Tre strani licenziamenti a Montedomini

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Avremmo voluto scrivere di una piccola vittoria! E invece il 20 novembre 2015, il giudice del lavoro del tribunale di Firenze ha rigettato il ricorso di Cristian e Olivia, due lavoratori licenziati nel dicembre 2014 (11 mesi fa!) dalla cooperativa Agorà Toscana che gestisce una Residenza Sanitaria Assistita per conto del Comune di Firenze.

Ne abbiamo già parlato (qui, qui e qui), abbiamo sostenuto Olivia e Christian fin dal primo giorno. E non solo loro, ma anche Antonietta un’altra lavoratrice che è stata espulsa pretestuosamente dal posto di lavoro, e che è stata riassunta in seguito per l’inconsistenza delle argomentazioni aziendali. Ci siamo appassionati a questa vicenda, li abbiamo visti tristi e rabbiosi quando dovevano affrontare le accuse, ma anche sorridenti e fiduciosi durante i momenti di solidarietà, i presidi, le riunioni, le audizioni. Vogliamo vederli continuare a sorridere in quel modo.

Noi continuiamo a ribadirlo con forza, e l’inchiesta sta qui a dimostrarlo: i licenziamenti di Agorà Toscana non solo erano ingiusti, ma rispondevano alla necessità di ristabilire l’arbitrio padronale dentro la RSA San Silvestro. Ad oggi non hanno ancora ricevuto lo stipendio di Ottobre, gli orari vengono spostati arbitrariamente e il clima interno al posto di lavoro è piuttosto pesante (e non certo a causa dei lavoratori!). Mentre due tra i lavoratori più attivi nel denunciare i ritardi nei pagamenti sono ancora fuori dall’azienda, i sindacati confederali – proprio in questi giorni – firmano accordi che di fatto legittimano i ritardi! E nel farlo rendono ancora più palese quanto non solo non ci sia nessun controllo sugli appalti, ma quanto, chi dovrebbe esserne controllore – amministratori, dirigenti di ASP, alcuni tra gli stessi sindacalisti – sia in realtà addentellato col mondo delle cooperative e, in questo caso, con Agorà Toscana. Parliamo ad es. di Roberto Vasai, presidente di Agorà e della Provincia di Arezzo (!); o di Angelo Bassi, sindacalista della Uil (firmatario del succitato accordo), nonché capogruppo del PD nel Consiglio Comunale fiorentino e personaggio particolarmente vicino a Montedomini, l’Azienda di Servizi alla Persona che ha finora difeso a spada tratta la cooperativa, dimostrando come gli interessi di un’azienda privata siano più importanti di quelli dei lavoratori e degli utenti.

In questo contesto la vicenda di Olivia e Christian, se non può essere scissa da quella dei loro colleghi, parla direttamente ai dipendenti degli altri servizi controllati da Montedomini, perché le condizioni di lavoro dentro l’RSA San Silvestro non sono affatto un caso isolato, ma sono la normalità dentro un servizio “pubblico” che si basa ormai esclusivamente sugli appalti. Questa inchiesta sul licenziamento di Cristian e Olivia – che abbiamo prodotto qualche tempo fa – si è infatti rivelata essere un’inchiesta sul mondo degli appalti! Qui vogliamo sottolineare come non si possa affatto parlare di casi “isolati” di corruzione (à la Mafia Capitale), ma di un vero e proprio sistema che ha trovato mezzi legali per affermarsi. Quella degli appalti è una realtà endemica, non solo nel servizio pubblico, ma anche nel settore privato, perché permette di spezzettare i lavoratori e di scaricare su di essi le conseguenze della crisi di accumulazione e della crisi del debito. L’importante è che i profitti delle grandi imprese e i dividendi finanziari dei detentori del debito pubblico non vengano toccati. L’importante è che anche i servizi essenziali possano diventare – come già avviene – occasione per speculazioni e facili profitti.

Ecco allora che l’unico elemento di tenuta della qualità dei servizi pubblici non possono essere i magistrati, che si concentrano sul singolo episodio, sulla “mela marcia”, ma, al contrario, solo chi quei servizi li vive, cioè lavoratori e utenti. Ecco che al modello privatistico e clientelare esistente, basato sulle esternalizzazioni e sul profitto dei pochi, si può opporre un modello basato sul controllo popolare, sulla definizione collettiva di cosa offrire, come e per chi!

Questa inchiesta, scritta insieme ai lavoratori e al loro sindacato, vuole dunque essere un contributo per tutti quei lavoratori e utenti che coraggiosamente stanno lottando per migliori condizioni di lavoro e per un servizio che sia realmente pubblico.
La dedichiamo a tutti coloro che, come Cristian e Olivia, sono stati licenziati per aver alzato la testa!
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1. Tre strani licenziamenti a Montedomini
2. Un attacco ai diritti dei lavoratori3. Agorà Toscana, un curriculum di tutto rispetto4. Montedomini, breve storia di una ASP tra antichi privilegi e nuovi giochi di potereConclusioni


1. Tre strani licenziamenti a Montedomini

Nel giro di pochi mesi la cooperativa sociale Agorà Toscana ha licenziato ben tre persone. I  tre dipendenti, pur essendo dipendenti della cooperativa, lavoravano a tutti gli effetti per  il Comune di Firenze.  Svolgevano infatti il loro lavoro all’interno della RSA Residenza Sanitaria Assistita) S. Silvestro, una struttura di proprietà della ASP (Azienda di Servizi alla Persona) Montedomini. Montedomini è un ente strumentale del Comune di Firenze,  e il  Comune determina le finalità e gli indirizzi, approva gli atti fondamentali, esercita la vigilanza, verifica i risultati della gestione e copre gli eventuali costi sociali.1

I primi due licenziamenti sono avvenuti a Dicembre, poco dopo Natale. I due lavoratori, Christian e Olivia, sono stati accusati dalla cooperativa L’Agorà Toscana di negligenza per non aver servito un pasto agli utenti della RSA, e sono stati licenziati immediatamente. Il terzo licenziamento è avvenuto invece a Maggio: Antonietta, una lavoratrice di 60 anni, di cui 14 passati a San Silvestro, era reduce da un incidente incorso mentre aspettava l’autobus per recarsi al lavoro. La cooperativa ha valutato che Antonietta non è piu’ in grado di ottemperare ai compiti richiesti dal suo profilo professionale, e per questo l’ha licenziata.
Una cooperativa particolarmente esigente, che non ha tollerato le "colpe" dei propri lavoratori. Sempre, pero', che di colpa si tratti.

