[Milano] Intervista ai lavoratori del San Raffaele in lotta

Pubblichiamo di seguito le parole di un lavoratore del San Raffaele di Milano. La lotta di questi lavoratori ha un alto valore simbolico, non tanto per il numero di essi coinvolti dai licenziamenti o per le forme di lotta, ma per la fase in cui si svolge. La gestione rapace della finanza cattolica, con i suoi buchi di bilancio, ha anticipato al San Raffaele le conseguenze del taglio della spesa sanitaria nazionale, la spending rewiew, traghettando una lotta già matura dentro il mare in tempesta delle riorganizzazioni ospedaliere e della chiusura dei piccoli ospedali. Dopo scioperi, cortei e blocchi stradali l'ultimo tentativo del sindacalismo confederale di siglare un accordo al ribasso si è frantumato contro l'inequivocabile volontà dei lavoratori di non cedere al ricatto. Il referendum, nonostante le pressioni dei capireparto e la quasi totale assenza dei medici dalla lotta, ha rispedito l'accordo al mittente con un 55% di NO.

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Danneggiare il più possibile il padrone e coordinarsi. Questi sono gli elementi più interessanti che emergono dall'intervista. Danneggiare aprendo gratuiutamente l'ospedale per non ottenere i rimborsi regionali, coinvolgendo così la totalità dei lavoratori e l'utenza stessa; coordinarsi perchè qualsiasi presenza "esterna" goda di un effetto moltiplicatore.
L'importanza dell'intervista sta dunque tutta nell'esperienza di lotta che può offrire, anche in termini di coordinamento, alle migliaia di lavoratori della sanità (e non solo!) che già sono alle prese con l'applicazione selvaggia dei tagli sanitari.

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intervista di Assemblea sul lavoro*
qui l'articolo in pdf

+ Qual è la situazione attuale al S. Raffaele?
Al S. Raffaele c’è stato un cambio di proprietà. La vecchia gestione, nel mese di marzo 2011, ha comunicato uno stato di crisi che successivamente si è rivelato un buco economico pari a 1 miliardo e mezzo. Dopo la richiesta di fallimento e l’interessamento da parte del gruppo IOR/Malacalza che hanno offerto 250 milioni, il tribunale di Milano ha indetto un’asta, durante la quale il gruppo Rotelli ha fatto un’offerta di 405 milioni. I debiti della passata gestione si sono accumulati a causa del mancato pagamento dei fornitori, dell’acquisto di una fazenda1 in Brasile e altri investimenti incredibili (come gli aerei privati), che quindi non hanno portato a nessuna possibilità di rientro.
La nuova proprietà subentrata a maggio 2012, comunica il 30 luglio la situazione di crisi, richiedendo l’annullamento di alcuni accordi, la modifica del contratto nazionale, e i licenziamenti collettivi in base alla legge 223 del 1991.
Il 31 ottobre la dirigenza, dopo una serie di incontri volutamente inconcludenti con i rappresentanti dei lavoratori, avvia le procedure per la riduzione d’organico, quantificata in 244 unità. In contemporanea manda una comunicazione in cui annuncia la volontà di disdire tutti i contratti sindacali sottoscritti dal 1973 in poi, e modificare il contratto nazionale di lavoro: dal contratto della sanità pubblica al contratto AIOP, a partire dal 01/01/2013. Immediata è stata la reazione dei dipendenti, con un sit-in davanti agli uffici della presidenza già lo stesso giorno, e dal primo novembre con un presidio permanente che tuttora resiste.

+ Su cosa si fondano i provvedimenti della dirigenza?
La dirigenza parla di una perdita, senza mostrare però come questa perdita è effettivamente strutturata, quali sono gli introiti e quali le spese. Inoltre, dimostrare che il San Raffaele è in sofferenza per il costo del personale credo sia impossibile. Il personale è in parte stabilito da una legge regionale che definisce i limiti per avere l’accreditamento2, e il San Raffaele, come tutti gli ospedali pubblici e privati, ha sempre avuto un po’ più di personale rispetto ai criteri minimi.
D’altra parte l’ospedale è considerato una struttura d’eccellenza.
Questa denominazione è un richiamo che attrae l’utenza, e fa aumentare il fatturato. Se la dirigenza dovesse ridurre l’organico, verrebbe meno il carattere d’eccellenza della struttura, con conseguente calo dell’utenza, e del fatturato.

