[Merano - BZ] Occhi puntati su Solland Silicon

solland silicon

Riceviamo e volentieri ripubblichiamo un interessante articolo sulla situazione della Silicon Solland inviatoci dal figlio di un ex lavoratore della SunEdison (all'epoca Montedison) di Merano.

Quando si parla di Merano si affacciano alla mente immagini da cartolina: una città dal bel centro storico immersa nel verde di viti e meleti, circondata da montagne e boschi. Turismo, settore alberghiero e un'agricoltura specializzata trainano l'economia locale. Pochi sanno che alla periferia di Merano è presente sin dagli anni Venti un importante sito industriale. Nato sotto il fascismo ha attraversato tutto il secolo cambiando più volte nome. Montecatini, Montedison, Memc... ora SunEdison e Solland Silicon.

Specializzato nella produzione di silicio monocristallino (utilizzato nell'elettronica e per questo iper-puro) e policristallino (alla base dell'industria del fotovoltaico) questo sito industriale sta vivendo da 4 anni una crisi che proprio in questi giorni tocca il suo culmine.

La SunEdison (questo il nome della Memc dal 2013) ha venduto alla Solland Silicon il ramo della produzione del silicio policristallino alla fine del 2014. Da tempo questo settore produttivo era in crisi: la richiesta di pannelli per l'energia solare ha infatti subito negli ultimi anni una forte compressione sui mercati mondiali, cui si aggiunge una concorrenza spietata a livello internazionale nella produzione del silicio policristallino (grazie ad una manodopera sempre più mal pagata).

Nel 2009 la Memc ancora immaginava uno sviluppo positivo per il settore; il fotovoltaico tirava ancora molto e decise di favorire l'installazione di un impianto ciclopico per la produzione in loco del "brodo di coltura" da cui si trae il silicio policristallino: il triclorosilano. Sperava così, ridotti i costi di fornitura della materia prima, di poter produrre a prezzi più vantaggiosi e fare cassa. Prima che il tutto entrasse a regime il fotovoltaico aveva già subito forti rovesci, in Italia si ridimensionavano gli incentivi per l'installazione di pannelli ad energia solare e la Memc, dopo aver investito milioni di euro per la produzione di policristallo, si ritrova all'improvviso con uno stabilimento che rappresenta soprattutto un costo e i reparti fermi.

La produzione è bloccata (non garantirebbe infatti quei margini di redditività che interessano agli azionisti – ricordiamo che la Monsanto Electronic Materials Company è una multinazionale americana), la manutenzione dell’impianto deve essere continua (molte sostanze chimiche usate sono tossiche) e la dismissione dello stesso richiederebbe una bonifica del sito costosissima. A questo punto meglio vendere.

Entra in scena la Solland Silicon del gruppo Pufin Power di Massimo Pugliese, cui la SunEdison cede il ramo d’azienda. Il tutto avviene davanti al Ministero dello Sviluppo Economico tra i palusi e la soddisfazione generali. Ma nulla da fare: la produzione non riparte. La data di ripresa della produzione, sempre posticipata, incappa un mese fa nell’ultimo scoglio: il fallimento dell’olandese Solland Solar Cells, importante snodo della filiera produttiva di Massimo Pugliese, per un’istanza di fallimento dei lavoratori di quell’azienda che non hanno ricevuto lo stipendio da 3 mesi! Le voci di eventuali accordi con gruppi stranieri come la cinese Trina Solar e la giordana PanMed si risolvono in un nulla di fatto. Per riassumere: stazione dopo stazione una lenta discesa nella consapevolezza che il piano produttivo programmato era soltanto carta straccia.

SollandIn questi anni i 157 operai dello stabilimento hanno vissuto un calvario: annuncio di licenziamento, cassa integrazione, lavoro a rotazione, sempre nella speranza che la produzione ripartisse. Nelle ultime settimane le RSU hanno proclamato prima lo stato di agitazione e poi lo sciopero a oltranza. Gli stipendi degli ultimi mesi sono stati pagati solo in parte e la situazione si presenta gravissima. Sono stati coinvolti gli enti locali Comune e Provincia che hanno espresso solidarietà agli operai. Certamente gli amministratori locali cercheranno di apportare aiuti concreti ai lavoratori, che però sanno che tutto questo non sarà sufficiente. Lunedì 12 ottobre è previsto un incontro tra RSU, Solland Silicon e SunEdison davanti al Ministero per lo Sviluppo Economico e sarà interessante vedere quale ruolo saprà ritagliarsi il Governo nella soluzione della vicenda, come saranno definite le responsabilità e quali misure verranno adottate a tutela del lavoro e degli operai. E' bene evidenziare un dato inquietante comparso sulla stampa locale e che riportiamo per intero, alla luce del quale non sarà difficile riflettere sulla natura degli interessi in campo sia della Solland Silicon che della SunEdison: “E' il caso di ricordare che la cessione del ramo d'azienda non è stato ancora pagato da Solland Silicon visto che la prima delle sette rate di un milione di euro ciascuna deve essere versata entro il 31 dicembre 2017 e l'ultima, di tre milioni di euro, entro il 31 dicembre 2024. La cessione del reparto policristallo dalla SunEdison alla Solland Silicon di Massimo Pugliese, era stato convenuto al Ministero, era costata 10 milioni di euro. Non risulta che sia ancora stata fatta la bonifica e la messa in sicurezza del terreno che pure era prevista nell'atto di compravendita” (dal quotidiano Alto Adige del 15.09.2015)