Alcune cose, infatti, non tornano.

Nel primo caso - il licenziamento "natalizio" di Christian e Olivia - i lavoratori hanno semplicemente pagato un ritardo causato dall'azienda per la quale lavorano. I pasti infatti vengono preparati a mezzo km di distanza dalla RSA, presso la sede centrale di Montedomini, e consegnati da una ditta che gestisce in appalto il servizio di ristorazione. Da qualche tempo il cibo arriva all'RSA San Silvestro in ritardo, perché mentre prima giungeva direttamente da Montedomini, ora il furgone consegna  prima i pasti all’EX ONIG del Galluzzo (situato a diversi km di distanza dal centro di Firenze) e solo di ritorno all' RSA di S. Silvestro. Oltre alla palese violazione del capitolato2, non ci vuole molta fantasia ad immaginare la qualità dei pasti, specialmente i primi piatti, consegnati dopo così tanto tempo dalla preparazione.
La sera di Santo Stefano - ossia la sera fatidica che ha sancito il licenziamento dei due dipendenti -  i pasti sono arrivati con mezz’ ora di ritardo rispetto all’orario che per anni è stato quello della consegna, quindi almeno un’ora dopo il loro confezionamento. Come da capitolato il giorno di Santo Stefano agli ospiti era stata servita una merenda più ricca rispetto al regolare menù (i dolci di Natale….panettone, pandoro) e mentre erano a tavola ad aspettare la cena gli ospiti avevano consumato anche tutto il pane che era in tavola. Arrivati i pasti con mezzora di ritardo i due lavoratori hanno constatato che la qualità dei primi lasciava alquanto a desiderare, che gli ospiti avevano comunque assunto una notevole quantità di carboidrati, che il ritardo della consegna dei pasti stava compromettendo il regolare svolgimento delle altre operazioni che gli operatori sono tenuti a svolgere in un tempo predefinito entro la fine del loro turno di lavoro e l’arrivo degli operatori del turno di notte e hanno ritenuto opportuno chiedere agli ospiti se gli andava bene di rinunciare al primo che era immangiabile e cenare con una razione abbondante sia di secondo che di frutta. Gli ospiti hanno acconsentito e gli operatori hanno proceduto in questo modo, facendo tutto alla luce del sole ritenendo quella soluzione la più opportuna per gestire al meglio la situazione che si era venuta a creare a causa del ritardo. Alla direzione è bastato questo pretesto per licenziare Christian e Olivia cosi', su due piedi.

Il licenziamento di Antonietta è, per certi versi, ancora piu' assurdo. La nostra infatti, circa un anno e mezzo fa, mentre aspettava l'autobus per recarsi al lavoro, è stata vittima di un incidente che l'ha invalidata per diverso tempo. Nonostante l'incidente sia avvenuto "in itinere" - ossia mentre la lavoratrice si recava al posto di lavoro -, l'INAIL non ha riconosciuto l'infortunio. Per di piu' il medico competente ha dichiarato che la lavoratrice non è piu' in grado di svolgere le sue vecchie mansioni professionali, nonostante Antonietta non sia affatto inabile. La cooperativa, invece di adibirla a mansioni piu' consone alla sua presunta inabilita', ha preferito licenziarla a 60 anni suonati. Aldilà dei limiti di legittimità3 delle scelte di Agorà Toscana, anche questo sembra quantomeno uno strano licenziamento.


2. Tutto si spiega! Un attacco ai diritti dei lavoratori

Provando a ripercorrere la storia del’ultimo anno di lavoro dentro San Silvestro, i fatti riacquistano un senso, come se fossero panni appesi allo stesso filo.
Torniamo indietro di due anni: nel 2013, Montedomini, che anni prima ha affidato la gestione dell’RSA San Silvestro alla cooperativa Elleuno, alla scadenza dell’appalto  indice un nuovo bando di gara per la gestione della struttura. La gara viene vinta da L’Agorà d’Italia, che nel frattempo gestisce la struttura assistenziale “Principe Abamelek (ex ONIG)”, situata al Galluzzo. Il bello è che anche per quest’ultima struttura, che chiameremo ex ONIG per motivi di brevità, è stato indetto un bando di gara, che viene vinto da… Elleuno, la coop che fino a quel momento ha gestito San Silvestro. Nonostante il numero discreto di partecipanti alla gara, nell’aggiudicazione della gestione delle due strutture, si realizza nei fatti uno scambio tra due sole cooperative: Elleuno e Agorà d’Italia4.

I lavoratori di San Silvestro, una volta conosciuto l’esito della gara, si allarmano. Tra lavoratori di strutture simili infatti ci si conosce, e gira voce che la cooperativa subentrante, Agorà d'Italia, quando ha gestito l’ex-ONIG del Galluzzo, non sia stata esattamente tenera con i propri dipendenti. In particolare, questi ultimi accusano Agorà d'Italia di essere in ritardo con gli stipendi, creando un piccolo caso che finisce anche sulla stampa5. Un’abitudine, quella di lesinare sulla consegna del salario ai propri dipendenti, che – come vedremo più avanti – caratterizza i metodi di Agorà d’Italia e delle sue ramificazioni regionali.
Sentendosi poco tutelati dai sindacati confederali,  che vengono accusati di avere un atteggiamento a dir poco ambiguo nel rapporto con Montedomini e con le coop sociali,  una parte dei dipendenti di San Silvestro decidono di rivolgersi ai Cobas, che hanno uno sportello legale a pochi metri dalla sede della casa di cura: 10 lavoratori su 20, prendono la tessera del sindacato di base.

