[Roma] Alla biblioteca nazionale la protesta degli "scontrinisti"

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Notizia di questi giorni quella del licenziamento dei "volontari" (in realtà lavoratori a tutti gli effetti) della Biblioteca Nazionale di Roma, che avevano chiesto la regolarizzazione. Abbiamo intervistato una di loro, un viso noto ai frequentatori del bancone "prestito" della biblioteca, dove ha lavorato per 16 anni. È anche su questi lavoratori a cui non viene nemmeno dato un contratto che si regge il sistema culturale italiano.

La storia degli "scontrinisti" della Biblioteca Nazionale di Roma è orma nota: 23 persone impiegate attraverso un'associazione di volontariato, l'Avaca, in cambio di un pagamento con rimborso spese di 400€. Rimborso spese per il quale dovevano presentare degli scontrini, che, per raggiungere la cifra guadagnata, erano costretti persino a raccogliere da terra.

Dopo mesi passati a denunciare la loro condizione, quella di lavoratori veri e propri con tanto di tabelle orarie e richieste ferie da compilare, gli "scontrinisti" sono stati mandati a casa con un sms la sera di lunedì. Ieri mattina si è tenuta un'assemblea sindacale all'interno della biblioteca conclusasi con una protesta davanti al cancello d'entrata. Agli ex lavoratori è stato però proibito l'ingresso: "qui non potete più entrare", gli è stato comunicato. Sull'accaduto abbiamo intervistato una delle lavoratrici con più anzianità di servizio, per qualche anno ha lavorato nella biblioteca come dipendente di una cooperativa, otto anni fa gli è stato detto che se voleva restare doveva sottostare al regime degli "scontrini". Una prova in più che non si tratta di lavoro volontario, che queste persone hanno provato a trasformare in lavoro "vero", ma di lavoro di cui la biblioteca aveva bisogno che ad un certo punto è stato trasformato in "volontariato" perché in questo modo costava meno.

È con rabbia che constatiamo che siamo in tempi in cui il lavoro "volontario" viene considerato un'attività su cui fondare il mantenimento di servizi essenziali. Dai richiedenti asilo che secondo molti politici dovrebbero svolgere lavori socialmente utili, agli studenti costretti a svolgere tirocini gratuiti con l'alternanza scuola-lavoro, ai disoccupati invitati dai sociologi a lavorare gratis per entrare nel mondo del lavoro: sempre di più alle persone viene chiesto di prestare lavoro gratuito (o con rimborsi spese umilianti) senza nessun moto di indignazione generalizzato. Ma dal semplice elenco di queste proposte emerge che non di lavoro "volontario" si tratta, ma di lavoro obbligato, un modo per lo Stato e le imprese di rifornirsi di lavoro gratuito o sottopagato. A questo dobbiamo dire un no senza condizioni, anche quando lo si difende con l'argomento che così si fa risparmiare lo Stato. Non ci prendano in giro! Lo stesso Stato che ha dato milioni di soldi a fondo perduto alle imprese per assumere: quei soldi andavano spesi per assumere personale per i servizi pubblici, visto che ne ha tanto bisogno.

Rete Camere Popolari del Lavoro