Tunisia: lì dove tutto è cominciato. Un articolo per capire la rivoluzione tunisina e i suoi sviluppi

In questi giorni, dopo l’uccisione di Chokri Belaid, leader del Fronte Popolare, e i conseguenti scontri che hanno infiammato il paese, si ricomincia a parlare di Tunisia. Ovviamente se ne parla male, riducendo tutta la questione a un conflitto fra “laici” e “islamici”, dimenticando come sempre che lo scontro politico è l’espressione di una lotta che va avanti fra classi sociali. Per questo vorremmo proporvi una serie di articoli, materiali e contributi per capire meglio cosa è stata la Rivoluzione del 2010-2011 e perché si può dire che il processo rivoluzionario tunisino stia continuando, in che modo ci riguardi, e infine perché è importante, soprattutto per i lavoratori, sviluppare una solidarietà con le masse in rivolta di quel paese.

Cominciamo con il pubblicare un ottimo articolo scritto qualche mese fa dai compagni della rivista “Il Cuneo Rosso”, che hanno curato un numero speciale proprio sui movimenti che hanno scosso tutto il mondo arabo [potete richiederlo a quest’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.]. Anche se l’articolo è stato “chiuso” nel giugno del 2012 non è affatto datato, e dimostra anzi una certa lungimiranza e capacità di previsione dei successivi sviluppi. Soprattutto, dà molti strumenti per capire quello che sta succedendo ora in Tunisia: ricostruisce la storia degli ultimi anni, il rapporto della Tunisia con l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale, i motivi che stanno alla base della sollevazione e soprattutto il ruolo centrale che hanno giocato i lavoratori, gli studenti e più in generale il proletariato nel cacciare Ben Ali e nell’avviare una nuova fase di liberazione. Si tratta insomma di uno dei migliori testi usciti finora sulla rivoluzione tunisina, e speriamo possa circolare il più possibile.

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Tunisia, lì dove tutto è cominciato

Ironia della sorte: a dare il là alla sollevazione araba è stato proprio il paese che il FMI aveva indicato fino al giorno prima come il “paese modello”, l’allievo modello, includendolo nella strettissima cerchia dei “Leoni dell’Africa”, i paesi con tassi di crescita del prodotto interno lordo del 5-6%. Ed in effetti, dopo 23 anni di ininterrotte riforme neo-liberiste e di crescente dispotismo, la misura era davvero colma. Ma non è solo per aver dato il “la” all’Intifada araba che la rivolta in Tunisia è di grande importanza…

Come altri paesi arabi appena usciti dall’infausta era coloniale, anche la Tunisia ha cercato una sua propria via allo “sviluppo indipendente”. L’ha fatto a partire dal 1957 sotto la guida di Bourghiba e del suo partito nazionalista (moderato), seguendo un tracciato per molti versi obbligato: espansione dell’industria di stato, in specie nella metallurgia e nell’estrazione dei fosfati, e “collettivizzazione” delle terre. Ma, immemore della storia del proprio paese nel diciannovesimo secolo, Bourghiba credette di poter mettere fine all’estroversione dell’economia tunisina mettendole al collo il laccio del debito estero1, sotto forma di un “aiuto allo sviluppo” da parte degli Stati Uniti. Alla fine degli anni ‘60 una simile quadratura del cerchio si era già rivelata impossibile ed ecco Bourghiba virare verso riforme di stampo “anti-statalista” per cercare di beneficiare del movimento, allora appena all’avvio, delle delocalizzazioni industriali dall’Europa. Comincia da quel momento la progressiva presa di possesso del paese da parte di FMI, Banca mondiale, stati occidentali.

La Tunisia in cifre

La Tunisia è un paese con circa 10,5 milioni di abitanti e un tasso di urbanizzazione del 67%.
La popolazione attiva è di 3,75 milioni di individui, di cui 750.000 impiegati nel settore pubblico. Il 50% dei lavoratori è occupato nel settore terziario (l’11,5% nel turismo), il 32% nell’industria e il 18% nell’agricoltura. Il Pil del paese, pari 44 miliardi di dollari nel 2010, è prodotto per il 54,1% dai servizi (di cui il 6% in ambito turistico), per il 35% dall’industria e per il 10,9% dall’agricoltura.
L’agricoltura ha conosciuto in questi ultimi anni una espansione della presenza di grandi gruppi privati, spesso legati all’industria agro-alimentare, sia stranieri che tunisini (Poulina). Quanto all’industria, la Tunisia è (in valore assoluto) il primo esportatore di prodotti manifatturieri di tutto il continente africano. I comparti tessile e agro-alimentare rappresentano il 50% della produzione, impiegando il 60% della forza lavoro dell’industria, ma anche il metalmeccanico e l’elettronico sono in crescita. La produzione industriale si è sviluppata soprattutto grazie alle delocalizzazioni e ai subappalti di imprese per lo più europee e dipende fortemente dalle esportazioni verso il mercato europeo, con cui la Tunisia realizza l’80% degli scambi (Francia: 29,6%; Italia: 21%; Germania: 8,8%).
Il mercato del lavoro è caratterizzato da un basso tasso di impiego (40%) e da un tasso di disoccupazione particolarmente alto (ufficialmente pari al 14,9%, in realtà molto, ma molto superiore), che colpisce in modo particolare le donne (19%) e i giovani (18%), che rappresentano l’85% del totale della popolazione attiva disoccupata, e le zone interne del paese, escluse dallo sviluppo che è concentrato prevalentemente nelle regioni litoranee e centrali.
I salari medi sono, per gli operai, intorno ai 125 euro al mese, ma scendono fino a 60 per le donne impiegate come segretarie e, in certi casi, a 40 euro per le donne impiegate nelle imprese in subappalto. Gli stipendi medi percepiti dai medici vanno invece dai 500 ai 750 euro, e quelli degli insegnanti delle scuole secondarie dai 350 ai 450 euro.


