[Terni] Una voce dall'AST all'indomani dell'accordo. Fino a che punto si può parlare di vittoria?

2014_12_13_ast_terni.jpg

Pubblichiamo il resoconto di una lunga chiacchierata con M., operaio dell'AST di Terni e rappresentante sindacale FIOM, uno dei lavoratori che si è battuto in prima linea negli ultimi quattro mesi contro la dirigenza Thyssen, che ha subito le manganellate dalla polizia a Roma per la sola colpa di voler portare il dissenso e la propria lotta in strada fino alle porte del MISE, contro la multinazionale e contro un governo sordo alle esigenze di una classe operaia da mesi protagonista di mobilitazioni e scioperi contro le politiche industriali del governo e contro il Jobs Act.

Parliamo con lui, a lungo, di tutto ciò che è stata la fase più calda della vertenza, quella degli ultimi quattro mesi, partendo proprio dalla fine dello sciopero a oltranza che è durato oltre un mese, sostenuto con forza e con dignità; partendo dall'accordo del 3 dicembre e dalle assemblee che hanno infuocato le acciaierie di Terni nei giorni a seguire, proprio quando i giornali e le televisioni titolavano la vittoria indiscussa dei lavoratori, come se la partita si fosse già conclusa e come se tutto fosse andato per il meglio.
 
Il resoconto che riportiamo è quello di una storia ben diversa, molto più complessa, che ha sfumature tutt'altro che rosee nonostante ciò che è stato finora strappato alla multinazionale tedesca con la lotta e il protagonismo degli operai ternani.
 
Il sipario degli organi di stampa è calato proprio quando sarebbe bene, invece, tenere gli occhi aperti e guardare oltre la propaganda di governo e la retorica della dirigenza Thyssen. Quella dell'AST, infatti, è la storia della vittoria di una battaglia importante, ma anche quella di una guerra ancora in pieno svolgimento, quotidiana, resasi difficilissima da combattere per tutti i lavoratori delle acciaierie di Terni e dell'indotto.
 
Cominciamo, dunque, dalle assemblee operaie degli scorsi giorni. Il clima descritto è quello di un diffuso e capillare malumore fra lavoratori, non ci sono mezzi termini nel fare la cronaca di quello che è stato nell'ultima settimana e nel raccontare l'aria che tira in attesa del referendum del 15, 16 e 17 dicembre.
 
Certo, lo spegnimento di uno dei due forni per il momento è stato scongiurato, così come si sono preservati circa 9 milioni di salario integrativo dei 13 iniziali, un buon risultato considerato che secondo il piano industriale iniziale, questo sarebbe dovuto essere semplicemente azzerato. Eppure resta l'amaro in bocca per la totale passività del governo al tavolo di trattativa, resta la preoccupazione di tutto ciò che sarà in concreto e al di là dei proclami dell'azienda, il piano di investimenti a Terni nei prossimi quattro anni. La mediazione è da considerarsi positiva, senza ombra di dubbio, se si guarda al punto di partenza di questa battaglia, al piano di tagli alla produzione e al costo del lavoro presentato dalla Thyssen il 17 luglio scorso o anche solo al pericolo della cassa integrazione paventato per lungo tempo. Ma al tempo stesso conserva tutti i limiti di un accordo puramente difensivo, di una partita giocata tutta in difesa, resistenziale e solitaria, da parte di quelle centinaia di operai che hanno sfidato la multinazionale per ridurre al minimo i danni, per impedire lo smantellamento progressivo degli impianti siderurgici di Terni.
 
Come sarebbe andata se il governo si fosse schierato dalla parte dei  lavoratori inchiodando alle proprie responsabilità la Thyssen? E quanto ancora si sarebbe potuto strappare? Queste domande rimaste senza risposta si traducono in delusione e in beffa a sentire Renzi e il ministro Guidi declamare un protagonismo nella contrattazione che in realtà non c'è stato, nel prendere atto della totale inadeguatezza delle politiche industriali di governo, ma soprattutto nel guardare alla contemporanea approvazione del Jobs Act anche al Senato, attacco ancora più diretto e forte alla classe lavoratrice.
 
