sul "nemico", non sui nostri "mi piacerebbe". Soluzioni che non richiedono - ahinoi - una sempre auspicabile "condivisione", ma soprattutto un'attenzione maniacale all'"analisi concreta della situazione concreta", un "senso della realtà" che non si inventa. Senza alcun "individualismo" di figura professionale, collettivo politico, gruppo o gruppetto, parzialità settoriale. Se "l'idea vincente" viene dall'elaborazione collettiva, da un piccolo gruppo, da un singolo colpito dalla Nottola di Minerva... non è importante. Non si scrive "Hey Joe" o "La Nona" mettendo d'accordo un milione di "opinioni".

Per questo, "Dove sono i nostri?", è una domanda che cambia drasticamente la prospettiva politica. Potremmo scoprire che quello che ancora ieri - magari persino in sede di prima presentazione del libro - sembrava a noi vicinissimo "nell'antagonismo al sistema", sia in realtà un pezzo di passato dannato dalla coazione a ripetere (vecchi discorsi, antiche ossessioni, stanche liturgie); mentre ciò che appariva addirittura "inavvicinabile" - come i lavoratori di ogni ordine e genere - si palesa come la materia sociale con cui il futuro viene costruito. Consapevolmente.

p.s. Dimenticavo. Sul piano teorico (o filosofico) tutto ciò implica l'abbandono del "pensiero a rete" e la riconquista - faticosa, certo - del "pensiero ad albero". Meditate, gente, non può che far bene...


Da napoliproject.org, di Andrea Salvo Rossi

"RISCHIARE LIBERTA' STRADA PER STRADA"
Il libro del collettivo Clash City Workers - "Dove sono i nostri?" - è un libro importante. Questo sia detto al di là della prospettiva specifica in cui esso si situa, che è prospettiva forte, netta, lontana da ogni divaricazione stucchevole tra momento teorico e pratica politica. » un libro importante - intanto - perché rende disponibile a tutti e a tutte un patrimonio di dati, statistiche, grafici di tendenza, ricavati dai più importanti centri di ricerca nazionale, imprescindibili per tracciare una cartografia del lavoro (e quindi: dello sfruttamento) italiano.