Se questa presa di possesso ha trasformato la Tunisia in un (assai profittevole) reparto esterno dell’industria europea, per i lavoratori tunisini non si è trattato affatto di una marcia trionfale verso il benessere. Già nel 1984 essi sono costretti ad insorgere, in una rivolta che ha fatto storia, contro l’incremento del 100% del prezzo del pane (si badi bene, a proposito di “miracoli economici”) voluto appunto dal FMI. Rivolta repressa nel sangue (oltre 50 morti), ma che costringe Bourghiba a tentare una mezza marcia indietro, che fallì sia sul versante della riconquista della simpatia delle masse lavoratrici, sia su quello del rilancio dello sviluppo. Nelle mire di questo tentativo avviene il colpo di stato con cui Ben Ali sale al potere nel 1987, con l’appoggio delle potenze occidentali e delle loro istituzioni finanziarie, ma anche con il consenso del partito islamico Ennahda, represso sotto Bourguiba, e con una parte della popolazione in una posizione di attesa.
Le speranze che il cambio della guardia potesse essere positivo, tuttavia, si spensero in fretta. Ben presto le “aperture democratiche” lasciarono il campo agli scontati plebisciti pro-presidente (a vita), alla irreggimentazione della vita sociale e politica, e l’attesa di una nuova politica economica meno punitiva per i lavoratori fu stroncata da un nuovo piano di aggiustamento strutturale del FMI e da un accordo di “libero scambio” (libero? Ehm…) con l’Unione Europea. L’allineamento di Tunisi ai diktat del FMI diventò ancor più stretto dal 1998 in poi. Nel corso degli anni mentre l’indebitamento totale del paese aumentava fino a toccare nel 2008 i 65,5 miliardi di dinari (32,7 miliardi di euro), pari al 130% del Pil1, venivano avviati imponenti programmi di privatizzazione delle industrie e dei servizi, di cui hanno beneficiato principalmente la Francia, l’Italia, la Germania e la Spagna; sono stati eliminati i controlli sui prezzi dei beni alimentari essenziali; sono state abolite le barriere commerciali, provocando un’ondata di fallimenti tra le ditte locali a causa della concorrenza delle merci straniere; e si è proceduto a licenziamenti di massa nell’ambito del settore pubblico.
In questo modo il cosiddetto “miracolo tunisino”, ovvero la crescita complessiva dell’apparato produttivo industriale del paese, sia pure come paese dipendente –resi possibili da queste riforme e basati su investimenti esteri, diretti in particolare nella produzione per l’esportazione in ambito tessile e agro-alimentare, e in misura minore in quelli metalmeccanico ed elettronico, attirati dai bassi costi della manodopera e dalle garanzie offerte da un governo forte– sono stati pagati a duro prezzo dalla classe lavoratrice e dalla gran massa della popolazione. La combinazione tra i licenziamenti nel settore pubblico, la chiusura di numerose aziende private nazionali dovuta alla concorrenza dei beni di importazione e la “razionalizzazione” delle aziende rilevate da investitori esteri hanno fatto della Tunisia uno dei paesi semi-industrializzati con i più alti tassi di disoccupazione al mondo, favorendo così un’estrema diffusione di forme di lavoro ultraprecarie, che mascherano (male) una condizione generalizzata di sottoimpiego, che riguarda fino al 60% della popolazione attiva.

Dalle vecchie ricette del FMI...

A tutto ciò si è aggiunto, in questi ultimi tre anni, l’impatto della crisi mondiale del 2008-2009. La Tunisia ha risentito infatti prima della crisi alimentare, con l’innalzamento dei prezzi dei beni alimentari che ha gravato in modo particolarmente pesante sui lavoratori delle regioni e aree sociali più colpite da disoccupazione, e poi della diminuzione delle esportazioni verso l’Europa, suo primo partner commerciale, della contrazione secca degli investimenti dall’estero, del rallentamento dei flussi turistici e del calo delle rimesse degli emigrati.
Di fronte al peggioramento delle performances del paese, a settembre 2010, il FMI, in cambio di un nuovo prestito da parte della Banca mondiale, dettava alla Tunisia di Ben Ali, e con la piena connivenza del suo governo e del suo clan, l’ennesimo piano di ristrutturazione. Che imponeva una ulteriore apertura dell’economia tunisina ai mercati mondiali anche nei servizi e nella produzione agricola e agro-alimentare; l’ulteriore incremento della flessibilità (che per sua natura non conosce limiti) nel mercato del lavoro e nei servizi pubblici; il contenimento dei (residui) sussidi statali sui beni alimentari e sui carburanti; la riduzione della copertura pensionistica; l’abbassamento delle tasse per le imprese e l’innalzamento delle imposte di consumo; il potenziamento del sistema bancario per favorire la trasformazione della Tunisia in un centro regionale di servizi bancari; la “modernizzazione” delle politiche monetarie entro il 2014, tramite l’introduzione del tasso di inflazione programmato, la convertibilità del dinaro e la liberalizzazione delle transazioni finanziarie. Un autentico pranzo di gala per banchieri e capitalisti di tutto il mondo, a cominciare da quelli europei e italiani, e una gragnola di bastonate sul cranio per la classe operaia e per gli strati non sfruttatori della nazione. Questa volta, come s’è visto, non sono stati sufficienti i servizi di sicurezza di Ben Ali per prevenire e neutralizzare l’eruzione vulcanica. Il pugno di ferro e lo spionaggio non sono quella panacea universale che sognano i reazionari.

