[Francia] Alla Goodyear rilasciati i due manager sequestrati. Chi sono i cattivi?

“I cattivi non siamo noi” urlavano l’altra mattina gli operai dello stabilimento Goodyear di Amiens, a circa 150km da Parigi.

Avevano appena permesso ai due manager sequestrati nella mattinata di lunedì, 6 gennaio, di lasciare la fabbrica, dopo l’intervento della polizia che, differentemente da altri casi di “rapimento dei manager”, era stata autorizzata da un giudice e aveva minacciato il dispiegamento di ingenti mezzi, l’irruzione violenta e l’arresto degli operai (che comunque hanno occupato la struttura).

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“I cattivi non siamo noi”, eppure loro, circa 200 operai, quei due manager, Michel Dheilly, direttore della produzione, e Bernard Glesser, direttore delle relazioni umane, arrivati al sito per incontrare i rappresentanti sindacali, li avevano ‘sequestrati’. L’ANSA titolava “protesta shock” e tutti i quotidiani davano spazio al comunicato della Goodyear che condannava l’azione, richiamando al “rispetto della legge” e condannando “fermamente ogni forma di violenza”. E, in effetti, si è trattato di una forma di protesta di cui, qui in Italia, non abbiamo memoria da un bel po’ di anni e che supera i confini delle possibilità ammesse dalla legge. I ‘cattivi’ sembrano quindi essere gli operai, “gli autori del sequestro”, secondo la dicitura della Goodyear. Ma ne siamo sicuri? Ripercorriamo un po’ di storia recente dello stabilimento per cercare di inserire l’episodio nel suo più ampio contesto…

“Amiens deve chiudere!” e la resistenza operaia
Lo stabilimento di Amiens è a rischio chiusura almeno da un anno. Il 31 gennaio 2013 i vertici aziendali la annunciavano già, pronti a mettere alla porta i 1173 operai impiegati. La ragione di tale decisione, a sentire la Goodyear, è che quel sito è in passivo di circa 60 milioni all’anno. Non sarebbe quindi sufficientemente produttivo. Nel corso dell’anno appena trascorso si è svolta una battaglia anche nelle aule dei tribunali tra il colosso statunitense degli pneumatici ed i sindacati francesi. Questi ultimi sostengono tuttora che la chiusura non sarebbe stata decisa sulla base di criteri industriali, bensì finanziari. Che sia un’operazione più o meno industriale o più o meno finanziaria, ciò che rimane immutato è il costo addossato sulle spalle dei lavoratori: il benservito per tutti. Un dato citato quasi en passant in questi giorni e che invece è assolutamente centrale. Perché aiuta a capire chi da tutta questa storia ci perde. Lo ripetiamo: gli operai.
Proseguiamo. Il “sequestro” non è nato da un giorno all’altro. Come ha riferito Sylvain Niel, un avvocato del lavoro che ha lavorato su casi simili, “è il frutto della disperazione. [Gli operai] non hanno spazio di manovra nell’opzione della chiusura della fabbrica.” (Va peraltro segnalato che la diminuzione di episodi simili, che avevano avuto un picco negli ultimi anni, è probabilmente dovuta anche al fatto che spesso le aziende che avevano ceduto di fronte a “sequestri” di loro dirigenti, si sono poi rivolte alla magistratura chiedendo di annullare gli accordi siglati, sostenendo che la firma era avvenuta in condizioni di “ricatto”.) Le azioni dei lavoratori Goodyear, lungo tutto il corso della vertenza, sono state tante e di diversa natura. Mentre lo stabilimento continuava a produrre pneumatici, seppure a livelli piuttosto bassi, i lavoratori hanno deciso, prima delle festività natalizie, di bloccare il deposito che contiene pneumatici, per un valore di centinaia di milioni di euro. Proprio questo blocco è stato materia del contendere, a causa delle minacce dell’azienda di procedere all’utilizzo della forza per “liberare” il magazzino, ed era l’oggetto della discussione prevista per lunedì mattina, giorno in cui gli operai hanno proceduto a bloccare anche i due manager della Goodyear.
Tra le altre cose, il sindacato si è mostrato molto “ragionevole”, andando incontro alle esigenze padronali. Convinto di non riuscire a sventare la chiusura della fabbrica, ha infatti iniziato a rivendicare una buonuscita più che dignitosa (si parla di 80.000€ più 2.500€ per ogni anno lavorato). Un comportamento quindi che la stampa non tarderebbe a definire “responsabile”. Eppure la risposta aziendale non ha ricalcato quella che ci si sarebbe potuti aspettare, almeno stando a credere ai racconti che vogliono lavoratori e imprenditori doversi venir incontro, soprattutto in tempi di crisi: nessun margine di trattativa, la chiusura del sito non si può naturalmente mettere in discussione e ai 1173 lavoratori andranno giusto un po’ di briciole. Il che magari ci potrebbe portare a ragionare un po’ meglio su chi siano i ‘cattivi’ in questa storia (oltre che sul ruolo e l’efficacia di talune tattiche sindacali piuttosto arrendevoli).