A sentir parlare M., dunque, le assemblee, pur essendo molto partecipate, restituivano un clima che non è affatto dei migliori. Resta infatti il dispiacere per tanti operai, troppi – alcuni prossimi alla pensione, molti altri invece, di appena 40 anni – che inaspettatamente si piegano al ricatto della fuoriuscita incentivata (le cosiddette 290 “uscite volontarie”), quello del portare a casa gli 80.000 euro lordi promessi, a fronte di un futuro lavorativo tutt'altro che sicuro. E poi restano i problemi ancora da affrontare, tanti. Come ci spiega, le fuoriuscite incentivate hanno sbilanciato di molto la proporzione in fabbrica fra operai e impiegati, con un rapporto che da 3:1 scende ora a 2,5-2:1, il che pone nel mirino dei licenziamenti molti altri dipendenti, soprattutto donne (sono circa 60-70 impiegate dello stabilimento). La dirigenza Thyssen li ha accolti, al rientro a lavoro, con un ricatto ben pesante, quello dell'accettazione a capo chino della buonuscita per ripristinare la precedente proporzione, quello di togliere il disturbo con le tasche piene ma in punta di piedi, nel totale silenzio degli organi di stampa e soprattutto senza ulteriori fermi alla produzione, senza ulteriori scioperi.
 
E poi, ancora, il destino tutt'altro che roseo dei lavoratori dell'indotto. L'accordo del 3 dicembre, infatti, prevede un taglio alle spese relative alle ditte terze, per Thyssen, pari al 20%,  il che sarebbe tutto scaricato sul costo del lavoro. Come visto anche per la ILSERV, che ha recentemente messo in cassa integrazione 200 dei suoi 330 dipendenti – prima ancora di attendere l'esito della trattativa dell'AST! – la costellazione di tutte le piccole aziende legate a doppio filo alle acciaierie e che contano non più di 10-15 operai, difficilmente reggerà ai tagli previsti dall'accordo e molte hanno già annunciato la loro prossima chiusura. I posti di lavoro a rischio sono circa 1000-1200 e la partita di questi operai si aprirà troppo tardi, probabilmente quando quella dei dipendenti diretti dell'AST si sarà già raffreddata e dunque quando il peso della contrattazione sindacale sarà tutt'altro che favorevole; a loro non resterà altra alternativa che intraprendere una lotta molto più dura da vincere, proprio a causa dell'ultra-frammentazione in un microcosmo di piccole ditte e di eventuali piccole vertenze.

A niente sembra servito l'aver affiancato gli operai dell'AST nelle ultime settimane di mobilitazione, a niente sono servite le sollecitazioni da parte dei sindacati ad aprire un tavolo di trattativa a sé per questa problematica. Nell'accordo sono stati inseriti solo l'applicazione dell'art.9 comma IV del CCNL Metalmeccanici e una clausola piuttosto vaga per la quale la Regione Umbria si impegnerebbe a destinare a corsi di formazione e a eventuali nuovi inserimenti lavorativi tutti gli operai dell'indotto. Briciole, insomma, un provvedimento del tutto inadeguato all'entità del problema, a sentir parlare già oggi i lavoratori. Quel che è tangibile è un forte senso di frustrazione per un trattamento subito che segue tutte le logiche del massimo ribasso sul costo degli appalti; questo non può che tradursi in frizioni e malcontento che oggi minano la stabilità del fronte operaio ternano consolidatosi nelle scorse settimane, al di là della ditta di appartenenza.
 
Al referendum si arriva dunque con questo animo, un misto di preoccupazione e rabbia. Questo proprio non spiegherebbe cosa ci sia dietro a un risultato che è invece dato per certo e plebiscitario sulle testate dei più importanti giornali e per voce delle istituzioni e della dirigenza della multinazionale tedesca. Ci deve essere di più. E di fatti fra le mura dello stabilimento l'azienda ha adottato qualsiasi contromisura per blindare il risultato del sì: da un lato la minaccia di tornare al piano industriale iniziale, quello proposto il 17 luglio scorso, in caso di parere sfavorevole da parte degli operai – e dunque la ferma volontà di aggirare qualsiasi altra contrattazione sindacale; dall'altro il ricatto degli stipendi ancora non corrisposti, delle mensilità di ottobre, novembre e delle  tredicesime pendenti, che saranno corrisposti solo dopo l'esito del referendum – con il sottinteso di una vittoria del sì!
 
