[Nave – BS] Continuano i presidi alle acciaierie Stefana

Assemblea davanti ai cancelli Stefana di Nave (BS)

Diverse centinaia di lavoratori hanno partecipato nel pomeriggio di lunedì 12 all’assemblea indetta dai sindacati davanti ai cancelli della sede centrale della Stefana, per capire quale sarà il loro futuro.

 La Stefana, storica acciaieria bresciana, impiega poco meno di 700 operai, divisi nei quattro stabilimenti di Nave (la sede centrale di via Bologna e via Brescia), Ospitaletto e Montirone, e il 31 dicembre ha depositato in tribunale la richiesta di ammissione al concordato in continuità, per far fronte alla crisi debitoria in cui si trova: un’esposizione di centinaia di milioni di euro nei confronti di fornitori e banche (1). Fino al 2010 l’acciaieria ha prodotto utili molto elevati, e solo negli ultimi due-tre anni la situazione si è fatta più critica, con contratti di solidarietà in vigore dal 2011, lo stabilimento di Montirone attivo solo per quindici giorni nel 2014, e il gas tagliato già una volta a inizio novembre a causa del ritardo nei pagamenti (ma ancora ai primi mesi del 2013 si registravano esportazioni in forte aumento e un + 16% dei ricavi) . L’alta qualità della produzione ha sempre garantito commesse, e anche in questo momento ci sarebbe lavoro almeno fino a giugno. Ora, però, gli stabilimenti sono fermi, in attesa che l’azienda presenti un piano convincente al giudice, ma i lavoratori, riuniti in presidio permanente davanti ai due stabilimenti di Nave, sono preoccupati per i tempi lunghi che potrebbe prendere l’operazione: si parla di un margine di quattro mesi, e il rischio è di non ricevere un soldo e di uscire completamente dal mercato. Nell’assemblea, in cui sono intervenuti il segretario provinciale della FIOM Francesco Bertoli e le RSU FIOM (larga maggioranza negli stabilimenti) e FIM, è stato chiarito a seguito di un incontro con la dirigenza, che:

  1. Tutti i lavoratori riceveranno entro qualche giorno un acconto di 1000 euro sullo stipendio di dicembre, finora non saldato;
  2. È garantita la cassa integrazione ordinaria a tutti i lavoratori (si vedrà se dal 1 o dal 7 gennaio), negli stabilimenti di via Bologna e Ospitaletto in parallelo al contratto di solidarietà (in vigore dal 2011) previsto fino a maggio. La cassa integrazione straordinaria per ora è esclusa perché dovrebbero prima essere utilizzate tutte le ferie, il che comporterebbe una spesa per la Stefana in dichiarata crisi di liquidità. Inoltre perché bisognerebbe aspettare il commissario nominato dal giudice dopo l'approvazione del piano presentato dall’azienda;
  3. Si parla di un concordato in continuità e non liquidatorio, e potrebbe vedere l'ingresso di altri capitali (il Sole 24ore riporta voci di interessamento da parte del gruppo algerino Cevital, già acquirente degli stabilimenti Lucchini a Piombino, ma per ora rimangono solo ipotesi).
  4. Tutti i contributi previdenziali dovuti sono stati versati dall’azienda;

Qualche risultato parziale è stato dunque raggiunto, ma ancora niente si sa del destino definitivo che attende i 700 lavoratori, a cui bisogna aggiungere alcuni piccoli fornitori dell’indotto che praticamente dipendono dalla Stefana (si parla di circa 200 persone), e soprattutto ci si interroga sul ruolo e sulla volontà del padrone, Giacomo Ghidini, presidente del gruppo da una decina d’anni, nelle vicende che hanno portato a questa situazione e sulle sue intenzioni nei prossimi mesi. I mancati investimenti per mantenere la qualità e i volumi produttivi, impianti costruiti e poi lasciati inutilizzati: i lavoratori si chiedono se sia incapacità manageriale o un preciso piano per spolpare l'azienda facendo ricadere poi le conseguenze sulla loro pelle.

Il segretario della FIOM ha concluso il suo intervento con un netto rifiuto, applaudito dai lavoratori, di qualsiasi partecipazione da parte di politici “di professione” alla lotta che si preannuncia per i prossimi mesi, in realtà facendo riferimento al tentativo dei fascisti di Forza Nuova di presentarsi al presidio a "solidarizzare" (2) . Ha anche sottolineando come, se questa vicenda si fosse svolta tra un anno, il Jobs Act avrebbe del tutto eliminato la possibilità di accedere alla cassa integrazione straordinaria.
Si conferma anche in questo caso come il Jobs Act e le politiche che il Governo sta realizzando sono dirette contro i lavoratori e la loro possibilità di organizzarsi e difendersi dalle scelte arbitrarie delle proprietà preoccupate solo di far profitti finché possono e scaricare sui lavoratori le conseguenze.

Continuano i presidi, e continuano le esortazioni a tutti gli operai a parteciparvi numerosi, per portare avanti una mobilitazione su cui tutti concordano: “siamo solo all’inizio!”.

 

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