...alle nuove lotte del proletariato e dei giovani tunisini

Dei primi brontolii, in realtà, si erano cominciati a sentire già nel 2000, quando il paese venne attraversato dalle proteste degli studenti medi e universitari, cui si unirono anche alcuni settori della classe lavoratrice, contro l’innalzamento dei prezzi delle mense e più in generale contro le politiche neoliberiste. Negli anni successivi sono state le mobilitazioni organizzate dai sindacati e dal movimento studentesco a sostegno dell’Intifada palestinese e della resistenza dei popoli afghano ed iracheno ad animare le piazze (anche se non proprio a riempirle). Numerosi giovani partirono alla volta della Palestina e dell’Iraq per partecipare alla resistenza, e contro questo movimento di solidarietà si abbatté la repressione statale con condanne fino a 15 anni di carcere.
In seguito, anche in risposta all’esito delle elezioni del 2004 (che riconfermarono alla presidenza Ben Ali, nonostante il tentativo di una candidatura indipendente, portata avanti dall’ex partito comunista tunisino Initiative Démocratique-Ettajdid), vi sono state una serie di proteste che hanno coinvolto fasce delle professioni liberali, essenzialmente rivolte a rivendicare libertà democratiche, che il regime non è riuscito a contenere. E che anzi conquistarono una risonanza internazionale in occasione del Summit Mondiale sulla Società dell’Informazione, tenutosi a Tunisi nel 2005. Per quella occasione venne costituito una sorte di fronte comune molto largo, composto da “progressisti islamici”, nazionalisti arabi, Lega tunisina per i diritti umani fino alle piccole organizzazioni semi-clandestine di estrema sinistra, denominato “Movimento del 18 Ottobre”, che ottenne il sostegno politico di ampie categorie dell’UGTT (l’Union Générale Tunisienne du Travail), dagli insegnanti ai postali, dagli ospedalieri agli avvocati, dai giornalisti ai gruppi studenteschi e femministi, fino alla importante sezione regionale UGTT di Sfax, oltre alla solidarietà politica dei partiti di sinistra del Marocco e dell’Algeria.
Naturalmente per Ben Ali e la gang dei grandi protettori internazionali che l’hanno supportato e coccolato per 23 anni il boato più minaccioso è stata la rivolta della regione di Gafsa. Sia per le sue dimensioni e la sua durata, che per la varietà di strati sociali coinvolti: e non a caso è stata da più parti citata come una sorta di prova generale anticipatrice della sollevazione di gennaio.
Questa rivolta ha infiammato per sei mesi una delle regioni più povere del paese e al contempo una delle più proiettate sul mercato mondiale, grazie all’estrazione di fosfati di cui la Tunisia è il sesto produttore mondiale. Una regione che il mercato mondiale ha letteralmente stritolato: la Compagnie des Phosphates de Gafsa (CPG), che detiene le concessioni minerarie, è stata capace, infatti, con la più spinta meccanizzazione e razionalizzazione delle operazioni di estrazione, di abbattere i propri dipendenti da 14.000 (1980) a 5.800 (2005) e di moltiplicare nel contempo i propri profitti erigendo il subappalto e la precarietà a sistema, e facendo leva su tassi di disoccupazione che in alcune città della regione arrivano al 38,5%.
Innescata dalla falsificazione dei risultati di un concorso pubblico per 380 posti di lavoro per operai, tecnici e quadri, la rivolta ha visto la partecipazione dei diplomati disoccupati organizzati in parte nell’Union des Diplomés Chomeurs e in parte nei sindacati, dei lavoratori precari e stagionali dei cantieri pubblici, delle famiglie dei lavoratori infortunati, di una parte dei dipendenti diretti della CPG, degli insegnanti, degli studenti delle scuole superiori e della piccola borghesia. Attraverso scioperi, manifestazioni, sit-in, lotte sulle barricate, la popolazione in lotta ha rivendicato lavoro e misure strutturali contro la disoccupazione e la precarietà –rivendicazioni che né i partiti di opposizione, né l’UGTT nazionale e tanto meno quella regionale, pesantemente compromessa con il potere benalista, hanno preso in carico: solo le sezioni locali dell’UGTT e dell’Associazione per la difesa dei diritti umani, il Partito comunista dei lavoratori della Tunisia (di tendenza hoxjsta) e alcune associazioni di immigrati tunisini in Francia hanno appoggiato questa lotta. Contro cui, dopo un iniziale momento di disorientamento, il regime di Ben Ali ha scatenato una repressione durissima, culminata nella messa sotto assedio delle città in rivolta.
Nel 2010 sono avvenute altre significative mobilitazioni, dalla rivolta di agosto a Ben Guerdane, al confine con la Libia, scoppiata a causa del tentativo del governo di porre fine al commercio in nero con il paese confinante, fino allo sciopero nazionale del 27 ottobre contro la precarietà e la riforma delle pensioni, che ha visto l’adesione dell’80% degli insegnanti e degli studenti e la diffusione di slogan contro il nepotismo e la corruzione. Occorrerà però aspettare il 17 dicembre per vedere esplodere l’intifada in Tunisia e, a ruota, in tutto il mondo arabo.

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Arriva l’esplosione: lo sciopero generale politico

Il 17 dicembre 2010, davanti al municipio di Sidi Bouzid2, Mohamed Bouazizi, anni 26, diplomato disoccupato, si dà fuoco per protestare contro l’ennesimo sequestro del suo carretto di venditore ambulante. Il suo gesto suscita immediatamente la reazione popolare: la protesta nel giro di tre giorni coinvolge le città vicine e il 27 dicembre raggiunge Tunisi, unendo in una sola lotta la capitale e le sue province, la città e le campagne, le regioni interne e quelle costiere, divise da importanti differenziali di sviluppo. Le piazze si riempiono di giovani, di donne velate e a capo scoperto, di operai, lavoratori, disoccupati, ed anche di liberi professionisti. Quanto all’UGTT, se a livello nazionale le dirigenze sono tirate a forza nell’intifada dalle proprie basi, a livello locale i membri del sindacato aprono le proprie sedi alle proteste –prima di tutto a Sidi Bouzid– fornendo un luogo fisico dove le masse si possono auto-organizzare, chiamando di volta in volta a manifestazioni e a scioperi locali e nazionali. Non a caso il vero punto di svolta della sollevazione è l’11 gennaio quando, a seguito della pressione delle federazioni regionali, l’UGTT proclama per il giorno seguente lo sciopero generale nelle regioni di Sfax, Kairouan e Touzeur e per il 14 a Tunisi.
La partecipazione degli operai e delle masse popolari allo sciopero del 12 è senza precedenti e ha conseguenze politiche importanti: lo stesso giorno Ben Ali silura il capo dell’esercito, generale Ammar, perché rifiuta di sparare sugli insorti, mentre una parte della borghesia, che è stata e si sente marginalizzata dagli affari dal controllo sempre più familistico di Ben Ali e dei suoi parenti sui maggiori affari economici nazionali, decide di aderire alla rivolta. Il 14 gennaio allo sciopero generale contro la repressione proclamato dall’UGTT è l’intero paese a partecipare: questo sciopero segna la fine di Ben Ali. Per la prima volta dai tempi delle indipendenze un governante arabo è licenziato (giustamente) dalla sua propria gente, e anzitutto dal proletariato. Lo sostituisce un “governo di unità nazionale” guidato da un uomo del suo partito, Gannouchi, mentre una parte della polizia, fino a quel momento responsabile di una feroce repressione, passa con i rivoltosi.
Con lo sciopero generale politico del 14 gennaio (un’arma assolutamente fondamentale nelle mani della classe proletaria) la società tunisina è stata attraversata da un uragano che ha spazzato via la paura di ribellarsi, lasciando il posto al protagonismo e all’auto-organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari. La rivolta e l’assedio impongono subito di riorganizzare la vita quotidiana secondo nuovi criteri. Ovunque nei quartieri centrali e nelle periferie delle grandi città, così come nei paesi sperduti dell’interno, nascono comitati di autodifesa popolari che hanno il compito di difendere e approvvigionare le masse in lotta. Stupisce come “regni l’ordine”, un nuovo “ordine”, si capisce, nei quartieri che passano in mano a chi sta rovesciando l’ordine costituito. Ai check-points da loro istituiti i giovani arrestano i poliziotti…
Nelle regioni interne si formano consigli che gestiscono la vita delle città e dei paesi. A Kasserine, una città con 75.000 abitanti, “uno dei simboli della rivoluzione tunisina, tomba di martiri e culla di una nuova alba”, gli insorti formano un comitato –“una autentica Comune”, nelle esageratamente liriche parole di Alma Allende– che detta le sue decisioni al “governatore” sostituendolo di fatto nell’esercizio del potere locale. Le forze di polizia sono ricacciate nelle caserme. “E ovunque tutti chiedono la dissoluzione dell’RCD, del governo provvisorio e la formazione di una Assemblea Costituente”.
Nei posti di lavoro, sia in ambito pubblico che privato, i lavoratori formano comitati di controllo per rivendicare migliori condizioni di lavoro e la sostituzione delle direzioni d’azienda compromesse con il governo che fu. Alle Assicurazioni Star, alla compagnia aerea Tunisair, alla Banca Nazionale di Tunisia, alla Cassa Nazionale della Previdenza Sociale, a Telecom Tunisia, le direzioni vengono cacciate e sono i comitati stessi a prendere il controllo delle aziende e a spulciare i libri contabili per verificare i livelli di corruzione degli ex-dirigenti. Gli impiegati della amministrazione fiscale centrale, ottenute le dimissioni della direzione, prendono in mano gli archivi per verificare i livelli di evasione fiscale delle élites, mentre giornali, radio e televisioni, per una volta sotto il controllo dei lavoratori, iniziano finalmente a fornire informazioni utili.