Come se non bastassero le divisioni createsi fra impiegati e operai, come se non bastassero i destini diversi segnati per dipendenti diretti dell'AST e operai dell'indotto, la questione della sospensione degli stipendi rappresenta un'ulteriore spinta all' "uscita volontaria” e all'accettazione degli 80.000 euro (che in tal caso sarebbero liquidati subito!), cosa che sta facendo ulteriormente vacillare tutti gli sforzi di chi, nonostante la stanchezza e le difficoltà economiche sempre più pressanti, ha scelto di restare ancorato al proprio posto di lavoro e di preservare la compattezza interna.

Chiediamo quindi a M. di spiegarci meglio quali siano i rapporti esistenti oggi all'interno dell'impianto e come la lotta li abbia modificati. Appare chiaro che, all'indomani di un'unità d'intenti trovata e poi maturata nella lotta e nella forza dello sciopero a oltranza, la logica del "divide et impera" adottata dalla dirigenza rende la fase attuale delicatissima, nell'ottica di una preservazione del risultato raggiunto dai lavoratori. Certo, la componente più sindacalizzata, quella che con più protagonismo e consapevolezza ha affrontato la mobilitazione, è tornata sul posto di lavoro potendo contare su rapporti ben più saldi e forti di prima.

Non è dunque un'esperienza compiuta, quella dell'AST di Terni, anzi. Il giro di boa del 3 dicembre ha segnato l'ingresso in una fase ancora più importante, quella del referendum, il cui esito sembra scritto ma può riservare qualche sorpresina. Soprattutto ha configurato una fase di assoluta attenzione rispetto alla prossima applicazione degli impegni presi da parte della Thyssen, del piano di investimenti.
Dunque c'è ancora molto da discutere, da concordare, da pianificare per il lavoro politico quotidiano e per la lotta dei prossimi mesi e dei prossimi anni.

Nel concludere la chiacchierata, però, al di là dell'amarezza e delle difficoltà da affrontare, c'è da prendere atto anche di una grandissima consapevolezza di tutto ciò che di buono c'è nell'esperienza degli scorsi mesi, quello di una vertenza che è diventata simbolo di questo autunno di rinnovato protagonismo operaio, che ha fatto da esempio concreto e da iniettore di fiducia e di forza a centinaia e migliaia di lavoratori che nella lotta dell'AST si sono identificati e continuano a identificarsi ogni giorno, scendendo in piazza, scioperando o solo pensando di intraprendere un percorso duro come quello dell'apertura di una vertenza lavorativa.

Si riparte da qui, da tanta forza e da tanto coraggio dati e ricevuti, dalla consapevolezza della propria forza, sia essa immediatamente esercitabile o ancora potenziale; dalla creazione di nuovi e importanti legami con altre realtà lavorative in lotta, prime fra tutte quella della Lucchini di Piombino e dell'Ilva di Taranto, poi ancora dei lavoratori Meridiana e tanti altri come quelli della Jabil o della TRW con cui ci si è incontrati e confrontati sotto al MISE alcune settimane fa.
 
E infine l'imprescindibilità di un lavoro quotidiano e tenace, anche se silenzioso. Perchè M. ci ricorda che la lotta degli operai dell'AST non è iniziata quattro mesi fa e non è partita dalle prime pagine dei giornali, ma dura da circa tre anni, da quando le acciaierie furono cedute all'Outokumpu, nel gennaio 2012, per poi tornare nelle mani della multinazionale tedesca. Anche allora i lavoratori scesero in piazza per difendere il proprio posto di lavoro e affrontarono la polizia ricevendo manganellate che non sono state riprese dalle televisioni di tutta Italia. Guardando a ieri e facendo un bilancio di questa nuova fase di lotta non può non prendere atto di una rinnovata forza nell'aver dato un importante stop alla Thyssen, nonostante la consapevolezza che non è finita qua e la parte difficile viene nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Rete Camere Popolari del Lavoro