[Bangladesh] A proposito degli scioperi di dicembre nell’industria tessile bengalese

bangladesh lotte
Ricorderemo tutti il terribile crollo in Bangladesh di una palazzina, sede di industrie tessili ed altre attività commerciali. Era il 2013 e morirono circa 2000 lavoratori. Questo fu l'episodio più eclatante, più grosso, ma da allora sono giunte altre notizie poco confortanti dal paese asiatico.
Se da un lato, però, continuano i "disastri" sul lavoro, i morti, i feriti, dall'altro continua instancabile anche la protesta dei lavoratori, che ha avuto come ultimo grande episodio uno sciopero di massa lo scorso dicembre, quando più di 150mila lavoratori hanno bloccato circa 60 aziende per una decina di giorni.  
Di seguito vi proponiamo una piccola cronistoria ragionata degli avvenimenti e della situazione: sappiamo che è parziale e ci sarebbe ancora molto da studiare e scrivere, ma è un piccolo passo per capire che- in qualsiasi parte del mondo- le richieste dei "nostri" sono le stesse: lavoro, diritti, dignità...


Può essere difficile, oggi immaginare un’industria del tessile che somigli anche solo vagamente a quella del Bangladesh; lo è ancora di più se si ha come modello di riferimento la struttura del tessile italiano. Una rilevazione dell'Osservatorio imprese artigiane Eber mostra come nel biennio 2005-2006 le industrie del tessile (abbigliamento-artigianato) dell'Emilia Romagna contassero un numero medio di cinque dipendenti.

Anno Imprese Dipendenti N. medio dipendenti per impresa
2005 2.451 12.105 5
2006 2.399 11.847 5

Tessile abbigliamento-artigianato E-R, anni 2005, 2006; fonte: Osservatorio imprese artigiane Eber

Una situazione simile è riscontrabile nell’area del Nord-Est, la “PMI Valley” delle microimprese che impiegano da 2 a 9 dipendenti. Numeri ridottissimi se paragonati a quelli dei grandi distretti bengalesi in cui centinaia di migliaia di operai producono abiti e accessori per i brand occidentali. È qui, in questa “economia emergente”, che «sbarcano le multinazionali del tessile che hanno scelto la delocalizzazione in paesi che lavorano in conto terzi: salari minimi, materia prima di buona qualità a prezzi bassi, scarsa capacità sindacale, governi col pugno duro quando si rivendica un diritto» [E. Giordana]. Tra le firme che sono state attratte dalla succulenta situazione politico-economica figurano anche le italianissime Benetton e Piazza Italia. Oggi, di delocalizzazione in delocalizzazione, il settore dell’abbigliamento rappresenta il 75% delle esportazioni e procura oltre il 17% del PIL del Bangladesh.

L’industria tessile bengalese è balzata d’altro canto all’onore delle cronache in anni piuttosto recenti, e più nello specifico nel 2013, quando la cortina fumogena attorno alle condizioni ottocentesche in cui sono costretti a lavorare gli operai è crollata assieme al Rana Plaza di Dacca. Il Rana Plaza era un’enorme struttura che ospitava diverse fabbriche di abbigliamento, alcuni negozi e persino una banca, per un totale di 5.000 lavoratori impiegati nelle diverse attività. L'edificio crollò come un castello di carte il 24 aprile 2013; poco tempo prima, erano state scoperte crepe nella struttura (in buona parte abusiva), ma Mohammad Sohel Rana, il rampante patron della struttura, non avrebbe dato alcun peso agli avvertimenti. Il disastro costò la vita a 1.130 operai. Nemmeno sei mesi prima, un incendio scoppiato in uno stabilimento nella periferia della stessa città aveva provocato la morte di 12 persone.

Dopo il disastro del Rana Plaza – che, è bene ricordarlo, viene considerato il più grave disastro avvenuto in una fabbrica tessile in tutta la storia del movimento operaio mondiale – il governo del Bangladesh è stato quasi costretto ad avviare delle riforme nel settore tessile, uno dei più produttivi del Paese. A queste riforme si è accompagnata, quasi per compensazione, una repressione capillare degli oppositori politici e dei militanti islamisti, che ha prodotto di converso una militarizzazione dell'intera società bengalese.