+ Quali sono gli obiettivi della vostra lotta?
Il nostro obiettivo è quello di far rientrare tutti i licenziamenti, per diverse ragioni: la prima perché salvaguardare il posto di lavoro è sicuramente cosa nobile e che deve essere perseguita, la seconda perché una riduzione del personale andrebbe sicuramente a discapito dell’utenza e quindi di tutti noi, dato che la qualità dell’assistenza e delle prestazioni si abbasserebbe notevolmente. L’altro obiettivo è quello di far rientrare la disdetta degli accordi e la modifica del contratto. Sia il primo che il secondo, infatti, hanno contribuito notevolmente alla qualità dell’ospedale, in quanto richiamo anche per molti lavoratori. In particolare, il contratto della sanità pubblica ha permesso di fare formazione e ha consentito che i lavoratori dell’ospedale migliorassero le proprie capacità professionali.

+ Mettiamo che la direzione vi dica che non licenzia nessuno, ma ridurrà i salari dei dipendenti.
Questo sarebbe uno degli scenari possibili. Loro ci dicono che in questo momento c’è una difficoltà economica. Il che è verosimile, avendo rilevato una struttura che l’anno passato ha avuto un grave momento di crisi. Sapendo questo, abbiamo da subito richiesto alla proprietà che ci venisse mostrata questa difficoltà economica, cosa che ancora non è successa. Nel caso ci fosse un problema, siamo consapevoli che tutti sarebbero coinvolti e quindi tutti interverremmo con delle riduzioni (temporanee, se no diventerebbe profitto per la proprietà) del salario accessorio3 . Inoltre queste riduzioni dovrebbero essere progressive, ovvero i redditi più bassi dovrebbero pagare meno di quelli più alti. Tutto questo, lo ribadisco, a condizione che loro ci mostrino le motivazioni del disavanzo, e ci dimostrino che questi provvedimenti servano a risanare il bilancio e non a ottenere ulteriori profitti sulle nostre spalle.

+ Quanto può avere influito (se ha influito) la spending review del governo Monti, sulle decisioni della dirigenza?
La spending review è del 6 Agosto, quindi i dirigenti non possono usarla come scusa perché i tagli del personale e gli altri provvedimenti sono stati decisi una settimana prima di quella data.
Al di là di questo, la spending review è un provvedimento che, per quanto riguarda la sanità, ha previsto una riduzione del numero di posti letto per abitanti: mentre prima erano 4 ogni mille abitanti, ora si passerebbe al 3,7‰. Questo comporterebbe la riduzione di 7400 posti letto a livello nazionale, un numero molto elevato tenendo conto che per ogni posto letto sono grossomodo 5 le persone che lavorano, portando quindi il numero di lavoratori della sanità coinvolti oltre i 35 mila. Invece di ridurre i profitti e le speculazioni degli imprenditori degli imprenditori della sanità privata, la spending review, ricade tutta su lavoratori e pazienti. Le indagini giudiziarie dimostrano sprechi in termini di fatturazioni gonfiate che servivano a creare fondi neri e rimborsi regionali immotivati a beneficio di faccendieri che facevano da tramite fra regione e imprenditori.

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+ Dato che questi possibili esuberi sarebbero distribuiti fra più ospedali, ci sono altre situazioni simili alla vostra, in Italia?
Sì, qui vicino a noi, alla Multimedica4, sono stati annunciati più di 350 licenziamenti con 220 dipendenti messi in cassa integrazione.
Oltre a questo, sta venendo fuori un’ulteriore normativa secondo la quale le strutture che hanno meno di 80 posti letto accreditati per acuti non saranno più accreditate.
Per esempio un ospedale che ha 75 posti letto per acuti5 e altri per la riabilitazione, non sarà più accreditato. Tutti quei posti letto diverrebbero solventi, quindi a carico del malato o dell’assicurazione che ne copre le spese. Di conseguenza, la struttura in questione sarebbe destinata a chiudere.
La situazione del San Raffaele potrebbe concretizzarsi nel breve periodo anche in altri ospedali.
Detto questo, ritengo che non si possa scindere l’aspetto lavorativo dall’attacco ad un servizio di cui beneficiamo tutti. Perché da una parte c’è l’attacco da parte del governo nazionale ad un servizio che dovrebbe essere garantito e universale, dall’altra, come conseguenza, c’è ovviamente la ricaduta sul personale ospedaliero. Però io credo che le due cose siano strettamente legate e non riesco a dare una priorità ad una di esse, in quanto lavoratore e in quanto possibile utente del servizio sanitario.

