[Roma] I lavoratori Metronotte presi in giro da aziende e istituzioni

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È dal 1 febbraio che giorno e notte i vigilantes di “Citta di Roma – Metronotte” presidiavano il Ministero del Lavoro in Via Veneto. Ieri si sono spostati sotto la prefettura e continuano con tenacia la loro protesta. Una protesta feroce, innanzitutto verso loro stessi, che pur di farsi ascoltare da qualcuno hanno iniziato uno dopo l’altro uno sciopero della fame. Ieri è stato già il secondo di loro a sentirsi male e ad essere portato via dall’ambulanza e da lunedì, domani, se la firma non arriverà, riprenderanno presidio e sciopero della fame sotto la prefettura (intanto al lavoratore va tutta la nostra solidarietà e affetto).

Tentiamo però di andare con ordine e di riassumere a grandi linee questa storia. Una storia purtroppo simile a tante altre che abbiamo sentito qui a Roma, soprattutto dopo il processo di Mafia Capitale, in cui chi paga per gli errori e la gestione mafiosa e clientelare dei servizi sono sempre i lavoratori: il 16 ottobre 2014 l’istituto di vigilanza Metronotte ricevette un’interdittiva antimafia e il prefetto di Roma, allora Pecoraro, revocò la licenza.

Iniziarono le indagini e l’istituto perse tutti gli appalti (tra cui vari ospedali pubblici, la RAI, la Banca d’Italia, ATAC e tanti altri istituti pubblici e privati). I lavoratori in esubero erano 500, infatti la società, nell’attesa di dimostrare in tribunale che tutto fosse regolare, non procedette coi cambi appalto, tenendo di fatto in ostaggio i lavoratori, complici i sindacati. Da febbraio 2015 le retribuzioni furono sospese e ai lavoratori fu data la cassa integrazione (arrivata dopo alcuni mesi, creando ovviamente non pochi disagi). A marzo il TAR con una sentenza dichiarava illegittima l’estromissione di Metronotte dalle utenze e ordinava l’immediata reintegra dei lavoratori, cosa mai avvenuta. Successivamente l’azienda veniva sottoposta a sequestro preventivo e si instaurava un’amministrazione giudiziaria. Infine nel luglio 2016 una sentenza del Consiglio di Stato confermava l’infiltrazione mafiosa. Solo a questo punto, dopo mesi in cui aveva tenuto i lavoratori in ostaggio, l’istituto, non potendo più entrare in committenze pubbliche, comincia ad effettuare il cambio appalto in ATAC, dove lavoravano precedentemente 122 persone. Le aziende subentrate rifiutarono di reintegrare questi lavoratori motivando questo rifiuto con “eccedenze” già presenti nei loro organici e, complici i sindacati, il cui interesse è sembrato corrispondere con quello delle suddette aziende più che con quello dei lavoratori, e le istituzioni, nessuno ha controllato che queste motivazioni fossero reali: infatti successivamente è venuto fuori che queste aziende per coprire il servizio cercavano di assumere nuovo personale, anche tra quello uscito fuori da Metronotte, ma senza scatti di anzianità, a livelli contrattuali più bassi e con contratti di soli 6 mesi; parallelamente a questo si sono riscontrati un numero di straordinari alto tra i loro dipendenti (in alcuni casi che raggiungeva le 60/80 ore mensili per dipendente). Visto che la cassa integrazione sarebbe scaduta nel settembre 2015, fu chiesta una proroga, accolta in Regione e passata al Ministero del Lavoro per l’approvazione definitiva. Nonostante le rassicurazioni degli stessi sindacati, alla fine le cose sono andate in altro modo per i circa 370 lavoratori rimasti (dei 500 iniziali alcuni infatti nel frattempo son andati in pensione, altri addirittura assunti con contratti di qualche mese e poi licenziati dalle nuove società che hanno preso gli appalti). Abbandonati dalle istituzioni e sindacati, si sono mobilitati cercando di fare chiarezza sulla questione, ma fino ad adesso, ormai febbraio 2016, la cassa integrazione non è stata definitivamente approvata perché non c’è il via definitivo, infatti “a causa della mancanza della firma del prefetto non può essere elargita. Gabrielli sostiene che il nostro caso deve far fede alla nuova normativa recente che non chiede più questa firma mentre il ministro sostiene il contrario. Insomma uno scarica barile che non ci permette di avere uno stipendio”.

Non è giusto che questi lavoratori e le loro famiglie, da 5 mesi senza stipendi, soffrano questa situazione creata dalle istituzioni che per anni hanno concesso importanti appalti alla Metronotte. Come se non si sapesse già che il suo padrone Montali fosse un uomo vicino al famigerato Nicoletti della Banca della Magliana.

Siamo di fronte all'ennesimo caso qui a Roma in cui a pagare sono i lavoratori, là dove le responsabilità sono di chi ha permesso questa miriade di appalti in cui l'interesse privato regna ed è mafioso, in cui i lavoratori lavorano spesso in condizioni peggiori dei loro colleghi assunti direttamente, in cui non viene applicata la clausola di salvaguardia sociale e in cui il servizio finisce per peggiorare. Purtroppo un’altra volta ci viene mostrato quanto sia di primaria importanza la rivendicazione dell’applicazione della clausola di salvaguardia sociale negli appalti e quanto ancora di più avrebbe senso l’internalizzazione.

Proprio un paio di giorni fa i lavoratori hanno scoperto al Ministero che l’allora prefetto Pecoraro, che instaurò l’amministrazione giudiziaria, avrebbe invece dovuto proprio commissariare la Metronotte. Lo stesso Pecoraro che è consulente per le società che sono subentrate lì dove c’erano gli appalti di Metronotte! (insomma dove c’era una mafia, se ne fa un’altra)
Se questo fosse avvenuto, se si fosse proceduti subito ad un commissariamento nessuno di loro avrebbe perso il posto di lavoro. Ora proprio questo potrebbe essere un punto su cui battere per riavere non solo la cassa integrazione ma addirittura il reintegro.

Intanto noi stiamo accanto a loro perché abbiano innanzitutto la cassa integrazione, sapendo che però la lotta non finirà finché non avranno il loro posto di lavoro!
Chi volesse dare una mano e portare la solidarietà li può trovare lunedì 8 febbraio davanti alla prefettura di Roma dalle 9 alle 14.

Rete Camere Popolari del Lavoro