Iniziano gli scioperi contro il Jobs Act

Treviglio - I rappresentanti dei lavoratori della Same Deutz-Fahr invitano a mobilitarsi contro il Job Act del governo Renzi e lanciano un appello a tutti i lavoratori: iniziare a usare l’arma dello sciopero. Il timore delle RSU della Same è che si ripeta l’immobilismo confederale a cui si è assistito in occasione della cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori con la riforma Fornero.

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Parte direttamente dai lavoratori di una fabbrica l’iniziativa di opposizione al nuovo decreto sul lavoro, perché nessun altro pare muoversi su questo fronte. Anzi, la massima carica  della CGIL di Bergamo, Luigi Bresciani si dichara favorevole al Decreto Poletti: “Considero positive e realistiche le misure sui contratti a termine rispetto all’allungamento a 36 mesi dell’acasusalità nei contratti facendola così coincidere con la durata massima del contratto a termine”.

Gli scioperi di due ore sono già partiti settimana scorsa alla Same e  alla Nectar e hanno raccolto le prime adesioni alla Dalmine. Un primo passo significativo soprattutto se questo appello riuscirà a essere lo stimolo per un ampia mobilitazione.

Il preludio al Job Act di Renzi è il Decreto Poletti. Le novità contenute nella riforma riguardano i contratti a termine senza causale, i più precari di tutti. La durata massima passa da 12 mesi a 3 anni e il numero delle proroghe, cioè i rinnovi senza interruzione, sale da 1 a 5. Viene inoltre fissato al 20% il limite dei lavoratori con contratto a termine sul totale dei dipendenti, un tetto finora rinviato alla contrattazione fra le parti. Ma per le aziende che superano questa soglia non c’è più l’obbligo di assumere il lavoratore, bensì una semplice sanzione pecuniaria che
può andare dal 20 al 50% dello stipendio previsto per il contratto a termine. Tale sanzione non andrà al lavoratore, come avveniva in passato, ma allo Stato. Il tentativo è quello di armonizzare il lavoro a tempo determinato con quello delle agenzie interinali.
Si aggrava la situazione  anche sul fronte dell’apprendistato, il contratto che almeno nelle intenzioni doveva rappresentare il principale canale di accesso al mercato del lavoro ma che negli anni è servito a nascondere “sacche” di sfruttamento. Sale da 30 a 50 il numero minimo dei dipendenti che un’azienda deve avere per essere obbligata ad assumere definitivamente il 20% degli apprendisti prima di prenderne di nuovi.

Dopo il via libera al decreto legge, dovrebbe partire l’esame del vero e proprio Job Act. Il disegno di legge delega approvato dal governo contiene i principi del nuovo contratto unico a tutele crescenti e la riforma degli ammortizzatori sociali. Maurizio Sacconi del Nuovo Centro Destra, dice che quella sarà l’occasione per «unificare la regolamentazione del lavoro sia per il settore privato sia per quello pubblico». In continuità con i Governi dell’ultimo decennio le dichiarazione di Sacconi aprono alle larghe intese con il PD in materia di precarietà.

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