Scrivere la cultura operaia. Il lavoro di Sisifo

A fine dicembre, a Napoli, abbiamo avuto il piacere di organizzare un’iniziativa pubblica con Alberto Prunetti. Ci interessava andare oltre i suoi libri, che abbiamo letto e che ci hanno commosso, appassionato e spinto ad essere ancora più determinati nel lavoro politico.

A fine dicembre, a Napoli, abbiamo avuto il piacere di organizzare un’iniziativa pubblica con Alberto Prunetti. Ci interessava andare oltre i suoi libri, che abbiamo letto e che ci hanno commosso, appassionato e spinto ad essere ancora più determinati nel lavoro politico.

Allora gli abbiamo chiesto: “Alberto, visto che al centro dei tuoi scritti ci sono figure operaie, rappresentative di una condizione che è al contempo individuale e collettiva, che ne dici se partiamo da queste storie per parlare di “cultura operaia”? Esiste? Ha ancora senso? E come possiamo contribuire alla costruzione di un immaginario di emancipazione?”
Ecco, così nascono queste pagine che Alberto ha voluto mettere nero su bianco. Per noi sono pagine importanti, perché permettono di alimentare un dibattito che stiamo cercando di portare avanti da anni. Quando sosteniamo lavoratori e lavoratrici in lotta, quando siamo con loro ad un picchetto, quando organizziamo una manifestazione o un volantinaggio o anche quando semplicemente diamo spazio a queste storie sui nostri canali, non lo facciamo con lo spirito del giornalista. E nemmeno semplicemente con quello del propagandista o dell’organizzatore. Dalle migliaia di storie che incontriamo e che viviamo tutti i giorni cerchiamo di tirar fuori qualcosa in più degli aspetti vertenziali. Ognuna di queste lotte, per quanto piccola o grande che sia, è infatti fatta di cuore e sudore, di ansia, insonnia, paura, dignità, determinazione, speranza nel futuro. Elementi che però non troviamo nella “cultura” mainstream, a meno che non servano a svolgere un ruolo di conservazione dell’esistente. E mai che i lavoratori siano soggetto, al massimo oggetto su cui i benpensanti possono esercitare il loro odioso pietismo. Queste pagine di Alberto, e il dibattito avviato con lui, che va oltre queste parole, vogliono invece delineare una storia diversa…
Buona lettura!

P.S.: Vorremmo che questo fosse tema di dibattito, aperto ai contributi di tutti. Perché se dobbiamo costruire un immaginario diverso serviranno la creatività, l’impegno e la dedizione di tante e tanti. Scriveteci, commentate, domandate, dite. Non siate assenti. Si parla del nostro futuro…


Problematicità nella definizione di “cultura operaia”