Il 12 dicembre molte centinaia di operai del tessile si sono mobilitati per rivendicare un aumento del salario minimo da 5.300 Tk (63 €; "Tk" è il simbolo del taka, la valuta bengalese) a 15.000 taka (180 €), visto che l'inflazione ha portato a un tale aumento dei prezzi del cibo e degli affitti da rendere impossibile la sopravvivenza con gli attuali standard salariali. Si noti che i 5.300 Tk che costituiscono la paga mensile minima sono da tempo oggetto di contestazione da parte dei lavoratori, che in passato hanno chiesto un aumento del salario minimo ad almeno 8.114 Tk (97 €). Le proteste si sono scagliate anche contro i ritardi nei pagamenti e le pessime condizioni di lavoro. Del resto, lo sciopero è partito dalla Windy Apparels, dove a Ottobre si era suicidato un lavoratore; in seguito si è diffuso in tutta la zona industriale di Ashulia.

La risposta dello Stato e dei padroni non si è fatta attendere. Il 21 dicembre comincia l’attacco frontale alla protesta. Gli industriali hanno organizzato una vera e propria serrata che ha coinvolto 85 fabbriche del distretto tessile. Le manifestazioni e i cortei dei lavoratori sono stati proibiti e la zona occupata militarmente: si parla di un migliaio di agenti della Polizia industriale, 900 poliziotti regolari, agenti della Rapid Action Battalion (un'unità anti-terrorismo della Polizia bengalese) e diversi plotoni della Border Guards Bangladesh (una forza paramilitare che risponde al Ministero degli Interni) concentrati nella zona industriale con l'unico intento di impedire qualsivoglia iniziativa degli operai.

Non è un errore di lettura: in Bangladesh è stato istituito un apposito corpo di “Polizia industriale”, una «forza di polizia specializzata per far rispettare la legge e l’ordine nella zona industriale», in altre parole volta a monitorare e reprimere le attività sindacali, pericolosissime in un settore che «sta giocando un ruolo vitale nell’economia nazionale del Bangladesh».

Nello stesso giorno, sette sindacalisti sono stati arrestati dopo un incontro organizzato con la polizia industriale, mentre almeno un altro sindacalista è stato tratto in arresto mentre era a casa sua. Questi compagni sono stati trattenuti in carcere fino al 26 dicembre in virtù dello "Special Powers 1974 Act", una delle leggi più repressive del Bangladesh che legittima la detenzione preventiva. Il 22 dicembre altri due sindacalisti venivano arrestati dopo un incontro con gli operai per essere interrogati dalle autorità sulla possibilità che lo sciopero si allargasse fino a Gazipur; poco dopo una sindacalista di nome Moshrefa Mishu veniva arrestata mentre si preparava a tenere una conferenza stampa. Centinaia di lavoratori sono stati denunciati da Windy Apparels e da altre industrie locali; si contano almeno 1.500 denunce e altrettanti licenziamenti.

Esauritasi la fase più acuta del conflitto, si possono provare a trarre delle provvisorie conclusioni. Il movimento ha saputo evidenziare l'inconsistenza delle riforme varate dal 2013 in poi; senza un adeguato lavoro di controllo e rafforzamento di quanto promulgato finora, i "diritti" dei lavoratori – sebbene sbandierati a destra e a manca dal padronato occidentale in funzione di copertura dello sfruttamento becero che avviene nelle fabbriche bengalesi - restano un miraggio, una parola vuota, priva di alcun contenuto.

Valga un esempio resosi evidente proprio in occasione delle mobilitazioni di dicembre: se lo sciopero selvaggio è ancora la forma prediletta della classe operaia bengalese, è anche perché i padroni sono difficilmente disposti a riconoscere le forze sindacali, nonostante una legge successiva al disastro di Rana Plaza sancisca il diritto dei lavoratori del tessile ad avere proprie organizzazioni di classe. In fondo, con delle riforme così deboli e poco sostenute e un padronato che è stato in grado di dotarsi addirittura di una forza poliziesca specificamente pensata in funzione antioperaia, qualunque sciopero non può che assumere le forme dello sciopero selvaggio.


Fonti e altri approfondimenti

[Carmilla Online] Alexic – Morire a Dacca, 2

[China Files] Oggi in Asia – Nuovi scontri in Xinjiang

[China Files] Carola Lorea - Bangladesh, la strage bianca del tessile

Clean Clothes Campaign - CCC condemns escalating repression of unionists amid wage strikes Bangladesh

[il manifesto] Emanuele Giordana – Bangladesh, il paese dell’ingiustizia

Internazionale – Il proprietario del Rana Plaza e altre 40 persone accusate di omicidio in Bangladesh

[LibCom] Red Marriott - Behind the camouflage. A new strike wave in the Bangladeshi garment sector

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