Nel frattempo, ad aprile 2014, l’aggiudicazione della gara d’appalto porta Agorà d'Italia a gestire direttamente San Silvestro.  L’art. 37 del CCNL delle coop. sociali prevede che, nel caso di cambio di appalto in un servizio qualsiasi, i lavoratori conservino le stesse condizioni precedentemente godute, a meno di modifiche nell’organizzazione del servizio imposte dallo stesso committente. In quest’ultimo caso, il cambio appalto comporta l’avvio di una procedura di mediazione che coinvolge anche i sindacati6.
A questo scopo vengono convocate solo CGIL-CISL e UIL che, benché minoritarie all’interno dell’RSA San Silvestro, sono firmatarie del CCNL delle coop.sociali. In sede di trattativa emergono dei problemi riguardanti alcuni esuberi, il che costringe Agorà d’Italia e sindacati confederali ad aprire una procedura di conciliazione presso il Prefetto di Firenze, che si conclude con un accordo. L’intesa puzza parecchio, perché i Confederali di fatto permettono che all’interno di San Silvestro gli stipendi vengano consegnati con una proroga di 10 giorni rispetto al limite massimo legalmente previsto (ossia il giorno 20 del mese successivo a quello oggetto di pagamento). I lavoratori, molto sensibili su questo punto, si allarmano ancora di più, anche perché nei fatti già a partire da maggio 2014 i termini dell’accordo, benché generosi nei confronti di Agorà d’Italia, non vengono rispettati: i pagamenti iniziano ad arrivare regolarmente in ritardo.

Durante l’estate Agorà d’Italia conclude un nuovo accordo con CGIL-CISL e UIL, che convocano i lavoratori solo dopo averlo siglato, per spiegarne il contenuto. L’accordo regola il passaggio dei lavoratori da Agorà d’Italia ad Agorà Toscana, una nuova coop sociale nata da una cessione di ramo d’azienda di Agorà d’Italia. All’assemblea è presente anche uno dei dirigenti di Agorà d’Italia, l’imprenditore aretino Valerio Mennini, che spiega ai lavoratori il perché della manovra: rifarsi una verginità con le finanziarie in modo da ottenere fidi sicuri e poter pagare i lavoratori con regolarità. Nonostante il passaggio ad Agorà Toscana, però, i lavoratori continuano a vedere il loro stipendio giungere in ritardo.
Agorà Toscana insiste intanto perché i lavoratori divengano soci della cooperativa. Secondo la dirigenza ciò costituirebbe un vantaggio, versione confermata dagli stessi sindacati confederali. In realtà, la figura del socio lavoratore comporta un aggravio in termini di obblighi cui è sottoposto il dipendente. Anche in termini di diritti essere soci lavoratori è una condizione a dir poco peggiorativa7.  

L’insistenza di Agorà Toscana si spiega con la necessità di dotarsi di soci per figurare formalmente come coop sociale. Nonostante le pressioni dei responsabili, però, i lavoratori tesserati con i Cobas – siamo nel novembre 2014 – decidono di non sottostare ai dettami della coop. e di non diventare soci, ma di restare semplici dipendenti. Il licenziamento di Olivia e Christian – neanche a farlo apposta entrambi iscritti ai Cobas e molto attivi all’interno della RSA San Silvestro – avviene un mese dopo il rifiuto di diventare soci-lavoratori. Gli strani licenziamenti assomigliano sempre meno ad eccessi di zelo da parte di Agorà Toscana, e sempre più a delle vere e proprie ritorsioni nei confronti di lavoratori colpevoli di non aver ceduto alle pressioni provenienti dall'alto.


3. Agorà d'Italia: un curriculum di tutto rispetto

Non è d'altronde la prima volta che Agorà d'Italia si macchia di simili inadempienze, tanto da lasciare traccia di questo comportamento non solo nella memoria dei lavoratori, ma anche sui giornali, spesso testate a carattere locale. La cooperativa Agorà Toscana infatti non è una realtà di poco conto, ma ha assunto negli anni dimensioni considerevoli: essa ha sede ad Arezzo, ma gestisce il personale di decine di strutture (RSA, centri diurni, comunità educative per minori, strutture di assistenza sanitaria) distribuite in Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Liguria, Friuli, Piemonte, Lombardia, Malta. I licenziamenti avvenuti all'RSA San Silvestro rappresentano dunque solo la punta dell'iceberg.

Navigando qualche ora sui motori di ricerca abbiamo raccolto un po' di casi, sparsi per l'Italia: episodi di stipendi pagati con ritardi inverosimili o segnalazioni e denunce riguardanti la bassa qualità dei servizi offerti dalla cooperativa in questione.  Non solo: il fatto che fino al 2010, la gestione di Agorà fosse in mano a Daniele Mazzetti, il quale già nel 2002 era stato condannato a 4 anni e 4 mesi in primo grado e in appello per una tangente da 500.000 euro8, non è certo sintomo di particolare affidabilità amministrativa. Mazzetti è stato arrestato nuovamente nell’aprile 2010 per ordine della procura di Pescara, accusato di aver pagato alcuni politici locali e di aver dato loro il controllo sulle assunzioni, per ottenere, in cambio, l’assegnazione degli appalti. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Nel 2011, a Penne, centoventi lavoratori di Agorà non ricevono lo stipendio per mesi tanto che alcuni si licenziano9. L’anno dopo tocca al personale della residenza dell’Istituto Principe Amabelek, al Galluzzo: stipendi in ritardo di mesi e poca chiarezza sulle responsabilità, poiché Agorà e la committenza di Montedomini, si addossano reciprocamente la colpa. Nel 2014, al San Giuseppe di Castelnuovo Don Bosco (CN), Agorà Piemonte è segnalata ripetutamente per la scarsa attenzione nell’assistenza prestata agli ospiti delle strutture: cibo scarso e cattivo, pannoloni di bassissima qualità che provocano disagio agli anziani e ancora stipendi in ritardo. A ‘La Torre’, sempre a Castelnuovo Don Bosco , gli stipendi non vengono pagati e nemmeno vengono emesse le buste paghe, i dipendenti lamentano pressioni da parte dei responsabili e trasferimenti arbitrari di personale in sedi lontane10. Nel 2015, invece, sono una sessantina di lavoratrici delle RSA di Pordenone, Roveredo e Sacile a lavorare senza ricevere la paga per mesi11.