È difficile parlare di cultura operaia per diverse ragioni. In questo campo l’errore più grosso è quello di fornire definizioni essenzialiste, identitarie, rigide, prive di sfumature. È quello che accade quando si parla per esempio di “cultura islamica”, “cultura meridionale”, “cultura italiana”, etc etc… associando tutta una ragnatela semantica di stereotipi. Ultimamente ci troviamo di fronte a frequenti “eccessi di culture”, per citare il felice titolo di un libro dell’antropologo Marco Aime. Le culture sono diventate oggetti identitari e tutto (soprattutto gli stereotipi) viene culturalizzato.
In realtà la cultura è un campo poroso di relazioni in continua evoluzione, in tensione dialettica, tutt’altro che statico. E le culture - intese come ambiti simbolici e materiali in cui si riproducono sistemi di sapere, capacità, percezioni di sé, degli altri, punti di vista sul mondo - sono elementi che evolvono e risulta difficile schiacciarli su due assi cartesiani e rappresentarli univocamente.
Quanto agli operai, oggi assistiamo a una vulgata che li dà per morti e sepolti, salvo riesumarli ogni qual volta ci sia bisogno di ripulire i panni sudici della borghesia: per esempio, nonostante i dati elaborati dalla CNN dicessero il contrario, i giornali hanno parlato di un Trump eletto coi voti della working class, quando le statistiche indicavano un voto repubblicano costruito sui redditi medio-alti.
Pertanto la classe operaia non esisterebbe più ma c’è eccome quando serve: quando c’è da sfruttarla. Piuttosto, è cambiata la sua struttura sociologica ed è venuta meno la sua centralità, la sua forza egemonica. Oggi l’operaio non lavora solo nella grande industria (o almeno non più come prima), ma anche  nei servizi e nella logistica. Invece di un italiano dialettale, può darsi che la lingua che usa per comunicare coi suoi compagni sia il bengalese o l’arabo. La classe operaia in Italia non c’è più? C’è, eccome, è solo che non capite la sua lingua mentre lavora. O non avete orecchi per intendere o occhi per vederla. (Al riguardo, si veda l’inchiesta operaia realizzata da Clash City Workers, “Dove sono i nostri? Lavoro, classe, movimenti”).
Pertanto, ammessa la problematicità dell’espressione “cultura operaia”, quello che posso dire è che la cultura ha anche a che fare con la consapevolezza ossia con la coscienza di classe. E quella che abbiamo oggi è una classe operaia in trasformazione, sotto assalto, divisa, segmentata e iper-sfruttata, una nuova working class che nella notte delle trasformazioni imposte dal capitale cerca di trovare una forma dialettica in cui riconoscersi, manifestarsi, esprimersi, per rimettersi in cammino in un nuovo ciclo di lotte. Dov’è questa classe? È dispersa. L’astuzia del capitale la fa lavorare al buio, in grandi magazzini lontani dalle città; è una classe di lavoratori dei servizi che possono spostarsi tra Berlino e Londra, facendo caffè e pizze, al di fuori del canone della ristorazione artigianale di un tempo. Un lavoro massificato, di trasformazione di prodotti alimentari preparati e congelati che si muovono come blocchi inerti sulla catena di montaggio. Non come un barista ma come un operaio, ormai si lavora da Starbucks o da McDonald’s. E la stessa routine si impone quando si viene assunti da Amazon come magazziniere o si fa il commesso in una grande libreria italiana di catena.

Parlo di una working class che può offrire un tetto ai precari provenienti dai ceti medi impoveriti. A questi lavoratori è necessario fornire dei mezzi per storicizzare la propria condizione, per riconoscerla come un fatto sociologico con un proprio percorso, per orientarsi nel lavoro e nelle rivendicazioni su coordinate di classe invece di percepire la propria condizione come una manifestazione di un’occasionale e privata “sfiga” esistenziale. Per salvarsi tutti assieme, perché un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti.
Ecco, perché questa nuova classe sociale si riconosca, bisogna vincere le strategie che vorrebbero segmentarla grazie al razzismo (“prima gli italiani”), distinguendo tra lavoratori italiani e immigrati, quando la classe operaia da sempre è migrante. Bisogna lavorare sull’immaginario e sulla prassi, facendo cose che sono assieme simboliche e pratiche. Perché l’immaginario forma la prassi e la prassi costruisce l’immaginario.
Bisogna rivendicare diritti e ripartire dal lavoro di base, nel quartiere ma prima ancora sui luoghi di lavoro. Costruire dal basso piccole camere del lavoro precario che funzionino da sportello per i lavoratori precari, italiani o immigrati. È un lavoro fondamentale. Ma da solo non basta. Dobbiamo anche lavorare sulla scuola, ripartire dalla formazione permanente, fornire servizi di doposcuola per aiutare i ragazzi delle famiglie operaie e immigrate, oggi a rischio di nuove esclusioni. Ma anche questo non basta. Bisogna ricostruire un immaginario. Perché l’immaginario fa la cultura. Un immaginario alternativo si costruisce soprattutto coi libri, coi romanzi, coi film, con le canzoni, con le fotografie. Con le manifestazioni, con i volantini (non lasciamo, per la miseria, i muri alla destra).

b_300_0_16777215_00_images_01_documenti_articoli_2017_07_02_Prunetti2.pngQuello che sto provando a fare, come scrittore, con la mia trilogia working class in corso d’opera, è contribuire alla costruzione di un immaginario per la nuova working class, legando ponti tra la vecchia classe operaia di fabbrica e la nuova classe operaia dei servizi e dei lavori di pulizia, e i lavoratori dei call center e i lavoratori migranti e i lavoratori dell’editoria a collaborazione e i precari della cultura e i voucher e tutta la filiera dei lavori precari, esternalizzati, dispersi a rete. Non c’è più una fabbrica davanti alla quale andare a volantinare come un tempo, è ancora più difficile, ma l’immaginario soffia dove vuole e raggiunge i lavoratori più dispersi.

