Intervista ad un lavoratore del Coordinamento RSU CGIL per il NO al referendum costituzionale

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La battaglia per il referendum costituzionale procrastinato il più possibile da Renzi, timoroso di poterlo perdere dopo averci investito praticamente tutto il suo capitale politico, sta entrando nel vivo.

Assemblee, mozioni, scontri (più o meno simulati) sui media, chiacchiericcio televisivo, ormai hanno come argomento principe la riforma della Costituzione sostenuta dalla maggioranza parlamentare e dal governo, oltre che dalla Confindustria, dagli Stati Uniti – che si sono pronunciati per bocca dell’ambasciatore in Italia, con un’ingerenza negli affari interni italiani che ricorda quelle, ben più pesanti, dell'immediato dopoguerra – e dal più filo-padronale dei sindacati italiani, la CISL.

E la battaglia inizia a varcare anche le soglie dei posti di lavoro. A Napoli, nella fabbrica della FIAT – FCA, già simbolo del marchionnismo rampante, pochi giorni fa, il 25 settembre, è stato inaugurato il circolo di fabbrica del PD che sarà anche il primo comitato in Italia delle tute blu per il SI’ al referendum costituzionale. La scelta di Pomigliano d’Arco non è casuale: Renzi&Co. hanno ovviamente intenzione di cavalcare la forte carica simbolica di tale inaugurazione. Da mesi, infatti, il governo spaccia la riforma della Costituzione per atto dovuto ai fini di una modernizzazione del paese, per rendere tutto più rapido ed efficiente. Esattamente le stesse parole ripetute come un mantra da Marchionne quando nel 2010 a Pomigliano fu creata una new company e ai lavoratori fu sottoposto un referendum – che a molti sembrava assomigliare più ad un ricatto – per decidere se accettare un nuovo contratto, che prevedeva meno pause, meno tutele, meno diritti o, invece, perdere il posto di lavoro.
Modernizzazione vs. conservazione, velocità vs. pantano, nuovo vs. vecchio, sono le coppie dicotomiche utilizzate dalla propaganda governativa e padronale. Marchionne e Renzi vanno a braccetto. Combattere l'uno significa dover fare i conti anche con l'altro. Sono la stessa espressione del capitalismo nostrano, uno nei panni dell'uomo di stato, l'altro in quelli dell'imprenditore modello.

Per fortuna, però, non è solo il fronte del SI’ ad organizzarsi. Se da una parte, partito da Melfi, è già nato un comitato nazionale all’interno degli stabilimenti della FCA, che si è dato per compito quello di portare le ragioni del NO tra gli operai dell’azienda, dall’altra centinaia di RSU Cgil hanno aderito con convinzione al “Coordinamento RSU Cgil per il No al referendum costituzionale”.

Abbiamo chiesto ad uno dei promotori di quest’iniziativa, un lavoratore di Livorno, di condividere i motivi per cui il Coordinamento è stato messo in piedi, per capire in che modo l’eventuale vittoria del SI’ e quindi il passaggio della riforma costituzionale andrebbe ad incidere sulla vita di chi lavora e per cercare di capire un po’ che aria tira tra i lavoratori e all’interno della più grande organizzazioni sindacale d’Italia. Perché per far vincere il NO c'è bisogno di organizzarsi e il fronte del lavoro non può rimanere disarmato.

Come mai avete deciso di schierarvi per il NO al referendum costituzionale e perché pensate che i lavoratori e non solo i cittadini debbano organizzarsi per far vincere il NO?

Abbiamo fatto questa scelta dopo aver letto nel dettaglio le modifiche proposte. La Costituzione sancisce un principio fondamentale ovvero che nella Repubblica italiana il lavoro ha un ruolo centrale nella visione di società e che l'articolo 1 parli di Repubblica fondata sul lavoro non è certo un caso. Anche se a nostro avviso dovrebbero essere i lavoratori centrali e non il lavoro, perché oggi in nome del lavoro si accettano condizioni ben al di sotto di ciò che in uno stato civile si dovrebbe garantire, permettere oggi di modificare la Costituzione aprirebbe ancor di più ad una deriva liberista che già oggi invade le logiche imprenditoriali e di governo.

Come si concretizza e poi come nasce l'idea di un coordinamento RSU?

L'idea nasce dall'aria che ognuno di noi respira quotidianamente nei luoghi di lavoro e più in generale dalle sensazioni che percepiamo confrontandoci con tutta quella parte di popolo che per vivere ha bisogno di lavorare. Il percorso si è concretizzato riallacciando i rapporti che negli anni precedenti avevamo intrecciato con molti delegati e delegate sul territorio e impegnandosi nel divulgare l'iniziativa a tutti i nostri contatti, aprendo ad una partecipazione orizzontale. Proprio per questo motivo abbiamo scelto che nessuna componente interna doveva far sua l'iniziativa ma soprattutto ogni delegato che aderiva si doveva far promotore.

Che reazioni ci sono state tra i lavoratori e come ha reagito la CGIL anche a fronte della decisione ufficiale di schierarsi dalla parte del NO?

Diciamo che questo percorso è ancora alla fase 1, il nostro obbiettivo primario è stato intercettare delegati e delegate proprio perché sarà compito loro passare alla fase 2, ovvero quella di creare livelli di consapevolezza tra i lavoratori e le lavoratrici. La CGIL il 24 maggio scorso elaborò un documento dove chiaramente smontava questa riforma sia nel merito che nel metodo, ma non espresse indicazione di voto. Il nostro obbiettivo era proprio lanciare un messaggio chiaro dalla base ai vertici della confederazione per esprimersi in maniera netta per il NO. Il documento dell'8 settembre che sgombra il campo da dubbi e ambiguità, lo abbiamo accolto con molto piacere perché esprime una posizione che condividiamo per tre motivi principali:

1) La CGIL dà indicazione per il NO;

2) La CGIL rivendica la propria autonomia dalla politica e non entra nelle decine di comitati che sono nati: al loro interno troviamo di tutto, perché se è vero che Confindustria e la CISL sono per il SI’, è altrettanto vero che forze politiche che non mettono certo i lavoratori al centro dei loro programmi (ovvero Forza Italia, Lega Nord e tutto il resto della destra) sono per il NO;

3) La CGIL impegna le proprie strutture territoriali a divulgare le motivazioni della scelta e a promuovere la partecipazione al voto di lavoratori/trici, pensionati/e e più in generale tutto il "mondo" che rappresenta. Nel frattempo le RSU promotrici dell'appello per il NO oltre a svolgere un lavoro di informazione nei luoghi di lavoro controlleranno che le strutture territoriali si impegnino ad attuare la linea scelta dall'Assemblea generale nazionale.

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