[Roma] Asili nido: intervista ad un'educatrice precaria

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L'8 Marzo le maestre e le educatrici del Comune di Roma hanno scioperato contro i licenziamenti di oltre 2000 lavoratrici precarie e contro le privatizzazioni degli asili comunali.

Centinaia di lavoratrici organizzate nel Coordinamento Contro la Precarietà con il sostegno dell'USB e dei coordinamenti di genitori, sono state in presidio in Piazza Vidoni, davanti al Ministero della Funzione Pubblica, per chiedere un’ interlocuzione con il Ministro della Funzione Pubblica per negoziare vero e proprio piano di stabilizzazione nazionale in occasione della giornata internazionale della donna. Un settore tutto, o quasi tutto, femminile, che deve uscire dal silenzio di una trascuratezza protratta da molti anni” - come spiega una lavoratrice.
Secondo le maestre, infatti, il principale responsabile della loro situazione è il Governo, anche considerando che il caso romano è tutt'altro che unico. Dopo la condanna, a fine 2014, dello Stato italiano da parte della Corte di Giustizia Europea per abuso di contratti a termine nel pubblico, sono oltre 5000 le lavoratrici che in tutta Italia, dalla fine dell'anno scolastico in corso si troveranno senza lavoro (se non lo sono già, come accaduto a Napoli e a Torino dove non e' stata data alcuna proroga). Paradosso dei paradossi, per riparare alla sentenza molti Comuni invece di stabilizzare le precarie con un piano di assunzioni, hanno fatto ricorso a dei veri e propri licenziamenti di massa.

Lo sciopero e la manifestazione hanno visto un'adesione elevatissima ed sono riusciti ad ottenere un incontro con la ministra della Pubblica Amministrazione Madia GIOVEDI' 10 MARZO ALLE 17:00, in contemporanea ad un presidio in Piazza Vidoni.
Alla ministra verranno sottoposti i seguenti punti:
- piano di stabilizzazione nazionale delle educatrici precarie attraverso il loro inserimento in una graduatoria permanente;
- maggiori investimenti sui nidi attraverso l'uso dei fondi europei che consentirebbero di riaprire strutture da tempo inutilizzate riattivando un servizio pubblico piuttosto che darlo in concessione ai privati.

Durante la protesta, 6 precarie dell'USB sono salite su un'impalcatura a via Madonna dei Monti e, nonostante la pioggia ed il freddo, sono ancora li' intenzionate a scendere soltanto quando si avrà qualche risposta concreta.
Quiqui trovate due corrispondenze su Radio Onda Rossa.

In attesa di ulteriori sviluppi ripubblichiamo dal sito pane-rose.it un'interessante intervista ad un'educatrice precaria di Roma che ha avuto la "fortuna" di lavorare in asili privati, convenzionati e pubblici.

 

Come crescono, sono educati ed accuditi i bambini nella città di Roma?