Alcune dimensioni dell’immaginario operaio del passato

[Provo a ragionare di “cultura operaia” in maniera meno astratta, sulla base di un caso specifico che conosco bene, quello delle due piccole città operaie in cui sono nato e sono cresciuto: Piombino e Follonica. Non importa se non sapete trovarle sulla cartina: servono solo come esempio per coordinate valide universalmente, a Bagnoli come a Sesto San Giovanni.]

Foto di gruppo e convivialità: l’iconografia operaia del passato
Mi sono imbattuto in alcune fotografie del passato, pubblicate in appendice a opere sulla classe operaia dell’Alta Maremma. La bibliografia sta in coda a queste note, comunque mi riferisco a un’inchiesta prodotta a caldo sulla classe operaia follonichese nel ‘77 dall’Università degli studi di Siena, un memoriale di un’insegnante che lavorava con studenti figli di operai, un’inchiesta scritta con sguardo retrospettivo su una comunità di base di cattolici del dissenso a Piombino – sempre negli anni Settanta -  e un libro fotografico di un comitato di quartiere del rione operaio dei Diaccioni di Piombino. In questi scatti emerge un elemento che mi colpisce e che fa entrare in tensione il passato con il presente. Che siano collettivi politici, gruppi di giovani cattolici di sinistra o classi scolastiche di figli di operai, sono tutte foto di gruppo. Foto di gruppi e di collettivi che si pensavano in chiave conviviale, che mangiavano e studiavano assieme, che giocavano e facevano politica assieme, in gruppo.

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Se l’iconografia del passato è conviviale e comunitaria, quella del presente è ben rappresentata dal selfie: non solo la fotografia di un singolo, ma di un singolo che riflette se stesso. Oltre l’autoscatto, che ti poneva di fronte a l’obiettivo, che ti obbligava almeno a muovere i piedi rapidamente per porti di fronte all’otturatore: il selfie si produce con la torsione solipsistica del polso ripiegato su se stesso in un egotismo onanistico, del monitor che ormai ha doppiato la realtà e non riflette altro che un simulacro, un sembiante di un utente che poi diventa un avatar e viene immesso in rete nei flussi digitali. È una comunità di utenti spersonalizzati, privi di relazione, quella che ci fa utenti/amici /consumatori di social network dove non c’è classe ma c’è” gente”. (Al riguardo si veda il mio articolo sul fascismo social pubblicato da Letteraria e Giap: http://www.wumingfoundation.com/giap/2016/12/appunti-sul-social-fascismo-la-condivisione-delle-idee-senza-parole/ ).
Il selfie insomma è la sintesi dell’iconografia post-thatcherista: “la società non esiste, esistono solo individui (…)”. E gli individui sono soli, rancorosi e in balia delle passioni tristi. Il miglior brodo di cultura per la crescita di nuovi fascismi. Ricominciamo a farci foto di gruppo, allora, a formare collettivi di persone che mangiano assieme il pane. “Compagni”, sono coloro che mangiano assieme il pane. Cum Panis. “Cospiratori”, sono coloro che respirano assieme. Teniamolo a mente.