Una questione non banale, che potrebbe apparire scontata, ma è invece precisa scelta metodologica. La scelta di premettere all'elaborazione concettuale un momento faticoso e corposo di studio, ricerca, comparazione, schematizzazione matematica.
Questo, nei tempi dell'impressionismo teorico, in cui l'intuizione immaginifica vale quanto un anno d'inchiesta sul campo, significherà pur qualcosa.
L'idea - per tutti - dovrebbe essere quella di provare a immaginare la realtà come quella faccenda capricciosa che spiazza il piano dei concetti, forzandolo, dislocandolo, piuttosto che come una sorta d'interruttore da cui pretendere sempre la stessa risposta in qualunque condizione.
Ora, è chiaro che la selezione dei dati, il modo in cui li si connette e i percorsi di senso che alla serie numerica danno rilevanza, sono già momenti politicamente orientati, individuano già una prospettiva, un posizionamento. Se si nega la separazione netta tra teoria e prassi, sarebbe assurdo riproporre questa dicotomia in sede teorica, tra un momento denotativo/scientifico di collezione di dati ed uno connotativo, interpretativo, demandato unicamente al commento degli stessi. » evidente che le due fasi vivono di una continua contaminazione, in cui la selezione dei dati pregnanti e la loro lettura si inseguono senza sosta, cosicché oggettività e soggettività non si succedono linearmente, ma invece si costituiscono reciprocamente.
E, però, l'ambizione di esaustività, la scelta di dar conto in modo complesso e complessivo di una vasta ricognizione a vocazione scientifica indicano uno sforzo, una tensione che - in qualche modo - andrebbe recuperata in ogni proponimento analitico: una forma di onestà intellettuale, di dire-il-vero, non nel senso di pretendere per la propria ricostruzione una patina di neutralità, di incontrovertibilità, ma nel senso di rendere chiaro, manifesto, il processo che fonda il ragionamento, di dichiarare tutti i passaggi cosÏ che, sempre, chi legge ha tutto quello che serve per procedere alla falsificazione, all'opportunità di smontare la struttura della riflessione e riassemblarla: il libro dei CCW rifugge ogni postura apodittica, ogni velleità profetica, forse anche al costo di sacrificare - a questo scopo - la possibilità di una scrittura seduttiva, accattivante, più immediatamente capace di catturare e persuadere il destinatario.
Questa premessa sul metodo forse già basterebbe per aprire una discussione stimolante e necessaria: sul modo in cui si fa analisi, sul modo in cui si costruisce un'epistemologia politica. Sul ruolo degli intellettuali, come si dice (male).
E, però, non c'è solo questo.
"Dove sono i nostri" è, infatti, anche un libro che pone delle domande, delle domande cruciali, fin dal titolo: è un libro che prova ad interrogarsi sulla trasformazione della composizione di classe e sui modelli di organizzazione adeguati a quelle trasformazioni.
Rispetto a queste domande, mi pare che la cosa meno interessante che si possa fare sia lavorare per obiezioni. Obiezioni che - ebbe a dire Deleuze - non hanno mai contribuito a niente.
L'obiezione serve prevalentemente a voler rassicurare la propria identità quando essa è costretta a rapportarsi con una differenza, con l'altro da sé.
"Questo libro non considera questo e quello, avrebbe dovuto parlare di quest'altro", cosÏ da liquidare a prescindere la possibilità che un pensiero possa sorprenderci, possa farci vedere delle cose di noi che non conoscevamo, insediando la coerenza che ci attribuivamo.
Quello che invece mi sembra più interessante è immaginare, rispetto alle domande, ai problemi che pone questo testo, possibili meccanismi di traduzione, intendendo con traduzione non l'attività meccanica di trasposizione di una parola da una lingua all'altra, ma invece quell'esercizio di scarto problematico, mai coincidente, che viene fuori dalla frizione produttiva tra diversi sistemi di pensiero, di restituzione teorica della realtà: traduzione come quella pratica in cui ogni discorso illumina i silenzi dell'altro, lo muove verso direzioni inaspettate, ibridandolo e ibridandosi.
Mi limito ad un solo esempio: una delle tesi più forti di "Dove sono i nostri" consiste nella decostruzione di una vulgata che riguarda il sistema produttivo italiano, in rapporto ai diversi settori della produzione: quella relativa alla progressiva terziarizzazione dell'economia e del passaggio irrevocabile da società industriale a società dei servizi.
Il PIL italiano - questo è il primo dato esposto dal CCW (a dimostrazione del fatto che i nodi problematici non sono mai elusi, ma invece mettono in moto tutto l'impianto speculativo) - deriva per il 70% dal settore terziario, nel quale è impiegata il 68% della forza-lavoro della penisola. Quello che gli autori fanno, nei primi due capitoli del testo, è mostrare come questo dato non vada letto semplicisticamente nel frame della desertificazione industriale, della delocalizzazione.
Questi nodi esistono e, si potrebbe aggiungere, non esistono per caso, ma in rapporto alle lotte operaie degli anni '60 e '70 e alla capacità che esse hanno avuto di determinare piattaforme di diritti avanzate che ancora oggi rendono più profittevoli altri mercati del lavoro su cui si è andata concentrando la produzione materiale: ma questo non basta.
Percentuali cosÏ alte relative al settore terziario si spiegano solo a partire dalla progressiva esternalizzazione di molte mansioni che prima erano ricomprese nel lavoro di fabbrica, cosÏ come della crescita importantissima che ha caratterizzato molteplici attività legate a doppio filo a quella manifatturiera in senso stretto: tutte quelle attività legate alla comunicazione, all'informatica, al branding, al design, alla distribuzione. La manifattura, dunque, lungi dall'essere scomparsa, resta un centro attorno al quale orbitano in modo sempre più articolato nuove e diverse attività.
Ora, ci si potrebbe chiedere e mi chiedo: sicuro che questo passaggio importante che nel libro è articolato in tutte le sue fasi, sia in totale opposizione a quelle letture che accentuano i processi di trasformazione della forma-fabbrica e in qualche modo ne individuano la disseminazione su tutto il territorio metropolitano?
E cioè: fuori dalle banalizzazioni da bar per cui "guardare una pubblicità è lavorare", è possibile - lo chiedo senza retorica - provare a capire, in modo serio, se e in che forma il cuore della produzione è andato sfilacciandosi in una rete complessa di attività collaterali a quella della semplice fabbricazione del prodotto? E, continuando: che tipo di cooperazione sociale viene messo in campo a partire da queste attività collaterali? », in esse, sempre possibile o corretto distinguere il singolo lavoratore pagato una tantum per performare le proprie competenze dalla rete di relazioni, di scambi, di procedure collettive - spesso mosse da un paese all'altro - che queste competenze continuamente ricostituiscono? » possibile allora ipotizzare che oggi la produzione si innervi in una quantità crescente di lavoro gratuito che rientra nel magma delle esternalità positive della produzione e dunque pretendere che questo lavoro venga pagato? La distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo funziona oggi come ha sempre funzionato?
Tutte queste domande, però, necessitano di un interrogativo preliminare, riguardo al quale bisogna essere chiari: "la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una "immane raccolta di merci" ? Sia detto in modo inequivocabile: sÏ.
E, però, il valore incorporato in queste merci oggi riguarda esclusivamente il tempo di lavoro necessario al loro assemblaggio? O quel nugulo di attività del terziario che il CCW descrive come periferia dell'attività manifatturiera sono inserite a pieno titolo negli ingranaggi della valorizzazione? E il profitto che si fa su questa periferia è oggi sul serio definibile solo e soltanto come corollario del centro, come vicenda superflua?
Se il punto è riconoscere il ruolo tutt'altro che defilato o destinato a sparire della manifattura nel capitalismo, questo chi lo nega? Fantasiosi fautori del comunismo a mezzo di robot? Ebbene, direi che non può essere questo il nostro problema. Di ciò si può tranquillamente fare a meno, come - nella storia - si è sempre dovuto fare a meno della stupidità.
E invece, in modo molto più centrale ed assillante: come si praticano, qui ed ora, forme di coalizione sociale tra le diverse figure dello sfruttamento capitalistico? Intorno a quali rivendicazioni?
Questo mi sembra un nodo da affrontare, tutti, ognuno con i proprio strumenti (ma dentro un confronto collettivo e fuori da una concezione calcistica della militanza), immaginando il lavoro che ognuno fa su questo o quel segmento sociale non come miopia rispetto alle priorità (sempre altrove e sempre, guarda casa, a due passi da casa propria), ma come ricchezza potenziale nella definizione di alleanze ribelli tra tutti quanti provano a costruire un mondo liberato dallo sfruttamento.
In questa direzione, ben vengano lavori come "Dove sono i nostri", non come tentativo di chiudere la realtà in un libro, ma nell'idea che il grosso inizi dove il libro finisce, quando comincia a girare, ad essere letto, ad essere annotato: un'occasione di confronto e di discussione franco, tra compagni. Di questi tempi, è già tantissimo.


Da senzasoste.org, di Nique la Police

"QUANDO ARRIVANO I NOSTRI? CONSIDERAZIONI SUL LIBRO DEI CLASH CITY WORKERS"
Curiosamente, mentre leggo il lavoro collettivo dei Clash City Workers (Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi, La casa Usher, Firenze-Lucca 2014) mi arriva un testo, ordinato, di due studiosi dell'Hamilton College di New York (Henry Rutz, Herol Balkan, Reproducing Class: Education, Neoliberalism, and the Rise of the New Middle Class in Istanbul, BerghahnBooks, Oxford-New York, 2013): insomma la questione del ripensamento del concetto di classe, e della sua morfologia reale, finisce sempre per raggiungerti da più parti.