In definitiva, sembra che la gestione arbitraria delle retribuzioni, il lesinare sulla paga e il non rispetto dei contratti di lavoro, siano prassi quantomeno ricorrenti nella cooperativa Agorà.  Non è un caso quindi se in Friuli i sindacati abbiano chiesto all’ASL di interrompere il contratto di appalto con la cooperativa, rilevando come il settore pubblico debba farsi carico di una qualche forma di controllo su enti come Agorà, che, una volta vinti gli appalti, riescono – chissà come –  a svincolarsi da qualsiasi regolamentazione.

Anche il caso Montedomini a Firenze, grazie alla mobilitazione dei lavoratori licenziati, ha permesso di far venire a galla alcune “mancanze” piuttosto imbarazzanti per la cooperativa Agorà Toscana. Una volta avvenuti i licenziamenti, infatti, il 19 maggio, alcuni consiglieri comunali appartenenti alla Commissione al Lavoro e al Welafare del Comune di Firenze hanno effettuato un sopralluogo all'interno dei locali di San Silvestro, mentre fuori i licenziati e un gruppo di lavoratori e colleghi solidali inscenavano un presidio di protesta. Nonostante l'ampio preavviso dato all'ispezione, il verbale del sopralluogo sembra dare conferma al fatto che la ASP Montedomini utilizzi due pesi e due misure quando si tratta di rapportarsi con con chi lavora nelle sue strutture e con Agorà, che le gestisce. Da un lato, Montedomini ha decisamente sostenuto i licenziamenti, non solo rimarcando la giustezza della decisione di Agorà, ma – almeno verbalmente – impedendo che altre cooperative riassumessero i dipendenti licenziati. D'altra parte lo stesso Ente ha chiuso non uno, ma ben due occhi, quando si è trattato di mettere mano a delle gravi inadempienze di cui si è resa colpevole Agorà, non solo in fatto di stipendi. L'ispezione comunale ha fatto emergere infatti  diverse mancanze nella sicurezza interna alla struttura,  in particolare rispetto all’emergenza incendio: scale, solo quattro inservienti (due per piano) per evacuare decine di persone in carrozzella,  assenza di un piano di emergenza e di un Responsabile della Sicurezza12.

Circa un mese fa, inoltre, è venuto in superficie un altro neo nel rapporto tra Agorà e Montedomini. Infatti i lavoratori delle strutture di Monte domini gestite precedentemente da Agorà d’Italia, non hanno ancora ricevuto il sospirato Tfr. I legali dei lavoratori sono stati costretti all’ingiunzione e al pignoramento dei beni della cooperativa per corrispondere il dovuto ai lavoratori. Ingiunzione fatta, fine della storia, penserà qualcuno. E invece no.
No, perché nel frattempo Agorà d’Italia non è restata affatto ferma, ma, al contrario, ha operato varie trasformazioni. I pignoramenti hanno avuto così esito negativo. Il motivo?  Le tante cessioni di rami d’azienda l’hanno resa una scatola vuota. Gli avvocati toscani, seguendo le varie operazioni e i trasformismi, si sono così ritrovati ad avere rapporti con la società cooperativa Roma, che opera anche cambi della sede legale ( i dati aggiornati a settembre 2015 la mostrano come società cooperativa sociale onlus in liquidazione). Gli avvocati toscani hanno intentato anche il pignoramento a Montedomini, ma con esito negativo perché l’ASP aveva già liquidato alla cooperativa il dovuto.
Tuttavia, Montedomini un ruolo importante, in tutta la faccenda, ce l’ha avuto, perché a lei spetta per legge il controllo del vincitore della gara d’appalto, in materia di diritto del lavoro13.


Ci voleva veramente tanto per accorgersi di tante nefandezze, prima di affidare l'appalto ad Agorà d'Italia, alias Agorà Toscana? Non proprio, secondo noi, dal momento che è bastato “googlare” un minimo per rintracciare il curriculum di questa cooperativa. Se non fosse stato per la risposta dei lavoratori, a quest'ora non se ne saprebbe nulla. In quanto a trasparenza – tanto decantata dalla giunta Renzi e dall'attuale giunta Nardella – l'Amministrazione attuale lascia un po' a desiderare. Montedomini infatti è un ottimo punto d'osservazione per osservare chiaramente i meccanismi reali di gestione del potere e di redistribuzione delle risorse economiche: essa si trova al margine tra il mondo delle amministrazioni pubbliche e quello di cooperative e ditte private che vivono di appalti, un margine dove spesso accade che i due mondi si sovrappongano, rendendo tutto più torbido e opaco.


