Lettera di un operaio dell’Irisbus: che fa il sindacato?

operaio dell’Irisbus

La lotta degli operai dell’AST di Terni ha messo in discussione il mantra della passività operaia che da tempo si era fatto strada. Le manganellate con cui il governo Renzi li ha accolti a Roma ha monopolizzato l’attenzione di tutti: governo, partiti politici, sindacati, lavoratori.

Ma gli operai di Terni non sono stati gli unici che hanno dovuto fare i conti con i manganelli dello stato: prima di loro ricordiamo, ma giusto per essere estremamente sintetici, quelli dell’Alcoa o quelli dell’Irisbus. Queste altre manganellate non hanno fatto lo stesso clamore, eppure la pelle degli operai era la stessa, le loro ragioni pure, le loro forme di protesta anche. Ciò che segna la differenza è il mutato contesto in cui gli episodi hanno avuto luogo.

Oggi, l’attacco del governo Renzi a tutte le lavoratrici e lavoratori è andato a scontrarsi con un’insofferenza sempre meno sotterranea e che nelle ultime settimane più volte è uscita in superficie. Le manganellate agli operai hanno fatto il paio con le dichiarazioni che sta rilasciando quotidianamente Squinzi, presidente di Confindustria: le forze dell’ordine attaccano fisicamente gli operai, in contemporanea all’attacco – che farà ancor più male – del governo Renzi e della Confindustria, con jobs act e legge di stabilità.

Il sindacato, FIOM in testa, ha deciso, dietro la spinta delle mobilitazioni operaie e di fronte alla chiusura del governo Renzi, di tornare a protestare. La FIOM ha indetto uno sciopero per il Nord Italia ed uno per il Sud (rispettivamente il 14 ed il 21 novembre) ed è notizia delle ultime ore la decisione della CGIL di convocare lo sciopero generale per il 5 dicembre.
Un passo positivo, senza alcun dubbio. Che non deve farci dimenticare come e perché si muovano i sindacati confederali in questo paese. Per mantenere viva la memoria, pensiamo che le parole di Giulio, operaio dell’Irisbus, oggi in trasferta a Lecce, siano particolarmente significative. In un’intervista rilasciata ad un quotidiano della provincia di Avellino, ripercorre, attraverso le tappe della vertenza che lo ha visto partecipe in prima persona, anche le tappe della progressiva maturazione di una sfiducia nei confronti di un sindacato sempre pronto a firmare accordi al ribasso ed a lasciare da soli i lavoratori. E, per chi conosce le vicende degli ultimi anni di storia della fabbrica di autobus di Flumeri, sa bene che non sono esclusi nemmeno CGIL e FIOM.

Giulio lo conosciamo. L’abbiamo incontrato ai cancelli della ‘sua’ fabbrica, siamo stati con lui in piazza, l’abbiamo invitato più volte ad iniziative organizzate a Napoli, l’abbiamo ascoltato intervenire in pubblico e abbiamo scambiato chiacchiere anche in privato, in contesti più o meno distesi. La sua sfiducia non è tout court nei confronti della forma sindacato, ma di quello concreto – concretissimo – con cui si è trovato a relazionarsi. Anche oggi che al lavoro è tornato, sebbene in trasferta e a centinaia di kilometri da casa. Una scelta dettata dalla necessità di ogni proletario: la sussistenza, propria e dei propri cari. Ma al lavoro ci va col magone, ancor più di prima: “Si guadagnano più soldi per mantenere la famiglia ma si è soli. Completamente soli”. L’isolamento di cui parla Giulio – ci permettiamo di dire – non è solo quello di chi lavora lontano da casa, ma anche di tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori che continuano a combattere per difendere il posto di lavoro, migliorare le loro condizioni e che vengono lasciati a se stessi, senza alcun sostegno. Anche da qui, da questa condizione di isolamento, dobbiamo ripartire e nelle mobilitazioni delle prossime settimane la nostra capacità deve essere anche quella di ricreare quei legami di solidarietà ed unità tra lavoratori, capaci di superare l’angusto perimetro di un posto di lavoro.

Di seguito l’intervista a Giulio, dalla quale abbiamo tagliato il commento iniziale del giornalista, autore delle domande:

Giulio, partiamo dal tuo sms («Ho visto il link su Facebook, quello delle manganellate all’operaio Lepore quello delle "botte" prese il primo maggio a Napoli dal cordone di sicurezza del sindacato. Quelle fanno ancora male e ti lasciano segni che non vanno più via»), diciamo subito che ti riferivi al primo maggio del 2013. Rinfrescaci la memoria. Cosa è successo?