Il ruolo dell’UGTT

Nel corso di tutta la sollevazione l’UGTT ha giocato un ruolo di primaria importanza, ricoprendo in svariate occasioni un ruolo politico di supplenza grazie alla crescente radicalizzazione delle istanze provenienti dalle masse in rivolta, che sono state capaci di superare le non poche resistenze messe in campo dalle dirigenze. Come abbiamo visto, è stata la pressione proveniente dal basso a imporre la proclamazione degli scioperi del 12 e del 14 gennaio, che hanno messo in fuga Ben Ali. E quando Mohamed Gannouchi3, un vecchio arnese della politica di stato tunisina, ha formato il cosiddetto governo di unità nazionale –subito benedetto dall’organizzazione degli imprenditori tunisini e riconosciuto dall’Occidente tutto–, includendovi anche tre ministri e svariati deputati provenienti dalle file dell’UGTT, questi sono stati costretti immediatamente a dimettersi.
In seguito, quando la dirigenza nazionale dell’UGTT ha garantito il proprio sostegno al secondo governo Gannouchi sulla base di una contestatissima votazione interna che ha escluso la base degli iscritti da questa importante decisione, sono state le sezioni regionali e alcune categorie a rilanciare chiedendo le dimissioni di Gannouchi, la dissoluzione dell’RCD e la formazione dell’Assemblea Costituente. Per conseguire questi tre obiettivi, tra il 17 e il 28 gennaio vengono organizzate una serie di mobilitazioni e scioperi nelle principali città, che culminano nell’occupazione della Kasbah di Tunisi e nell’assedio ai palazzi governativi da parte delle “caravanes de la liberté” provenienti dall’intero paese e giunte nella capitale dopo giorni e giorni di marcia, per unirsi in un’unica lotta ai manifestanti di Tunisi (movimento di Kasbah 1).
E quando anche su questa nuova ondata di mobilitazioni si abbatte la repressione, il movimento di lotta riprende in maniera più frantumata a livello locale e regionale, contro la nomina di 24 “nuovi” governatori regionali, 19 dei quali compromessi, al pari dei precedenti, con il potere di Ben Ali. A Gabes, Kebili, Zanghouan, Nabeul e Béja, le mobilitazioni organizzate dai comitati di difesa popolare li fanno tornare indietro dopo pochi giorni, mentre il governatore assegnato a Gafsa nemmeno si installa, quando scopre che lo attendono le barricate dei lavoratori delle miniere, in sciopero da due settimane. Dopo questi moti, il secondo governo Gannouchi è costretto a decretare la dissoluzione dell’RCD, l’esproprio e la nazionalizzazione dei beni della famiglia “allargata” di Ben Ali (7 febbraio) e a nominare 24 nuovi governatori “in accordo con l’UGTT” (8 febbraio).