Certo, il lavoro di Rutz e Balkan non solo riguarda un'altra classe, quella media, ma anche un altro paese, la Turchia, in un periodo economico molto diverso. Infatti buona parte del lavoro etnografico di Reproducing Class risale al periodo in cui il Pil turco cresceva mediamente del 4% annuo, anni '90, mentre una parte successiva è del periodo in cui il prodotto interno lordo ha sfondato persino il 7% (metà anni 2000). Eppure il lavoro di Rutz e Balkan, come vedremo, finisce per tornare utile proprio per completare il commento al testo collettivo dei Clash City Workers. Testo che parla, al contrario, non solo delle classi subalterne ma di un paese, come ricordato nell'introduzione, dove sono oltre 150 i tavoli di crisi aperti presso il ministero del lavoro. E in questo scenario la necessità impellente, che muove Dove sono i nostri, è quella di capire il profilo sociologico dei conflitti di classe in Italia. Non per questioni di inquadramento disciplinare dei conflitti, che comunque rimane fin troppo indefinito nella asfittica letteratura scientifica nazionale, ma come questione fortemente politica: senza la comprensione della struttura di classe, sostengono sostanzialmente i nostri autori, nella quale esplodono i conflitti è impossibile esercitare ogni forma reale del politico (Introduzione, pg. 9-14). Non è quindi un caso che lo schema marxiano utilizzato, proprio per strutturare il libro, è quello dell'assunzione dell'analisi, da parte della scienza dominante, dei conflitti tra capitale e lavoro presenti in una società data. Con una differenza, già presente in Marx, proprio per questo chiamato in causa: alla comprensione dei conflitti, mutuata dalla scienza dominante, non segue una teoria del governo ma un pensiero della irriducibilità permanente dei conflitti all'organizzazione sociale del capitalismo (Introduzione, Ibidem). Proprio per questo ritorna, nei nostri autori, la necessità teorica del concetto di classe: il conflitto deve essere riportato non ad una costellazione di episodi del presente ma ad una morfologia della vasta composizione sociale irriducibile al capitale. Economia e conflitti tornano cosÏ a tenersi assieme e, finalmente, il politico non è più disciplina di governo ma di nuovo strategia, e pratica, di emancipazione.Se la teoria del conflitto, in Dove sono i nostri, è tradizionalmente mutuata da Marx, le lotte come segno storico e permanente dell'irriducibilità delle classi subalterne al capitalismo, allora il concetto di classe è direttamente ripreso da Lenin. E più precisamente, e tradizionalmente, si guarda al concetto di classe proprio nel momento storico in cui questo si colloca in un sistema di produzione dato; nel rapporto tra classe e uso dei mezzi di produzione; nell'organizzazione sociale del lavoro; nelle modalità di redistribuzione del reddito a cui hanno accesso le cassi subalterne (Introduzione, Ibidem). Coerentemente i capitoli successivi all'introduzione vengono sviluppati secondo le indicazioni ricavate dai classici: uso della scienza del dominio per definire i contorni sociologici e materiali della classe, della sua collocazione nella società italiana e nelle sue modalità di esercizio. Il testo, nelle struttura delle citazioni, appare più radicato nella patristica marxianache in qualche sua diretta filiazione italiana come l'operaismo: Marx e Lenin per come sono definiti in Italia dall'Istat, piuttosto che tramite la conricerca, si potrebbe dire. Infatti, il profilo della struttura delle classi subalterne nel nostro paese è definito, in modo marxiano, attraverso un uso ricognitivo della statistica: isolare e compilare dati, evidenziare squilibri strutturali cosÏ come emergono nella dimensione numerica. Di invasivo, rispetto all'impostazione statistica, c'è l'analisi dei conflitti presenti in ogni segmento di classe evidenziato da questo uso ricognitivo dei dati. Istat, Eurostat e diverse fondi statistiche possibili rappresentano cosÏ, in Dove sono i nostri, il Ricardo del Marx dei nostri giorni. Come i Principles dell'economista classico, anche se in completamente altri termini epistemologici e narrativi, i dati statistici non definiscono infatti la sola produzione e distribuzione di ricchezza ma anche delineano una infrastruttura sociale.Ne esce cosÏ un lavoro definito secondo questa trama di capitoli: struttura produttiva italiana (pg. 20-35); principali caratteristiche della forza lavoro (pg. 37-61); anatomia della forza lavoro (pg 63-144); lavoro indipendente, disoccupati e Neet (146-175); e, per uscire dal Ricardo dei nostri giorni e ripercorrere Marx, organizzare il conflitto (pg. 177-202).

Dall'esposizione di dati statistici e previsioni, e il relativo tema delle modalità di narrazione dei numeri e di rappresentazione dei grafici potrebbe davvero far entrare in un continente a parte (oggi assai remoto per la teoria politica italiana pietrificata in campi di cui si è persino perduto il senso), escono sostanzialmente tre filoni di analisi. Il primo insiste, e contribuisce a storicizzare una questione che è comunque pane quotidiano per chi si occupa di economia industriale da un quarto di secolo: il decentramento della base produttiva, del nucleo economico della "classe", che aiuta il lettore anche a ripensare un tema classico. Quello espresso da Gorz nel suo Addio al proletariato che, in termini più distesi, nell'arco di un trentennio, possiamo cosÏ definirlo oggipiuttosto come un addio al proletariato dei grandi insediamenti produttivi (l'idea che ci sia uno stabilimento, come nel passato, genere Mirafiori con 60.000 operai in Italia e in occidente è oggi semplicemente impensabile). Gli effetti, sia sociali come urbanistici e politici, di questo decentramento sono stati immensi e nel testo vi è, chiaramente definita, una ricognizione statistica di questo spostamento sociale e produttivo. Il secondo filone di analisi presente riguarda la questione chiara,in Dove sono i nostri, della contrazione della base produttiva. Tanto è evidente la struttura economica delle classi in Italia, con squilibri di ricchezza crescenti ma pur sempre meno polarizzati che negli Stati Uniti, tanto si dimostra come la base produttiva, infrastruttura economica delle classi subalterne, è in contrazione (in linea con l'andamento drammatico della crisi). Il terzo elemento, coerente con l'impostazione "superare Ricardo con Marx", dimostrare in modo classico che struttura economica delle classi subalterne e conflitti si tengono reciprocamente, è l'analisi ricognitiva dei conflitti presenti nei segmenti di società osservati e la messa a questione dell'organizzazione del conflitto. Ne emerge una mappatura dei conflitti locale e polimorfa che compone un quadro delle classi subalterne dove al decentramento, e alla contrazione della base produttiva, si risponde con la proliferazione locale dei conflitti (anche qui, e sul ruolo della comunicazione politica territoriale nella neutralizzazione di questi conflitti, si potrebbe dischiudere un altro continente ma una cosa alla volta).

