Ichino non ci freghi: a noi non serve formazione continua ma salari, diritti e orari ridotti!

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ichino

La prima cosa da sottolineare della lettera di Ichino al Corriere prescinde dal merito dell'articolo: a fronte dei dati appena usciti che ribadiscono, ormai noiosamente, il completo fallimento del Jobs Act nella creazione di posti di lavoro, il sig. Ichino, che di quella legge è l'inventore, con la faccia come il culo scrive al direttore senza fare un minimo di autocritica, anzi rilanciando un nuovo attacco ai diritti dei lavoratori sotto forma di "proposta" di nuove misure a sostegno del lavoro debole.

Se il sig. Ichino avesse un datore di lavoro come i nostri, dopo un fallimento così eclatante come il Jobs Act sarebbe stato mandato a casa su due piedi (senza reintegro e con due spiccioli in mano); ma i datori di lavoro di Ichino da lui esigono proprio questa sfrontata falsa coscienza, per cui il sig. Ichino è, da anni, pagato per pensare sempre nuove soluzioni per distruggere il potere tecnico e contrattuale del lavoro spacciandole per soluzioni per "tutelare" il lavoro.

Veniamo ora al merito dell'articolo. Qual è la soluzione del sig. Ichino per diminuire la disoccupazione e il cattivo lavoro? Semplice: cancellazione dei contratti nazionali e cicli di formazione obbligatoria e permanente per permettere alla forza lavoro di "vendersi" meglio.
Secondo l'eccellente giuslavorista "tra chi sa soltanto confezionare o recapitare una pizza e chi sa individuare i suoi potenziali consumatori e gli ingredienti della stessa pizza a loro più graditi, come raccoglierne in modo più efficiente le ordinazioni e i pagamenti e come organizzare le consegne, si è determinata una distanza molto maggiore nel mercato del lavoro rispetto a quella che separava cinquant’anni fa, o anche solo venticinque, il pizzaiolo o il fattorino più produttivo da quello più imbranato". Quindi, proseguendo il suo ragionamento, il lavoratore che non sa usare Internet per cercare tutti i ristoranti di una zona (c'è TripAdvisor, diteglielo) o che non fa complessissime analisi predittive sulla domanda di pizza in un certo quartiere (ma il sig. Ichino ha fame?) è fuori, e per restare nel mercato del lavoro deve aggiornarsi...ma chi paga la formazione? Lui, è chiaro: lo sanno già tutti i lavoratori dipendenti obbligati ad ore di formazione non retribuita per adeguarsi alle nuove tecniche o ai nuovi protocolli, senza che ciò comporti alcun "vantaggio competitivo", come l'illustre giuslavorista vorrebbe farci credere. La generalizzazione dell'innovazione - nei casi in esempio, Internet - semplicemente rende un determinato livello di formazione il minimo necessario per lavorare, non un "privilegio" per accedere a migliori condizioni lavorative e salariali.

Lo sanno bene i lavoratori della cosiddetta "gig economy", dai corrieri di Deliveroo agli autisti di Uber: hanno uno smartphone di proprietà (quindi hanno pagato di tasca propria l'innovazione); guadagnano, se va bene, 2 euro all'ora, nonostante sappiano tranquillamente usare le app e cercare on line gli indirizzi per organizzare pagamenti e consegne.

Non ci siamo dovuti sforzare molto per smontare l'ennesima menzogna dell'illustre giuslavorista, la realtà lo ha fatto per noi: del resto la grande dote del sig. Ichino non è mai stata quella di proporre soluzioni realmente innovative - magari discutibili ma basate su dati, studi, cose concrete - bensì quella di anticipare, come in un trailer scritto male, l'orizzonte del prossimo attacco alla classe; in questo caso, la cancellazione del contratto nazionale ed aumento del tempo di lavoro.
Potrà ingannare qualche lettore del Corriere anziano come lui, il sig. Ichino, ma non noi: e dall'alto della sua quasi cinquantennale esperienza nel mondo del lavoro, che poco modestamente richiama ad inizio lettera, ricorderà certamente che i lavoratori possono essere divisi, repressi, attaccati, ma non presi in giro: nessuno gli credeva ieri, quando decantava le magnifiche sorti e progressive del Jobs Act, nessuno gli crede oggi.

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