Da Gannouchi a Essebsi

Nonostante questa parziale marcia indietro, Gannouchi continua tuttavia a temporeggiare, sperando di salvare il salvabile del vecchio regime. Di fronte a questo e rincuorate dal successo dell’Intifada egiziana, le proteste riprendono di nuovo massicce già dal 19 febbraio, passando alla storia come il movimento di Kasbah 2. A Tunisi scendono in piazza in 40.000 chiedendo un nuovo governo libero da qualsiasi legame con il passato regime e, entrando in politica estera, le dimissioni del nuovo ambasciatore di Francia (per la medesima ragione). Ghannouchi gioca la carta delle elezioni, ma gli animi non si placano. Il 25 febbraio, “giornata della collera”, scendono in piazza in tutto il paese svariate centinaia di migliaia di manifestanti (100.000 nella sola Tunisi): il secondo governo Ghannouchi cade due giorni dopo, consapevole di non poter soddisfare le rivendicazioni della “piazza” e di non avere, nel contempo, la forza di sgomberarla con mezzi violenti. Gli subentra, con il benestare dell’UGTT, Beji Caid Essebsi, un ex-ministro di Bourghiba rimasto in disparte nell’ultimo ventennio; ma la mobilitazione prosegue fino alla sostituzione dei ministri “compromessi” con rappresentanti dei partiti e dei movimenti che avevano fatto reale opposizione al regime. È il terzo governo che il movimento di massa abbatte in due mesi!
Vi è stata in questi due mesi anche una radicalizzazione delle forze politiche in campo. Fin dal 28 gennaio si è infatti costituito il Fronte del 14 gennaio, formato da partiti di sinistra e nazionalisti, che per primo ha posto come ineludibili lo scioglimento dell’RCD, la liquidazione del governo Gannouchi e l’Assemblea costituente [cfr. riquadro]. Rivendicazioni poi riprese da altri settori politici, inizialmente molto recalcitranti, tra cui il movimento islamico Ennahda e il set delle forze politiche borghesi “liberali” in costituzione, che, sull’onda della creazione dei comitati locali, hanno dato vita l’11 febbraio 2011 al Consiglio Nazionale di Difesa della Rivoluzione (CNDR), una struttura costituita da 24 organizzazioni. Ma, soprattutto, rivendicazioni che l’UGTT ha dovuto assumere caratterizzando su di esse “la giornata della collera” che ha disarcionato Gannouchi.
Con il governo Essebsi torna –almeno in superficie– la calma. Una calma nella quale prende corpo un accorto tentativo di normalizzare la situazione nel senso della piena ripresa della produzione e della piena continuità dello stato.
Nelle settimane immediatamente successive alla sua nomina, Essebsi si affretta a svuotare le piazze soddisfacendo innanzitutto alcune delle richieste che avevano catalizzato le ultime mobilitazioni: il 3 marzo annuncia l’elezione dell’Assemblea Costituente (prevista inizialmente per il 24 luglio, in seguito posticipata al 23 ottobre), il 9 marzo la dissoluzione dell’RCD, il 29 marzo la confisca dei beni del clan Ben Ali-Trabelsi. Promette inoltre di far uscire il paese dalla crisi, creando nuovi posti di lavoro nell’ambito dell’amministrazione statale, della pubblica sicurezza e del settore privato.
Con l’intento di normalizzare il quadro politico, svuota il CNDR, inquadrando istituzionalmente nell’“Alta Istanza per la realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica” le forze politiche e sociali che hanno partecipato alla sollevazione, tra cui i partiti di sinistra, come l’Ettajdid (il partito erede del vecchio partito comunista tunisino), il Movimento dei Patrioti Democratici (MPD), il Partito del Lavoro Patriottico e Democratico (PTPD) e lo stesso PCOT, che si affrettano ad aderire per non perdere il treno delle elezioni. Anche l’UGTT entra a farne parte: per i vertici, trascinati controvoglia nell’Intifada, è l’occasione di ristabilire il controllo sulle proprie basi, anche a costo di chiudere le porte in faccia alle rivendicazioni dei lavoratori; per Essebsi è invece di vitale importanza non avere i sindacati contro nel suo tentativo di far tornare ordinatamente al lavoro le masse lavoratrici per rilanciare l’economia e riconquistare la “fiducia” degli investitori internazionali.
Per contro, chi continua a mobilitarsi viene isolato e represso: il 7 maggio a Tunisi vengono sparati lacrimogeni ad altezza d’uomo contro una manifestazione in larga parte composta da giovani, che chiedevano “una seconda rivoluzione”; il 13 maggio a Sousse la polizia carica una manifestazione studentesca contro il governo; il 17 luglio a Sidi Bouzid, durante una delle manifestazioni organizzate in tutte le principali città per rilanciare il movimento della Kasbah contro il governo, la polizia spara e uccide Thabet Hajaloui, di appena 14 anni; e ancora, per tutta l’estate, fino alle elezioni, coprifuoco ora a Sfax, ora a Kasserine, ora a Bizerte, ora a Tunisi, per reprimere i manifestanti che non vogliono abbandonare le piazze.
Il governo Essebsi “normalizza” anche i rapporti con l’Occidente. Prende infatti le distanze da Gheddafi e riconosce la legittimità del CNT libico, dando il proprio appoggio all’aggressione occidentale. Riallaccia i rapporti con Francia (maggio 2011) e Unione Europea (settembre 2011), riuscendo a far sbloccare “aiuti allo sviluppo” per diverse centinaia di milioni di euro e al G8 di Deauville (maggio 2011) si accorda con l’Unione Europea, la Banca Mondiale, la Banca Africana per lo Sviluppo e la Francia per ottenere dei prestiti, in cambio della garanzia del ripristino di condizioni favorevoli al ritorno degli investimenti esteri... quelle stesse condizioni contro cui il popolo tunisino si era ribellato.
Per quanto riguarda il lavoro, nonostante le promesse fatte all’inizio del proprio mandato e rilanciate a settembre con la presentazione del “Plan jasmin” –un fantasioso piano di crescita quinquennale da 100 miliardi di dollari, capace di generare un milione di posti di lavoro–, il governo transitorio riesce a fare ben poco per risollevare le sorti dell’economia tunisina. L’afflusso turistico diminuisce notevolmente, mettendo in crisi uno dei settori chiave del paese, e la crisi del debito che attanaglia l’Europa, principale mercato di sbocco delle esportazioni tunisine, influisce negativamente sulla bilancia commerciale. I prezzi dei beni di prima necessità continuano invece ad aumentare, così come i disoccupati, che salgono da 700.000 a 900.000 in un paese di 10.400.000 abitanti4. Gli scioperi non accennano a rientrare e contribuiscono a tenere distanti gli investimenti stranieri, da cui la Tunisia è fortemente dipendente. Toccano il picco di 531 in un solo anno: in alcune aziende proseguono per mesi, coinvolgendo centinaia di lavoratori, se non addirittura migliaia –come nel caso di Tunisie Télécom–, e conquistano significativi aumenti salariali, come nel caso dei lavoratori degli stabilimenti dell’Eni.

Elezioni: la vittoria di Ennahda, la sconfitta delle sinistre

È nel corso di questo tentativo di normalizzazione incompiuto che si svolge la corsa elettorale per l’Assemblea Costituente, che ha portato alla bruciante sconfitta delle sinistre, sia moderate che “radicali”, e alla vittoria di Ennahda. Questa vittoria all’inizio di marzo, quando Essebsi ha annunciato le elezioni, non era scontata, se si tiene conto che, nel corso della prima fase della sollevazione che ha portato alla cacciata di Ben Ali, Ennahda non ha avuto un ruolo centrale: la partecipazione alle mobilitazioni e ai comitati popolari è avvenuta infatti più a livello individuale che partitico –e questo non solo perché ufficialmente fuori legge– e ha riguardato più la base giovanile, che non i quadri. Ciononostante nel giro di pochi mesi, a differenza di altri partiti, Ennahda è riuscita a costruire una solida rete a livello nazionale e locale, radicata in tutti gli strati sociali, spesso appoggiandosi a quelle famiglie che per averne appoggiato gli ideali, avevano subito una forte repressione sotto Ben Ali. Inoltre, sfruttando il fatto di presentarsi come partito rimasto sempre all’opposizione, fino al punto da esser messo fuori legge (a differenza del Partito Democratico Progressista, del Polo Democratico Modernista e di Ettakatol, che costituivano le opposizioni “legali” di Ben Ali), ha ottenuto il sostegno e i voti di coloro che hanno visto in questo partito un freno morale alla corruzione5.