4. Montedomini. Breve storia di una ASP, tra antichi privilegi e nuovi giochi di potere

La storia di Montedomini rispecchia la storia dello stato sociale in Italia. Senza dilungarci troppo, è utile qui tratteggiare alcune caratteristiche di questa parte della vicenda nazionale, per poi descrivere ciò che accade oggi con le idee più chiare. L’assistenza in quanto diritto soggettivo e in quanto dovere dei pubblici poteri nasce nel 1890 con la riforma voluta da Crispi. Tutta una serie di enti – dalle iniziative filantropiche a quelle municipali – sono posti sotto il controllo statale. In particolare vengono pubblicizzate le Opere Pie, istituzioni assistenziali la Chiesa cattolica, che ha sempre fatto della carità uno dei pilastri della propria esistenza. Nascono le IPB, che diventeranno IPAB nel 1923 (Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficienza) il cui numero nel 1890 raggiunge cifre ragguardevoli (circa 22.000). La riforma Crispi, imperniata sul modello prussiano e quindi piuttosto centralistica, ha comunque consentito alle IPAB, nei fatti, un certo grado di autonomia, tanto che la Chiesa continua ad avere un ruolo importante al loro interno ancora oggi.
Tra il 1917 e il 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, il clima di mobilitazione sociale e le lotte dei lavoratori spingono una parte della classe dirigente liberale a ampliare il campo di intervento dello Stato tentando il varo di una legge organica sulla sicurezza sociale che però non vede mai la luce. Il crollo dello Stato liberale, e l’offensiva delle classi possidenti (agrari e grande industria) che trovano nel fascismo il suo degno rappresentante, arrestano definitivamente questo processo. Lo Stato fascista si caratterizza sin da subito per un forte interventismo statale, caratterizzato dai tentativi di irreggimentazione, di controllo politico e di propaganda, al cui scopo vengono mobilitate e ampliate le strutture assistenziali esistenti. Paradossalmente, nonostante la propaganda fascista sia intrisa di statalismo e di paternalismo, diversi strati della popolazione italiana non vengono coperti dall'assistenza pubblica, e – in un periodo di crisi strutturale come i primi anni '30 – i buchi vengono riempiti dalla Chiesa – cui il regime assegna un ruolo di compresenza spirituale con i Patti Lateranensi –  o da interventi di tipo locale e aziendale.
Nel dopoguerra la situazione si presenta stagnante: la Chiesa durante l'età crispina e il fascismo ha aumentato a dismisura la sua presenza tramite le opere e le attività caritative. Inoltre, la presenza all'interno della Democrazia Cristiana di forti legami con le gerarchie ecclesiastiche, non consente una completa separazione tra Stato e Chiesa. Sia in fase di stesura della Costituzione Repubblicana, sia durante tutti gli anni '50 emergono le tracce della pressione cattolica sulle istituzioni democratiche: se l'art.38 della Costituzione permette l'assistenza privata senza limitazione alcuna (legalizzando dunque la presenza ecclesiastica all'interno di un servizio considerato pubblico), l'adozione di un sistema universalistico di assistenza viene comunque rinviato sine die con il contributo fondamentale della Democrazia Cristiana.
Solo con gli anni del centro-sinistra (1962-68) e ancor di più con gli anni della mobilitazione sociale più vasta del dopoguerra, si gettano le basi per una riforma universalitica dell'assistenza. La legge adottata del 1977 va incontro però a un giudizio di incostituzionalità. Nel 1988 la Corte Costituzionale, in un contesto culturale segnato da un liberismo montante, decreta l'incostituzionalità della legge Crispi del 1890, nella parte in cui essa dichiara la natura pubblica dell'assistenza. È questa sentenza che da la stura all'ingresso dei privati nel sistema di assistenza pubblico, accompagnata dalle modifiche introdotte a più riprese nella legislazione sanitaria e in quella pensionistica, spesso sotto governi di centro-sinistra.

L'ingresso dei privati questa volta non serve solo a legittimare la presenza della Chiesa cattolica e la sua diretta concorrenza con lo Stato, come era stato negli anni Cinquanta. Si tratta in realtà di un'apertura di monopoli naturali all'ingresso di capitali privati, che possono quindi trarne un immediato profitto. Accanto infatti alle tante esperienze di volontariato, si sviluppano veri e propri trust dell'assistenza, la cui presenza si precisa meglio grazie alla legge quadro n. 328 del 2000. Quest'ultima consente la privatizzazione delle IPAB rimaste in vita (circa 4.000 realtà) che erano originariamente legate alla Chiesa, e la trasformazione delle altre in ASP (Azienda di Servizi alla Persona) pubbliche. Accanto alla proprietà pubblica del patrimonio, quindi delle strutture, dei terreni, etc., la legge (recepita nei contesti regionali con forti differenze), consente di dare la gestione dello stesso in mano ai privati.

Ecco spiegata la caratteristica di numerose ASP, formalmente pubbliche e dipendenti dai Comuni, ma in realtà controllate in parte dalla Chiesa cattolica (con la conclamata presenza di membri della Chiesa all'interno del CDA), e gestite quasi sempre da privati, spesso anch'essi legati in qualche modo ad ambienti imprenditoriali “bianchi” come la Compagnia delle Opere, il sindacato padronale legato a Comunione e Liberazione.

Torniamo all’oggi e a Firenze. Dopo il varo della legge n. 328 del 2000 e la recezione della legge da parte delle Regioni e degli Enti Locali, le ex-IPAB si trasformano in ASP (Aziende Servizi alla Persona), o almeno dovrebbero. Il Comune – guidato da Domenici (sindaco dal 1999 al 2009) - , vorrebbe gestire le politiche sociali suddividendole per Poli. Ad ogni Polo farebbe capo una singola ASP: ecco che la ASP di Sant’Ambrogio dovrebbe gestire il settore disabilità; la ASP Montedomini quello anziani; l’ASP del Fuligno la marginalità; l’ASP Istituto degli Innocenti le politiche dell’infanzia e il Comitato case indigenti dovrebbe gestire l’accoglienza abitativa. Il problema è che la legge 328 permette la trasformazione delle ex-IPAB in fondazioni private, così i progetti del Comune di Firenze sfumano in parte: la direzione dell’Istituto degli Innocenti decide di non rientrare nel sistema dei Poli ordinato dal Comune, perché, avendo accesso a finanziamenti di entità superiore, non vuole legarsi le mani con lacci e lacciuoli di carattere municipale. L’Opera Pia comitato casa indigenti – un’istituzione filantropica di stampo ottocentesco ideata dalla nobiltà imprenditoriale fiorentina – decide anch’essa di diventare una fondazione privata, sottraendo definitivamente un migliaio di alloggi “popolari” a qualsiasi tipo di controllo democratico14, tanto da non applicare più un canone “sociale”.

