[Perù] Tre settimane di sciopero dei minatori a Cerro Verde!

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Venerdì 31 marzo si è concluso, dopo 21 giorni, lo sciopero iniziato il 10 marzo dai lavoratori della miniera di rame “Cerro Verde” in Perù, a 50 km da Arequipa (la seconda città del paese).

Venerdì 31 marzo si è concluso, dopo 21 giorni, lo sciopero iniziato il 10 marzo dai lavoratori della miniera di rame “Cerro Verde” in Perù, a 50 km da Arequipa (la seconda città del paese).

Oltre 1300 minatori hanno preso parte allo sciopero, di fatto paralizzando l’attività estrattiva della miniera di rame più grande del Perù e una delle più grandi del pianeta, la cui produzione ha subito un notevole incremento negli ultimi anni, arrivando ad estrarre l’anno scorso più del 2% del rame a livello mondiale (quasi 500.000 tonnellate di minerale).

Le rivendicazioni dei lavoratori sono molto simili a quelle che hanno animato i 43 giorni di sciopero nella più grande miniera di rame del mondo, a Escondida in Cile (di cui abbiamo parlato qui): chiedono un allargamento dell’assistenza medica per i minatori e le loro famiglie, e una maggiore partecipazione nel controllo degli infortuni e della sicurezza sul lavoro e una distribuzione più equa degli utili. Il prezzo del rame, infatti, negli ultimi anni ha subito un forte incremento (del 27% nel 2016), ma questo non si è tradotto in un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei minatori.

La giustizia peruviana si è subito affrettata a dichiarare illegale lo sciopero, aprendo alla proprietà, la statunitense Freeport-McMoran, gli spazi legali per licenziare gli scioperanti e per annullare gli effetti della lotta con il ricorso a manodopera esterna alla miniera (a detta dei dirigenti, solo per far fronte al lavoro nei settori più delicati: intanto due di questi lavoratori, obbligati a turni di oltre 12 ore, sono morti nel corso della prima settimana dello sciopero). Nonostante questo, e le intimidazioni – macchine bruciate e così via – denunciate da membri del sindacato, la lotta è continuata, i lavoratori hanno trasformato l’interruzione delle attività in una “huelga indefinida”, sciopero a oltranza, e le agitazioni si sono estese anche a distretti minerari di dimensioni minori in tutto il Perù.

Ora, trascorse tre settimane, i sindacati sono giunti a un accordo con la proprietà e le attività estrattive sono riprese. Pare che i lavoratori siano riusciti a imporre tutte le loro rivendicazioni: la Freeport si farà carico dell’assistenza medica delle famiglie dei minatori, che a loro volta avranno un ruolo maggiore nella gestione della sicurezza sul lavoro. Per quanto riguarda la redistribuzione degli utili, l’ultima parola sembra essere stata affidata a un tavolo di lavoro che dovrebbe riunirsi nei prossimi 45 giorni.

Intanto, la Freeport-McMoran risulta proprietaria anche della miniera di Grasberg, in Indonesia, seconda al mondo nell’estrazione del rame, che nelle ultime settimane è stata al centro di forti tensioni. Il governo indonesiano ha infatti varato una legge in base alla quale le concessioni minerarie, dopo dieci anni di utilizzo esclusivo da parte di imprese straniere,  devono diventare per il 51% di proprietà dello stato: una misura che colpisce in pieno proprio il sito di Grasberg, da ben più di un decennio di proprietà della multinazionale americana, che ora quindi dovrebbe cederne la maggioranza a una controllata del governo. Ma il terzo attore dello scontro, anche qui, sono i lavoratori, che tramite i sindacati stanno facendo pressioni su entrambi i fronti per il rispetto dei loro diritti, per una loro maggiore partecipazione alla gestione della miniera, e infine per evitare 2100 licenziamenti che, a causa di un calo della produzione, minacciano da mesi i minatori.

Le mobilitazioni quasi contemporanee a Grasberg, a Cerro Verdee a Escondida si sono tradotte in forti oscillazioni del prezzo del rame e della sua disponibilità in tutto il mondo, facendo venire i sudori freddi ai mercati finanziari. Quello che è successo negli ultimi due mesi tra Cile, Perù e Indonesia ci sembra quindi importante per diversi motivi. Ci ricorda l’esistenza di un tipo di lavoro e di vita che qui in Italia tendiamo a dimenticare, perché l’attività mineraria nonostante l’importanza avuta in passato è ormai un ricordo quasi sbiadito, e soprattutto rischiano di essere dimenticate le dure lotte, spesso represse nel sangue, condotte dai minatori per non morire sotto terra e non vivere come morti sopra la terra. Lotte che adesso si ripetono, a decenni e migliaia di chilometri di distanza, e che insieme allo sfruttamento e alla violenza che viviamo quotidianamente sui nostri posti di lavoro stanno lì a dirci che è necessario fare qualcosa, e farlo ora. E ci ricorda ancora una volta le incredibili possibilità che stanno nelle mani dei lavoratori, in settori centrali per le rispettive economie nazionali e per il sistema mondiale dello sfruttamento, e il potere che abbiamo quando riusciamo a organizzarci!