Fincantieri: la lotta paga, ma non finisce qui

Venerdì 3 Giugno, si parte all'alba. Da Genova e Castellamare i treni speciali partono con a bordo 2000 operai di Fincantieri e indotto. Con loro tante persone, studenti, compagni e compagne che seguono con attenzione le sorti dell'ultima industria italiana a maggioranza statale. Si aggiungono alla giornata delegazioni delle altre sedi sparse sul territorio italiano: Riva Trigoso, Palermo, Porto Marghera, Trieste, Monfalcone e La Spezia.

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Intorno alle 10 gli operai di Castellamare sono alla zona EUR, dove, per questioni di ordine pubblico, in una stanza del Ministero dell’economia, è stato spostato l’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani e le rappresentanze sindacali; il tema è il futuro di Fincantieri. Nel frattempo 1300 lavoratori di Sestri Ponente, sfilano per le vie del centro, in barba alle questioni di ordine pubblico, all’origine dello spostamento del vertice. In un'atmosfera da Seattle, con cordoni delle forze dell'ordine che chiudono e direzionano il corteo metro per metro: l’apparenza deve essere salvata e i capi di stato ancora presenti a Roma dopo le celebrazioni del 2 Giugno, non devono percepire che l’Italia va in rovina mentre compie 150 anni; la rabbia di chi da una settimana non solo è senza un lavoro, ma con la prospettiva di non averlo più deve essere nascosta.

Si rincorrono le discussioni con i lavoratori dei vari settori e delle due città: “la crisi?”, chiediamo e la risposta è "sì, certo, ma una crisi ciclica di commesse è stata tramutata in una crisi strutturale, che necessita di un nuovo piano per Fincantieri e per i sui dipendenti". Si accusano le istituzioni locali, il governo centrale e chiunque non abbia a cuore il futuro delle aziende a rischio chiusura e dei suoi dipendenti, chi ha per anni gestito in modo scellerato Fincantieri ed ora ha come risposta solo piani lacrime e sangue per gli operai.

Si parla di dignità, la dignità di chi riconosce nel proprio lavoro non solo una fonte di reddito per sé e per le proprie famiglie, ma anche un’ancora di salvezza, in un territorio, soprattutto quello di Castellamare, dove da venti anni a questa parte non è rimasto nulla, se non la scelta di emigrare: “non possiamo permettere che Fincantieri chiuda – ci dicono – non possiamo permetterlo per noi e per i nostri figli, per il futuro del nostro territorio”.

Alle 15 la riunione al ministero termina. Dall’Eur al centro di Roma rimbalza la notizia che l’amministratore delegato Fincantieri, Bono, ha ritirato il piano di chiusura. La palla passa adesso ai governi locali, alle regioni, per il rilancio, mentre Governo e UE intervengono con ammortizzatori sociali: la tregua è stata firmata. Si susseguono commenti e valutazioni, dopo ore i lavoratori dei due stabilimenti si ricongiungono alla stazione di Roma Ostiense, dalla quale partiranno i treni del ritorno.

Una cosa è certa: è stata una giornata di lotta ed è stata una giornata vittoriosa; adesso si comincia a programmare il futuro, senza abbassare la guardia e continuando a lottare. Anche perché alcune delle dichiarazioni di Bono non possono lasciare tranquilli: cosa può infatti significare recuperare la competitività con il Far East, ritenuto obiettivo “imprescindibile”, se non tagli sul costo del lavoro e cioè peggioramento delle condizioni lavorative di migliaia di operai?

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- alcune istantanee
- intervista ad un operaio di Fincantieri Castellamare

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