Alla fine dei giochi, dei 5 poli previsti inizialmente dall’Amministrazione Domenici, ne sono rimasti solo 3. L’Amministrazione Renzi (2009-2014) unifica i tre poli – nelle funzioni, nei patrimoni e nella direzione – individuando in Montedomini l’unica ASP delegata a gestire le politiche sociali rimaste in mano “pubblica” (disabilità, marginalità e anziani, ma anche alcuni alloggi popolari). Le virgolette sono d’obbligo, perchè Montedomini ufficialmente ha solo 40 dipendenti, per la maggior parte amministrativi, che dovrebbero teoricamente gestire le politiche sociali di un Comune di 350.000 abitanti come Firenze. In realtà, il grosso dei dipendenti di Montedomini vive e lavora negli appalti. Come dicevamo, infatti, la legge 328 consente di separare la gestione del patrimonio e quella dei servizi. Quest’ultima viene regolarmente data in appalto, per cui di fatto di pubblico rimane ben poco.
Il destino di Montedomini per ora è incerto, ma l’Amministrazione Nardella, in linea con la precedente, ha grandi progetti per la propria ASP. Essa infatti potrebbe diventare, entro il 31 dicembre 2015, uno dei tre pilastri (insieme alla ASL e al Comune) della Società della Salute – consorzio per i servizi integrati socio-sanitari dell’area fiorentina15 – candidandosi a gestire direttamente e addirittura a programmare, le politiche sociali del Comune di Firenze.

Conseguenze del tutto normali...

Resta però il fatto strano – come dicevamo – che un Ente di diritto pubblico sia in parte controllato da un privato piuttosto ingombrante come la Chiesa Cattolica. Il CDA di Montedomini è infatti composto da 3 membri (compreso il Presidente) nominati dal Comune di Firenze; 1 membro dal Presidente della Provincia; 1 membro dall’arcivescovo di Firenze16. Oltre a questo “piccolo” conflitto d’interesse (tantissime sono infatti le cooperative e le società legate alla Curia che concorrono con le altre per la gestione degli appalti pubblici), ve ne sono altri di natura più “moderna”: come riporta un articolo di StampToscana, infatti, Luigi Paccosi, l’attuale presidente dell’ASP Montedomini, è stato presidente e vice presidente di molte cooperative sociali riconducibili alla Compagnia delle Opere, il potente braccio economico di Comunione e Liberazione. Con alcune di queste, Montedomini ha un rapporto di affidamento dei servizi, ad esempio con il Progetto Sant’Agostino, di cui proprio Paccosi è stato presidente. Egli è inoltre amico di Francesco Neri, presidente della Compagnia delle Opere in Toscana, e del consorzio nazionale ConOpera, che raggruppa le cooperative bianche particolarmente attive nel settore dell’infanzia. Nello stesso Consorzio opera non a caso Chiara Lanni, moglie dell’attuale sindaco di Firenze Nardella. Lo stesso sindaco, che sta tentando la privatizzazione di parte delle materne e dei nidi comunali17.  

Vista da questa prospettiva, Montedomini sembra più una lobby affaristica privata che non il gestore di una serie di servizi pubblici. Non è un caso che la Asp sia quantomeno carente - in particolare sulle condizioni dei lavoratori - nel controllo dei capitolati d’appalto, cioè di quei contratti che regolano puntualmente gli obblighi delle aziende o delle cooperative sociali che gestiscono il servizio. Per di più, ad ogni cambio appalto accade che vi sia un restringimento delle ore di lavoro e, a cascata, un peggioramento delle condizioni di lavoro. Ciò porta inevitabilmente a disservizi, che si rivoltano direttamente nei confronti degli utenti e i lavoratori. Infatti, nonostante da questa inchiesta risulti palesemente come le responsabilità finali vadano ricercate sempre nella stazione appaltante, le cooperative sociali, all’aumento dei disservizi, scaricano le responsabilità sui lavoratori, che sono spesso vittime di ritorsioni di natura disciplinare del tutto ingiustificate.
Quello che è accaduto alla RSA San Silvestro dimostra le palesi responsabilità attribuibili non solo ad Agorà, ma anche direttamente a Montedomini, e di conseguenza al suo controllore, ossia il Comune di Firenze. Difatti, come abbiamo già accennato nel primo paragrafo, il disservizio da cui è scaturito il licenziamento è nato da due mancanze provocate direttamente dalla stazione appaltante: la prima, è la carenza di personale operante. Christian e Olivia infatti coprivano un turno su cui in precedenza collaboravano tre operatori, ma che in seguito al cambio appalto e al subentro di Agorà è stato coperto da due soli dipendenti. La seconda è il ritardo continuo della distribuzione pasti, che dopo il cambio di appalto ha compresso in una sola gita la consegna pasti di ben due RSA, con il risultato di lasciare per ultima la residenza di San Silvestro. Nonostante questa scelta comportasse una violazione quasi costante del capitolato d’appalto (tempo tra confezionamento e consegna dei pasti superiore a 30 minuti), Montedomini ha preferito chiudere un occhio e non vigilare.
Al momento del licenziamento, invece, Montedomini ha preso immediatamente le difese di Agorà: in un primissimo momento ha rincarato la dose nei confronti di Christian e Olivia, dichiarando che non li avrebbe riassunti in altre strutture gestite dalla ASP, cioè in tutte le strutture che si occupano delle politiche sociali del comune di Firenze (!).
A fine aprile 2015, poi, di fronte a un’interrogazione posta da alcuni consiglieri comunali sul caso dei primi due licenziamenti, Montedomini risponde chiaramente prendendo le parti della cooperativa Agorà.
In seguito al terzo licenziamento, i lavoratori si mobilitano. Il 19 maggio presidiano l’ingresso dell’RSA, durante un’ispezione portata avanti dalle commissioni Lavoro e Welfare del Consiglio comunale fiorentino. Nonostante sia il presidio dei lavoratori sia il controllo dei consiglieri comunali fosse preannunciato da tempo, esso ha rivelato la totale impreparazione in tema di sicurezza del personale di Agorà. E ha svelato anche un’altra cosa: l’impunità di cui gode la cooperativa nei confronti del committente dell’appalto, ossia l’ASP Montedomini.