Non è un caso quindi che nel testo si concluda, tra decentramento e contrazione della base materiale delle classi subalterne, che anche che la classe è una "complessità" (pg. 178). Non è un omaggio messo lÏ in un testo, in modo tardivo, ad un concetto ineludibile. Bastariavvolgere la trama del libro: ribadire i fondamentali della strutturazione economica delle classi subalterne, fare ricognizione della loro strutturazione nazionale ma anche del loro decentramento produttivo e della localizzazione dei conflitti. Come mai, infatti, non c'è un passaggio, una tendenza dalla territorializzazione dei conflitti alla compiuta nazionalizzazione delle vertenze? Perché nessuna di queste assume il ruolo catalizzatore che ebbe, a suo tempo, il contratto dei chimici durante l'autunno caldo? E' solo questione di agenda setting dei media principali? La risposta, immaginiamo, non può che essere apparentemente sibillina: sta nella particolare, complessa struttura sociale delle classi subalterne italiane.

Per quanto quindi la base materiale della struttura in classi della società italiana sia determinata, e Dove sono i nostri fa lavoro di chiarimento sul tema, emerge quindi un concetto di complessità con il quale è bene, sia dal punto di vista teorico che politico, fare i conti. Quali possono essere i temi che possono agitare un dibattito positivo, nel rapporto tra complessità della classe, delle classi subalterne, verso uno sbocco politico dei conflitti? Vediamone qualcuno.

- Il primo tema da affrontare, anch'esso classico, specie se legato a decentramento produttivo, contrazione, conflitti locali e polimorfi in presenza di una classe, sta ineludibilmente in Durkheim. E più precisamente nella tematica della divisione del lavoro sociale. Il sociologo di …pinal già alla fine del XIX secolo poneva infatti una questione che, in termini mutati, ci fa comprendere anche oggi il rapporto tra individuo, territorializzazione dei comportamenti e classi subalterne. Il fenomeno chiamato sbrigativamente individualismo, la parcellizzazione dei comportamenti (anche conflittuali) trovano in Durkheim la spiegazione entro l'idea che il legame sociale non si sia allentato ma modificato lungo tutto l'insieme della società. Che non si possa quindi parlare di società frammentata ma diversamente legata e collegata, connessa in modo mutato tra particolare e generale. Durante il fordismo era evidente che la divisione del lavoro sociale, compresi i processi di autonomizzazione e di legame tra particolare e generale, passava comunque in riferimento alla grande fabbrica. Oggi, in una economia sempre saldamente capitalistica, per quanto molto mutata rispetto al fordismo,emerge, da testi come Dove sono i nostri, la necessità di una mappatura rinnovata del rapporto tra particolare e generaledella divisione del lavoro sociale. E' da questo genere di mappatura, che integra l'aspetto economico-redistributivo di Dove sono i nostri, che la lettura dei conflitti appare ancora più efficace. In modo che i "nostri" siano collocabili senza esitazione entro la nuova, riconoscibile divisione del lavoro sociale. Quella divisione che, non composta del solo aspetto produttivo, fa comprendere come i momenti di parcellizzazione, la frammentazione dei conflitti rimandano comunque ad un assieme sociale conosciuto. Assieme che fa capire quanto i conflitti riguardino la società nel suo complesso non alcuni elementi locali e specifici. Insomma, emerge qui la neccessità di una produzione teorica di un assieme che ancora la dimensione conflittuale non riesce ad avere e ad indicare.

-Come organizzare il conflitto, oggetto della parte finale del testo, è comunque lo scoglio contro il quale sbattono 30 anni di teoria, e di pratiche di movimento. Qui, se ci si è rivolti all'Istat per una ricognizione della struttura di classe in Italia, non farebbe male rivolgersi a Berlusconi e a Grillo per farsi un'idea strategica di come si organizzano le classi subalterne. Per inciso stiamo parlando dei due fenomeni che sono risultati, secondo studi dedicati, essere il primo partito operaio d'Italia alle elezioni 2008 e 2013. Ma, e non stiamo parlando degli autori di Dove sono i nostri, se, a volte, riesce ad essere comprensibile un uso creativo della statistica risulta quasi impossibile una analisi, a fini di ricomposizione sociale, dei processi spettacolari di ricomposizione politica. Il criptofrancofortismo, lo spettro dell'alienazione pronto a ghermire ogni volta che si mette mano a strumenti di comunicazione politica, è ancora vivo specie nella teoria critica di movimento. In epoche ormai ancestrali, la sinistra del Pci ha studiato, criticato, compreso e superato il modello del partito, da Togliatti a Berlinguer, per incalzarlo lungo tutti gli anni '60 e '70. Oggi è chiaro come l'acqua di sorgente che i modelli di organizzazione del consenso delle classi subalterne, e persino operaio, sono altri, mutuati dalla comunicazione generalista e dalla sue successive filiazioni. Il ritardo clamoroso, su questi temi, di tanta sinistra di movimento è la cifra del suo rischio di marginalizzazione. Perché questi non sono temi di comunicazione, "mediologici", ma la moderna cifra dell'organizzazione. Un altro tema complesso non da poco.