Le ‘rigidezze’ del mercato del lavoro in Francia

 

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L’episodio, però, è stato anche l’occasione per rilanciare, sulla stampa internazionale, il dibattito intorno al mercato del lavoro in Francia. “È un atto che sottolinea la percezione che è difficile fare impresa in Francia”, ha dichiarato Jean-Paul Fitoussi, professore di economia all’Institut d’Études Politiques di Parigi. Già l’anno scorso il tema era emerso prepotentemente dopo che Maurice Taylor Jr, capo della compagnia Titan International, che produce pneumatici, era stato interpellato con una lettera dal ministro dell’Industria francese, Arnaud Montebourg, in merito ad una possibile acquisizione dello stabilimento di Amiens. “Pensa che siamo stupidi?”, fu la risposta di Taylor. “Ho visitato quella fabbrica diverse volte. I lavoratori francesi sono pagati tanto ma lavorano solo tre ore. Hanno un’ora di pausa per il pranzo, chiacchierano per tre ore e lavorano per tre ore. […] Può tenersi i suoi cosiddetti ‘lavoratori’”.
Ora, ad un anno di distanza, il dibattito si ripropone praticamente identico. Nel frattempo il governo del PSE di Hollande ha portato a termine una serie di cambiamenti alla legislazione sul lavoro, rendendo più facili i licenziamenti e permettendo una riduzione delle retribuzioni e delle ore di lavoro nel caso di difficoltà economiche. Come se non bastasse, il governo ha introdotto incentivi fiscali per le imprese pari a 20 miliardi di euro. La retorica, anche Oltralpe, è sempre la stessa: bisogna attrarre investimenti per rilanciare l’economia. Gli investimenti creano occupazione, ma per farli arrivare bisogna creare condizioni favorevoli. Che, puntualmente, significa erodere i diritti dei lavoratori e concedere al capitale alte condizioni di profittabilità. Il fatto è che il capitale si mostra vorace ed ingordo e non si accontenta mai. Chiede sempre di più. E si badi bene che la Francia, differentemente dall’Italia, continua ad essere un polo capace di attrarre flussi di investimenti diretti all’estero (IDE). Secondo dati dell’Economist, gli investimenti esteri sono raddoppiati in 10 anni e addirittura triplicati tra il 2011 e il 2012. Ernst & Young mette la Francia al primo posto in Europa per capacità di attrarre fondi internazionali nel settore industriale.

Chi sono i cattivi?
E, a questo punto, è tempo di tornare al punto di partenza. Chi sono i cattivi? Quelli che hanno macinato profitti per anni e ora che sono in perdita – ma in molti casi si parla semplicemente di una riduzione dei profitti – fanno armi e bagagli e vanno via, oppure gli operai che cercano in ogni modo di difendere il posto di lavoro ("E' la nostra fabbrica, punto", hanno scritto sulla loro pagina twitter)?
Per tutti quelli che “sì, però il sequestro è reato”, “sì, però la violenza”, “hanno ragione, però la protesta dovrebbe essere civile”; insomma, per tutti quelli che pensano che i ‘cattivi’ siano comunque gli operai, sappiate solo che non abbiamo alcun problema, ancora una volta, a sederci dalla parte del torto…


Fonti
Il Corriere della Sera
Il Fatto Quotidiano
La Repubblica
Contropiano
The New York Times
The Guardian
BBC
NBC News
Galleria fotografica degli scontri tra operai e polizia del marzo 2013

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