+ Cosa ne pensate della legge 146 del ‘90 che limita il diritto di sciopero nella sanità? È mai stata oggetto di discussione tra i lavoratori o i delegati?
Purtroppo la legge 146 ha limitato le possibilità di sciopero, tentando di sterilizzarlo. Dal momento in cui viene deciso lo sciopero, al momento nel quale si possa fare, può trascorrere parecchio tempo; da un minimo di 20 giorni a periodi molto più lunghi. In alcuni periodi è vietato scioperare e nei restanti periodi è vietato indire scioperi ravvicinati che interessano lo stesso bacino d’utenza; a tutto ciò viene aggiunto che molti lavoratori sono precettati e quindi costretti a lavorare.

+ L’ultima volta che avevamo parlato si era introdotta anche la dimensione del servizio, il fatto di essere in un ospedale complica le cose…
La questione è molto semplice; dal mio punto di vista questo è un servizio, si sa che ci sono dei minimi per uno sciopero, e il blocco totale sarebbe controproducente.
Molte volte è difficile spiegare all’utenza per quale motivo si sciopera, nell’immaginario collettivo l’ospedale è il posto dove si dovrebbe lavorare sempre e comunque, qualunque cosa succeda. Io ho assistito all’ultimo vero grande sciopero della sanità nel 1984, perché ero un allievo all’epoca; dove lavoravo io arrivarono i militari a sostituire gli infermieri, perché non andò nessuno a lavorare. Ora ci sono i minimi da garantire, ma secondo me non servono ad evitare problemi alla collettività, ma serve più che altro per far perdere efficacia, per depotenziare la lotta.

+ Tu hai parlato di minimi. Com’è possibile che in alcuni reparti, dopo i licenziamenti programmati, i numeri del personale scenderanno addirittura al di sotto dei minimi operativi previsti in caso di sciopero? Questa non è una contraddizione?
Mi è capitato di lavorare in situazioni in cui, dopo aver visto il foglio dei minimi, dicevamo “ah ma allora devono fare arrivare delle persone perché il minimo è più alto rispetto al numero con cui stiamo lavorando oggi.”

+ Chi stabilisce i minimi d’organico in caso di sciopero e chi i minimi per l’accreditamento della struttura sanitaria?

I minimi per l’accreditamento sono stabiliti dalla normativa regionale che sancisce l’organico minimo per le diverse figure professionali.
I minimi del personale in caso di sciopero sono dettati dalla legge 146 e regolamentati con accordo aziendale che ha come suo riferimento numerico il personale che lavora Domenica pomeriggio. Poi vengono identificati servizi ad organico completo (es. Pronto soccorso e rianimazione) , ad organico ridotto (reparti di assistenza ordinaria) e reparti che possono scioperare totalmente (ambulatori) .
In una giornata di sciopero l’attività è naturalmente ridotta; ma il fatto paradossale è che spesso l’organico presente in giornate non di sciopero è pari, e in qualche caso inferiore, a quanto la legge prevede per i giorni di sciopero. Così quella che per legge è la soglia minima sotto la quale non si scende durante lo sciopero, è la normalità in qualsiasi altro giorno lavorativo.

+ Ultimamente, da parte di qualche lavoratore, sono emerse alcune perplessità rispetto all’incisività di iniziative di lotta svoltesi all’esterno (l’occupazione della tangenziale, il blocco di cascina Gobba o la visita sotto la regione).