SollandIntanto formuliamo una riflessione del tutto personale alla luce di un passato prossimo ormai dimenticato. La “fabbrica” di Sinigo (alla periferia di Merano) nasce negli anni '20 grazie alla ripresa dell'economia a livello nazionale a cui partecipano alcune grosse società tra cui la Montecatini che comincia ad operare delle concentrazioni, ad esempio dell'industria chimica, usufruendo di un altro settore in forte espansione, quello dell'energia elettrica. In questo clima di sviluppo economico si inserisce la fondazione della fabbrica di Sinigo che tramite l'energia prodotta dalla centrale elettrica di Marlengo è in grado di avviare la produzione di ammoniaca, acido nitrico e altri prodotti chimici.
Nel 1961 diviene corrente una nuova parola: “silicio”. Da quell'anno infatti nello stabilimento viene aperto un impianto pilota per la produzione di questo elemento di importanza determinante per la nuova elettronica. In questo periodo la fabbrica cambia più volte denominazione e proprietà (Montedison -fusione tra Montecatini ed Edison ) e negli anni '70 si apre un periodo molto importante per il futuro della fabbrica. Durante questi anni lo stabilimento rischia di essere chiuso definitivamente. Si diceva che la fabbrica era senza futuro, un ramo secco da tagliare, era inutile continuare a produrre silicio lassù in Alto Adige. Con queste motivazioni la dirigenza nazionale della Montedison decise che il futuro della fabbrica era segnato. È del 7 luglio 1972 il sigillo alla decisione con una lettera inviata dal ministero delle partecipazioni statali alla giunta provinciale. La rassegnazione non ebbe però neppure il tempo di prendere piede tra i lavoratori. Con una improvvisata assemblea il consiglio di fabbrica decise di reagire alla chiusura con un provvedimento forte ed impegnativo: l'occupazione della fabbrica (durata 315 giorni ininterrotti !) . L'azione sindacale si era impegnata a realizzare attorno alla fabbrica una forte ed ampia solidarietà di tutti i lavoratori e di tanti cittadini di tutto il territorio meranese.

All'interno della fabbrica occupata i lavoratori erano impegnati in prima persona ad effettuare manutenzioni e controlli degli impianti; fuori della fabbrica gli stessi operai si impegnavano, assieme al sindacato locale, nell'organizzazione di manifestazioni tra la gente e le autorità cittadine.

Solland anni '70Obiettivo centrato in pieno dal sindacato locale fu quello di convogliare la maggior parte dei lavoratori su un'unica vertenza, quella occupazionale. Si trattava di convincere l'intera città di Merano che la protesta non era campata in aria e le cifre - oltre che una dettagliata relazione dell'allora personale tecnico - lo provavano. Si aprirono così ulteriori vertenze aziendali in tutti i settori, alla Forst, alla Merlet, alla Zuegg, alla Suta (asporto immondizie), tra gli autoferrotranvieri, alla Menz & Gasser, alla Lasa Marmi in un crescendo sempre più vasto di partecipazione e di consenso sulle rivendicazioni nelle fabbriche di ogni singola categoria e di coinvolgimento, sempre più partecipato, dei lavoratori ai grandi temi della politica cittadina: scuola, sanità, casa. Da luglio '72 a gennaio '73 ben quattro furono gli scioperi generali indetti con una partecipazione notevole, almeno duemila persone. Il mercato del silicio era in espansione, legato allo sviluppo dell'elettronica. La fabbrica andava adeguata ai tempi, non chiusa.

La pressione sulla classe politica regionale e nazionale, una città schierata compatta in difesa dell'occupazione producono il risultato sperato. A Milano, sede della Montedison, si inizia a parlare in termini concreti di piano dell'elettronica e di contributi pubblici per la ristrutturazione. La Montedison decide di fare marcia indietro: la fabbrica sarà riaperta.

A 40 anni di distanza quella grande stagione di impegno e partecipazione, di attività sindacale dal chiaro profilo “culturale”, indica ancora oggi una strada.

M.S.

Rete Camere Popolari del Lavoro