Conclusioni

Cosa resta da dire. Anche una cosa “piccola” come il licenziamento di 3 lavoratori può nascondere qualcosa di grosso, ossia la gestione malata dei servizi essenziali del Comune di Firenze, che non è certo una piccola città. E’ una città che ci fa famosi in tutto il mondo, è anche la città della carriera politica del piccolo Renzi, non a caso uno dei più grandi sostenitori della gestione privata dei servizi pubblici. Da questo piccolo contributo, scritto da lavoratori per altri lavoratori, vorremmo trarre alcune conclusioni più generali, che possono guidarci nella lotta per la difesa e la salvaguardia dei nostri diritti. A Firenze e in tutta Italia.

Vorremmo prima di tutto sottolineare la tesi principale di questo opuscoletto: la responsabilità dei licenziamenti non è solo di Agorà, cioè della cooperativa privata che gestisce il servizio. La responsabilità è anche e prima di tutto della stazione appaltante (Montedomini) e dei suoi responsabili politici, cioè la Giunta del Comune di Firenze. Non è possibile pagare gli stipendi in ritardo, non avere nessun responsabile per la sicurezza, licenziare ingiustamente tre lavoratori nel giro di pochi mesi, senza godere di un grado quasi assoluto di impunità. Quando vinceremo, e siamo sicuri che vinceremo questa battaglia per la riassunzione di Christian, Olivia e Antonietta, tutti – amministratori, dirigenti di ASP, sindacalisti compiacenti – si assieperanno di fronte ai giornalisti per attaccare la cooperativa, per dire che si trattava di una mela marcia o di un ramo secco da rimuovere perché l’albero resti sano. Noi sappiamo che non è così, e che le cose sono andate diversamente. Sappiamo che l’albero è marcio fino al midollo, e che questa vicenda si è resa possibile solo perché tra amministrazione pubblica e cooperative appaltatrici esiste un sodalizio inscindibile, che porta a non vedere i soprusi e i disservizi che emergono quotidianamente. Alla faccia della trasparenza e dell’efficienza decantata dall’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Le esternalizzazioni, cioè la concessione ai privati della gestione dei servizi pubblici, servono ESCLUSIVAMENTE a due cose: a far diventare il servizio pubblico un’occasione d’oro per fare facili profitti sui bisogni essenziali delle persone; e a celare le responsabilità reali delle condizioni peggiorative in cui versano di giorno in giorno i lavoratori e i servizi offerti.

Questo ci porta alla seconda conclusione: il sistema degli appalti maschera benissimo una verità incontrovertibile, ossia il disinvestimento costante dalla spesa pubblica a fini sociali. Come abbiamo dimostrato nell’ultimo paragrafo, ogni cambio d’appalto si caratterizza per il ribasso costante dei costi e dei termini del servizio, un ribasso sistematicamente scaricato sulle spalle dei lavoratori e degli utenti. Nonostante l’austerity, nonostante l’insistenza sui tagli e sul contenimento della spesa pubblica, però, non si è voluto rinunciare al mantenimento artificioso dei trust dell’assistenza, delle grandi cooperative sociali e delle aziende che vivono di appalti.  Questo la dice lunga su quali interessi il Governo voglia tutelare: quello dei grandi detentori del debito pubblico, quello delle imprese e delle cooperative amiche. Non certo quello di utenti e lavoratori.

La terza conclusione viene di conseguenza: per vincere questa battaglia e’  necessario il sostegno di tutti! Non solo dei lavoratori di San Silvestro, ma anche quello dei dipendenti degli altri servizi gestiti da Montedomini, e dei dipendenti comunali. Anche la solidarieta’ degli utenti e’ importante, perche’ –come dicevamo poc’anzi – anch’essi sono vittime delle provatizzazioni e dell’austerity, nonche’ di un uso privatistico e clientelare dei servizi pubblici. Per questo d’ora in avanti ci impegneremo a non lasciare solo nessuno, a promuovere un coordinamento reale tra i lavoratori dei servizi pubblici, a partire da quelli degli appalti.

Un servizio pubblico realmente funzionante ha bisogno di un sistema di gestione trasparente, in cui non ci siano piu’ differenze tra lavoratori di serie A e di serie B, in cui siano i bisogni degli utenti e dei lavoratori a definire l’allocazione dei fondi, la localizzazione delle sedi e il tipo di servizi offerti. Per questo utenti e lavoratori dovrebbero avere sempre la possibilita’ di controllare e di decidere in merito alla gestione del servizio. Perche’ non siano piu’ politici in cerca di facili consensi, imprenditori senza scrupoli e tecnici abiutati a considerare il servizio pubblico come qualcosa di “superfluo” a decidere di un qualcosa che e’, prima di tutto, NOSTRO.

Agorà Toscana continua a non rispettare i pagamenti dello stipendio. Ai lavoratori di S. Silvestro è stato recapitato lo stipendio di agosto solo il 14 ottobre!
Antonietta è già stata riassunta18.
Olivia e Cristian hanno perso il primo grado del ricorso per il reintegro, ma sanno di essere nel giusto e porteranno la loro lotta fino in fondo.
Questa inchiesta e’ stata scritta per loro e per tutti coloro che sono stati licenziati per aver alzato la testa.

