L’appetito vien mangiando(-ci)! Era di maggio, Almaviva ci ha preso gusto e adesso vuole il bis

almaviva

1) Che nessuno dica che non lo sapevamo, eh!!!

Non se ne può più di sentire frasi del tipo «Almaviva non sta ai patti!».
Se qualcuno viene sempre viziato, lo si fa “abituare bene”, gli si concede sempre tutto quello che vuole, beh è scontato che poco tempo dopo ne voglia ancora, e ancora, e ancora.

Per i più smemorati ricordiamo che i famosi “patti” sarebbero l’accordo firmato il 31 maggio che i lavoratori avevano prima respinto in massa (tra l’altro in una versione assolutamente migliore di quella poi passata negli uffici del Mise) per poi ritrovarselo firmato sulle proprie teste, senza nessuna consultazione in azienda, con tanto di percentuale diCdS diseguale tra i vari siti (il Contratto di Solidarietà).
Questo “patto” non lo voleva nessuno di quelli che la mattina si svegliano per andare “in cuffia”! Tripi invece sì!
Questo “patto” non ha mai risolto la situazione (anche se ci avevano assicurato in tanti che lo avrebbe fatto) e ha scaricato sui lavoratori tutto il suo peso facendo capire a Tripi che, se volesse provare a firmarne un altro, di “patto”, magari ulteriormente peggiorativo per i lavoratori e più vantaggioso per lui, forse ce la potrebbe fare di nuovo.

Ci è stato detto tante volte che «questo accordo garantisce automaticamente la continuità lavorativa; l’utilizzo, senza trattativa, uno dopo l’altro, di tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione per ben 18 mesi di fila».
Ne sono passati appena 4.
E adesso Almaviva ci dice di voler chiudere le sedi di Roma e Napoli mandando migliaia di lavoratori in mezzo a una strada, perché la soluzione proposta (che era più o meno “far stare peggio i lavoratori”) non ha risolto nulla.
Ma l’azienda lo dice chiaramente: nessuna lacrima, nessuna storia personale raccontata ai giornali, nessun grido: per il comunicato aziendale di Tripi è SOLO il 5% della sua forza lavoro che viene licenziata e perciò può essere cacciata senza batter ciglio.
Ricapitolando, prima ci si prende i soldi pubblici e si peggiorano le condizioni degli operatori per mantenere il lavoro, poi si dice che non è cambiato nulla e... ciaooone! E in questo breve periodo è già successo di tutto: contestazioni, deportazioni da una sede all’altra, ecc…
Pensare che un’azienda che era riuscita a ottenere più soldi pubblici per lei e meno diritti per i suoi lavoratori potesse decidere di non riprovarci pochi mesi dopo era davvero un’assurdità, già a fine maggio.
Almaviva è riuscita già allora a ottenere tutto quello che voleva. E allora perché non rifarlo?
Che nessuno dica che non lo sapevamo, eh!!!

2) «Caro, vieni a rispondere tu da Palermo che ho le mani occupate!»

Tripi vergogna!
La notizia è nota, Almaviva ha comunicato a più di 300 lavoratori del sito di Palermo che devono andare a lavorare di punto in bianco in un’altra sede, in Calabria, a oltre 400 chilometri di distanza! Sennò niente lavoro. Per dirla altrimenti, il gigante delle telecomunicazioni “licenzia” più di 300 lavoratori dalla sede siciliana (ma se vogliono possono continuare a lavorare a Rende! Come al solito per quattro spicci).
Lo scenario quindi è questo, il telefono che sta squillando è a Rende, ma secondo l’azienda è più facile che venga a rispondere un lavoratore da Palermo piuttosto che inoltrare la chiamata. Ci viene detto quindi che i flussi di chiamata non si possono spostare.
Sicuri? Beh, a meno che non sia fatto appositamente per far risultare che le “perdite” siano concentrate giusto nei due siti più “costosi”, come nel caso di Napoli e Roma.
Si scaricano così le perdite su due siti, poi si dice che si vogliono chiudere i due siti perché lì sono concentrate tutte le perdite (ammesso e non concesso che sia la verità. In fondo, chi ce lo dice? L’azienda stessa, senza presentare nessun dato?) !!!
E così il gioco è fatto!
Tripi vergogna!

3) «Fermi tutti, questa è una rapina!
Dammi i soldi pubblici e il controllo individuale oppure licenzio!»

Adesso Tripi parla di licenziamento e di chiusura delle sedi ma già suggerisce “a mezza bocca” delle soluzioni…
Certo, se lo Stato continuasse a regalargli soldi e sgravi fiscali forse potrebbe ripensarci.
Certo se potesse tenere costantemente “sotto l’occhio del padrone” i lavoratori, attraverso il controllo individuale delle prestazioni, per poter così strigliare chiunque si rilassi un secondo e urlargli «Dai! Forza! Produci!», forse protrebbe ripensarci.
Se potesse iniziare a licenziare, con calma, a uno a uno, chi più gli aggrada, in silenzio, e senza troppi schiamazzi, dicendo che «secondo i dati dell’azienda», che può vedere solo l’azienda, una persona non sta lavorando bene, forse potrebbe ripensarci.

