I lavoratori salveranno Roma. Assemblea pubblica del neonato sindacato degli autoferrotramvieri ATAC

Si è tenuta Mercoledì 7, un'assemblea pubblica che a tutti gli effetti ha rappresentato il primo congresso del neonato sindacato Cambia-Menti M410, di cui fanno parte gli autoferrotramvieri ATAC. La sigla si riferisce a quel famoso 4 Novembre scorso in cui i lavoratori e le lavoratrici si astennero dagli straordinari, mettendo in scena uno sciopero “bianco” in grado di colpire l'azienda senza danneggiare i lavoratori e che fu il primo passo di una lunga lotta che si è protratta almeno fino a Febbraio.

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L'assemblea, giunta subito dopo le grandi mobilitazioni di ieri, aveva al centro il famigerato decreto “salva Roma” ed il profilarsi sempre più minaccioso della privatizzazione dell'azienda. Il rifiuto netto e radicale di questa opzione è sempre stata la parola d'ordine di questi lungimiranti lavoratori, prima ancora che da associazione si tramutassero in sindacato e prima ancora che il suddetto decreto venisse ratificato e che spuntasse fuori quella relazione del MEF che proprio nelle dismissioni delle aziende partecipate vede una delle soluzioni per ripianare le disastrate finanze capitoline. Come si è detto durante l'assemblea, non è il “liberismo selvaggio” che nega qualsiasi utilità sociale del servizio di trasporto – la cui natura pubblica è stata ulteriormente ribadita dall'esito del referendum del 2011 –, a risolvere i problemi dovuti al capitalismo mafioso di aziende utilizzate come bancomat da affaristi e politici per garantirsi favori e pace sociale – come nel caso di ATAC, protagonista di diversi scandali tra parentopoli e fondi neri. Anche contro i dettami transnazionali provenienti dall'Unione Europea, arrivando addirittura a spingere per un protagonismo addirittura maggiore della politica nella gestione dell'azienda, deve essere essere chiaro che rottamare la vecchia politica non deve significare rinunciare al ruolo che la politica e quindi la cura del bene comune dovrebbe assolvere nella gestione dell'azienda.

Proprio dalla sfiducia nella vecchia politica, e quindi dalla sfiducia nel sindacato per com'è, nasce il sindacato Cambia-menti, come è stato detto da un esponente politico del Movimento 5 Stelle, che vi riconosceva lo stesso percorso che ha portato alla nascita del suo partito. Cambia-menti spera così di diventare un sindacato veramente rappresentativo, in cui cui siano “tutti liberi perché tutti uniti perché tutti uguali”, da cui il rifiuto netto dell'accordo sulla rappresentanza firmato da confindustria e confederali. Aperto però a collaborazioni con altri sindacati riconosciuti evidentemente come simili, come USB,  che è infatti intervenuta attraverso un suo delegato.

Essere all'altezza delle proprie aspirazioni non è impresa facile, come questi lavoratori sanno meglio di tutti gli altri. A frapporsi c'è la repressione aziendale, i contentini dei sindacati compiacenti, le lusinghe momentanee della politica, il rischio che alle esplosioni di rabbia e frustrazione non segui una capacità programmatica reale. La partecipazione all'assemblea al di sotto delle aspettative dimostra anche questo.

La determinazione e la voglia di andare avanti dimostrano anche che però le cose possono cambiare. Farlo realmente significa trovare la radice di ciò che accomuna chi è stato diviso da decenni di opportunismi, clientelarismi e contentini. Significa anche ripensare radicalmente la funzione di una mobilità urbana che troppo spesso rappresenta semplicemente lo strumento con cui collegare il quartiere dormitorio in cui migliaia di lavoratori sono costretti a dormire, con i luoghi in cui sono costretti a produrre o sono “liberi” di consumare.

Supportarli in questa ardua impresa è interesse di tutti quelli sui cui sacrifici rischia di scaricarsi per l'ennesima volta il conto della crisi, fin tanto che chi ne approfitta sarà in grado di sfruttare le divisioni che nascondono la loro comune condizione.

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