[U.S.A.] Lavoratori dei fast-food in sciopero per rivendicare aumenti salariali. Centinaia di arresti

Sciopero fast food - USA

In circa 150 città statunitensi, giovedì 4 settembre, migliaia di lavoratrici e lavoratori dei fast food hanno incrociato le braccia per rivendicare aumenti salariali ed il diritto all’associazione sindacale.

Si tratta della settima giornata di protesta organizzata a partire dal novembre 2012, che segna l’inizio di questo movimento che non accenna a fermarsi, anzi: ogni data di mobilitazione ha visto un maggior numero di città e di persone coinvolte.

Il movimento, nel corso dei suoi due anni di vita, ha già conseguito alcuni importanti risultati: sebbene, infatti, il salario minimo a livello federale rimanga 7,25$ all’ora, il che comporta uno stipendio annuo al di sotto della soglia di povertà stabilita allo stesso livello federale, in alcuni stati ci sono stati degli aumenti. A Seattle, a maggio, il salario minimo è stato portato a 15$ all’ora, metre pare, almeno secondo il The Guardian, che a New York, Los Angeles e Chicago si stia pensando di arrivare ai 13$ orari.

Sono ormai numerosissime le testimonianze di quanti hanno difficoltà ad arrivare a fine mese con stipendi così bassi. “Faccio enormi sforzi per arrivare a fine mese con 7,50$ all’ora”, ha dichiarato Crystal Harris, una lavoratrice del McDonald’s di St. Luis. “Se guadagnassi 15$ all’ora tornerei all’università e studierei scienze infermieristiche”, ha affermato Jeanina Jenkins, ventunenne collega di Crystal Harris, con uno stipendio di 7,97$ l’ora. Al coro si aggiunge LaTonya Allen, assistente sanitaria domiciliare ad Atlanta, con uno stipendio di 9$ l’ora: “guadagnare 15$ farebbe una grande differenza. Aiuterebbe me e mio marito a pagare le bollette. Ci permetterebbe di fare più cose tutti insieme come famiglia. Tutto quello che facciamo ora è lavorare, lavorare, lavorare”. Lei, così come altre centinaia di lavoratrici e lavoratori del settore (rappresentati dalla Service Employees International Union - SEIU) si sono uniti, ad Atlanta, Boston, Chicago, Cleveland, Detroit e Seattle, alle lavoratrici e ai lavoratori dei fast food, andando a delineare un salto di qualità del movimento in lotta per l’aumento del salario minimo.

Come infatti ha affermato Kendall Fells, di Fast Food Forward, la principale sigla che sostiene questi lavoratori: “Con l’inclusione dei lavoratori dell’assistenza domiciliare, questo sta iniziando a diventare un più ampio movimento dei lavoratori con bassi salari”.

Una generalizzazione che evidentemente preoccupa non poco imprenditori e classe dirigente che, infatti, alternano bastone e carota. Se da una parte lo stesso Obama dichiara che le rivendicazioni di questi lavoratori sono legittime ed un aumento andrebbe accordato (ma ben lontano dalle richieste dei manifestanti – 10,10$ l’ora contro i 15$ rivendicati nelle strade), dall’altra viene dispiegata la repressione, che nella giornata di giovedì ha prodotto quasi 500 arresti. Un numero molto elevato, che dà anche il senso di fin dove siano disposti ad arrivare i lavoratori. Accanto a ciò le principali catene di fast food (McDonald’s, Burger King, Kfc, ecc.) sostengono che un aumento dei salari avrebbe ripercussioni negative sull’occupazione, con meno assunzioni di lavoratori non specializzati, nonché sui ‘consumatori’, con un aumento dei prezzi dei prodotti. Inoltre, le dichiarazioni degli ultimi giorni sono perfettamente in linea con quelle rilasciate nel corso degli ultimi due anni. McDonald’s, ad esempio, per bocca di un suo portavoce, ha fatto sapere che “questi non sono scioperi ma rappresentazioni inscenate in cui le persone vengono trasportate ai fast food”, dando mostra di una strategia volta a denigrare le azioni di disobbedienza civile messe in atto dai lavoratori. Così come quando afferma che “alcuni manifestanti sono stati pagati, fino a 500$, per protestare e farsi arrestare”. A McDonald’s ha fatto eco la National Restaurant Association, la più grande ed importante associazione datoriale del settore, lanciando frecciate contro una campagna che accusa di essere “una campagna multimiliardaria”, finanziata dai sindacati. Aggiungendo che “ci sono le prove che le attività siano state orchestrate da organizzatori sindacali e che la grande maggioranza dei partecipanti sono attivisti e manifestanti pagati. Non è niente altro che il tentativo di gruppi che mirano ad accrescere le iscrizioni alle loro organizzazioni colpendo i proprietari dei fast food”.

Malgrado la repressione e le resistenze incontrate, il movimento dei lavoratori dei fast food sta ottenendo anche un altro importante risultato, che va al di là degli obiettivi immediati della lotta. Sta mettendo in evidenza le estreme diseguaglianze esistenti negli U.S.A.: “Loro guadagnano miliardi ogni anno ed io non ho nemmeno l’assicurazione sanitaria. L’amministratore delegato ce l’ha!” ha ad esempio sostenuto Dana Wittman, lavoratrice trentottenne presso Pizza Hut a Kansas City, in Missouri, che guadagna 9$ all’ora. Nancy Salgado, da 12 anni impiegata presso un punto vendita McDonald’s, ha espresso lo stesso concetto: “lavoriamo per una azienda che macina miliardi e miliardi e che, anno dopo anno, guadagna sempre soldi, mentre noi riceviamo ancora stipendi al livello della soglia di povertà. […] Chiediamo solo una piccola parte di quel denaro che entra nelle casse delle aziende, visto il duro lavoro che facciamo”.

In questo modo, il movimento dei lavoratori dei fast food sta sedimentando elementi di coscienza che possono preludere ad ulteriori passi in avanti, tanto a livello rivendicativo quanto organizzativo.

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Fonti:
- Russia Today [1] [2]
- The New York Times
- The Guardian

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