[Treviso] Il buon capitalismo svedese. Una giornata di sciopero all’Electrolux di Susegana

E' giovedì 14 novembre e alle 8 del mattino il cielo è limpido a Susegana (Treviso), ma il freddo è pungente.  Nel piazzale antistante lo stabilimento dell’Electrolux, (1200 dipendenti, la più grande fabbrica dell’area) quattro pattuglie della polizia e dei carabinieri aspettano che gli operai escano dallo stabilimento.

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La nostra presenza è presto oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine: figure straniere che meritano almeno l’identificazione. I camion intanto continuano a entrare ed uscire perché nonostante gli ultimi annunci della direzione della multinazionale svedese, la classica riduzione del personale o peggio la chiusura dello stabilimento, la produzione continua. La chiamano investigazione i padroni che vengono dalla socialdemocrazia svedese: cioè analisi dei livelli di costo (costo degli operai, in primis) e redditività dei quattro stabilimenti ancora presenti in Italia. La fase successiva è la comparazione con i margini dei profitti degli altri numerosi stabilimenti che Electrolux possiede in giro per il mondo.

Electrolux è il secondo produttore al mondo di merce bianca dopo la Whirpool e può quindi tagliare liberamente dove i margini sono più bassi. Ma gli stabilimenti italiani potrebbero essere chiusi anche se garantiscono buoni margini di profitto, perché spostando la produzione un migliaio di chilometri più a Est, in Ungheria, i profitti si alzano decisamente. Il welfare state svedese si sostiene anche così, con multinazionali in giro per il mondo che spremono gli operai, degli altri. Oppure li lasciano a terra perché altrove costano meno. A Susegana si produce merce bianca, come frigoriferi e lavatrici, dal secondo dopoguerra. E questi operai dovrebbero essere un po’ più D.o.c. del prosecco. Ma il prosecco non può essere delocalizzato, almeno per il momento.

A Treviso oggi è il giorno dello sciopero proclamato da Cgil, Cisl, Uil per protestare contro la mazzata annuale che il governo sta preparando. Alle 9 iniziano a uscire i primi operai e i cartelli già mostrano quanto questi operai siano critici verso questo sciopero: “3 ore di sciopero contro la riforma che ha abolito le pensioni, 4 ore di sciopero per ricevere 13 euro in più in busta paga”. In effetti per molti operai questi scioperi di quattro ore sono inutili, ma qui si saldano con le proteste che da qualche settimana questi operai stanno portando avanti contro la delocalizzazione. E’ da venti giorni che questi operai protestano bloccando l’entrata delle merci, le strade e andando di consiglio comunale in consiglio comunale.

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Davanti alla fabbrica intanto arrivano anche operai di altre aziende vicine. E’ una classe operaia multinazionale, nel pieno dell’età lavorativa e discretamente sindacalizzata. Le bandiere sono quella della Fiom-Cgil e in misura minore della Fim-Cisl. Il 20-30% degli operai sono migranti, compresi alcune decine di cinesi. Il resto è quasi tutto della zona, sebbene non manchi l’accento meridionale. In effetti per quanto le operazioni alla linea di montaggio siano inferiori al minuto, il sindacato conta ancora  qualcosa e nella zona tutti considerano l’Electrolux un po’ come un baluardo operaio. Altrove la situazione è decisamente meno rosea.
Alle 9,30 ci sono 4-500 operai che ascoltano il messaggio che arriva dai delegati sindacali nel Cae (Comitati aziendali europei): Electrolux vuole chiudere qualche stabilimento e quelli italiani sono in prima linea. Un’operaia rilancia: “se qualcuno era ancora titubante, adesso dovrebbe essersi schiarito le idee”.

Il corteo parte senza particolari slogan. A mezzo chilometro dalla fabbrica vi è la statale Pontebbana, che corre lungo tutta la Pedemontana. I flussi di traffico merci passano tutti per quella statale che viene bloccata dopo pochi minuti. Le forze dell’ordine scortano in estrema tranquillità gli operai. Non c’è tensione, non c’è timore. Il blocco della circolazione è una pratica diffusa e negli ultimi venti giorni la statale è stata un obiettivo più volte perseguito. D’altra parte, il traffico è già stato dirottato su altre strade. Quando gli operai se ne accorgono spostano il blocco qualche chilometro più in là. Il tavolino con il vin brulé e i biscotti segue il corteo che lentamente si muove avanti e indietro. Il suono della sirena dei due megafoni rompe il silenzio. A mezzogiorno si ritorna piano piano verso la fabbrica, lo sciopero è finito. La produzione continua: un mese fa l’Ikea aveva ordinato 4 mila frigoriferi da incasso all’Electrolux di Susegana.

Quando si dice il capitale svedese. Non sarebbe male che questi operai facessero il giro a ritroso: un viaggio a Stoccolma, nella sede del gruppo, a raccontare agli operai svedesi come il capitale sia una bestia difficile da addomesticare. Socialdemocratico o straccione che sia.

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