-In sede d'analisi è poi importante, proprio come fa questo testo collettivo, tenere a mente un fondamentale punto di vista di Marx: i conflitti e la classe, le classi subalterne non sono mai come li vede la scienza dominante. Continuare ad usare la statistica comporta, successivamente, entrare nel merito nei cambiamenti delle modalità di calcolo, delle mutazioni dei paradigmi epistemologici, nei conflitti scientifici interni a quella disciplina (come in tutte le altre), dei rapporti (ad esempio) tra Istat ed Eurostat, tra pubblico e privato. Non esiste una lettura oggettiva del dato, a crederci c'è rimasto giusto qualche mohicano della politica, c'è piuttosto una continua e instabile ridefinizione del rapporto tra complessità e sviluppo della statistica, da una parte, e organizzazione dello stato, dall'altra, già vivissima fin dalla seconda metà dell'ottocento. Tutto questo finisce, da allora,sia per per mutare continuamente i contorni dell'oggetto (porzioni intere di classe che appaiono e scompaiono, a seconda delle dinamiche di reificazione "oggettiva" cioè delle mutazioni di paradigma epistemologico e delle esigenze di accumulazione) che esprimere la dinamica stessa della ristrutturazione continua sia dell'amministrazione che della forma stato. Una ristrutturazione cosÏ sottile ma forte in maniera tale da condizionare potentemente le stesse forme giuridiche. Inoltre l'organizzazione, la lettura, l'analisi dei dati, a parte la questione di quanto la ormai pressante questione dei big data cambi o meno quel mondo, sono da tempo in preda a processi di internazionalizzazione, e di privatizzazione, della reificazione che ce le rendono, a loro volta, merce. E' evidente quindi che il dato, che non era meramente tale già dagli ultimi tre decenni dell'ottocento, ha un potere di reificazione instabile e complesso che non può rimanere in mano alla scienza borghese. Non solo, se si segue un classico importante come Il caso domato di Ian Hacking si comprende come, alla nascita stessa della statistica, non emerge solo o tanto la questione epistemologica del controllo del mondo dell'indeterminato ma quello del disciplinamento della società. Il puro dato sulle classi subalterne è quindi già un dato di disciplinamento, con effetti di potere amministrativo e relazionale come giuridico e politico, ottenuto in modo complesso. Ma cosÏ forte tale da essere immanente alle modalità di ristrutturazione sia dello stato che, come oggi, della governance europea. Non solo, come benissimo sa chi segue a vario titolo il mondo finanziario, il dato ha subito da molto tempo un processo di commodification. Non è più, come nel laboratorio borghese dell'800, un prodotto della scienza autonoma dello stato ma è, in modo sempre più crescente, merce tra le merci con connesso potere di reificazione. Un altro tema di impressionante complessità da aggiungere. Proprio per "vedere" l'oggetto classe subalterna con maggiore chiarezza.

-Da qui, sulla questione, vertiginosa se presa sul serio, dei processi di commodification che vanno ben oltre la dimensione del lavoro, e della stessa moneta, va sicuramente ripensato il lavoro cognitivo. In Dove sono i nostri il tema è pensato in contrapposizione alla questione del lavoro della "classe". Il lavoro è infatti pensato, citazione letterale, come qualcosa che produce "le cose visibili". Il punto è che la commodification delle cose invisibili -dalla scienza a, toh, la struttura stessa di Internet già dagli anni '90 a dati, algoritmi, software e concetti- rappresenta quella natura ineludibile del nuovo capitalismo che porta con sé, in modonuovo, la questione del lavoro come merce. Già perché il lavoro non è merce, se prendiamo il modello Amazon comprensivo di molte generazioni di modalità di assoggettamento capitalistico, solo nei magazzini della logistica. Ma anche nelle piattaforme tecnologiche e, (per alcuni sorpresa), persino negli uffici di progettazione. Se studiare, Capitale alla mano, le modalità di accumulazione economica di Google regala molte sorprese, di cui la stessa Google è spaventata, e molte conferme, il modello Amazon fa capire spontaneamente cosa sia il piano generale di assoggettamento del lavoro. Amazon sussume infatti figure del lavoro diversissime tra di loro, unificando le forme cognitive e "non cognitive" dell'assoggettamento al capitale, per adesso, meglio di tantissimi saggi. Questo anche per capire che le stesse modalità capitalistiche di determinazione della ricchezza, e dell'assoggettamento del lavoro, possono anche sfuggire alla scienza del dominio. Solo recentemente, ad esempio, la statistica britannica ha scoperto che l'uso dell'analisi dei big data ha prodotto nel Regno Unito, in un biennio, oltre 50.000 posti di lavoro. Di cui molto, va aggiunto, è merce sottomessa quanto il lavoro che fa vedere le "cose visibili". E questo accade anche in Italia e andrebbe capito alla luce delle polemiche scientifiche che sono emerse negli Usa sulla determinazione del Pil. Possibile, dicono in Usa che nel ventunesimo secolo, nella determinazione del Pil americano, il mondo dell'informatica contribuisca sostanzialmente per quanto era stimato negli anni '70? Anche qui le risposte sono molto complesse, probabilmente con sorprese, ma "i nostri" li si scoprono, ineludibili e inevitabili, anche in quelle latitudini del lavoro. Resta da dire, sempre in termini di dibattito sul calcolo del Pil, che entrando nelle questioni beyond Gdp, che attraversano tanti dibattiti nella statistica, si può arrivare a scoprire un mondo importante quanto quello determinato dall'accumulazione della ricchezza: quello relazionale presente nelle classi e nei ceti sociali. Ed è nell'intreccio tra dimensione economico-materiale e dimensione relazionale che si struttura, anche sul piano cosiddetto quantitativo, la questione della classe. Un altro piano di complessità molto alto quanto essenziale.