Nella fascia di età da zero a tre anni, i piccoli utenti vengono affidati alle cure del personale degli Asili nido. Tali strutture, la cui organizzazione e il cui finanziamento sono appannaggio delle amministrazioni comunali, sorgono all’indomani del varo della apposita legislazione, inizi anni ’70; un’epoca storica e una stagione di forti conflitti, legati a profondi mutamenti sociali, tra i quali l'ingresso in massa delle donne italiane nel mondo del lavoro. Nati per rispondere alle esigenze basilari delle lavoratrici, negli anni e nei decenni successivi i Nidi si sono arricchiti di un ragguardevole patrimonio di esperienze e di saperi: originato dal lavoro, anche teorico, di generazioni di educatrici e di funzionari educativi, ma anche dal contributo di tutte le figure sociali interessate alla costruzione di un corretto e proficuo percorso educativo per i piccoli. 
In tempi più vicini a noi, l’”Era Veltroni” ha rappresentato l'esordio, nel settore scolastico-educativo del Comune di Roma, della logica della privatizzazione; sotto la discutibile bandiera del “privato è bello”, “privato è efficienza”, i nidi affidati in convenzione a soggetti privati, da pochi che erano, sono giunti in breve tempo a superare, per numero e dislocazione nei quartieri cittadini, le strutture ancora pubbliche, aprendo la strada alle successive operazioni di apertura al mercato dei servizi pubblici, ivi compresi quelli rivolti a un’”utenza” particolare, quali i bimbi in fasce…Ciò che è accaduto in seguito, rappresenta la triste cronaca dell’ultima fase, con il “Salva Roma” che, di fatto, “commissaria” l’amministrazione cittadina per le prossime legislature, imponendo una “spending review comunale”, volta, più che a un fantomatico “risparmio” di denaro pubblico, a servire gli interessi delle aziende concessionarie delle prossime esternalizzazioni e privatizzazioni. Per non dire dell’Amministrazione Marino e del suo irricevibile “Atto unilaterale”, votato al peggioramento delle condizioni di lavoro e al taglio dei servizi, e accompagnato da una lunga serie di "esternazioni" dell'ex Sindaco e dei suoi collaboratori: dichiarazioni infamanti che hanno colpito tutti i lavoratori comunali e delle aziende municipalizzate. Forte è stato la risposta delle piazze all’Unilaterale (entrato in vigore nel gennaio 2015): manifestazioni in Campidoglio di lavoratori, lavoratrici, genitori-utenti dei nidi e delle scuole materne della città, occupazioni di sedi comunali, passando per la vittoria dei lavoratori comunali al referendum contro la “pre-intesa” sul lavoro pubblico, concertata tra la Giunta e i sindacati confederali. Ma non è mancato, da parte della Giunta Marino ormai morente, neanche il tenativo di licenziare in massa le educatrici precarie “dei 36 mesi”. E oggi siamo giunti al DUP (Documento Unico di Programmazione), approvato dal Commissario Tronca, ulteriore passo nella direzione della svendita degli asili nido e del trionfo di logiche di pura e semplice mercificazione dell’educazione dei più piccoli nonché di negazione dei diritti delle lavoratrici del settore. 
Asili nido, luoghi del benessere dei bimbi e delle passioni di chi ci lavora: quale futuro? Ne abbiamo parlato con una educatrice precaria del Comune di Roma, la quale porta un contributo prezioso alla discussione su tale, dolente materia, e uno sguardo “dall’interno” di questi luoghi, dove i nostri figli crescono e hanno il primo impatto con la società.

contro unilaterale

Puoi presentarti? 
Mi chiamo Angela e sono un’educatrice di asilo nido, supplente di III fascia per il Comune di Roma. 

Da quanto tempo fai questo lavoro? 
Per il Comune di Roma, dal 2013. 

Qual è il tuo inquadramento contrattuale? 
Non ho alcun inquadramento contrattuale, ho solo contratti giornalieri: ogni giorno aspetto la chiamata del Municipio in cui sono in graduatoria. L’orario e il nido in cui presterò servizio, me lo comunicano il giorno stesso. Ogni mattina, quindi, devo essere pronta ad uscire di casa, dalle ore 7,45 alle 13,00. 

Da quanto tempo vivi questa situazione? 
Dal gennaio del 2013. 

Ci par di capire che, in precedenza, hai lavorato in strutture private… 
Ho lavorato alle dipendenze di un “privato privato”, poi per un’azienda convenzionata con il Comune di Roma. Per il privato, per circa un anno e senza alcun contratto; lavoravo cinque ore al giorno per uno “stipendio” (se così si può definire) di 450 Euro. L’azienda mi assicurava solo la malattia, nel senso che, se avessi fatto giorni di assenza per motivi di salute, non mi veniva sottratto nulla alla paga mensile. Ma non avevo alcuna garanzia, tanto che mi hanno licenziata con 15 giorni di preavviso, motivando il mio allontanamento con un calo delle iscrizioni dei bimbi al nido gestito dall’azienda di cui ero dipendente: trovandosi nella necessità di mandar via un’educatrice, hanno licenziato me che ero l’ultima arrivata. 

Cosa è cambiato, per te, nel passaggio dal privato al pubblico? 
E’ cambiata molto, in meglio, la mia situazione economica: per un contratto mensile, lavorando tutti i giorni, sei ore giornaliere e trenta settimanali, guadagno 1.300-1.400 Euro, “traguardo” impensabile per chi lavora nel privato. C’è da dire, però, che di solito ho un contratto mensile solo nel mese di luglio. 