«Con un collega decidemmo di andare alla manifestazione organizzata dai sindacati a Bagnoli a Città della Scienza (in Irpinia non si fece nulla per la scomparsa prematura del segretario della Uil, Franco De Feo, ndr). Volevamo riprendere il discorso Irisbus visto che era un po’ di tempo che non se ne parlava. Chiedemmo la parola e il sindacato ce la negò. Non eravamo in scaletta e, secondo loro, non potevamo parlare».

Come avete reagito?

«Chiaramente insistemmo e fummo respinti in malo modo dal cordone del sindacato. Personalmente presi diversi spintoni ma volarono anche degli schiaffi. Ricordo benissimo che c’era la celere ferma e noi che venivamo respinti dal servizio di sicurezza del sindacato. Una scena che non dimenticherò mai per tutta la vita. Fu negata la parola a due lavoratori nel giorno della Festa dei Lavoratori. Chi mi doveva tutelare mi ha simbolicamente bastonato. Tornai a casa deluso e profondamente amareggiato».

Ora è tutto più chiaro. Perché hai sentito l’esigenza di inviare quel messaggio telefonico?

«Perché vedo il segretario della Fiom, Landini, prendere le difese dei lavoratori dell’Ast di Terni, qualche giorno fa caricati a Roma. Dove era Landini quando l’operaio Lepore prendeva la manganellata in testa? Anzi, io quella mattina c’ero e ricordo i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Camusso, Bonanni e Angeletti girare l’angolo quando ci furono quei disordini».

Avverto un certo sentimento di delusione nei confronti dei sindacati o sbaglio?

«Se torni indietro negli anni, ti accorgerai che gli accordi che hanno firmato non hanno fatto altro che danneggiare l’Irisbus e i lavoratori. Vai a spulciare quelli del 2004, quelli del 2007 e gli altri. Sono stati sacrificati gli operai in cambio di maggiore produzione. Non abbiamo mai visto nulla. Tutti accordi a perdere. Anche io ero iscritto al sindacato ma oggi quei 30 euro in busta paga me li tengo».

Se non sbaglio, però, in una delle ultime riunioni hai preso la parola al Ministero dello Sviluppo Economico come delegato della Failms. Non è un sindacato quello?

«Ringrazio la Failms per avermi dato la possibilità di dire la mia. Chiunque mi avesse dato l’opportunità di salire e prendere la parola a quel tavolo, l’avrei sfruttata. Attualmente non sono iscritto a nessuna organizzazione sindacale».

Scatenerai sicuramente delle reazioni, anche dure, da parte dei tuoi colleghi. Lo sai?

«Ne sono consapevole. La prima cosa che diranno: "parla proprio lui che se n’è andato a lavorare in trasferta". Certo, sono andato in trasferta. Io non vivo di sindacato, io vivo di lavoro. Devo badare alle necessità della mia famiglia e non ho potuto prendere una decisione differente da quella che ho preso».

Oggi però siamo ad un passo dalla svolta. Pure grazie all’operato del sindacato, i lavoratori della ex Irisbus ed anche tu potreste rivedere la luce con Industria Italiana Autobus. Che mi dici in merito?

«Dico che ci stanno preparando un altro piattino. Ho questa impressione. Non vedo Piano Industriale e non vedo garanzie economiche. Ho l’impressione che si arriverà alla fine dell’anno e saremo messi di fronte ad un prendere o lasciare. O accetteremo le condizioni che ci imporranno o saremo licenziati. Chiaramente saremo costretti ad accettare. Penso che i giochi siano già fatti, è solo questione di tempo. Con gli operai si è sempre giocato sfruttando il fattore tempo».

In questo periodo, quindi, non ti si vede perché hai accettato la trasferta. Dove ti trovi quindi?

«Sono a Lecce, con me c’è il collega Giovanni Carpentiero. La pensa come me. All’inizio eravamo in 35 e abbiamo ricevuto i complimenti del capo del personale di Lecce. Ci ha detto che eravamo persone serie, disponibili e responsabili. Quei complimenti hanno confermato quello che io già sapevo: lo stabilimento non ha chiuso per colpa dei lavoratori ma per volontà altrui».

Cosa significa lavorare in trasferta?

«Infili il dito nella piaga. Si guadagnano più soldi per mantenere la famiglia ma si è soli. Completamente soli. Per fortuna c’è il telefonino per comunicare. Vivo arrangiato, dalla colazione alla cena e non vedo l’ora che venga il venerdì per scappare a casa. Sto male soprattutto quando penso a quello che avevo fino a qualche anno fa e a quello che ho lasciato ad Avellino. Lo faccio per la famiglia».

Rete Camere Popolari del Lavoro