Gli esiti del voto

Alle elezioni dello scorso 23 ottobre si sono presentati 830 “partiti politici” (partiti per modo di dire), 655 liste indipendenti e 34 coalizioni. Ennahda, con 1.501.418 voti su 3.702.627 votanti, ha conquistato 89 dei 217 seggi dell’Assemblea (37%), mentre il Congresso per la repubblica (CPR) ne ha ottenuti 29 e Aridha Chaabia 27 (ridotti in seguito a 19). Per quanto riguarda i partiti del centro-sinistra, il partito socialdemocratico Ettakatol (Forum democratico per il lavoro e le libertà) ne ha ottenuti 21. Il Partito Democratico Progressita, che raccoglie molti sostenitori tra le professioni liberali, ne ha ottenuti 17, mentre il Polo Democratico Modernista (costituitosi attorno a Ettajdid, l’ex Partito comunista tunisino) 5 e Alternativa rivoluzionaria (sigla con cui si è presentato il PCOT) 3. Una parte molto cospicua dei voti (1.392.657) è andata a partiti e liste che non hanno ottenuto nemmeno un seggio.
Ennahda, il partito maggiormente votato in quasi tutte le circoscrizioni –ad eccezione di Sidi Bouzid, dove il 38,1% dei voti è andato a Aridha Chaabia, il partito di Mohamed Hechmi Hamdi– ha ottenuto i maggiori consensi nei governatorati rurali del Sud Est del paese (Tataouine: 59,3%; Gabès: 53,1%; Médenine: 47,7%; Sfax 1: 44,1%) e nei quartieri più poveri di Tunisi (Tunisi 1: 46,3%). Il voto nelle circoscrizioni delle coste settentrionali, maggiormente industrializzate, e nelle circoscrizioni a maggiore densità urbana è stato invece più diversificato, e ha consentito di entrare nella Costituente anche ai partiti di centro-sinistra.

Fonti: Martini F., “Libere elezioni in Tunisia”, in Limes n.1/2012.
Martini F., October 2011 Tunisian Elections. An Assessment of Results on a Geographical Basis, Center for Transatlantic Relations - SAIS Johns Hopkins University.
Bradley A., Tunisian Election Results Tables, 24 ottobre 2011, Tunisialive.

Tuttavia al di là delle capacità di proselitismo, a preparare il terreno alla vittoria di Ennahda sono stati i sette lunghi mesi di governo di transizione e di campagna elettorale, che hanno portato alla smobilitazione di una buona parte delle masse dei dimostranti. Man mano che la situazione economica è peggiorata e le difficoltà quotidiane sono aumentate, si è infatti diffuso un sentimento di estraniazione nei confronti del dibattito politico, che ha trovato espressione nella stessa affluenza alle urne: sono andati alle urne 3.702.627 votanti, poco meno della metà dei 7.569.824 aventi diritto al voto... Insomma non proprio la grande festa della democrazia dipinta dai media occidentali! Piuttosto un astensionismo nella maggior parte dei casi dettato da un’apatia che nemmeno la sollevazione ha scosso in profondità, e in alcuni casi di protesta, come chiariscono le interviste pubblicate su “Humanité”, dalle quali emerge una diffusa disillusione dei giovani delle città dell’interno nei confronti dei partiti in lizza, la rabbia e l’amara consapevolezza che quanto accaduto non è stato sufficiente a cambiare la condizione dei giovani disoccupati e del proletariato: “La Rivoluzione non ha cambiato nulla per quanto riguarda le diseguaglianze. Non voterò finché non avrò ottenuto il mio diritto al lavoro”6.
Questa estraniazione rispetto al dibattito politico-elettorale è dipesa anche dal fatto che la propaganda elettorale dei principali partiti si è basata su programmi molto simili che, al di là di qualche concessione alle richieste provenienti dal basso, molto spesso si aprivano o si concludevano con la stessa identica promessa di una crescita indefinita del paese da ottenersi seguendo le ricette del liberalismo: riforme democratiche; maggiore efficienza dell’amministrazione pubblica; investimenti dello stato per ridurre le disparità tra regioni e sostegno attraverso sgravi fiscali alle piccole e medie imprese; misure per l’integrazione nel mercato regionale; maggiore cooperazione con l’Unione Europea e creazione di un ambiente favorevole agli investimenti stranieri; graduale conversione della Tunisia in un’economia dei servizi, in un centro finanziario internazionale o in alternativa in un polo di produzione di alte tecnologie; creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro nel settore pubblico e in quello privato7...
A questo si deve aggiungere che la maggior parte dei partiti di sinistra (stiamo parlando di una sinistra borghese e piccolo borghese, perché purtroppo non c’è, neppure in Tunisia, un partito del proletariato) ha accantonato le proprie piattaforme e si è concentrata sulle tematiche religiose e sulla “laicità dello stato”, per contrastare il rafforzamento di Ennahda e la comparsa dei salafiti, tralasciando completamente i problemi reali dei lavoratori, che lo scoppio della stessa Intifada aveva posto invece prepotentemente in primo piano. Alle accuse di oscurantismo mosse dai partiti di centro e di sinistra –accuse che a molti devono aver ricordato le campagne anti-islamiche per la modernizzazione del paese condotte dal colonialismo francese e proseguite sotto Bourguiba e Ben Ali8– Ennahda ha risposto con una propaganda in cui ha condannato la corruzione e ha enfatizzato il sostegno ai diritti delle donne e la adesione a ideali di tolleranza, cercando di mettere in sordina le posizioni della propria ala più conservatrice, ben rappresentata dal futuro primo ministro Hamadi Jebali.
Non è perciò un caso che l’unico partito ad aver dato del filo da torcere a Ennahda sia stato non il PCOT –che alle elezioni si è presentato sotto il nome di “Alternativa rivoluzionaria”, avendo cura di non citare mai nel proprio programma il termine socialismo e cadendo mani e piedi nella trappola del “secolarismo”– bensì Aridha Chaabia, la formazione guidata dal miliardario Mohamed Hechmi Hamdi. Come mai? Attrazione delle “masse diseredate” per gli “affittati all’imperialismo”, come ha scritto qualche povero diavolo? Qualcosa di leggermente diverso. Il “partito” di Hamdi, infatti, grazie alla bancarotta su questo versante di tutta la sinistra, è risultato quello che ha proposto il programma “sociale” più corposo: un sistema sanitario universale, sussidi ai disoccupati, trasporti gratuiti per gli over 65, sostegno alle fasce più povere della popolazione tramite fondazioni caritatevoli. È in virtù di questo programma, non staremo qui a dire quanto demagogico, che Aridha Chaabia ha potuto piazzarsi al primo posto a Sidi Bouzid e nei governatorati confinanti e conquistare 27 seggi (ridotti poi a 19 per la squalifica di 6 liste a causa di “irregolarità”), facendo breccia tra le masse delle città e delle campagne più povere della Tunisia –quelle stesse città e quelle stesse campagne lasciate a se stesse da tutti i governi post-indipendenza, ma capaci di infiammare con la propria ribellione gran parte del Nord Africa e del Medio Oriente.