Si potrebbe fare qualcosa di più che agisca direttamente all’interno dell’ospedale, che produca un danno diretto alla proprietà e al suo piano aziendale?
Se qualche lavoratore ha espresso perplessità, d’altra parte molti ci hanno spronato ad un crescendo di iniziative esterne. C’è stato un momento in cui bisognava coinvolgere le istituzioni, fargli vedere che c’eravamo, quindi siamo andati alla regione, al comune, poi ad occupare la tangenziale, e queste cose, non so come dire, sono quasi nel manuale del perfetto lottatore, per una questione di visibilità. Sicuramente la nostra lotta è qua dentro, noi vogliamo preservare il nostro posto di lavoro e salvaguardare il nostro salario e credo che adesso bisognerà cominciare a pensare di fare qualche cosa di importante all’interno della struttura.
Una cosa a cui mai nessuno ha pensato, perché non è fattibile in Italia, sarebbe quella di una bella giornata gratuita. Questo da un punto di vista pratico legale credo che non si possa fare, perché le colleghe più esposte, all’accettazione, rischierebbero o il licenziamento in tronco, o di sentirsi chiedere un rimborso per il danno arrecato. Inoltre i medici non sono schierati dalla nostra parte, questo è praticamente assodato, la lettera di solidarietà l’hanno firmata in 20 e molti altri si sono tirati indietro, adesso c’è un silenzio assordante da parte loro. Teniamo presente che dovrebbero essere loro a fornire la prestazione gratuita. Facendo un esempio paradossale, se fossimo tutti d’accordo, all’accettazione si dà solo il foglio con zero di rimborso, il paziente va a far la visita, il medico usa un materiale che non sarà mai rimborsato, perché non c’è l’emissione di una fattura, tu fai così per una giornata e tra medicinali, garze e solventi li hai messi più in difficoltà che se fai una giornata di sciopero. Altrettanto probabilmente avremmo una solidarietà maggiore della gente, come quando in autostrada, quando c’è uno sciopero, non si pagano i caselli. Quindi, questo sarebbe più efficace sull’opinione pubblica, e significherebbe che c’è un compattamento all’interno della lotta, coinvolgendo anche tutte quelle figure che magari a volte, anziché rimanere passive, potrebbero partecipare attivamente.
Già ora siamo numerosissimi quando partecipiamo agli scioperi, l’ATM ci ha contato in 1100 nell’ultimo sciopero, che per uno ospedale con 3000 dipendenti, calcolando che c’è chi smonta la notte, i precettati e tutto quanto, è un numero elevatissimo. C’è chi probabilmente non partecipa perché ha paura, perché è precario.
Invece, se ci fosse la possibilità di coinvolgere chiunque sul suo posto di lavoro erogando gratuitamente le prestazioni, dallo strumentista al medico, si potrebbe incidere di più. Forse questo è impossibile perché non credo che ci sarà mai qualcuno che proporrà qualcosa di simile, ma sicuramente in questo momento bisognerà rimanere qui a lottare.


Se volete essere informati sullo stato della lotta e/o partecipare alle iniziative, scrivete a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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note
1 “A Salvador di Bahia il padrone del San Raffaele, Don Verzè, aveva costruito un ospedale, con 17 miliardi di lire della Cooperazione italiana. Ma aveva anche due «fazendas», fattorie con piantagioni di cocco, mango, banane e uva senza semi”. Fonte: http://maurosuttora.blogspot.it/2011/12/una-brutta-fazenda.html
2 Per accreditamento si intende un ‘iter autorizzativo’ a cui si sottopongono le strutture sanitarie per garantire una valutazione delle prestazioni erogate attraverso la verifica del possedimento di una serie di requisiti strutturalli (D.lgs 502/92).
3 Incentivi contrattuali, negoziati a livello aziendale.
4 La Multimedica è una struttura privata. La vertenza si è già conclusa con 1666 contratti di solidarietà, con 6 ore settimanali retribuiti al 50% e 140 precari che non saranno rinnovati.
5 Pazienti ricoverati per un’urgenza o una grave necessità, compreso il periodo riabilitativo.


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* Chi siamo?
L’ Assemblea sul Lavoro è composta da lavoratori che si sono posti l’obbiettivo di ragionare collettivamente sulle problematiche del lavoro.
Ci rivolgiamo a tutti coloro pensano non esista una soluzione individuale al problema sistemico che la ristrutturazione del capitalismo oggi impone. Rifiutiamo l’ideologia del sacrificio e la chiamata alla responsabilità dettata dall’austerity: da una parte, sotto l’appellativo ‘responsabilità’ si cela la logica del capitalismo che detta la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. Dall’altra, la parola sacrificio corrisponde alla logica per cui a pagare sono sempre e soltanto
gli appartenenti alle classi sociali più deboli.

* Perché un’intervista ai lavoratori in lotta del San Raffaele?
L’intervista risponde a due necessità. Da una parte vi è il bisogno di comprendere i meccanismi attraverso cui opera la ristrutturazione del capitale.
Oggi, lavoratori impiegati su settori e ambiti totalmente diversi affrontano simili problematiche, dettate da una riorganizzazione del lavoro che impone esuberi, licenziamenti, cassa integrazione, o cambi e peggioramenti contrattuali. Ogni lotta che si ponga l’obiettivo di rifiutare il peggioramento collettivo delle condizioni lavorative costituisce un avanzamento per tutta la classe di lavoratori.
Un arretramento lo è per tutti. La solidarietà non è un elemento né ideologico né caritatevole ma materiale: la ricerca di soluzioni individuali ai licenziamenti non è una soluzione, bensì parte del problema. Questa intervista nasce dunque dal bisogno di comprendere meglio le ragioni di questa lotta e dal tentativo di esprimere in maniera più partecipata e concreta la nostra solidarietà con le ragioni dei lavoratori.

*Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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- I lavoratori del San Raffaele rifiutano l'accordo capestro!
- Lavoratori del San Raffaele in presidio permanente

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