-In Dove sono i nostri esce poi una dimensione di classe eminentemente nazionale. E' una questione di restringimento di campo nell'analisi o c'è dell'altro? Perché qui siamo di fronte ad un evidente e drammatico paradosso fino ad oggi superato solo dalla retorica di testi, generosi quanto prevalentemente letterari, che invocano improbabili, per adesso, ricomposizioni continentali. Mentre il capitalismo, da tempo, ha di nuovo rotto i confini dello stato-nazione, in modo estremamenente più radicale dell'epoca della prima globalizzazione, le classi sembrano sostanziarsi solo sul piano nazionale. E non è questione di argomentare sulle similitudini sul modo di lavorare, persino di consumare, in Spagna, Italia o Germania. Esistono e sono rilevabili anche in termini di comparazione dei dati. Solo che siamo di fronte, e dalla parcellizzazione dei conflitti sui territori qualcosa lo si deduce già, ancora alla coincidenza tra confini nazionali e confini politici nella relazione tra le classi subalterne. Classi che, sul continente, vivono politicamente, in modo prevalente, sul proprio spazio nazionale mentre quello del capitale è efficacemente globalizzato. Una risposta teorica, a suo tempo, è stata datanello storico Antisystemic Movements di Hopkins, Wallerstein e Arrighi. Risposta secondo la quale i movimenti, e la composizione sociale delle classi subalterne, seguono, e qui oltre a Marx si chiama in causa Weber, una combinazione di elementi di classe e di ceto (o, se si preferisce, non di classe) . Ad esempio, su Antisystemic Movements, la "classe operaia britannica", fenomeno storico, era la combinazione tra un elemento strutturale di classe, l'essere operaio, e di un non di classe (l'aspetto nazionale britannico). Questo elemento combinatorio, tra classe e non classe per capirsi, è formente presente nei movimenti come nella struttura sociale reale. Il mondo reale non funziona, ad esempio, come nella lirica del cognitariato. E nel mondo reale oggi l'assenza della classe "pura" è cosÏ forte tanto che, come è accaduto, negli anni passati sia nei movimenti che, nella loro analisi, hanno prevalso gli elementi di ceto, di identità mettendo in secondo piano, fino a far scomparire, le determinanti economiche di un comportamento, di un movimento, dell'esistenza stessa di una stratificazione sociale. Gli stessi Occupy o Indignados, per quanto abbiano riportato al centro dell'attenzione la questione materiale, non a caso hanno faticato molto a darsi una strutturazione di classe. I "nostri" di oggi sono quindi qualcosa di complesso, di combinatorio , di fronte ad una frattura sociale estesa e permanente che rischia di accompagnarci minimo per tutti gli anni '10, di cui Dove sono i nostri fa emergere il lato quantitativamente di classe e statisticamente legato all'ineguaglianza della distribuzione della ricchezza. Ma come avviene la combinazione, in Italia, tra elemento di classe e non di classe? Negli ultimi 20 anni, abbiamo citato non a caso l'esempio Berlusconi e quello Grillo, con la prevalenza di quest'ultimo. La complessità può però parlare in ben altro modo. Basta non credere alla retoriche, simmetriche, della classe pura o del superamento puro della classe. La società oggi si presenta sempre, nelle forme reali, in modo combinatorio e apparentemente incomprensibile alle forme pensate dalla politica (che è strutturata per pensare in ritardo). Basta assumere, in una logica di classe, la complessità di questa situazione.

-Un'ultima questione che riporta al tema iniziale del testo di Rutz e Balkan, sulle tattiche di riproduzione di identità e relazione di classe (media) nella Turchia dei periodi di picco di boom economico. Non è il caso di riportare alla luce i termini della polemica tra Edward Thompson, autore della fondamentale opera sulla formazione della classe operaia in Inghilterra, e il marxismo a lui storicamente contemporaneo e culturalmente antecedente. Basta ricordare l'essenziale insegnamento di Thompson: il making, il farsi storico della classe operaia non è mai la registrazione di un fenomeno puramente quantitativo. E' un lungo lavoro relazionale costruito attraverso vasti conflitti, la popular culture (le cui mutazioni sono un altro continente sconosciuto alla teoria politica contemporanea ma non al marketing), l'alfabetizzazione delle masse e la costruzione di un modello di organizzazione politica adatto all'epoca. Entro questa dimensione, nella quale si sedimenta una combinazione tra elementi di classe e non di classe con i primi come prevalenti (la "classe", "operaia", "britannica", dividiamo per tag), è possibile definire un processo politico che abbia caratteri di realtà e una prospettiva storica di emancipazione non più legata alla contingenza, alla sola letteratura o all'effimero politico. Il testo di Rutz e Balkan a modo suo, è un lavoro qualitativo, ci fa capire quanto sia adattabile, come funzioni e allo stesso tempo sia instabile, la microfisica relazionale, ed istituzionale, che riproduce le gerarchie della classe media. In adattamento, e anche in risposta, al neoliberismo. Se la classe media ha le proprie strategie immanenti e microfisiche, diffuse di adattamento al nuovo, tanto riconosciute che il recupero della middle class è al centro del discorso politico occidentale tanto si teme la sua scomparsa, si devono esplicitare quelle "della classe", delle classi subalterne. Che, thompsonianamente, non possono che comporsi di conflitti, sviluppo della popular culture (indispensabile tessuto relazionale che fa una classe), nuova alfabetizzazione tecnologica e un modello di organizzazione politica in grado di competere con l'alta complessità delle organizzazioni esistenti nel mondo capitalistico (basta avere la pazienza di entrare nella logistica, nella teoria delle organizzazioni, delle decisioni, dell'intreccio tecnologico di queste, per farsi un'idea dell'attuale primato capitalistico in materia). La complessità evocata nella conclusione di Dove sono i nostri finisce quindi per portare alle questioni della mappatura della divisione del lavoro sociale; dell'analisi e del superamento delle forme della comunicazione che, comunque, sono egemoni sulla classe; dello statuto epistemologico della statistica, del suo potere di reificazione e del suo rapporto con le mutazioni dello stato, della commodification del lavoro cognitivo da intrecciare a quella del "non cognitivo", dell'analisi combinatoria del profilo reale delle classi subalterne; del making, concreto e relazionale assieme della classe.

Dove sono i nostri è quindi un'utile istantanea sul profilo materiale, e dei conflitti, di un paese finalmente intrecciato allo spessore delle classi sociali in Italia. Un lavoro pulito, chiaro, stimolante. Come tutti i lavori ricognitivi sulla statistica tende infatti a riprodursi come un'istantanea. Di quelle che "fanno" il presente e poi, con il corso degli anni, tendono ad essere utili per fare lavoro di comparazione tra un periodo e l'altro. Il punto, una volta che entra di nuovo in campo una ulteriore dose di complessità, è poi usare questo genere di lavori per comporre scenari. Perché senza scenario, e quindi una nozione di futuro anche tutto giocato sulla possibilità e non sulla certezza, non c'è lavoro politico oltre il presente.E qui non possiamo non citare, per gli scenari che si compogono, un testo sul quale varrà la pena ritornare: The Second Revolution Machine di Erik Brynjolfsson, direttore del MIT Center of Digital Business, e di Andrew McAfee (editori Norton & Company, New York 2014). Il testo è stato presentato in casa Google, a Mountain View, e a casa Microsoft a Seattle in tutto allarme econ un'avvertimento di fondo: il ritmo della rivoluzione tecnologica attuale, che comporta la restrizione della base lavorativa, cognitiva e non, sta minando persino il capitalismo . Diciamo che qui Google è un tipo di capitalismo che si pone il problema strategico della propria sopravvivenza. Proprio come quello che interrogava sé stesso, cominciando a differenziare il business, entro il fenomeno della restrizione della base operaia della grande fabbrica trenta anni fa.