Il nuovo governo batte la vecchia strada...

Pur avendo ottenuto un numero di seggi ben superiore al previsto, Ennahda ha dovuto allearsi con il CPR e Ettakatol per poter governare con una solida maggioranza alle spalle. La spartizione delle cariche è presto fatta: Mustafa Ben Jaafar (Ettakatol) viene eletto presidente dell’Assemblea costituente, Moncef Marzouki (CPR) assume la carica di presidente della repubblica e Hamadi Jebali (segretario generale di Ennahda) di primo ministro.
La linea economica del nuovo governo è stata chiara fin da subito. I mercati internazionali – che Gannouchi aveva già provveduto a rassicurare nel corso della campagna elettorale, dichiarandosi a favore delle privatizzazioni delle aziende di stato – hanno ricevuto ulteriori garanzie da Jebali che, nel corso dell’incontro con i rappresentanti dell’associazione degli industriali Utica, si è premurato di sottolineare la centralità del mercato nei programmi del nuovo governo9.
Anche sul piano istituzionale viene ora proseguita l’opera di normalizzazione avviata da Essebsi. Ne è un esempio la Costituzione provvisoria approvata dall’Assemblea costituente l’11 dicembre, che è contrassegnata da una forte centralizzazione dei poteri non troppo dissimile dal vecchio stato delle cose. Gran parte dei poteri vengono infatti accentrati nelle mani del primo ministro (creazione, modifica e revoca di ministeri; nomina di alti funzionari civili; promulgazione di decreti), mentre il presidente della repubblica assume il comando supremo delle forze armate e diventa responsabile della politica estera. Viene inoltre introdotto un articolo di legge in base al quale in "circostanze straordinarie che impediscono il normale svolgimento delle attività delle autorità pubbliche e rendono impossibile all’Assemblea Costituente il regolare proseguimento dei lavori, la maggioranze dei suoi membri può autorizzare che la competenza legislativa –o una sua parte– venga esercitata dal Presidente dell’Assemblea Costituente, il presidente della Repubblica e il primo ministro"10. Insomma, se a questo si aggiunge il fatto che finora non è stata fatta alcuna epurazione degli elementi vicini a Ben Ali né tra i ranghi della polizia, né tra quelli del potere giudiziario, più che ad una “riforma”, sembra di essere di fronte ad una controriforma (rispetto alle attese delle piazze), che getta le premesse –come hanno denunciato anche i bloggers di Nawaat– per una nuova dittatura di classe più somigliante al vecchio assetto di potere del regime di Ben Ali di quanto non potessero immaginare i coraggiosi dimostranti della rivolta tunisina11.

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…ma le proteste non si placano

Al di là di questa riforma, al pari di Essebsi anche la troika si è rivelata incapace di risollevare le sorti dell’economia tunisina. La continua crescita della povertà, della disoccupazione e dell’inflazione hanno rivelato la natura di mera propaganda elettorale delle promesse contenute nei programmi dei partiti al governo.
Le proteste contro questa situazione non si sono fatte attendere, così come non si è fatta attendere la repressione. Il 30 novembre, a Tunisi, all’indomani dell’insediamento dell’Assemblea costituente (il 22 novembre), inizia un sit di 6 giorni davanti a Palais Bardo, sede del parlamento. Organizzato da Doustourna, una rete di associazioni e partiti, e appoggiato dall’UGTT, Occupy Bardo ha chiesto tra l’altro il ritiro delle leggi che concentrano i poteri nelle mani di pochi, la trasmissione pubblica delle sedute dell’Assemblea, l’introduzione di meccanismi che assicurino la redistribuzione della ricchezza, l’espulsione degli elementi corrotti nel sistema giudiziario e amministrativo, la sospensione del pagamento del debito estero, la messa al bando della normalizzazione delle relazioni con Israele.
Dalla seconda metà di ottobre gli interinali della Compagnia dei fosfati di Gafsa entrano in sciopero contro la scarsa trasparenza del concorso per alcune assunzioni dirette indetto dalla compagnia: oltre agli uffici della Compagnia e del tesoro, viene attaccata anche la sede di Ennahda, simbolo del nuovo potere politico12. Gli esponenti del nuovo governo troveranno il coraggio di presentarsi solo il 5 gennaio 2012. Al loro rifiuto di incontrare i dimostranti, Ammar Gharsallah, padre di 3 figli, si dà fuoco, morendo pochi giorni dopo e innescando proteste di solidarietà anche a Redeyef, dove il 17 gennaio si terrà uno sciopero generale.
Il 9 aprile a Tunisi, durante la Giornata dei Martiri, in memoria dell’eccidio perpetrato dalle truppe francesi nel 1938, viene indetto un corteo contro l’incapacità del governo provvisorio di mettere un freno alla crescita della povertà e della disoccupazione e contro lo strapotere di Ennahda. Come ai tempi di Ben Ali lo slogan è “Dégage! Dégage! (Via, via! Dimissioni, dimissioni!)”. Anche la repressione ha la stessa violenza dei tempi di Ben Ali, testimoniano i presenti. Solo che, per la prima volta, nelle cariche, fianco a fianco della polizia, ci sono anche le milizie di Ennahda. A fine maggio, invece, a Sidi Bouzid – lì dove tutto è cominciato– l’ambasciatore statunitense, in visita per controllare i progressi della costruzione di una clinica per non vedenti finanziata con fondi provenienti dagli Stati Uniti, viene accolto dagli slogan di una piccola manifestazione “contro l’interferenza degli Stati Uniti” e “per la fine dell’imperialismo”13.
La stessa UGTT si smarca dal governo e ritorna di nuovo protagonista delle proteste, grazie anche al cambio delle direzioni avvenuto alle elezioni del congresso nazionale di fine dicembre a Tunisi, durante il quale la grande maggioranza dei partecipanti ha votato per la lista della sinistra sindacale, composta da sindacalisti che non sono mai scesi a compromessi con il governo di Ben Ali e che sono stati in prima linea fin dall’inizio dell’Intifada14. Il 1° maggio, con l’UTT (Union des travailleurs tunisiens) e la CGTT (Confédération générale des travailleurs tunisiens, di sinistra), i due nuovi sindacati nati dopo lo scoppio dell’Intifada, porta in piazza migliaia di lavoratori che scandiscono slogan contro il governo, nonostante l’invito ufficiale di Ennahda “di partecipare alle manifestazioni organizzate dall’UGTT, in segno di riconoscimento del ruolo avuto dai lavoratori nel la rivoluzione”15. Il 7 e l’8 maggio riesce a organizzare lo sciopero dei dipendenti del Palazzo presidenziale –è il primo del genere nella storia della Tunisia– che chiedono di mettere fine alle disparità di trattamento tra i vari lavoratori e di semplificare le procedure di adesione ai sindacati16. A fine maggio, organizzati dall’UGTT, incrociano le braccia i dipendenti delle cliniche universitarie di Tunisi per rivendicare l’innalzamento della paga ai livelli di remunerazione degli ospedali pubblici e per protestare contro la privatizzazione delle scuole di medicina voluta dal governo, che finirebbe per consentire l’accesso ai corsi solamente a studenti provenienti da famiglie abbienti17. Incrociano le braccia anche gli interinali di Tunisie Télécom per protestare contro la mancata applicazione di una recente legge che impone l’assunzione diretta dei lavoratori in subappalto e per denunciare la connivenza del governo in carica, che non vuole ledere gli interessi di alcuni ex-ministri del precedente governo Essebsi proprietari di alcune delle ditte in subappalto18.

