La necessaria lotta dei lavoratori delle cooperative. Oltre i limiti dei sindacati confederali

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Il teatro dell’assurdo forse non avrebbe potuto trovare niente di meglio: i soci lavoratori e proprietari delle cooperative della logistica scioperano contro le cooperative. E’ Legacoop, il cuore del padronato rosso delle cooperative, a mettere in luce questa antinomia, senza alcun sprezzo per il ridicolo.

L’Alleanza delle cooperative, cioè la Confindustria delle cooperative, chiamata al tavolo delle trattative dai sindacati confederali si rifiuta da mesi di firmare il rinnovo del contratto collettivo nazionale scaduto da ormai un anno. Il paradosso non finisce qui: le imprese, quelle vere cioè formalmente private, hanno già sottoscritto il contratto collettivo ad agosto. Mancano solo le imprese cooperative che gestiscono circa 20-30 mila lavoratori.

D’altra parte, l’Alleanza delle cooperative si trova di fronte funzionari sindacali che magari fra pochi anni saranno alla guida di qualche cooperativa oppure con i quali dovranno trattare in qualche giunta comunale. La vera alleanza in questo segmento sempre più cruciale del sistema produttivo italiano è quella tra cooperative, bianche e rosse, spezzoni di sindacato e qualche sede di partito. Una tenaglia feroce che dispiega la propria violenza in particolare contro i lavoratori migranti, ma non solo. E’ nel nome del mercato che l’Alleanza delle cooperative non firma il rinnovo del contratto collettivo: il mercato, si dice, non sarebbe in grado di assorbire gli aumenti salariali richiesti favorendo al contempo la proliferazione delle cooperative spurie, cioè dei cattivoni fuorilegge e soprattutto fuori dal loro controllo.

Eppure le richieste dei sindacati confederali non erano certo particolarmente audaci: un aumento salariale di poco più di 100 euro da spalmare in comodi tre anni e il riconoscimento completo dei vari istituti contrattuali. Una vergogna a pensare a come il potere di acquisto è stato e continua ad essere eroso per lavoratori e lavoratrici. Il contratto firmato dai sindacati confederali ad agosto è il frutto di una trattativa aperta a gennaio tra le associazioni dei committenti e cooperative da un lato e i tre sindacati dall'altro, che non ha preso in considerazione in alcun modo le istanze provenienti dalla piattaforma per il rinnovo del contratto collettivo sostenuta dai sindacati di base.
Eppure non c’è dubbio che nella rivendicazione di questi incrementi salariali, per quanto miserevoli, così come nella decisione di indire uno sciopero abbiano inciso le lotte che negli ultimi anni in particolare i lavoratori migranti hanno portato avanti, da Piacenza a Bologna a Padova, a Verona a Pioltello, fino a Roma.

Venerdì 13 dicembre lo sciopero proclamato dai sindacati confederali non ha avuto particolare successo: solite modalità, il venerdì per otto ore, scarsa presa sulla forza lavoro di un comparto produttivo che ha ben capito come si lotta. D’altra parte in molti lavoratori neppure sapevano dello sciopero. E poi, per l’appunto, si sciopera contro se stessi? Anche le centrali del sindacato confederale che in questi mesi hanno bellamente lasciato soli i lavoratori migranti con i sindacati di base pare abbiano incamerato un certo sprezzo del ridicolo. Essi denunciano che il settore della logistica: “è caratterizzato ormai da tempo da una condizione intollerabile di precarietà e di sfruttamento delle migliaia di lavoratori delle cooperative. La concorrenza tra le grandi committenze, praticata tutta attraverso l’affidamento degli appalti al massimo ribasso, ha generato una giungla retributiva, con conseguente contrazione delle condizioni salariali e normative” (Filt-Cgil).
L’assordante silenzio con cui i sindacati confederali hanno circondato sia gli scioperi sia la repressione degli ultimi anni nel settore della logistica stride con questo improvviso risveglio. Negli ultimi anni incalzati dalle lotte che lavoratori e sindacati di base (in particolare S.I. Cobas e ADL Cobas) hanno condotto magazzino per magazzino, le confederazioni delle cooperative hanno scaricato le responsabilità e l'attenzione sulle cooperative dette “spurie” ovvero non associate alle centrali, accusate di fare concorrenza sleale sulla pelle dei lavoratori, smemori che le cooperative “vere” anche con pratiche completamente legali, utilizzano le agevolazioni giuridiche di cui godono per comprimere il costo della forza-lavoro e disciplinare i lavoratori.

Con lo sciopero c’è il tentativo di riprendere un po’ il consenso perso in questi anni. Ma il potere che le centrali cooperative si sono costruite negli anni permettono loro una risposta arrogante, forti anche dell'aumento della loro redditività. Lo sciopero di venerdì ci mostra la strada del capitalismo italiano sia per la bassa partecipazione a sindacati legati mani e piedi alla controparte, sia per le contraddizioni irrisolte che mette in campo.

Breve focus sullo sciopero TNT

Lo sciopero avrebbe dovuto coinvolgere anche i fattorini della TNT, azienda in fase di ristrutturazione che ha già annunciato numerosi tagli alle corse a partire da Gennaio. Molti di questi lavoratori sembravano allora voler approfittare della copertura dei sindacati confederali per mettere in campo ulteriori azioni di resistenza a questo ennesimo attacco. Infatti negli stabilimenti in cui i lavoratori non hanno espresso un'intenzione autonoma di mobilitazione, pare che la CGIL non abbia neanche proposto lo sciopero.

Giovedì 12 però, la sera prima dello sciopero previsto, la CGIL ha ritirato lo sciopero sia in Veneto che a Roma (nello stabilimento di via di Salone). Nella capitale la dirigenza TNT ha firmato con il sindacato un genericissimo accordo che la impegna a vigilare affinché le cooperative a cui subappalta il trasporto “applichino il contratto nazionale”. Obbligo già previsto sin dal 2000, cioè da quando le cooperative sono inserite nel contratto merci, tanto che la TNT è stata spesso portata davanti ad i tribunali per non averlo fatto. In sostanza un accordo che non aggiunge niente, tanto più che il “tavolo di confronto” aperto con le cooperative è rimandato a Gennaio, cioè quando colpiranno i tagli già previsti, e quando il potere di contrattazione dei lavoratori è molto ridimensionato, visto che sarà passato il picco di produzione natalizio. Questo è bastato però alla CGIL per revocare lo sciopero.
A Padova invece un comunicato stampa della FILT-CGIL paventa sia stata siglato un accordo “epocale” che dovrebbe far “invertire la rotta che per tanti anni ha visto questi lavoratori essere trattati come pacchi”. In che termini non è chiaro, e anche qui sembra che si rimanga sul terreno delle dichiarazioni di principio. Se questo “farà chiudere nei prossimi mesi le vertenze aperte con TNT”, bisogna capire se sarà in meglio o in peggio rispetto alle condizioni dei lavoratori. Che intanto hanno perso un'occasione per colpire quando avrebbe potuto far male all'azienda, che è riuscita a prendere tempo nel periodo festivo in cui registra il massimo dei profitti.

Non si è lavorato invece nello stabilimento di Napoli, ma è difficile capire quanto questo sia dipeso da una decisione autonoma dei lavoratori e non piuttosto da un qualche calcolo del sindacato, riuscito in qualche modo a far valere la sua influenza sulla dirigenza.

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