Altre dimensioni importanti della condizione operaia:
 - la solidarietà di classe (contro le comunità fittizie cementate del rancore del presente).  Da qui si arriva alla solidarietà. Il nemico non è il povero ma il padrone; questo era il senso comune del passato. Oggi l’immaginario del senso comune insegna, nella logica aziendale del Grande Fratello, che fare le scarpe al prossimo è il miglior modo per stare al mondo.
 - l’attivismo culturale: si prenda come esempio l’attivismo, negli anni Cinquanta, dell’Ente Culturale Cooperativistico dei minatori di Massa Marittima, che portò registi come Germi e Lizzani a fare le prime dei propri film davanti a un pubblico di minatori maremmani; che portò Vasco Pratolini a leggere inediti di Metello davanti a un pubblico di 200 lavoratori (150 comprarono il suo romanzo, “Cronache di poveri amanti” in copia autografata). E Luciano Bianciardi era spesso invitato a parlare su quel palco. Pensiamo anche che nelle acciaierie di Piombino gli operai, ancora negli anni Ottanta, riuscirono a ottenere dalla proprietà un punto biblioteca con un bibliotecario-operaio regolarmente salariato.
Altri spunti interessanti di cultura operaia: l’argentino Roberto Arlt, in un suo reportage di viaggio in Spagna nei mesi che precedettero la rivoluzione del ’36, racconta delle letture ad alta voce che gli operai asturiani facevano dei romanzi popolari d’appendice. Letture che permettevano sia la comprensione per gli analfabeti che una fruizione collettiva: spesso il tempo dedicato ai commenti degli operai sulla vicenda superava quello della lettura. Un altro scrittore latinoamericano, il cubano Lezama Lima, nel suo “Paradiso” racconta che nelle manifatture di tabacchi, dove lavoravano soprattutto le donne, un’operaia leggeva ad alta voce, per gli altri dipendenti dell’opificio, opere di poesia o di narrativa, per vincere la noia del lavoro meccanico.
 - altro punto: il tempo libero. Era quasi inesistente, ma non era colonizzato dalla società dello spettacolo (e dalle tecnologie digitali) come adesso. Ai ritmi dei tre turni in fabbrica, si alternava il lavoro nelle campagne, o il dopolavorismo o il garagismo. E poi le attività sindacali. Forse il tempo libero non c’era perché non c’erano tempi morti. Oggi il tempo morto colonizza ogni dimensione temporale, del lavoro, del divertimento, delle vacanze. Senza il presente della lotta e della convivialità, rimane solo il tempo morto del lavoro e il suo surrogato, il tempo libero delle ferie, per chi ancora ce l’ha, o quello della disoccupazione, intesa come lavoro alla ricerca di un lavoro. Da qui si arriva a un ultimo punto:
 - l’operosità: l’operosità era l’elemento fondamentale che definiva la condizione operaia di un tempo. L’operosità era il lavoro gioioso alla Fourier che si contrapponeva al lavoro morto della fabbrica. I nostri vecchi non avevano mai tempo libero, al contrario dei borghesi che andavano in vacanza, perché finito il tempo morto del lavoro sfruttato iniziava il tempo creativo della manualità operosa. Facevano l’orto, riparavano motorini, stuccavano mobili, costruivano pollai. Quei “lavoretti” da metal-mezzadri erano lavoro comunitario, non separato, spesso creativo. Con queste attività rimettevano in discussione la divisione del lavoro, sia come divisione tra lavoratori che come divisione tra lavoro manuale e intellettuale. Quell’operosità nasceva da una spiccata manualità, che era poi una manualità creativa e cognitiva. Erano lavori creativi, in cui si escogitavano - nei garage o negli orti, nelle piccole officine o nelle falegnamerie dei seminterrati - soluzioni creative per risolvere i problemi della vita quotidiana senza rivolgersi a specialisti o al mercato. Si lavorava tra amici, tra vicini, scambiandosi competenze, senza l’uso dell’equivalente generale. Non si buttava via nulla, come dicevano i vecchi, perché dal nulla si creava ogni cosa, rigenerando la società mercantile in un sistema che soddisfaceva a basso prezzo le necessità delle famiglie operaie. Non da soli, ma collaborando tra compagni. Lavorando e divertendosi, alla Fourier. Per questo non servivano le vacanze al mare o le settimane bianche in montagna, perché lavorare con le mani e con i compagni era bellissimo.

Infine
Un’amica mi racconta un episodio curioso: entrata in una grande libreria di catena, chiede una copia di Amianto per fare un regalo. La indirizzano al reparto sociologia. Lei domanda perché non sia in narrativa. E il commesso risponde: perché c’è scritto “una storia operaia”.
Quando ho raccontato questo aneddoto alla ricercatrice Marta Fana, mi ha scritto una sola riga di commento: “dobbiamo rifare tutto Alberto, tutto”.
Sono d’accordo. È il lavoro di Sisifo.

Bibliografia sul caso della classe operaia presa in esame:
 - Massimo Squillacciotti (a cura di), Ricerca universitaria e scuola dell’obbligo: Indagini socio-culturali sulla classe operaia a Follonica, Università degli studi di Siena, Siena, 1977 [con estratti dalla tesi di laurea di C. Carboncini e C Cei sulla condizione della donna a Follonica e con un saggio che rielabora l’inchiesta di M. Bambagini sulla classe operaia del quartiere Cassarello].
 - Tiziana Noce at al., Movimenti cattolici e sociali a Piombino e Follonica nel dopo concilio Vaticano II, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2006.
 - Iolanda Raspollini, Una scuola sul mare, Follonica, s.a., Editrice Leopoldo II.
 - AAVV, Villaggio Diaccioni Piombino. Fisionomia e memorie di un villaggio modello, Piombino, 2013, tipografia Bandecchi e Vivaldi.

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