Si noti quindi che, in contemporanea all'uscita del testo dei due studiosi del MIT Center, una vestale dell' azienda leader del capitalismo delle conoscenza Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, al forum di Davos si è detto preoccupato del fatto che "l'intera gamma dei lavori oggi in pericolo verrà spazzata via" dai processi di evoluzione tecnologica. L'Economist stima che, nei prossimi anni, il 46 % dei posti di lavoro, nel mondo occidentale, rischia di essere azzerato con scarsa possibilità di sostituzione. Dove sono i nostri va quindi messo, come il testo di Rutz e Balkan, accanto a testi come The Second Revolution Machine: in modo da poter comporre lo scenario. Uno scenario di mutazione sociale dettata dalle leggi del valore che, in filiazione con le trasformazioni degli ultimi 20 anni, sarà dirompente per ogni classe e tanto più per quelle subalterne. Ma, nella consapevolezza degli scenari possibili, lacomplessità ci porta proprio a indagare dove sono i nostri e a chiedersi quanto anche quando arrivano. Già, ma quando arrivano i nostri? Nelle Affinità elettive Goethe ricorda che tanto più si moltiplicano gli ostacoli tanto più la meta è vicina. Ascoltare un altro classico, stavolta del romanticismo ma anche di uno straordinario materialismo acerbo, altro non è che opera di saggezza. Del resto, l'entusiasmo del giovane Marx per Goethe è testimone di questa saggezza.


Da contromaelstrom.com, di Salvatore Ricciardi

"SBROGLIAMO IL GARBUGLIO, TROVIAMO IL BANDOLO DELLA MATASSA"
Finalmente! » questa l'esclamazione che mi è venuta spontanea dopo aver girato l'ultima pagina del libro Dove sono i nostri. Finalmente!, e adesso mettiamoci al lavoro. » un libro che molte e molti aspettavano e io con loro. Ma chi siamo quelli e quelle che lo aspettavano?

Tanti, ma forse non tutto il "movimento"; per ora solo quelli che hanno una gran voglia di mettersi in gioco, di mettersi in movimento e gettarsi nella lotta, perché hanno la consapevolezza di essere parte di quel settore sociale, di quella classe che è costretta a vendere la propria forza lavoro per campare e dunque non possono fare a meno del conflitto, della resistenza e dell'offensiva, altrimenti soccombono.
Quale il merito del libro? Quello di aver messo al centro dell'analisi la contraddizione Capitale/lavoro: di qui non si scappaÖ affermano, e continuano «la contraddizione capitale/lavoro è quella più universale, [che riguarda] la stragrande maggioranza delle persone [che] ha bisogno di andare a lavorare e passa una quota consistente della sua giornata sui posti di lavoro» (pag.14). Un'analisi «per capire com'è fatto il proletariato nell'Italia di oggiÖ» (pag.17)

Che fare di questo libro? Non è uno di quei libri che, dopo averlo letto, lo si ripone nello scaffale, accompagnandolo da una valutazione nel consigliarne la lettura ad altri o, al contrario, nel dissuaderli dal leggerlo. Le tesi espresse in molti altri testi che sono circolati nel quindicennio passato, non mi hanno convinto, parzialmente o totalmente, ma ancor di più mi infastidiva la costatazione che quelle tesi non stimolavano nessuna pratica.

Dove sono i nostri al contrario è, secondo me, un libro di lavoro, di quelli che si tengono in tasca quando andiamo a confrontarci con le lotte esistenti o con tensioni non ancora espresse; quando andiamo a fare inchiesta per conoscere e intervenire nelle situazione in cui il conflitto di classe è sul punto di scatenarsi, o è già in corso. L'inchiesta è infatti ciò che sta a monte e a valle dell'analisi che le compagne e i compagni di Clash City Workers (ccw) hanno prodotto. Il sottotitolo esplicita: Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi; dunque un lavoro per comprendere la situazione oggettiva della classe lavoratrice, ossia la realtà produttiva, per definire il "campo di battaglia" dello scontro di classe in questa fase, come è stato detto durante la presentazione all'università di Roma. Non solo il "campo", ma anche le "forze" che operano in quel campo, ossia quelle masse di proletari che producono profitti per i capitalisti. Quelle forze proletarie che possono e debbono organizzarsi e lottare; e forse lo stanno già facendo anche se noi non riusciamo a intercettarle. «...e, soprattutto, connettere costantemente l'analisi più "alta" all'inchiesta che abbiamo sviluppato per anni "dal basso", nei più diversi posti di lavoro. Un'inchiesta che cerca di andare a capire come vivono materialmente i lavoratori, quali sono i loro comportamenti, quale la loro coscienza, come entrano in relazione fra loro, con la società e lo Stato nel suo complesso, quali mediazioni si esercitano su di loro». (pag.12)

L'inchiesta è stata il motore di questo sforzo analitico delle compagne e dei compagni di ccw. La loro militanza e alcune inchieste li avevano portati a contatto con realtà conflittuali di alcune aree italiane, con numerose tipologie di lavoro dipendente e situazioni produttive le più disparate: dai lavoratori dell'industria a quelli del commercio, da quelli dell'agricoltura a quelli della distribuzione e delle costruzioni, dal trasporto cittadino ai lavoratori della scuola o dei servizi alle imprese, e ancora, dai "falsi" soci delle cooperative, fino al "mascherato" lavoro autonomo, ecc., ecc.
Loro, compagne e compagni del ccw, hanno voluto vederci più chiaro e capire se quei gruppi di operai, a volte poche decine, non migliaia, alle prese con la necessità di dare una risposta a un padrone arrogante o con la non facile organizzazione di uno sciopero, fossero gli ultimi superstiti di un numeroso e combattivo settore di classe che aveva fatto tremare palazzi reali e cancellerie, ma ormai scompaginato; se quei capannoni, quei magazzini eretti in sperdute periferie o anche centri commerciali presenti nell'area urbana fossero la risulta del definitivo smantellamento dei giganteschi opifici ottocenteschi e novecenteschi, oppure fossero parte delle numerosissime propaggini, via via crescenti, della diffusione dei luoghi di sfruttamento di una classe operaia sempre molto numerosa, ma dispersa. Frantumata dai processi di delocalizzazione e dallo spezzettamento delle strutture produttive, ma più ancora disorientata dalla sconfitta politica e dall'imbroglio ideologico prodottosi nel passaggio di secolo.