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note
1. Nonostante sia un ente comunale, il CDA di Montedomini è formato da 5 membri, di cui 3 nominati dal Comune di Firenze, 1 dalla Provincia e 1 dalla Curia. Attualmente il CDA è formato da 4 membri : Luigi Paccosi (che è anche il Presidente del CDA, nominato dal Comune), Francesca Napoli (nominata dal Comune), Marco Galletti (nominato ‘Arcivescovo di Firenze, il Cardinale Giuseppe Betori), e Giulio Caselli (nominato dalla Provincia). montedomini.net
2. L’art.63 del capitolato d’oneri per il servizio di ristorazione prevede che i pasti debbano essere consegnati entro un tempo massimo di 30 minuti dall’inizio del confezionamento
3. Per un caso analogo, la Corte di Appello di Bari ha sentenziato che non è conforme a buona fede e correttezza il comportamento di quel datore di  lavoro che ha licenziato il lavoratore subito dopo l'accertamento di inidoneità senza aspettare la guarigione ed effettuare in quel momento la visita di idoneità. necsi.it
4. Le delibere riguardanti l’aggiudicazione delle gare d’appalto sono state pubblicate qui il giorno 8/10/2013 albopretorionline.it
5. Ad esempio qui stamptoscana.it
6. diritto.it
7. In questo opuscolo, ad esempio, viene smascherata efficacemente la “truffa” del socio lavoratore. clashcityworkers.org
8. lanazione.it
9. ilcentro.gelocal.it
10. unionemonregalese.it/
11. messaggeroveneto.gelocal.it
12. “Nessuno dei tre dirigenti sapeva chi era il Responsabile della Sicurezza della struttura finché chiamano una signorina gentilissima della ditta Agorà che timidamente mi dice: ‘Io sono la responsabile della struttura quindi dovrei essere anche la responsabile della sicurezza’; Non sapendo evidentemente che per essere responsabile della sicurezza bisogna fare dei corsi, degli esami, accettare un incarico e che se accade qualcosa se non funziona tutto a dovere sei responsabile penalmente”. Cft. Verbale di Silvia Noceri, M5S 19 Maggio 2015. stamptoscana.it
13. Infatti, nel capitolato d’appalto c’è l’ obbligo per i vincitori della gara del rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro. Il principale istituto del contratto di lavoro è la retribuzione, e lo stesso decreto legislativo 163/2006 stabilisce all’art. 38 la necessità che, nel corso degli accertamenti sul possesso dei requisiti, la società che ha vinto l’appalto non deve “aver commesso gravi infrazioni debitamente accertate in materia di sicurezza e ogni altro obbligo derivante dai rapporti di lavoro…”. Che il controllo spetti alla stazione appaltante lo si deduce anche dal caso concreto della SdS Fiorentina Nordovest, che, dopo l’attribuzione di un appalto a Agorà d’Italia, le tolse la vittoria passando l’appalto alla cooperativa che in classifica si trovava alle sue spalle (provvedimento del Direttore, n.91 del 24 aprile 2012). Cfr l’articolo apparso su Stamp Toscana domenica 18 ottobre 2015: stamptoscana.it
14. ricerca.repubblica.it
15. La Società della Salute è un Consorzio istituito con la legge regionale 40 del 2004. Nata con carattere sperimentale, essa dovrebbe gestire i servizi integrati socio sanitari, cioè quelli difficilmente attribuibili alla competenza esclusiva del Comune o della ASL (come gli ambulatori, ma anche servizi sociali, tra cui quelli assistenziali gestiti da Montedomini). Varata tra grandi cerimonie, la Società della Salute viene dapprima bocciata dalla legge finanziaria del 2008, che vieta agli Enti Locali di istituire più di un Consorzio, per poi sbattere contro una sentenza successiva della Corte dei Conti, che la definisce un passaggio inutile e costoso. Nonostante ciò, la Regione Toscana, con una delibera di riforma della legge regionale 40/2004, consente ai Comuni di mantenere in vita le Società della Salute, entro il dicembre 2014. La delibere regionale è un cappio al collo per i Comuni, che, nel caso in cui non fossero istituite le Società della Salute, perderebbero la gestione dei servizi ad alta integrazione e delle disabilità che passerebbero in blocco alle ASL.
Anche per questo motivo, il Comune di Firenze decide di confermare la presenza della Società della Salute, che dovrebbe entrare in funzione a partire dal 31 dicembre 2015. Non però come Consorzio a due, tra ASL e Comune. Ma a tre, con l’aggiunta di Montedomini, un’azienda che la cui natura pubblica è quantomeno dubbia, coinvolta fin dall’inizio non solo nella gestione, ma anche nella programmazione dei servizi.
16. Nello specifico, dal dott. Luigi Paccosi e dalla dott.ssa Francesca Napoli, nominati dal Comune di Firenze con Decreto del Sindaco n. 19 del 19/09/2014, dall’ avv. Giulio Caselli, nominato dal Presidente della Provincia con Atto n. 23 del 24/07/2014 e dal dott. Marco Galletti Consigliere nominato dal Cardinale di Firenze in rappresentanza della Curia. Il Consiglio, all’atto di insediamento, ha poi proceduto all’elezione del dott. Paccosi in qualità di Presidente e della dott.ssa Napoli in qualità di Vice-Presidente. Un posto rimane ancora vacante e spetta al Comune.
17. L’articolo si trova per intero a questo link stamptoscana.it. Contro la privatizzazione delle materne e dei nidi comunali è nato un gruppo di insegnanti e genitori che riscuote parecchio consenso. Ecco la loro pagina fb: https://www.facebook.com/nonsiappaltalinfanzia?fref=ts
18. Antonietta è stata riassunta perché ritenuta idonea da una commissione della ASL intervenuta in seguito al ricorso giudiziario portato avanti dai lavoratori.
Montedomini