Anni di sacrifici, quindi, che hanno fatto seguito a un percorso di studi e di formazione. Puoi parlarci di questo aspetto della tua professione? 
Ho una laurea in Scienze dell’educazione. Però in effetti questo titolo di studio non mi ha aperto le porte di una formazione “sul campo”, né di un tirocinio; non nell’ambito del lavoro di educatrice di Nido, almeno. In quanto Educatrice, ho svolto tirocinio “sul campo” nel settore delle tossicodipendenze. Quando ho iniziato a lavorare nei nidi, non avevo alcuna esperienza specifica. In tutti i nidi privati cui ho presentato domanda, mi è stato chiesto di svolgere un periodo di tirocinio, fino a quattro settimane, e non retribuito, neanche con un rimborso spese. Si trattava di nidi del tutto privati, ma anche di alcuni convenzionati con il Comune. E stiamo parlando di periodi di “prova” non solo senza alcuna retribuzione, ma con l’unica prospettiva di fare delle supplenze, senza possibilità di ottenere un incarico annuale. Ho accettato tali proposte in diverse occasioni, e ho lavorato gratuitamente in diversi asili nido, in tutta Roma, venendo a contatto con le più disparate situazioni, a volte assai tristi. Poi sono stata assunta per un anno nel nido privato di cui dicevo all’inizio. A questi “periodi di prova” devo la mia formazione. In seguito a quell’esperienza annuale in un nido “privato-privato”, ho prestato servizio in una struttura privata convenzionata, per poi passare al Comune. 

La tua attività lavorativa nel privato quando è cominciata?
 

Le mie prime esperienze di educatrice risalgono al 2007-2008. Quasi dieci anni fa. 

Sei iscritta a un sindacato? 
Sono iscritta all’Unione Sindacale di Base, USB. 

Arriviamo alla situazione che si è creata un anno fa, nel gennaio 2015, con l’”Atto unilaterale” della Giunta Marino. Puoi dirci cosa è cambiato da allora per le lavoratrici nella tua condizione? 
I “tagli” introdotti dall’”Atto” sono stati tali da peggiorare di molto la mia situazione; sebbene da precaria, dal 2013 mi era in pratica garantita la chiamata quotidiana. Lavoravo tutti i giorni, o full time, per sei ore, o per quattro ore e mezza, talvolta tre. Molto spesso venivo chiamata per coprire i cosiddetti “fuori rapporto”. Il che consiste nella chiamata della supplente quando il numero dei bimbi per educatrice è troppo elevato. Per legge, il rapporto deve essere di 1:6, e se, per esempio, in una sezione ci sono 18 bambini e le due educatrici del pomeriggio, chiamano la precaria come supporto. Quindi, le educatrici lavoravano tutte, anche quelle molto in basso nella graduatoria. L’anno scorso si è creata una situazione molto pesante, perché la Giunta comunale ha focalizzato la propria attenzione sugli “sprechi”. Cioè sul fatto che noi precarie venivamo chiamate troppo spesso perché c’era tra le “titolari” un assenteismo troppo elevato, e quindi, partendo da tale presupposto hanno voluto fare dei tagli. Inizialmente non hanno più sostituito la prima educatrice in malattia; quindi, su un organico di 12 educatrici per un nido di 69 bambini, nel caso che una collega si fosse ammalata non veniva chiamata la sostituta, e le rimanenti 11 erano costrette a coprire la collega assente. Poi hanno tagliato i “fuori rapporto”, e si sono create situazioni incresciose, che hanno portato anche a denunce alle forze dell’ordine da parte dei genitori: si è arrivati al punto di vedere una singola educatrice lasciata sola con trenta bambini. E’ evidente quanto la stessa incolumità dei bimbi fosse a rischio, in un contesto lontano dalle più elementari condizioni di sicurezza. Tale situazione si è trascinata fino alla fine dell’anno scolastico. Le chiamate per noi precarie ne sono uscite dimezzate 

Quindi, ci stai dicendo che si è creata una situazione per cui, a fronte di bimbi e genitori lasciati senza il supporto delle educatrici supplenti, c’erano e ci sono lavoratrici che, dopo anni di sacrifici tra studi, formazione e precariato, si sono ritrovate con tempo di lavoro e reddito dimezzati? 
Esatto. E ci sono state delle grosse mobilitazioni, all’indomani dell’”Unilaterale”; manifestazioni in Campidoglio, che hanno portato all’occupazione della sala Consiliare, iniziative che abbiamo intrapreso per farci sentire. Perché più volte, attraverso l’USB, abbiamo chiesto di essere ascoltate e ogni volta ci chiudevano la porta in faccia, gli incontri che ci venivano concessi erano puntualmente disertati: nessuno, né il Sindaco, né l’Assessore, voleva ascoltarci, ogni volta avevano altro da fare. Le mobilitazioni hanno ottenuto dei risultati positivi, ma non si è riusciti ad evitare il peggioramento complessivo della situazione, quale si presentava prima dell’”Unilaterale”: ad esempio, oggi i “fuori rapporto” sono coperti – e questo lo dobbiamo alle nostre lotte- ma molto meno che in passato; le chiamate per noi precarie sono molte meno di quelle cui potevamo fare affidamento prima dell’Atto unilaterale, e diverse mie colleghe hanno rinunciato a lavorare per il Comune, preferendo tornare a rivolgersi ai nidi privati, a condizioni – economiche e non solo - indubbiamente peggiori, ma avendo la certezza della continuità lavorativa. 