L’azienda vuole tutto e già sa come ottenerlo, lo ha già fatto, sempre a maggio.
Non basta scriverlo nei comunicati e dirlo sui giornali. Tripi vuole che siano anche i sindacati e i lavoratori stessi a chiederlo: per evitare che Almaviva “prema il grilletto” del ricatto occupazionale, dovranno urlare ancora più forte ciò che Tripi desidera sotto i palazzi delle istituzioni.
Così, per farlo, l’azienda lascia ai lavoratori anche “la giornata libera” caricando istituti in maniera illegale e concentrando la CdS in un preciso periodo di tempo. E per stare ancora più “tranquilla” mostra i muscoli, ripristinando la vigilanza dei men in black all’ingresso ed estendendola anche ai piani. Come se non bastasse spunta, oramai quasi in pianta stabile, un presidio delle forze dell’ordine all’ingresso del call-center, stranamente più attenti a controllare la giusta rabbia dei lavoratori che le illegittime manovre dell’azienda a proposito di istituti e CdS.
Così facendo Almaviva ottiene diversi obbiettivi:

  • i lavoratori stanno lontano da Almaviva (non solo come luogo fisico), cioè lontano dal loro vero “carnefice”, lontano da chi usa il ricatto della disoccupazione per aumentare i propri profitti
  • i lavoratori possono andare tutti sotto i palazzi delle istituzioni o in giro per la città per far diventare i problemi di Tripi i problemi di tutti
  • si iniziano a scaricare istituti che andrebbero poi monetizzati in caso di chisura, rendendo così più credibile la minaccia di licenziamento e più economico l’eventuale licenziamento reale
  • Almaviva si attrezza ulteriormente per disinnescare gli eventuali scioperi di protesta rendendoli una “arma spuntata” in mano ai lavoratori

E se così qualche “uomo delle istituzioni” inizia a piangere ancora più forte e si unisce alla voce di Tripi dicendo «Poveri lavoratori di Almaviva, aiutiamo il loro ricco padrone», beh ancora meglio per lui.
Questa storia non finirà mai, si ripeterà ogni tot mesi, i lavoratori rinunceranno di volta in volta a tutto per non essere buttati in mezzo a una strada finché ormai non sarà rimasto più niente a cui rinunciare e… ci butteranno in mezzo a una strada.
Che questa volta il reale obbiettivo sia chiudere le sedi di Roma e Napoli licenziando migliaia di persone, oppure spremere ancora di più i lavoratori, oppure le due cose insieme non cambia la situazione: se non si reagisce le cose andranno di male in peggio (ma sempre e solo per i lavoratori).
Nel frattempo i committenti se la ridono con i tentativi dei lavoratori di far rimanere il lavoro in Italia con qualche codicillo inapplicato, mentre loro da brave multinazionali possono salutare tutti dall’alto del loro aereo che si sposta da una parte all’altra del mondo.

Ma non tutto è già scritto.

Se si lotta si vince. E non solo in Francia, in Grecia e in altri posti dove “non sono come noi”.
Si vince a Pomigliano quando si viene ingiustamente licenziati, si vince negli stabilimenti della logistica qualche chilometro più a nord, quando il padrone vuole peggiorare le condizioni di lavoro, si vince proprio qui, in Italia, e anche qui a Napoli, e anche nel settore dei call-center.
Però si vince solo quando si lotta. Punto.

Quando si lotta veramente e non si crede proprio a tutto tutto tutto…
Quando ad esempio non si crede a Tripi, che allude al fatto che tutte le perdite della sua multinazionale derivino proprio dalle sedi di Napoli e Roma e che lui non ci può fare nulla. Quando non si crede che in questo periodo siamo tutti sulla stessa barca (dimenticando che per anni e anni Almaviva “si è fatta chiatta”, ha guadagnato milioni di euro senza che i lavoratori ne vedessero che le briciole e dimenticando che adesso per stringere la cinghia, a strozzarsi sono solo i lavoratori che “in cuffia hanno permesso che si facessero quei milioni di euro). Quando non si crede che questo Governo sia “contro” Almaviva, mentre in realtà si scervella in tutti i modi per capire come e attraverso quale procedura permettere all’azienda di tornare a fare i profitti che faceva un tempo, mentre contemporaneamente dice ai lavoratori che «eh, non sono più i tempi di una volta, dobbiamo fare tutti dei sacrifici».

I lavoratori devono urlare, devono far sentire la propria voce, ma le parole scelte devono essere le loro: non quelle pronunciate da chi sta “puntando la pistola” alla loro tempia, ma quelle contro di lui.

La Storia si ripete, Tripi dimentica i suoi profitti, noi non dimentichiamo i nostri sacrifici.

Tripi stringe la cinghia, ma attorno al collo dei suoi lavoratori!

Nessun licenziamento! Nessun trasferimento!

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