[Genova] Che cosa succede al teatro Carlo Felice?

La sera dell'otto maggio 2014 un presidio di impiegati e tecnici del teatro Carlo Felice di Genova si è scontrato duramente con alcuni colleghi del coro e dell'orchestra che avevano boicottato lo sciopero di tre giorni indetto da Cgil e Cisl contro gli effetti della legge Brai sulle fondazioni teatrali. Sui giornali e sulle televisioni locali si è capito solo che un gruppo di appassionati dell'opera si lamentava per un mancato spettacolo che gli artisti avevano comunque tenuto nel teatro vuoto scortati da un ingente spiegamento di polizia per la trasmissione in streaming.

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In realtà la situazione del teatro genovese è molto complicata e rimanda alla reale natura della legge Brai sulle 13 fondazioni teatrali italiane. Quella legge era stata salutata positivamente dagli orchestrali e vista con enorme preoccupazione dai tecnici e dagli impiegati delle fondazioni.

Per capire meglio, occorre quindi risalire ai contenuti della legge. Si tratta di una legge che prevede un contributo statale di circa 100 milioni di euro per le 12 fondazioni italiane a fronte di un buco di bilancio che si aggira intorno ai 300 milioni di euro. Questo contributo è vincolato alla presentazioni di piani industriali di risparmio da presentarsi immediatamente con lo scopo del pareggio di bilancio previsto entro il 2016. Sostanzialmente si fornisce un aiuto che però è vincolato ad una ristrutturazione interna abbastanza feroce che ci concentra sul personale tecnico e amministrativo. Il piano prevede la rinuncia agli accordi aziendali delle varie fondazioni che spesso servivano per recuperi di garanzie e salario per le fasce meno pagate. Gli orchestrali, che nei mesi precedenti alla legge erano più attivi nella contestazione ai tagli, accettano sostanzialmente la legge che scarica sul personale tecnico la ristrutturazione. In questo aiutati dai loro sindacati corporativi, fino al crumiraggio dell'otto maggio.

A Genova si prevedono 37 esuberi su 280 dipendenti. Di questi una decina potrebbero essere mandati in pensione (legge Fornero e aggiustamenti successivi permettendo) mentre rischiano fortemente 15 impiegati e 12 tecnici che in teoria dovrebbero avere contratti gestiti da una sorta di bad company (la Ales, che a Genova però non esiste...) Inoltre, la situazione del capoluogo ligure è più complicata in quanto il sovrintendente della Fondazione Carlo Felice è alla scadenza del mandato. Ad oggi il Sindaco Doria (che dichiara di non capire il motivo delle proteste sindacali e apprezza il decreto Brai...) ha rinnovato per pochissimo il mandato del sovrintendente che però per i sindacati non è affidabile come controparte.

Il rischio per il personale è che, ad agosto, si approfitti della chiusura del teatro per forzare con la dismissione del personale. In questo caso sarebbe difficile organizzare qualsiasi forma di protesta. La posizione attuale dei sindacati è la richiesta del no agli esuberi e in alternativa si chiedono garanzie per coloro che perderebbero il posto in fondazione. La Ales sembra un'ipotesi molto vaga e l'anticamera del licenziamento. Noi stiamo con i lavoratori in lotta e sosteniamo la richiesta del bolocco degli esuberi.

Riteniamo che le funzioni di un teatro vanno al di là dell'aspetto meramente economico e sono centrali nello sviluppo culturale di una città. Se risparmi ci devono essere, non devono essere pagati dai soliti noti e soprattutto devono essere vincolati ad un piano serio di contaminazione del teatro con la città che in prospettiva rilanci, al di fuori della mura del Carlo Felice, l'offerta culturale in città rendendola accessibile a tutti.

di stellarossagenova.org

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