Dunque si può ripartire. Con «L'intervento politico. Cerchiamo di incrociare ora tutti questi dati sulla forza-lavoro industriale con la nostra esperienza diretta di incontro e inchiesta militante, in questo campo piuttosto ricca e variegata». (pag 76)

» un invito interessante, per metterci al lavoro, anche perché dall'analisi che emerge dal libro si afferma che «la classe oggi è molto più omogenea che in passato, e nei prossimi anni lo sarà sempre di più» (pag. 191), è assai probabile e, senza voler essere deterministi, la tendenza sembra proprio essere quella. » un invito che va accompagnato con l'esortazione a liberarsi di quelle analisi teoriche intorno a nuovi soggetti che, impadronirsi del sapere scientifico-tecnologico e senza colpo ferire, ci avrebbero traghettato verso una società idilliaca. Dimenticando, gli estensori di queste teorie surreali, che nella stagione dell'aspro conflitto degli anni Sessanta e Settanta, avevamo affermato con decisione che scienza e tecnologia non sono affatto "neutrali", che proprio dentro quella scienza e quella tecnologia sta iscritto questo sistema di sfruttamento, è lÏ dentro che si riproduce quel modo di produzione capitalistico che è il nemico da abbattere.
Fino a qui tutto bene? Certo, ma c'è anche materiale per aprire una discussione schietta e franca, ancora tutta da fare, che prenderà sostanza all'interno dello sviluppo del conflitto di classe. Mi riferisco all'annoso problema che è solo accennato verso la fine del libro, quando si arriva ad uno dei quesiti più spinosi ma decisivi:

«Öcome organizzare il conflitto? Una risposta banale, che però, come spesso accade, è la più trascurata. Tuttavia possiamo provare a circostanziare ancora questa risposta, in modo da chiarirci su una questione centrale: quali sono le relazioni fra piano sindacale e piano politico?» (pag.197)

E più avanti:
«Dobbiamo unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi sul piano politico, ovvero sul piano dei rapporti di forza complessivi fra le classi, sul piano decisionale e della gestione di tutti gli aspetti della società». (pag. 199)

«Ö il rapporto fra sindacale e politico, potremmo dire che bisogna supportare la resistenza, ma preparare l'offensiva».
(pag. 200)


Sono interrogativi che non si possono eludere e che rimpallano la domanda del "dove": dove avviene questa auspicata ricomposizione di classe intorno a una prospettiva generale di potere che si fa necessità storica? In quale ambito può avvenire la crescita della coscienza di classe che concepisca la trasformazione rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico? Abbiamo alle spalle oltre 150 anni di sforzi che hanno cercato di dare risposta a questi interrogativi. Ciascuno può, alcuni lo fanno, riferirsi a risposte date in situazioni, epoche e aree diverse, che siano risultate vincenti oppure no. Che lo facciano pure, niente di male. Noi potremo però provare a utilizzare interessanti tentativi più vicini a noi, quando gruppi di lavoratori, nei primi anni Settanta, alla Pirelli, alla Sit Siemens, alla Marelli, all'Alfa, alla Fiat, all'Ansaldo ecc., si sono organizzati, fuori di sindacati e partiti, e hanno iniziato a dar battaglia sulle consuete vertenze del cottimo, dei ritmi, del furto sulle paghe, delle ferie, dell'orario, ecc. Poi, incontrandosi con altri gruppi di lavoratori e misurando la propria forza capivano che potevano imporre il loro "controllo sulla produzione"; cosÏ perfezionavano il proprio strumento di organizzazione autonoma di classe e si ponevano il problema dello Stato, per essere adeguati al compito di rappresentare la propria classe di appartenenza in una opzione di potere. Con la prospettiva di una vera rivoluzione: abolire il capitalismo, costruire una società senza classi; assumevano tutte le pratiche conseguenti: da quella rivendicativa a quella politica e finanche quella militare, senza alcuna mediazione né rappresentanza esterna. Il "dove" era dato: era nel comitato operaio, senza vincolo di fabbrica né di settore, ma unito ad altri comitati e compagini rivoluzionarie. La trasformazione della lotta dalla resistenza alle pratiche offensive, con l'obiettivo del potere, avveniva lÏ! Una trasformazione che si produceva nel "caldo" della lotta, nell'avvicendarsi degli avanzamenti e degli arretramenti. E solo lÏ può avvenire, se vogliamo evitare la formazione di "ceti politici" rappresentanti.

» successo, tra tanti errori per lo più inevitabili, ma è successo. Può succedere ancora. » una discussione da tener presente nei prossimi incontri.
Il bandolo della matassa per sbrogliare il garbuglio (e la confusione) è lÏ: in mano a coloro che sono dentro i percorsi di autorganizzazione, quando saranno/saremo in grado di ampliare la lotta sulla condizione proletaria, via via, complessiva. Dal problema del salario scarso, inadeguato, precario, mancante, a quello della casa e del costo dei servizi; alla difficoltà, a volte impossibilità, di tutelare la salute propria e delle persone care, al problema dell'ambiente devastato e messo a profitto dai capitalisti, a quello della scuola, dei trasporti e a tutti gli altri molteplici aspetti, che formano la condizione complessiva di classe subalterna in grado di misurarsi, vis a vis, col capitale internazionale. Perché internazionale è la classe operaia e internazionale dev'essere la lotta e la consapevolezza della necessità storica dell'abbattimento del modo di produzione capitalistico, per una mondo senza classi.

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  • abd elsalam
    Sep 30 , 2016

    Il 15 settembre, durante una manifestazione al magazzino della GLS di Piacenza, è morto Abd Elsalam, lavoratore della logistica.

  • abd elsalam
    Sep 21 , 2016

    Nella notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 settembre un lavoratore egiziano di 53 anni, Abd Elsalam, è stato ucciso mentre scioperava davanti alla GLS di Piacenza, azienda in cui lavorava da anni. Durante il picchetto è stato investito da un camion che ha tentato di forzare il blocco e uscire dai cancelli dell’azienda.

  • abd elsalam
    Sep 19 , 2016

    Lo abbiamo scritto: la vicenda di Piacenza ha toccato gli animi di gran parte dell'opinione pubblica.

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