Le mobilitazioni contro il peggioramento del Servizio sono state molte… dall’inverno scorso, all’indomani dell’ “Unilaterale”, all’agosto passato, con la Giunta che sferrava un altro duro colpo alle opportunità di lavoro delle educatrici precarie, fino alle ultime novità conseguenti all’avvento dell’amministrazione commissariale di Tronca. Che valutazione dai di queste lotte cui hai preso parte assieme alle tue colleghe? 
Credo che, in seguito alle molte manifestazioni e alle lotte sindacali, alcuni risultati siano stati raggiunti, portando al ritiro delle disastrose proposte iniziali del Comune; anche se non abbiamo ottenuto quello che più volevamo, ovvero l’assunzione di tutte le precarie in servizio dal ’97, e l’attivazione di un corso-concorso tale da permetterci di accedere a una graduatoria permanente, e quindi a incarichi annuali. Nella graduatoria attuale siamo soggette a una clausola, per la quale non possiamo avere incarichi superiori ai cinque mesi. Poter sperare, un domani, in un incarico annuale, rappresenterebbe per noi una buona prospettiva di stabilità. Non solo non abbiamo ottenuto l’accesso a tale graduatoria ma, addirittura, a settembre si parlava del licenziamento immediato di tutte le precarie del ’97. Le colleghe in questione hanno rischiato – e rischiano tutt’ora- di non essere chiamate mai più a lavorare perché, avendo esse superato i 36 mesi di servizio, il Comune dopo tale periodo sarebbe obbligato per legge ad assumerle, e l’Amministrazione non ne ha alcuna intenzione. Le mobilitazioni hanno costretto il Comune a differire di un anno tale licenziamento di massa. E’ difficile immaginare quale sarà il futuro di queste colleghe, la cui posizione è, attualmente, sospesa. E anche noi, che ai 36 mesi di servizio non ci arriviamo, potremmo correre lo stesso rischio, non appena toccassimo la “Quota-36”. 

