[Caivano – NA] Alla Unilever – Algida non è più tempo di gelati… Si preparano 49 licenziamenti

fabbrica algida caivano

La primavera ormai è arrivata, si aspetta che arrivi il caldo e – perché no? – ci si prepara ad assaporare un bel “Cornetto”, uno dei simboli di questo paese. Tuttavia, quest’anno, questo cornetto potrebbe avere un sapore diverso: quello amaro dei licenziamenti.

La Unilever, difatti, proprietaria dell’Algida, pare aver deciso un piano di tagli che mette a repentaglio la continuità lavorativa di ben 49 operai dello stabilimento di Caivano, in provincia di Napoli. Si tratta di lavoratori impiegati con un contratto a progetto della durata di 4 anni, per un totale di 32 mesi effettivi di lavoro, quindi con garanzia occupazionale di 8 mesi l’anno. Questo contratto è stato firmato con l’avallo dei sindacati, giustificatisi sulla base della stagionalità di questo tipo di lavoro e nonostante il fatto che in molti casi si trattasse di lavoratori già precedentemente impiegati presso la Algida, tanto che alcuni hanno addirittura superato i 13 anni di servizio.

Per di più, tra questi lavoratori, 29 sono già disoccupati, essendo terminato il contratto nel settembre del 2014. Per gli altri 20 la scadenza prevista è quella dell’ottobre 2015. Il timore, più che ragionevole, considerato il piano aziendale, è che anch’essi andranno a seguire il destino dei colleghi. Tutto ciò malgrado le continue rassicurazioni da parte dei sindacati, che, nel corso del tempo, avevano sempre rassicurato questi lavoratori, sottolineando come il passaggio dal contratto a progetto ad un part-time a tempo indeterminato fosse mera formalità, che ormai era fatta… Oggi, sulla stampa e sui siti internet si possono leggere i comunicati sindacali sulle elezioni delle RSU nella fabbrica di Caivano in cui esultano, si auto-complimentano per i risultati ottenuti (qui i comunicati di UGL e CISL): dobbiamo ammettere che siamo rimasti esterrefatti per i toni utilizzati, il clima di festa, mentre, al contempo, ci sono decine di lavoratori in estrema difficoltà e che meriterebbero risposte certe e non solo promesse in merito al loro futuro.

La vicenda, tuttavia, non si ferma a questi 49 lavoratori. Gli altri 800 dipendenti di Caivano non possono purtroppo dormire sogni tranquilli. Nel 2013 e nel 2014 sono stati in cassa integrazione; l’anno scorso addirittura per due mesi a zero ore. La Unilever – Algida sta spingendo sull’acceleratore di un piano di riorganizzazione più complessivo, adducendo come motivazione la crisi: si venderebbero meno gelati del previsto, soprattutto in Italia, per cui ci sarebbe bisogno dei famosi “sacrifici”. Intanto, fonti sindacali affermano che la Unilever, nel 2014, ha fatto registrare un nuovo record di utili nel settore “ice cream”. Insomma, come in molti altri casi, ci viene il dubbio che si metta in mezzo la “crisi” come pretesto per giustificare piani che hanno l’obiettivo di estrarre maggiori profitti e condizioni migliori di sfruttamento della manodopera impiegata, perfettamente nel solco del Jobs Act.

Tornando al merito del piano della Unilever, accanto ai lavoratori messi gentilmente alla porta, dall’incontro tenutosi il 10 marzo sono emersi i campi in cui l’azienda vuole ottenere questi sacrifici da tutti gli operai: organizzazione del lavoro, istituti legati alla contrattazione di secondo livello e flessibilizzazione del lavoro. Nello specifico, Unilever “offre” il passaggio volontario da un contratto full-time ad uno part-time, della durata di 9 mesi; chiede una riduzione della remunerazione della flessibilità, dal 70% al 20% e, infine, una parallela riduzione sull’indennità notturna, dal 50% al 30%. È evidente il sacrificio preteso: riduzione del salario contemporaneamente ad una maggiore flessibilità e disponibilità nei confronti dell’azienda. Oltre al danno, però, ci verrebbe da dire che c’è anche la beffa: questi sacrifici, che si andrebbero ad aggiungere a quelli già fatti nel corso degli anni, servirebbero semplicemente a “garantire” continuità occupazionale per il 2015! Dopo di che niente e nessuno può dire agli operai di stare tranquilli perché manterranno il posto: la fase 2 del piano potrebbe infatti prevedere all’incirca 200 esuberi, voce ricorrente in queste ultime settimane.

La chiusura dello stabilimento di Cagliari e di quello di Roma purtroppo costituiscono precedenti inquietanti. La storia del costo del lavoro che a Caivano sarebbe più alto di quello negli stabilimenti che la Unilever – Algida ha in Germania ed in Inghilterra è un’arma più volte già utilizzata dall’azienda per chiedere ai lavoratori di stringere la cinghia (e, in effetti, negli ultimi anni da Caivano sono andate via 170 per mobilità incentivata e volontaria). Oggi sono in molti a temere che dello stabilimento campano si voglia fare ciò che già oggi è quello di Gloucester (Inghilterra): una fabbrica con circa 1000 lavoratori, di cui però circa 350 sono full-time e circa 600 part-time, con rapporti invertiti rispetto a quelli di Caivano.

Se vogliamo ravvisare un segnale positivo, in tutta questa storia, lo dobbiamo cercare nella combattività dei lavoratori. Per nulla rassegnati, i 49 “stagionali” con contratto a progetto portano avanti un presidio ai cancelli della fabbrica, al quale sono spesso raggiunti da altri colleghi, consapevoli che il destino dei 49 potrebbe essere solo una prefigurazione di ciò che attende anche loro. Un presidio per lanciare un messaggio semplice: da qui non ce ne andiamo!

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