Di fronte a quella che ormai viene riconosciuta come un’esperienza di governo fallimentare, di fronte alle limitate ma decise proteste delle piazze e al ritorno dell’UGTT all’opposizione, stanno crescendo le difficoltà di tenuta degli stessi partiti della maggioranza che affiancano Ennahda19. Sta crescendo inoltre la distanza tra il governo e le masse lavoratrici, al punto che inizia a registrarsi un certo disgusto nei confronti della sua politica anche tra coloro che lo scorso ottobre avevano votato Ennahda. La partita non è chiusa. Per il proletariato della Tunisia, che ha dato finora una grande prova di sé, e per i giovani che gli sono stati al fianco, la sfida è aperta. Ora le vie si cominciano a biforcare in modo più netto. O andrà avanti questo graduale processo di instaurazione di una democrazia borghese vigilata (vigilata anzitutto dalle grandi potenze che hanno bombardato la Libia e si preparano a fare altrettanto in Iran e in Siria) e vigilante, che non potrà che continuare a tradire le aspettative dei proletari insorti. O andrà avanti il processo rivoluzionario che si è appena riaperto in Tunisia, in Egitto, nel mondo arabo secondo la linea della rivoluzione ininterrotta, la sola che può esprimere le necessità di liberazione degli sfruttati e connetterla alla ripresa del movimento rivoluzionario alla scala mondiale, il solo fattore che potrà realmente consentire a quella liberazione di diventare, da aspirazione, realtà. Una terza via non c’è.

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Note
1 Il debito totale tunisino è costituito dal 65% di debito interno e dal 35% di debito estero. I cinque maggiori creditori dello stato tunisino sono: i mercati finanziari (31,5%), lo stato francese (13,9%), la Banca Europea d’investimento (11,1%), la Banca Africana dello sviluppo (10,5%) e la Banca Mondiale (9,1%).
2 Sidi Bouzid è una cittadina di 40.000 abitanti situata nelle regioni centrali, con un’economia prevalentemente agricola e un tasso di disoccupazione ufficiale del 25%, quasi il doppio della media nazionale. Storicamente è stata uno dei centri della resistenza anticoloniale, in seguito è divenuta un feudo di voti per il partito di Ben Ali e una riserva per l’arruolamento nell’esercito e in polizia.
3 Mohamed Gannouchi, dopo aver ricoperto la carica di Direttore Generale del Piano con Bourguiba (1975), è stato a più riprese ministro sotto Ben Ali, partecipando in prima persona all’elaborazione e all’applicazione delle ricette neoliberiste: per usare una felice espressione di Fathi Chamki, “egli ha servito e obbedito al capitale internazionale, vegliando sui suoi interessi in Tunisia”.
4 Cfr. Moro D., Il baratto di Tunisi, in Limes n. 1/2012.
5 El Amrani I., Lindsey U., Tunisia moves to the Next Stage, 08.11.2011, Middle East Report Online.
6 Cfr. Martin J., Tunisian Constituent Assembly elections: Ennahda victory prepares further uprisings, 7.11.2011, in marxist.com. Martin in questo articolo cita i risultati di alcuni sondaggi dell’Institut de Sondage et de Traitement de l’Information Statistique (ISTIS), che mostrano come ad agosto del 2011, a poche settimane dal voto, più del 60% del campione intervistato fosse insoddisfatto della situazione economica del paese. Per quanto riguarda i partiti politici, il 70% si dichiarava insoddisfatto della loro performance e il 57% dichiarava di non apprezzare la linea di nessun partito (cfr. istis-tunisie.com).
7 Questa lista è frutto del confronto tra i programmi di Ennahda, del partito socialdemocratico Ettakatol/Forum democratico per il lavoro e le libertà e del Partito Democratico Progressista (ex partito socialista, ora di centrodestra). Cfr. Programme Ettakatol en 100 propositions; Ahmed Najib Chabbi dévoile le Programme électoral du PDP.
8 Cfr. Khiari S., Dossier Tunisia. Riflessioni sulla rivoluzione alla luce dei risultati elettorali, 17.12.2012.
9 Martin J., op. cit.
10 Capelli C., La Tunisia del dopo elezioni, 2011.
11 Nawaat, Prémices d’une nouvelle dictature... La défaite en trois étapes, 01.03.2012 (http://nawaat.org/portail/2012/03/01/premices-dune-nouvelle-dictaturela-defaite-en-trois-etapes/).
12 Commission Maghreb NPA, Tunisie. Les travailleurs de nouveau en lutte, 03.12.2011.
13 Parker E., American ambassador’s visit to Sidi Bouzid met with protests, 21.05.2012.
14 Amami N., Tunisie: 22e congrès de l’UGTT, 12.01.2012.
15 Cfr. guardian.co.uk (01.05.2012).
16 Ajmi S., For the first time workers at the Presidential Palace go on strike, 07.05.2012 (tunisia-live.net).
17 Ajroudi A., Striking Tunisian doctors demand equal pay, 31.05.2012 (www.tunisia-live.net).
18 Yaros B., UGTT protests continued subcontracting by Tunisie Télécom, 24.05.2012 (tunisia-live.net).
19 Undici dei 29 deputati del CPR infatti sono passati all’opposizione in segno di protesta contro la sanguinosa repressione della manifestazione del 9 aprile e contro l’adesione acritica alla linea di Ennahda, andando a formare un nuovo partito con alcuni deputati dissidenti provenienti dalle fila Ettakatol e il Partito Democratico Progressista.


Rete Camere Popolari del Lavoro