Come vedi, invece, i processi di privatizzazione in corso, in tutto il comparto scolastico-educativo, e nei nidi in particolare? 
Sicuramente, in merito alle privatizzazioni la mia valutazione è del tutto negativa. E parlo per esperienza diretta, avendo io lavorato sia in nidi privati tout court, che in convenzione, per poi passare al Comune. 
Anzitutto, le privatizzazioni non portano a nulla in termini di risparmio di fondi pubblici: gli unici tagli sono quelli agli stipendi delle educatrici, le quali con i privati lavorano per le stesse ore, retribuite la metà. Inoltre, le amministrazioni si trovano nella necessità di mandare avanti il “carrozzone” di queste aziende che gestiscono i nidi privati, favorendole in vari modi; strutture in cui ci siamo noi educatrici, ma anche un “capo”, un padrone, il quale ha interesse e necessità di ricavare un utile dalla propria attività: i tagli agli stipendi delle educatrici, prendono sistematicamente la strada delle tasche degli imprenditori, non quella delle casse del Comune. Ciò che il privato “taglia” è, inoltre, la qualità del servizio e ciò è molto grave: ci privano degli strumenti e delle condizioni appropriati, per lavorare con bimbi che ci vengono affidati quando sono molto piccoli, ancora in fasce, non parlano, non camminano…Si va a tagliare sul fondamentale rapporto numerico educatrici-bambini: alcune mie colleghe del “privato”, pensate, lavorano con un rapporto di una educatrice ogni otto bambini di età inferiore ai 12 mesi, mentre il rapporto previsto per legge non deve mai superare l’1:6. E qui occorre precisare che il rapporto 1:6 (detto “frontale”) dev’essere mantenuto nell’arco dell’intera giornata. Nella realtà, in un nido con quattro educatrici per 24 bimbi, considerando turni e avvicendamenti, la compresenza di tutte le educatrici non supera le due/tre ore al giorno. Le due operatrici della mattina spesso risultano sole con tutti i 24 bambini: è evidente che ci vuole più personale, la cui presenza dev’essere meglio organizzata. 
Per quanto riguarda le condizioni cui le educatrici nel “privato” sono soggette, posso riportare molti esempi. Nel nido in cui ho prestato servizio tra il 2010 e i dicembre 2012, le colleghe avevano, quasi tutte, incarichi annuali; ora, nella nostra professione, a contatto come siamo con le malattie infantili, è consigliabile mettersi in maternità all’inizio della gravidanza, per non mettere a rischio la stessa. Le colleghe che lo facevano, si ritrovavano puntualmente licenziate alla fine della maternità, cosa che ha spinto alcune di loro a far causa all’azienda. Io ho avuto tre rinnovi contrattuali: l’ultimo, nell’ottobre-dicembre 2012, trimestrale, quelli precedenti annuali… in una fase anteriore, avevo lavorato esclusivamente in nero. La vicenda concernente l’ultimo è rivelatrice: ci avevano garantito a tutte il rinnovo fino a fine anno scolastico (cioè, fino al mese di luglio), invece, qualche giorno prima di Capodanno, per raccomandata mi hanno comunicato che l’incarico non sarebbe stato confermato. Son venuta poi a sapere la ragione: avendo io appena superato i trent’anni, l’azienda si trovava nell’impossibilità di farmi un contratto di apprendistato, con i relativi sgravi fiscali. Al posto mio e delle mie colleghe - le quali pure il rinnovo lo avevano avuto, ma poi son state mandate a casa tutte - hanno assunto ragazze molto giovani, alla prima esperienza. 
Ricordo un episodio del 2011, legato ad un evento tragico avvenuto nel nido “Girotondo”: qui un bimbo, lasciato solo nella Stanza del sonno, è deceduto per cause naturali; poco dopo, l’azienda ci ha inviato una lettera da firmare, il cui testo recitava che “…la responsabilità di ciò che possa accadere ai bimbi ricade esclusivamente sulle educatrici”. Ma potevamo noi essere dichiarate “responsabili”, quando la nostra coordinatrice ci obbligava, ad esempio, a restare da sole con 20 bimbi, in conseguenza dell’assenza di una collega e del rifiuto, da parte dell’amministrazione, di mandarci una supplente? Ci siamo rivolte a un avvocato giuslavorista, il quale ci ha detto che una lettera del genere non aveva alcun valore legale, ma ciò può far capire a quali ricatti eravamo soggette. Ecco: nel “privato” si lavora così! Nel nido convenzionato, invece, a me e alle colleghe hanno fatto firmare un contratto da 25 ore settimanali, che prevedeva la clausola del divieto, pena licenziamento, di lavorare all’esterno del nido, nonché di fare babysitteraggio ai genitori utenti dell’asilo, anche di sezioni diverse dalle nostre, e tutto ciò a fronte di uno stipendio di 650 Euro mensili… 

Dalle tue parole emerge la necessità di mobilitarsi per scongiurare la svendita di un servizio pubblico rivolto a una “utenza”, i bambini, che più fragile non potrebbe essere. In questo senso, tentativi di connettere le istanze di lavoratrici e genitori, nel recente passato, ci sono stati: cosa pensi che si potrebbe fare, per convincere genitori ed educatrici a lottare insieme, visto che sono a rischio i diritti di entrambi? 
In realtà, non è facile avvicinare i genitori a queste problematiche: perlopiù 
sono presi dal proprio lavoro e dai propri impegni, cosa che ne ostacola la presenza alle manifestazioni e ne riduce la possibilità di informarsi sui problemi. A noi educatrici è stato impedito di spiegare come stanno le cose: una Circolare della vecchia Giunta stabilisce per noi il divieto di rivelare all’esterno, anche a mezzo stampa, ciò che attiene al funzionamento delle strutture in cui prestiamo servizio, minacciando sanzioni e richiami nel caso di infrazione del silenzio impostoci. Nonostante tale, difficile situazione, sono convinta che sia necessario un maggior coinvolgimento dei genitori nella lotta contro la dismissione dei servizi educativi rivolti alla prima infanzia.

A cura di Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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